Friday 25 May 2012, 04:45

Gli articoli con tag: " Chiapas "

Effetto Kosovo, Francesco Battistini e il Corriere della Sera: cialtroni!

Quel bel richiamo in prima sul Corriere della Sera di ieri non poteva non attrarre come le mosche al miele chi si interessa di popoli e nazioni: “Effetto Kosovo: voglia di secessione. Dalla Spagna al Messico, nuova linfa ai secessionismi”. Il Messico?

Si va all’interno e ci sono ben due pagine, la 12 e la 13. Ovvero è il reportage più importante che il giornale offre ai suoi lettori. Potrebbe essere l’occasione perché il più importante giornale italiano faccia il punto su cosa mette in moto l’invenzione del Kosovo come Stato da parte della Nato. Ma alla lettura del pezzo si rimane indignati per il pressappochismo, la superficialità, le scelte politiche e la vera ignoranza dimostrate dall’articolista Francesco Battistini, già famoso per performance ineleganti in America latina.

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E il Chiapas, ce l´eravamo dimenticato?

Interessante articolo di Naomi Klein pubblicato sull´Espresso:

SENZA FRONTIERE

IL CONFLITTO DIMENTICATO

Polveriera Chiapas

di Naomi Klein

Gruppi paramilitari, movimenti di truppe, manovre sui contadini.
Dopo anni di azione politica il movimento zapatista teme il ritorno delle armi.
Perché la guerra con il governo messicano non è mai finita.

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Reportage da Oaxaca

fonte: www.verosudamerica.com

La scorsa settimana ho visitato Oaxaca, la città della APPO (Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca). Ancora oggi emergono la forza e l’unione popolare di una città che lotta e resiste contro le ingiustizie, mentre la repressione continua imperterrita e silenziosa, tanto da non fare quasi più notizia sui media.

Oaxaca (Messico) – Chi arriva a visitare Oaxaca non può non accorgersi dell’aria diversa che si respira qui rispetto al resto dell’intero Messico. I colori, i profumi e la ricca mescolanza di culture secolari rendono unica questa meravigliosa città coloniale, ma è quando ci si ferma a parlare con la gente del posto che ci si accorge di ciò che la rende realmente unica e differente.

Oaxaca ha paura, la si può leggere negli occhi di chiunque, dalla vecchietta del negozio all’angolo al proprietario di ristorante, passando per i commercianti degli innumerevoli mercati che popolano la città. Paura, frustrazione, paralisi si percepiscono al passeggiare tra le vie della città. Molta gente sembra intimidita al parlare dei fatti degli ultimi tempi, si sente quasi impotente. Non per questo però c’è rassegnazione, anzi.

Gli abitanti di Oaxaca non si rassegnano facilmente. La città ha rabbia, una rabbia storica, accumulata nei secoli e ancora più viva oggi. Questa rabbia deriva dall’autoritarismo imposto nella regione da 78 anni ininterrotti di dominio politico del PRI (Partido Rivolucionario Istitucional), che hanno fatto lo stato di Oaxaca uno dei più poveri, tanto da presentare i peggiori indicatori di sviluppo umano di tutto il Messico insieme al Chiapas. Ma la fiamma di questa rabbia è stata riaccesa e ravvivata negli ultimi anni e sarà difficile spegnerla questa volta.

Il PRI, infatti, continua a “governare” lo stato oaxaqueño. Il vecchio e autoritario partito, radicato grazie alla corruzione in tutte le istituzioni, mantiene alto il livello di attenzione e intolleranza nei confronti dei movimenti sociali indipendenti, con lo scopo di prolungare ancora il più possibile il suo dominio sull’apparato formale del potere.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’elezione, con il solito dubbio di brogli elettorali, del governatore Ulises Ruiz, sempre del PRI. La repressione ed il rinnovato autoritarismo avevano creato le basi per un vero rinnovamento, la nascita di un movimento che ha caratterizzato l’intero 2006, e che continua vivo e forte nonostante tutto, tanto da far considerare Oaxaca il teatro della prima insurrezione del XXI secolo.

Nel 2006 la APPO (Assemblea dei Popoli di Oaxaca) ha protagonizzato uno dei processi di dissidenza più significativi degli ultimi anni. Per mesi le barricate nella capitale statale, gli scioperi dei maestri e le organizzazioni che si sono sommate progressivamente alla protesta, hanno messo sotto scacco il governo di Ulises Ruiz.

Poteva essere la grande opportunità di sradicare definitivamente questo sistema autoritario da Oaxaca. Anche la congiuntura a livello nazionale sembrava aprire all’idea di un cambio reale e radicale, con la grande mobilitazione popolare contro la frode elettorale ai danni di Obrador. Così però non è stato.

Durante il momento più critico del processo di cambiamento popolare di Oaxaca si provò a stabilire un dialogo per una soluzione politica. Purtroppo però in questo stesso momento prese il via un’altra negoziazione, parallela alla prima e a livelli politici più alti, con la quale si decise di salvare il governatore oaxaqueño in cambio dell’appoggio alla “vittoria” elettorale di Felipe Calderón (del Pan, partito di azione nazionale).

Questo patto in pratica mise fine alla possibilità di una soluzione pacifica per Oaxaca. L’alleanza e la complicità tra le due necessità, quella del nuovo governo federale che contava con una base elettorale debolissima, e quella di un PRI con sempre meno spazio per muoversi dopo aver dominato quasi come partito unico la storia politica messicana per quasi un secolo, misero fine all’interruzione di Oaxaca per mezzo di pura violenza, sia federale che statale, che procurarono 27 morti e resero la violazione dei diritti umani nello stato di Oaxaca il pane di tutti i giorni.

La repressione di Oaxaca contribuì a mettere fine alle illusioni di molti circa la possibilità di una transizione politica messicana, facendo emergere le debolezze del nuovo ordine politico. Un ordine politico sostenuto basicamente da un accordo tra il PRI – che da partito d’opposizione si ritrova ad appoggiare la nuova presidenza Calderón – e il PAN, il partito che si era autoproposto come avversario dell’autoritarismo e della corruzione del PRI.

