giovedì 02 settembre 2010, 19:06

Gli articoli con tag: " Carlos Menem "

Diritti umani in Argentina. Appena 68 i condannati in 4 anni

JORGE JULIO LOPEZ Il CELS (Centro di Studi Legali e Sociali), a 34 anni dal golpe dei 30.000 desaparecidos in Argentina pubblica un importantissimo rapporto completo sullo stato dei processi per violazioni dei diritti umani aperti da quando Nestor Kirchner riuscì ad abolire le leggi sull’impunità volute da Carlos Menem.

Su 1464 imputati, tra militari e civili, appena 75 hanno già avuto una sentenza, con 68 condanne e 7 assoluzioni.

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Gli Stati Uniti come il Vaticano

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“Gli Stati Uniti sono come il Vaticano, riconoscono le loro colpe ma molto tempo dopo”
”Ammettiamo che Carlos Menem riceveva tangenti”
“Ma veramente? e che altro?”
”L’invasione dell’Iraq fu per il petrolio”
”Nooooo! E che altro?”

Paz&Rudi – Página12

Quanto vale Aerolíneas Argentinas dopo 18 anni di privatizzazione? Meno di un caffè!

unpeso Se Alitalia piange e si privatizza, Aerolíneas Argentinas torna pubblica per il valore simbolico di un peso, meno di 25 centesimi di Euro “e la macchina dà il resto”. Questo è quel che resta e questo è il prezzo stabilito dalla Commissione bicamerale sulle privatizzazioni di Buenos Aires dopo la più disastrosa privatizzazione della storia.

Gli spagnoli di Marsans, gli ultimi svuotatori di quella che fu una delle più floride compagnie aeree al mondo, oltre a lasciare allo Stato debiti per un miliardo di dollari pretendevano anche di essere risarciti con 350 milioni mentre i tribunali avevano stabilito che AA avesse oramai un valore negativo di 622 milioni di dollari. Di conseguenza lo Stato non può neanche rilevare quel che resta di Aerolíneas. Perché non resta nulla.

Ecco una storia tragica ma educativa anche per chi sostiene che la privatizzazione di Alitalia sia la panacea, e che parte da Carlos Menem e da Iberia (Cfr. G. Carotenuto, La «sovversione economica» dell’Areolíneas Argentinas, in “Latinoamerica”, 2001, n. 76-77, pp. 120-124).

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A un quarto di secolo dalla fine della dittatura militare in Argentina, è stata fatta giustizia?

La responsabilità penale italiana del genocidio

Le ultime sentenze: le condanne per il “massacro di Fatima” e quella dell’ex-generale Menendez

«L’11 ottobre 1976, quando avevo 17 anni, ci hanno bloccato per la strada, ci hanno infilato una busta in testa e ci hanno sequestrato – racconta Fatima Cabrera con la voce tremante – hanno messo Patricio nel portabagagli della macchina, a me hanno piazzato sul sedile di dietro fra due dei sequestratori. Ci hanno portato al commissariato di zona, ci hanno picchiato a sangue e poi sempre con gli occhi bendati ci hanno condotto alla Centrale della polizia di Buenos Aires (oggi Sovrintendenza degli interni). Lì sono stata torturata tutta la notte e mentre soffrivo… potevo ascoltare le grida di tante altre persone che stavano subendo i miei stessi supplizi». Così ricorda ancora oggi una delle poche persone sopravvissute alle torture inflitte nei circa 520 campi di detenzione clandestina sparsi in tutta l’Argentina a partire dai primi anni ’70 e fino alla fine della dittatura militare. … Leggi tutto

Argentina: spazzatura L’Espresso

chavez_cristina Esser contro la pena di morte di Tarek Aziz (il ministro degli esteri di Saddam Hussein) non vuol dire aver voglia di andarci a cena o, se si dirige un settimanale, affidargli una rubrica e farlo passare per un autorevole opinionista. Eppure è quello che fa, lo abbiamo più volte denunciato, l’Espresso con Moisés Naím.

Naím come Tarek Aziz, probabilmente non ha mai ammazzato personalmente nessuno, ma era un ministro chiave nel governo di Carlos Andrés Pérez, che nell’89 fece ammazzare forse 10.000 persone in un giorno solo con il Caracazo, colpevoli di protestare contro il Fondo Monetario Internazionale del quale l’economista Naím era ligio esecutore.

E quindi Moises Naim è responsabile di crimini contro l’umanità e per quelli essere giudicato, non fare l’opinionista. Insomma tanto impresentabile è Naím che tanto vale che L’Espresso la prossima bustina di Minerva la faccia scrivere a Radovan Karadzic, magari nella sua nuova veste di santone new age.

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Le “Madri” dei desaparecidos argentini continuano a denunciare le ingiustizie del mondo

30 aprile 2008

XXXI anniversario delle “Madri di Plaza de Mayo”

Intervista alla presidente dell’Associazione Hebe de Bonafini

Il 30 aprile 2008 le Madri di Plaza de Mayo hanno compiuto il proprio ennesimo anniversario: 31 anni di lotta dalla denuncia della scomparsa dei propri figli sequestrati, torturati e uccisi durante la dittatura. Il 30 aprile 1977 si riunirono infatti sulla piazza di Maggio di Buenos Aires, da cui prendono il nome, per chiedere un’udienza all’ex-dittatore argentino Jorge Videla affinché gli fossero restituiti i figli desaparecidos. … Leggi tutto

Fidel Castro, scusate se riciclo anche io

b52_01 M’hanno telefonato perfino da una radio argentina per sapere che ne pensavo di Fidel. A parte l’Argentina, con tutti quelli che mi hanno chiamato dall’Italia mi sono avvalso della facoltà di non rispondere. E’ che non ho altro da aggiungere sulla Storia, e non ho la palla di vetro sul futuro. Annoto che Omero Ciai consiglia i cubani: “come prima cosa rompete con Hugo Chávez” e penso che il troiaio che gira intorno ai fuorusciti di Miami non sia una cosa seria.

Con una punta di presunzione, quello che dovevo dire su Fidel l’ho scritto già nel suo coccodrillo, che anche questa volta non servirà e che ripropongo di seguito. Noto che nell’articolo parlavo di 300 prigionieri politici. Nel frattempo, nel “gulag tropicale”, questi, secondo Amnistia Internazionale, sono diminuiti a 54. Sono sempre 54 di troppo ma sono sempre meno del 10% dei prigionieri politici detenuti a Cuba. Il 90% dei prigionieri politici a Cuba (salvo una dozzina) non sono mai stati incriminati di alcun delitto, e non hanno mai visto un avvocato. Quei 600 disgraziati stanno a Guantanamo e sono prigionieri politici del governo degli Stati Uniti d’America.

Fidel Castro; appunti per un coccodrillo che per ora non servirà – articolo del 2 agosto 2006

Si poteva scommettere che oggi Pierluigi Battista, sulle pagine del Corriere della Sera, avrebbe usato le parole “satrapo” e “satrapia” con l’aggiunta dell’aggettivo “tropicale” per definire Fidel Castro e la Rivoluzione cubana. Che noia! Che superficialità di analisi (sic!) per il principale quotidiano italiano! Ci si domanda perfino che titoli abbia Pierluigi Battista per scrivere di America Latina se non riesce ad esprimere altro che una sequela di termini come “satrapo”, “gulag tropicale”, “dittatore sanguinario”. Forse scriverli costituisce un titolo di merito in certi ambienti, ma tali termini non contribuiscano in nulla a spiegare 47 anni di Rivoluzione a Cuba. Stantie, schematiche, scontate, soprattutto colpevolmente autoreferenti, appaiono tutte le analisi sulla Rivoluzione cubana, soprattutto da quella sinistra che nel condannare sempre e comunque Cuba vede una comoda maniera di emendare il proprio peccato originale.

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Horacio Verbitsky: Stato e Chiesa in Argentina

Il grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, sul quotidiano Página12 del 3 febbraio 2008, riepiloga la storia dei controversi rapporti fra Stato e Chiesa in Argentina, traendo spunto da due notizie: respinta dal Vaticano la nomina di un ambasciatore divorziato; il Congresso dispone lo scioglimento del Vescovato castrense.

Qui un estratto dell’articolo dal titolo «Assalto alla modernità».

L’ambasciata argentina presso il Vaticano resterà vacante per quattro anni e in una legge il Congresso disporrà lo scioglimento del vescovato militare. Allo stesso tempo, il governo nazionale cercherà di mantenere relazioni di mutuo rispetto con l’Episcopato argentino, che non ha preso parte alla decisione vaticana di ricusare il placet all’ambasciatore Alberto Juan Bautista Iribarne, amico personale di uno dei vescovi più influenti del paese e figlio di un pio ufficiale dell’esercito. Il piccolo stato di 821 abitanti, nato a seguito dei patti lateranensi che Pio XI e Benito Mussolini firmarono nel 1929, ha fatto sapere che non lo accetterà perché prima di coniugarsi con María Belén Trigo, nove anni fa, divorziò da Inés Urdapilleta, che ha spiegato invano quanto sia un buon padre suo marito. I vescovi locali non sono intervenuti neppure nella crisi che si è sviluppata dal febbraio del 2005 quando il vescovo castrense Antonio Baseotto ha suggerito di comporre le divergenze con la politica sulla Salute del ministro Ginés González García gettandolo in mare con una pietra al collo.

La bocciatura vaticana di Iribarne e le sue prevedibili conseguenze faciliteranno la posizione belligerante contro il governo del presidente della Chiesa argentina Jorge Bergoglio, e renderanno più duro l’impegno dei vescovi “dialoghisti”, come gli altri membri della Commissione Esecutiva, Agustín Radrizzani e Sergio Fenoy, ed il responsabile politico del Episcopato, Alcides Casaretto, che non vedono la convenienza né l’ineluttabilità di una frattura, specialmente alla luce dei reiterati segnali di buona volontà espressi dalla presidente Cristina Fernández Kirchner.