La “soluzione di forza” del conflitto di Oaxaca si basò sull’intervento violento della Polizia Federale Preventiva e sull’azione degli squadroni della polizia statale che secondo l’informe della Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani provocò, tra il luglio e il dicembre 2006, 27 morti e 500 detenzioni illegali.

Violenza fisica e psicologica nei confronti delle persone detenute ed un uso sproporzionato della forza contro la popolazione furono le caratteristiche predominanti. La criminalizzazione delle proteste sociali, la persecuzione della libertà d’espressione e la punizione dei dissidenti divennero all’ordine del giorno nell’intero stato oaxaqueño.

Un primo avviso si ebbe con gli attacchi alle barricate di Santa María Coyotepec e Santa Lucía del Camino il 27 ottobre dello scorso anno (clikka sulla foto per ingrandire). Vi parteciparono autorità municipali, agenti paramilitari e le forze statali. Fu il giorno in cui furono assassinati 4 maestri ed il giornalista statunitense Brad Will. A questo seguirono l’avanzata della Polizia Federale Preventiva allo zócalo il 29 ottobre, un’ennesima repressione il 10 novembre ed infine l’offensiva finale del 25 novembre 2006.

In questo lasso di tempo centinaia di persone innocenti furono detenute e torturate. La maggior parte dei detenuti non ha avuto accesso a una giusta difesa, non furono riconosciute e certificate le lesioni di decine di arrestati e quelli di origine indigena non ebbero accesso ad un interprete.

Attivisti sociali e politici furono perseguiti ed attualmente sono ancora sette i detenuti relazionati con la APPO, tra questi anche i portavoce dell’assemblea, Flavio e Horacio Sosa , arrestati nel dicembre scorso a Città del Messico con l’inganno. L’arresto avvenne infatti in seguito ad un invito a negoziare da parte del governo Calderón.

Ma le violenze e la repressione a Oaxaca continua ancora, come si può leggere qui sui fatti del 2 novembre 2007 (sono disponibili anche tre interessanti video in lingua spagnola).

La APPO in pratica ha contribuito a rendere ancora più evidente la fragilità delle istituzioni messicane, gli scontri tra quest’assemblea popolare e la struttura del potere hanno messo a nudo gli attori politici principali del paese, ma per riuscire a spiegare realmente quello che è successo a Oaxaca ci si deve sforzare ad osservare i protagonisti dal basso.

E’ questo che fa emergere la differenza, il tratto caratteristico, quello che distingue una mobilizzazione da un movimento. A Oaxaca è nato un movimento. Non c’è, infatti, la presenza di un leader o di un partito politico alle spalle. Il movimento oaxaqueño è fatto di uomini e donne qualunque, uniti dagli stessi obiettivi e associati in un’assemblea popolare per la difesa dei diritti civili, delle minoranze indigene, a difesa del ruolo della donna e del medio ambiente, che lotta e resiste per lo smantellamento di un ingiusto regime, quello Priista di Ulises Ruiz.

Le autorità federali e statali da mesi ormai cercano di dimostrare che a Oaxaca sia tornata la pace e la tranquillità, offrendo come prova la riduzione delle manifestazioni e dei cortei della APPO. Ma cadono nell’errore di credere che la APPO ed il popolo di Oaxaca rientrino dei soliti canoni della vita politica. Così non è, la APPO ormai è un movimento ben radicato che non ha bisogno di scendere in piazza o di marce per dimostrare vitalità.

Solo un turista depistato o chi continua a confidare dei media di massa può realmente pensare che la APPO abbia perso forza o che il movimento sia stato soffocato. Chiunque altro, giunto a Oaxaca, si può rendere conto che la APPO è tutt’altro che finita. E’ viva, vegeta e radicata nel tessuto sociale di questo stato. Sicuramente però continua la repressione, come dimostrano i recenti avvenimenti del 2 novembre, una repressione che ha diffuso la paura tra le stradine di questa città, ma che non ha avuto l’effetto di abbattere la APPO, anzi. La paura si sta trasformando sempre più in rabbia, una rabbia nata dalla sensazione di sconfitta ed alimentata dai soprusi di un governatore autoritario (Ulises Ruiz) e da un governo federale ostile e non riconosciuto.

Una rabbia che può riesplodere da un momento all’altro.

Perché “giornalismo partecipativo”

Il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio si è rivoluzionato. I mass media continuano a fabbricare consenso, ma vivono un crollo verticale di credibilità. Al polo opposto, la biodiversità informativa generata da Internet sta democratizzando la comunicazione in nuove forme di giornalismo diffuso e partecipativo che può e deve contaminare in positivo i primi. Giornalismo partecipativo è un frammento di una nebulosa informativa formata da migliaia di siti. Dal 1995 produce approfondimento giornalistico, affianca, e integra in maniera collaborativa, i media tradizionali o ne denuncia il conformismo e le manipolazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte ad un giornalismo tradizionale sempre più o tendenzioso o sciatto, rivendico un giornalismo fatto di autorevolezza. Autorevolezza fatta di competenze professionali nel campo specifico (dichiarato in questo caso dalla testata “America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica”), e di passione informativa e di impegno civile contro il burocratismo delle vie Solferino dei media tradizionali. E’ un giornalismo in prima persona, versus un giornalismo mainstream in terza persona. Partecipativo perché diffuso in milioni di siti che si intersecano e incrociano quotidianamente informazioni tra loro. Partecipativo perché estraneo ai rituali di cooptazione e alle logiche commerciali. Partecipativo perché vissuto e condiviso intensamente in una grande rete di lettori-autori. Un giornalismo che funge da controllore dei media tradizionali ma che, con la parte migliore di questi, può e deve attivare una sinergia positiva. Un giornalismo nel quale molti parlano a molti, e nessuno ha più il monopolio dell’informazione. Partecipativo perché da oggi Gennarocarotenuto.it fa un ulteriore passo avanti: tutti gli utenti registrati ne sono automaticamente autori inviando articoli e non solo commenti.

Perché “giornalismo partecipativo”

di Gennaro Carotenuto

La Stampa Quando Giuliana Sgrena fu liberata dalla prigionia in Iraq, terminò un’epoca della storia del giornalismo iniziata con la guerra di Crimea a metà del XIX secolo. Sgrena, e i francesi Christian Chesnot, Georges Malbrunot e Florence Aubenas, erano gli ultimi giornalisti occidentali non embedded a girare per il paese. Da quel momento in poi i media occidentali (che credono di portare sulle loro spalle il peso del destino della democrazia nel mondo) abdicano alla loro funzione primaria di “vedere per raccontare”. Si limitano a compilare di seconda mano la tragedia mesopotamica, interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, di televisioni arabe come Al Jazeera, che rompono il monopolio informativo occidentale, o con le veline uscite dal Pentagono e dalla zona verde di Baghdad. Per i quotidiani occidentali (che durante l’invasione si erano appoggiati ad un blogger iracheno, Salaam Pax) non c’era più alcun vantaggio competitivo nell’interpretare le questioni irachene rispetto ad un blogger motivato, esperto, colto, spesso titolato e capace di navigare la Rete analizzando informazioni.

LA MORALITÀ DEL GIORNALISMO ANGLOSASSONE

Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrava trionfare la cultura anglosassone del libero mercato, entrava in crisi l’idea (o mito?) anglosassone dell’autorevolezza del giornalismo basata sull’indipendenza di giudizio e la separazione dei fatti dai commenti. L’autorevole settimanale britannico The Economist ha difeso fino all’ultimo istante il disastro neoliberale in Argentina. Per l’Economist le morti per fame causate dal fondomonetarismo in quel paese, erano solo un cascame che lasciava indifferente il côté economico culturale di riferimento di quel settimanale. Come possa essere considerato autorevole un settimanale così sadico da fare finta per anni di non accorgesi che il modello economico che difende stia inducendo una carestia da migliaia di morti in una sterminata pianura fertile come l’Argentina, non è un mistero.

In epoca neoliberale, si è accentuato il meccanismo per il quale i grandi gruppi economici e sponsor decidono (senza alcun controllo democratico, giova ricordare) quale notizia è appetibile e quale comunicatore garantisca i loro investimenti. Non si limitano a decidere quale yogurt farci acquistare, ma cosa possiamo sapere e cosa è meglio che non si sappia. Ciò rende il sistema informativo commerciale un osservato speciale per la sua influenza sui processi democratici e dimostrabilmente falso e tendenzioso millantare “indipendenza” per i media commerciali. Sono infatti La fabbrica del consenso (Marco Tropea, 1998) della quale scrive Noam Chomsky; un mix di conformismo ideologico, propaganda e perseveranza nella menzogna da parte del potere. Non servono né censure né cospirazioni. È sufficiente il carrierismo, il conformismo e l’autocensura. E’ il libero mercato dell’opportunismo a muovere il mondo dei media e a selezionare darwinianamente la specie giornalistica. Se la notizia è una merce, allora i media sono più che mai dipendenti, dagli sponsor, dagli interessi degli editori, dal carro politico al quale ognuno appartiene, dalla pubblicità istituzionale, dai finanziamenti pubblici. In Italia questi sono 450 milioni di Euro. In tale contesto il libero mercato e il pluralismo, nei quali tutti fingono di riconoscersi, sono un simulacro in una corsa al monopolio (Mediaset, Sky, Mondadori…).

Guardiamo a sinistra: come fa la cooperativa de il Manifesto a competere con L’Unità (6.5 milioni di finanziamento pubblico) e con Liberazione (4 milioni)? A segnalare che il Manifesto (pochi spiccioli in quanto cooperativa editoriale) sta sul mercato e che gli altri due, che sul mercato non ci stanno, lo danneggiano scorrettamente, si è forse thatcheriani? Guardiamo in generale: se i grandi investitori pubblicitari sono alcuni grandi gruppi (quasi tutti privatizzati), quale giornale può permettersi di denunciare l’ENI (o Telecom, o Coca-Cola o Nestlé), e i suoi eventuali crimini in Ecuador o in Nigeria senza perdere milioni ed essere ghettizzato come estremista?

Guardiamo alla rappresentazione dell’America latina sui media: Otto Reich, un oscuro personaggio coinvolto nelle violazioni dei diritti umani e nella guerra sporca contro l’America latina negli anni ’70, fu il primo responsabile emisferico (una specie di sottosegretario agli Esteri) per l’America latina, di George Bush. Fu lui a disegnare l’ “asse del male latinoamericano”. Tutti i governi critici del neoliberismo andavano colpiti, come il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002 si incaricò di dimostrare. A quella linea i media occidentali si adeguarono facilmente, e quelli italiani risultarono tra i più zelanti. Quando la politica di demonizzare tutti mostrò la corda, Reich fu sostituito da Thomas Shannon. Questo scelse una linea conosciuta fin dall’impero romano: divide et impera. Di nuovo, bastò dettare la linea. Immediatamente alcuni sicari informativi iniziarono goebblesianamente a ripetere che l’America latina era spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi irresponsabili. I conformisti andarono dietro senza bisogno di alcun ordine: vedono il mondo con gli stessi occhi.

E guardiamo al mondo: quale gruppo mediatico ha potuto evitare di rispondere alla chiamata alle armi post 11 settembre? Con un blocco informativo così monolitico, è solo con la Rete che ha potuto prosperare un grande movimento pacifista mondiale. Usando Internet, facendo Rete, tale movimento, quattro anni fa, metteva in guardia sull’avventurismo statunitense in Iraq, con argomenti che oggi sono fatti propri perfino dal generale Petreus, che quell’avventura ha condotto, ma sono in larga parte tuttora negati agli spettatori passivi del TG4 o di FoxNews.

GIORNALISTI PASSIVI PER SPETTATORI PASSIVI

Tutto ciò accade mentre la precarizzazione, anche del lavoro giornalistico, rende la stessa professione giornalistica sempre più succube di logiche commerciali. L’approfondimento è lento, costoso e pericoloso. Al contrario il giornalismo precario è un giornalismo leggero, fragile, frettoloso, funzionale alla perpetuazione del “pensiero unico”, che orienta i cuori e le menti di grandi masse di fruitori passivi di comunicazione. I fruitori passivi dei media mainstream, per esempio, non sanno che in Italia (un paese dove circa il 6% della popolazione è immigrata) appena il 3% degli stupri è commesso da stranieri. Questo significa che una ragazza italiana è più tranquilla a salire in ascensore con un cittadino marocchino o rumeno che non con un ligure o un pugliese. I media però la inducono a credere l’opposto, gestendo, inventando, strumentalizzando, a fini sia politici che commerciali, l’allarme sociale che essi stessi creano.

Si pensi agli spettatori di FoxNews, a tutt’oggi indotti a pensare che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa e che Osama Bin Laden e Saddam Hussein fossero compagni di merende. O a quelli della CBS, che nel 2005 sentirono nominare la Cina solo due volte, una delle quali per un servizio sul rischio di estinzione del koala. Oppure si pensi agli spettatori del più importante TG del servizio pubblico italiano, il TG1 diretto all’epoca da Clemente Mimun, ai quali per cinque anni fu ammannita la logica del “panino”. In forma uguale e contraria, l’ostracismo contro i comunicatori non allineati (alcuni famosi, ma la maggioranza sconosciuti e perciò vulnerabili), configura un vero e proprio “regime mediatico” perfino più rigido di quello descritto da Frances Stonor Saunders nel suo imprescindibile La guerra fredda culturale (Fazi 2004). Un regime dove l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi o i 23 secondi dedicati da Gianni Riotta al cosiddetto V-day, sono solo la punta dell’iceberg. Questo sito ha criticato Beppe Grillo, ma è evidente che Riotta, nel negare informazione sul movimento di questo ha definitivamente dimostrato di non fare il giornalista ma il commissario politico. Soprattutto è evidente che per la democrazia informativa sono più pericolose le veline di Riotta che non i berci di Grillo. Del resto per diventare direttore del TG1 la selezione è rigidissima; solo il precario che non vede, non sente, non parla, salva il posto di lavoro. Solo chi si fa pienamente garante del sistema (un Watergate oggi sarebbe tecnicamente impossibile, e non solo in Italia) fa carriera. Colore, pregiudizio e cronaca invece di inchiesta, denuncia e analisi. E chi osa fare ancora inchiesta, Riccardo Iacona, Sigfrido Ranucci, Report, è automaticamente schedato come estremista.

Giornalisti passivi per spettatori passivi, uguale decisioni prese senza controllo del Quarto potere, ovvero, democrazia malata. E’ banale chiosare che oggi l’anchorman, il giornalista di successo, non è quello più bravo ma quello garantista (ovvero antimagistratura da noi) e garante dei poteri forti. Mauro de Mauro, Enzo Baldoni, possono rigirarsi nella tomba, ovunque siano le tombe di Baldoni e de Mauro.

Su di un muro della città di Oaxaca, in quel momento assediata come nel medioevo dall’esercito messicano, lessi questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Controllo dei mezzi di comunicazione, menzogna, razzismo, sessismo e tanto odio verso chi non abbassa la testa. Basta ricordare gli insulti alla memoria di Enzo Baldoni per capire come molti giornalisti mainstream siano e si sentano così colpevoli da reagire calunniando, denigrando, odiando infine per rifarsi al muro di Oaxaca, chi osa supplire democraticamente alle loro mancanze. Il giorno dopo quella scritta era stata cancellata dall’esercito con una mano di vernice che aveva rimbiancato la città. Ma non poteva nascondere l’ipocrisia dell’indurci a pensare che la libertà d’espressione non sia garantire a tutti, anche alle voci scomode, il giusto spazio, ma che la libertà di espressione sia garantire a Bruno Vespa di condurre Porta a Porta finché morte non ci separi.

VERSO LA BIODIVERSITÀ INFORMATIVA?

La stratificazione data dal digital divide permette scelte selettive. Se una massa passiva non ha strumenti di difesa, questa potrà continuare a ricevere un’informazione disinformante. Ma non sorprende che per quella fetta di società in grado di leggere manipolazioni e sicariato informativo, il discredito dell’informazione tradizionale cresca in maniera esponenziale. La nuova generazione prescinde in parte o in toto dai media mainstream. Sotto i 45 anni di età Internet è già da anni la principale e più autorevole fonte informativa. Solo un mesto 5% considera la TV autorevole. Meno del 10% confida nella stampa scritta. Questa deve interrogarsi se la corsa perpetua alla tabloidizzazione non le faccia perdere il senso di sé e non la renda ogni giorno più prescindibile, un doppione meno agile della TV. Hugh Hewitt, esponente della destra neoconservatrice statunitense, e blogger a sua volta, sostiene in maniera suggestiva che Internet rappresenti una seconda riforma protestante. Martin Lutero chiamava i fedeli a leggere e interpretare le scritture. La Rete -è la tesi- oggi li chiamerebbe a scrivere in prima persona la comunicazione politica.

Il mondo dei siti personali, quasi sempre unipersonali, fornisce una visione generalista dell’informazione solo come sguardo d’assieme (di qui il successo di aggregatori e feed). Ma questo sguardo d’assieme è composto da plurimi sottoinsiemi e rappresenta un giornalismo diffuso e sempre più specializzato. Milioni di siti sono dedicati a realtà locali. Fanno cronaca, localissima o con rilevanza planetaria, come accadde con Salaam Pax o con chi coprì lo tsunami. Poi c’è un giornalismo Quarto (o Quinto o Sesto) potere, che si dedica a controllare e criticare i media, svelandone collateralità o menzogne. Questo giornalismo mastino si appoggia in un rapporto simbiotico ai media tradizionali. Sono loro a scegliere l’agenda setting ma è il controllore a palesarne le debolezze.

Quindi c’è un giornalismo interstiziale che occupa spazi e tempi lasciati volutamente o fatalmente liberi dal primo. Approfondimenti su temi scomodi, denunce, notizie lasciate cadere, deviate o negate. A volte scoop come quello di Macchianera, che rivelò gli omissis del caso Calipari. Quando i media tradizionali non sono in malafede, si stabilisce facilmente una sinergia positiva. A GennaroCarotenuto.it è successo molte volte. Per esempio, quando RaiNews24 ci ha citato e linkato perché questo sito era l’unico ad avere intervistato un occidentale testimone oculare del martirio di Falluja, la città irachena dove, come RaiNews24 stessa documentava, furono usate armi chimiche e al fosforo proibite. Era Javier Couso, fratello di José Couso, cameraman di Tele5 ammazzato a Baghdad. Il documentario fu relegato alle 7 di mattina, e la mia intervista non pubblicata da giornali italiani. Ma oltre 20.000 cittadini attivi poterono leggerla qui, quasi tutti indirizzati dal sito di RaiNews24. O quando abbiamo seguito la repressione a Oaxaca in Messico, orientando e poi scrivendone direttamente su La Stampa. Molti ottimi e onesti giornalisti lavorano –con crescente imbarazzo- nei media mainstream. Il giornalismo partecipativo non può sostituirli, ma può costruire una sinergia con questi. Sulla base di specifiche competenze individuali tratta le notizie in maniera più approfondita, complessa e collabora imponendo al sistema broadcast di migliorarsi. Questo, se non può temere di essere sostituito dal giornalismo partecipativo, sa che ogni giorno di più questo è in grado di delegittimarlo e far cadere il velo alle veline alle quali il giornalista mainstream fa spesso da passacarte.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE

La Rete ha modificato la maniera di soppesare e rapportarsi con l’informazione da parte di sempre più cittadini. Lo spettatore del TG1 di Gianni Riotta è tendenzialmente passivo. Quello abituato a cercarsi le informazioni in Rete attivo. Usa la propria capacità critica per valutare e scegliere. E dovendo valutare e scegliere differenzia l’informazione dai beni di consumo. Se il “pensiero unico” neoliberale millanta che la miglior garanzia per la democrazia è considerare anche l’informazione come merce e farà più soldi il media che fornirà il miglior servizio (a chi?) , il cittadino mediattivo non considera l’informazione una merce come un’altra. Anzi, la colloca nella categoria dei beni comuni, indisponibile ad essere geneticamente modificata da interessi terzi.

Internet nasce carbonara fin dalle BBS. Il missionario dal Congo, il Sem terra brasiliano o il sindacalista di Sesto San Giovanni, potevano finalmente far sentire la loro voce, sia pure a un ristretto numero di precursori. Non molti vivemmo online l’emozione di quando, nel gennaio del 1994, cominciammo a ricevere dal remoto Chiapas i primi comunicati zapatisti. Significava non solo che Francis Fukuyama ebbe torto a parlare di “fine della storia” ma anche che un’altra comunicazione era possibile. “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.

Quindi la Rete è divenuta un fenomeno commerciale e professionale imprescindibile per tutti, che ha generato enormi investimenti. A questi investimenti e all’Internet commerciale va il merito di aver trasformato la Rete in un medium capillare. I grandi gruppi economici e mediatici ritenevano di averla addomesticata convogliando milioni di spettatori passivi verso i loro portaloni e trasformandoli in navigatori passivi. I siti dei grandi media usano come un orpello il vero potenziale democratico della Rete, la condivisione e la verificabilità del sapere data dall’ipertesto. Il loro obbiettivo è non farti cambiare canale, possibilmente cliccando sulla pubblicità. Ma non è così che funziona la Rete: la Rete è un continuo zapping intelligente tra decine di TAB aperte in Firefox. E sullo schermo di ognuno di noi la linguetta del New York Times ha la stessa preminenza di quella di Peacelink o di un piccolo ma prezioso blog specializzato.

Una volta matura, la Rete del XXI secolo ritorna alla propria natura iniziale: quella di una comunicazione da molti a molti. Una generazione sempre più numerosa di cittadini mediattivi, autonoma, formata e indipendente, modifica la propria maniera di ricevere informazione e si attiva per renderla bidirezionale senza sudditanze verso i broadcast. Riceve da molte fonti, emette verso molte altre, commentando nei siti, o facendosi essa stessa media. Crea un “giornalismo personale” e diffuso che è un ossimoro e una rivendicazione di soggettività e autorevolezza dei media nati per e su Internet. E’ quella che Antonio Sofi definisce “la realizzazione delle promesse insite nel patrimonio genetico della Rete, ridefinendo anche i classici ruoli di produttori e consumatori dell’informazione”.

I cittadini blogger sono in genere più capaci di fare una ricerca in Internet (il data mining) della maggior parte degli editorialisti dei grandi quotidiani che non si muovono dalle loro vie Solferino. Si dirà: ma il blogger non va sul posto! Non sempre è vero, come non è vero che tutto il giornalismo è reportage. Ma soprattutto, de te fabula narratur. Nel degrado della professione è il giornalista quello che viaggia sempre meno, anche se evita di ammetterlo. Succede ai precari o ai freelance pagati due lire, ma anche agli strapagati inviati ed editorialisti. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù, senza essere mai stati a Timbuctù. La loro attività, come quella del blogger, è soprattutto quella di analisti di informazioni disponibili a tutti. La differenza è che l’editorialista è obbligato a render conto ad alcuni stakeholder, portatori di interesse che non vuole sfrocoliare o deve esplicitamente favorire, che siano un partito, la Casa Bianca o semplicemente uno sponsor. La sua autorevolezza sempre meno dipende dall’indipendenza di giudizio e sempre più spesso dipende dal garantire tali portatori di interesse. Il blogger, al contrario, editore di se stesso in un’attività quasi totalmente gratuita (è una colpa?), in genere si confronterà con la propria credibilità personale, la propria storia e i suoi lettori in un percorso più trasparente di quello dei media tradizionali.

UNA RETE DI LETTORI-AUTORI

Il cittadino giornalista tende ad occuparsi di temi che conosce, e ai quali spesso ha dedicato la vita, costruendosi un’autorevolezza specifica. C’è chi compra un giornale o guarda un TG per tutta la vita, ma non c’è altra fidelizzazione possibile nei blog che non si basi sulla credibilità. Se il giornalista partecipativo si fa tuttologo si sgonfia. Ma in genere ha di più e non di meno da dire rispetto alle analisi stantie, disinformate e disinformanti dei media tradizionali. Chi visita il suo sito (dieci o diecimila persone al giorno), gli riconosce un’autorità che sottrae ai media monopolisti. La peculiarità di tale autorità è che si tratta di un’autorità orizzontale, non verticale. Il blogger si riferisce continuamente ad altri blogger, li linka, si tiene in contatto, smonta il proprio punto di vista e quello degli altri e lo rimonta, risponde ai commenti, modifica e calibra il proprio pensiero in uno scambio arricchente per tutti, nel quale tutti partecipano in una magnifica biodiversità informativa. Il blogger parla in prima persona e dà del tu ai propri lettori dei quali spesso è a sua volta lettore in una grande rete di lettori-autori.

È questa la sua forza. Condivide quello che conosce, spesso molto bene, a volte essendo un’autorità indiscussa in materia, come testimoniano blog curati personalmente da premi Nobel. Il tuttologo è un ruolo che si addice invece ai media tradizionali, con la loro necessità/presunzione di coprire da un desk a Roma, a Miami o a Buenos Aires, magari con un precario mal pagato e mal selezionato e che probabilmente non conosce la lingua, fatti che accadono a Quito o a La Paz. La desolante povertà, culturale, ma perfino sintattica e grammaticale della sezione brevi del quotidiano La Repubblica online, lo testimonia.

Il giornalista partecipativo, al contrario, compete ed è autorevole se costruisce il proprio agenda setting intorno alle proprie inclinazioni e competenze. Se si misura nel territorio di tali competenze, batte per qualità e tempestività i media tradizionali come i guerriglieri vietcong battevano i marines nella selva vietnamita. Opera così da vero Quarto potere del XXI secolo, facendo le pulci ai disinformatori di professione che hanno abdicato al fare da controllori del potere politico ed economico e anzi se ne fanno complici. A questo sito è successo innumerevoli volte, vedi alla voce (TAG) “disinformazione”. Rispetto ai media tradizionali, che possono essere aiutati a democratizzarsi denunciando sistematicamente ogni manipolazione, il giornalismo partecipativo somma una tensione etica e interpretativa della realtà. Così la parte più intraprendente, giovane, colta, interessata e interessante della società civile ha scelto di rivolgersi alla Rete per abbattere l’esclusività monopolista dei media tradizionali.

Chi scrive, da docente universitario di Storia del Giornalismo, fa notare ai propri studenti come ben prima del “diritto di stampa” sia nato il “privilegio di stampa”. E’ quello che tutt’oggi utilizzano i monopolisti dell’informazione mainstream per imporre il “pensiero unico”. Perché potesse sorgere il diritto di stampa, cioè che tutti potessero stampare, dovette essere abbattuto il “privilegio di stampa”, che i monarchi assoluti attribuivano ad uno o pochissimi soggetti. Oggi ci sono tutti gli strumenti perché un giornalismo partecipativo contribuisca a creare una democrazia partecipativa. Quello che sta sorgendo è un giornalismo tematico, orientato dalla passione civile, ma non per questo meno autorevole. Rispetto al collateralismo con i potentati economici e politici dei media tradizionali è un giornalismo indipendente dalle logiche commerciali, disinteressato, partigiano, civile. Un giornalismo di condivisione della conoscenza contro la banalizzazione della complessità voluta dal “pensiero unico”. E’ quello che GennaroCarotenuto.it ha fatto in questi anni e continuerà a fare. Tutti possono partecipare.

Gennaro Carotenuto

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Gianni Minà nell’Olimpo dei documentaristi

Gianni Minà ha ottenuto il più prestigioso premio al mondo per documentaristi. E’ il Premio Kamera della mostra del cinema di Berlino, la Berlinale, assegnato alla carriera. Sfottendo e tergiversando fin dal titolo, “Minà, da Fiorello al tappeto rosso” perfino la Repubblica mastica amaro ma è stata costretta a scriverne e per una volta la pubblichiamo. Grossolani, ignoranti, Latinoamerica lo fanno diventare Latinoamericana, ma non importa, è una bella pena del contrappasso per Omero Ciai, Alessandro Oppes e compagnia che lo denigrano e diffamano ogni volta che possono.

LA REPUBBLICA – Berlinale, al giornalista il riconoscimento alla carriera per i documentari
“Bella soddisfazione, considerato che la Rai, da anni, mi ha messo in esilio … Leggi tutto

Oaxaca, le ore più difficili per la APPO

Anticipo in italiano il reportage da Oaxaca che uscirà su Brecha di Montevideo, e che, nella versione italiana è uscito oggi per Lettera22

Le cose sono cambiate a Oaxaca. Di fronte alla dura repressione del governo statale e del governo federale, il movimento di Oaxaca si è ritrovato in un angolo. Ci sono centinaia di incarcerati, alcune migliaia di persone sono nascoste dalle comunità indigene, al limite della clandestinità. Molti sono stati vinti dalla paura. Eppure domenica circa 15.000 persone sono tornate in piazza per esigere la liberazione dei prigionieri politici e le dimissioni del governatore.

OAXACA – Tornare a Oaxaca, dopo due settimane, è traumatico. Il 25 novembre, il giorno degli scontri più duri con la Polizia Federale Preventiva messicana (PFP), ha fatto da spartiacque per il movimento sociale e popolare di questo stato del sud del Messico. Se la storia terminasse oggi, sarebbe la storia di una sconfitta. Oggi l’ordine ?ed una calma apparente- regna su Oaxaca. Già dal cammino che … Leggi tutto

LA STAMPA – Oaxaca, 5 mesi di rivolta

Reportage pubblicato dal quotidiano La Stampa di Torino del 23 novembre 2006

Reportage – Oaxaca, 5 mesi di rivolta – Messico in fiamme – Alla scoperta del nuovo Chiapas
Gennaro Carotenuto – OAXACA (MESSICO)

Lunedì cinquantotto feriti, alcuni gravi, in scontri con la Polizia Federale Preventiva (PFP). Martedì trenta uomini armati hanno fatto irruzione nell’atrio della chiesa di Santo Domingo de Guzmán. Hanno incendiato e distrutto l’accampamento principale della APPO, l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca, che da maggio esige le dimissioni del governatore dello Stato, Ulisses Ruiz, leader del Partito Rivoluzionario Istituzionale, il PRI, che ha governato il Messico per settant’anni. Nell’accampamento dormivano solo quindici persone e non ci sono stati feriti ma, secondo César Mateos, uno dei portavoce della APPO, gli assalitori erano elementi in abiti civili della polizia locale, che fa capo a Ruiz e che è considerata da molteplici osservatori indipendenti come responsabile di almeno quattordici dei diciassette morti ad Oaxaca dall’inizio del conflitto, cinque mesi fa. Ne è convinta Sara Méndez Morales, responsabile della Rete oaxaqueña per i diritti umani: «Dei 17 morti registrati finora, 16 sono … Leggi tutto

Brecha – Vaticano, El Opus apunta a Ratzinger

Los conservadores se están coaligando en torno al alemán Joseph Ratzinger o, como reserva, al argentino Jorge María Bergoglio. Los progresistas apuntan al moderado italiano Dionigi Tettamanzi mientras suben las cotizaciones del arzobispo de Viena, Christoph Schönborn. Sin embargo, los 115 príncipes de la Iglesia no se reconocen en estas categorías. Gennaro Carotenuto. Desde Roma.

Hay muchas maneras de identificar al papa que saldrá del cónclave que comienza el lunes 18. Por nacionalidad, por continente, por orden religiosa, por enemistad o cercanía a tal o cual movimiento laico, por clasificación política (izquierda, derecha, progresista, conservador), por carisma, curial o pastoral. Ninguna de estas clasificaciones corresponde al perfil buscado por los casi 150 cardenales que se reúnen en Roma y 115 de los cuales ?los menores de 80 años? entrarán en el cónclave el lunes. Estarán ausentes por motivos de salud el filipino Jaime Sin y el mexicano Alfonso Suárez Rivera. Esta última ausencia es importante. Suárez Rivera, poderosísimo enemigo de Samuel Ruiz, el ex obispo de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, es el hombre de los Legionarios de Cristo, un movimiento laico a la derecha del Opus Dei. El cónclave es el sistema electoral más antiguo y estable del mundo. Con el tiempo se ha hecho también muy eficiente: si en la Edad Media llegaba a durar hasta tres años, el promedio de los cónclaves del siglo XX no supera los tres días. Desde el año 1170 se estableció que para elegir al papa es necesaria una mayoría de dos tercios; en este caso 77 votos. Un siglo más tarde se decidió que los cardenales vivieran encerrados ?cum clave, bajo llave? hasta la proclamación del nuevo papa, buscando una síntesis entre tendencias, prioridades, sensibilidades, ambiciones personales y promesas de repartir cuotas de un poder inmenso sobre 1.090 millones de católicos.
BUSCANDO SEÑALES. La exégesis de las homilías que se están sucediendo en los novendiales, los informes leídos en las reuniones oficiales ?y públicas? del consistorio, hasta la homilía de Joseph Ratzinger en el funeral solemne del pasado viernes, evitaron hablar de política. No sorprende, visto el contexto en el cual las cuestiones pastorales y doctrinales toman mayor relevancia. Sin embargo, algunos silencios son muy políticos. Es significativo que tanto Joseph Ratzinger como otro poderosísimo recolector de votos, el ex secretario de Estado ?y ex nuncio en Santiago de Chile bajo Pinochet? Ángelo Sodano, reconstruyendo detalladamente la obra de Juan Pablo II, han silenciado su obra a favor de la paz y contra la agresión al mundo musulmán. Sin embargo, en el frente conservador asumió relevancia Camillo Ruini, jefe de la Conferencia Episcopal Italiana y sólido aliado de Ratzinger, ya ha remarcado el papel de Wojtyla para desenmascarar y rechazar la búsqueda anglosajona del choque de civilizaciones. El ?proyecto Ratzinger? aparece tan sólido que el cardenal alemán puede salir al ruedo y jugarse personalmente. Si a la muerte de Juan Pablo II, Ratzinger, defensor de la ortodoxia, hombre de inquebrantable rigor doctrinario y de la tradición teológica, aparecía como el más importante controlador de votos, hoy es un candidato viable, aunque es difícil que logre superar los importantes vetos a su candidatura. Ratzinger, con su homólogo italiano Camillo Ruini, diseñan una alianza conservadora de una Iglesia que continúe y supere el legado de Wojtyla en el surco de la revolución impulsada por éste. Lo continúa, en el sentido de que la Iglesia de Roma seguirá viéndose a la cabeza de una Iglesia mundial y globalizada en búsqueda de un nuevo rigor moral frente a la modernidad. Lo supera, en el sentido de ir cortando ramas consideradas superfluas en el pontificado recién terminado: el diálogo interreligioso y los mea culpa de la Iglesia frente a sus pecados. El teólogo Peter Hans Kolvenbach, muy cercano a Ratzinger, afirma: ?El diálogo no tiene que caer en un confusionismo y en un relativismo donde todas las religiones sean equivalentes?. Sobre los mea culpa, Wojtyla siempre estuvo en minoría, así que no es difícil prever que serán archivados fácilmente. Elegir a Ratzinger sería frenar tanto el diálogo con los otros cristianos como el diálogo interreligioso. En el extremo opuesto del sagrado colegio se encuentra Carlo María Martini. El prestigioso especialista en la Biblia, ex arzobispo de Milán, retirado en Jerusalén desde hace tres años, es el hombre del ecumenismo, de la superación de los muros y de la radicalidad evangélica. En su agenda está la ordenación de las mujeres, profundas modificaciones en temas de moral sexual y la comunión a los divorciados.
No todas las cuestiones que se debaten pueden encuadrarse como conservadoras o progresistas. Muchos vaticanistas se dedican a buscar un papa desde una posición geográfica. Así, razonan que será mejor un papa que mire a Latinoamérica, donde vive la mayoría de los católicos, o uno que reevangelice una Europa cada vez más distante, o un asiático que haga las veces de puente hacia el motor del mundo. Es difícil que la geografía resulte decisiva. En cambio, es probable que para la mayoría del cónclave sea fundamental buscar un papa con rasgos menos monárquicos que Wojtyla, capaz de devolver poder real a los sínodos y a las iglesias locales.
BUSCANDO UN IDENTIKIT. La candidatura de Ratzinger tiene varias ventajas y una intrínseca fragilidad. Continuador de Wojtyla ?a la derecha de Wojtyla para seguir utilizando impropias categorías terrenales?, el ex prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe tiene 78 años. Suficientes para que su papado no sea tan largo como para cerrar las ambiciones de varios cardenales. Sin embargo, es una candidatura que provoca varios rechazos. Por distintos motivos, tanto los alemanes como los estadounidenses no lo apoyan. Al día de hoy la candidatura de Ratzinger contaría con unos 42 o 45 votos seguros. Del otro lado, los progresistas no serían más de 22 o 23 y, en el medio, como en todas las asambleas electivas, está el pantano. Un pantano de unos 40 votos decisivos. El escenario más probable para el lunes podría frustrar las ambiciones del cardenal alemán. Según fuentes en Jerusalén consultadas por BRECHA, los opositores de Ratzinger podrían encarrilar sus votos hacia la figura de Carlo María Martini, también de 78 años. Éste no tiene posibilidades reales, pero un voto inicial sobre su nombre representaría un escenario dramático para los conservadores y la ruptura del diseño de Wojtyla. Dentro de las murallas vaticanas muchos sostienen que Juan Pablo II apuntó durante todo su pontificado a la construcción de una estructura del sagrado colegio que frenara el paso a Martini como su sucesor. Votando por Martini, los moderados y los progresistas podrán mostrar más fuerza de la que se les atribuye, para llegar a pactar después por un candidato de compromiso. Así, un voto por Martini sería un jaque mate para Ratzinger. Eliminados los dos grandes ancianos, la alianza conservadora entre Ratzinger, Sodano y Ruini, jugará su paquete de votos en la búsqueda de un candidato continuista. Su perfil correspondería perfectamente al de Jorge María Bergoglio, primado de la Iglesia argentina, y primera reserva en el frente conservador. La de Bergoglio emerge cada vez más como una candidatura de primera fila, un ?wojtyliano? de 70 años, que podría presentarse ante los moderados como una concesión de los conservadores.
Su cotización en Roma es más alta que en el Río de la Plata. Tal vez por eso en los últimos días sus adversarios se han dedicado a hacer correr rumores sobre su estado de salud. Se le atribuye padecer de diabetes. Desde el colegio cardenalicio se escuchan insistentes voces en esa dirección. Son rumores ?de los cuales BRECHA no ha encontrado ninguna confirmación? para eliminar a un candidato muy temido. La diabetes sería una excusa para no abrir la caja de Pandora y para no hablar del papel de Bergoglio durante la última dictadura argentina donde, según denuncias del CELS, confirmadas por la viuda de Emilio Bignone, habría estado involucrado en el secuestro de dos jóvenes seminaristas, adherentes al movimiento de los sacerdotes del Tercer Mundo.
La otra candidatura fuerte, que seguiría a la de Martini, sería la del actual arzobispo de Milán, Dionigi Tettamanzi. Con 71 años, es probablemente la candidatura de compromiso con más posibilidades de éxito. Es progresista en sus críticas al neoliberalismo, pero conservador en temas de moral sexual. Si la alianza conservadora fracasara en elegir a un hombre de esta corriente, Tettamanzi, normalmente encasillado entre los progresistas, sería un hombre aceptable para casi todos. El lunes se vota recién en la tarde. Desde el martes se vota cuatro veces por día. Debería ser suficiente. Si así no fuera, sería porque se habrían eliminado los que, según el dicho, ?entran en el cónclave como papas y salen como cardenales?. Entonces se ingresaría en un territorio imprevisible donde sólo los hombres de compromiso tienen posibilidades de éxito.

Se fue Franco y se fue la pena de muerte en México!

El inicio del día -simplemente aún no me levanté- normalmente resulta indigesto. La primera lectura de agencias y de prensa ya empieza a tormentarte con angustias y malas noticias. Sin embargo hoy no! Y no hay una sino dos buenas noticias. La primera llega de México donde el senado de la República ha aprobado la abolición de la pena de muerte. No se aplicaba desde 1961, aunque el estado mexicano siempre siguió matando desde Tlatelolco hasta Chiapas, pero ya era insostenible que quedara en la Constitución.
Es curioso que los dos casos en los cuales la pena de muerte teoricamente quedaba eran el de parricidio y el de traición a la Patria. Con tantos presidentes de la República traidores de México y que sin embargo son considerados padres de la Patria era muy simbólico que así fuera.


Si fueramos en México, la segunda buena noticia de hoy pudiese ser considerada por algunos parricidio y traición a la Patria también. Este excelente gobierno del PSOE (excelente en todo menos que en economía donde queda absolutamente neoliberal) decidió sacar la última estatua ecuestre del Generalísimo Francisco Franco, Caudillo de España. Entre neonazis que cantaban el “Cara al sol” el viejo cerdo se fue para siempre y desde hoy sus millones de víctimas descansan un poquito más tranquilos y los niños españoles no tienen la poco educativa duda del por que, si uno fue dictador y asesino durante 39 años le ponen estatuas en las plazas. Siempre benditan sean las palomas que le hacían caca en la cabeza.