Quando il Senato assentì per la designazione di Iribarne, il nunzio apostolico Adriano Bernardini indagò presso diversi funzionari del Cerimoniale e della Segreteria del Culto sulla vita privata dell’ambasciatore. L’occasione gli si presentò grazie alla insolita omissione dello stato civile nel curriculum vitae del funzionario. Il nunzio si interessò prima della situazione matrimoniale di Iribarne quindi delle sue convinzioni: “È sposato? È cattolico?”, domandò.

Quando si stava profilando la possibilità del rifiuto, la presidente Cristina Fernández Kirchner prese in esame due alternative: lasciare l’ambasciata nelle mani del plenipotenziario Hugo Gobbi, un diplomatico designato dall’ex presidente Raúl Alfonsín, o scegliere un nuovo candidato e sottoporlo allo scrutinio di Benedetto XVI e ai suoi dicasteri romani. La prima strada era la più semplice: l’ambasciata in Vaticano ha funzioni solo protocollari, dato che il pilastro delle relazioni bilaterali è

il nunzio apostolico nel paese. Un ostacolo alla seconda possibilità era la riduzione dell’universo delle alternative: quattro milioni di cittadini convivono come Iribarne con una persona fuori dal matrimonio. Secondo il censimento del 2001, 14,5 milioni di abitanti con più di 14 anni vivono in coppia ma solo10,6 milioni sono sposati. Significa che il 27% della popolazione adulta argentina rientra nella categoria degli indesiderabili per la sede apostolica. Questo aiuta a capire la posta in gioco in questo episodio: la bocciatura di Iribarne è un’impugnazione confessionale agli stili di vita che con libertà i cittadini argentini scelgono. Nessun governo che si rispetti può accettare un simile anatema, tanto meno uno come quello di Cristina Fernández Kirchner le cui proposte di riforma alla legge del registro delle persone fisiche intendono democratizzare la vita quotidiana indipendentemente dal sesso o dallo stato civile. Un ipodotato con microfono ha accusato il governo con uno straordinario paragone: la nomina di un divorziato a Roma equivarrebbe a quella di un nazista in Israele!

Per evitare fraintendimenti il governo ha fatto sapere che non ci sarebbe stata una seconda nomina. Lo stesso messaggio fu trasmesso a Roma e a Buenos Aires dall’ambasciatore uscente, Carlos Custer, al sostituto della Segreteria di Stato vaticana per le relazioni generali, Fernando Filoni e dal segretario del Culto, Guillermo Oliveri, al nunzio Bernardini. Entrambi i prelati stabilirono nel contorto linguaggio delle insinuazioni che il nullaosta a Iribarne non era impossibile ed esplorarono

due ipotesi: che l’ambasciatore accettasse l’esclusione di sua moglie da qualunque attività cerimoniale, secondo il modello che il Vaticano impose alla moglie dell’ex presidente messicano Vicente Fox durante una visita al Papa, e che il governo negoziasse la situazione del Vescovato militare. Entrambe le proposte furono declinate, una da Iribarne, che non era disposto ad accettare una tale iniquità, e l’altra dal governo: una situazione non poteva condizionare l’altra e la designazione di Iribarne aveva il proposito di sciogliere quel nodo perché, a differenza di Custer che è un uomo di Chiesa, l’ex ministro risponde al governo di cui faceva parte.

Da Lafitte a Baseotto

Il vicariato militare fu creato nel 1957 per decreto dei dittatori Pedro Eugenio Aramburu e Isaac Francisco Rojas, convertito nel 1992 in vescovato militare per decreto di Carlos Menem. Questi decreti ufficializzarono i rispettivi accordi negoziati con la Santa Sede, durante i pontificati di Pio XII e di Giovanni Paolo II. Il Congresso non li ratificò mai, in virtù della sua piena facoltà (art. 64 della Costituzione del 1853, art. 68 di quella del 1949 e 75 della vigente) di “approvare o respingere” i “concordati col Soglio Pontificio” o con la Santa Sede secondo la variabile terminologia.

Per imposizione di Aramburu e Rojas il primo titolare del vicariato castrense fu l’arcivescovo di Córdoba Fermín Emilio Lafitte, organizzatore dei comandos civili che realizzarono il golpe militare che nel 1955 depose il presidente Juan Perón.

Pio XII trasmise a Lafitte una orazione perché fosse recitata dai militari argentini, i quali venivano definiti come soldati cristiani. “Sotto le bandiere di una nazione dalla fulgida storia e dalla integra tradizione cattolica vegliamo affinché non sia alterato l’imperio della legge e della giustizia e assicuriamo l’ordine e la pace che sono indispensabili perché la Patria viva tranquilla”, diceva. Il pontefice convalidava così il ruolo poliziesco che raggiunse la sua forma estrema con le fucilazioni del giugno del 19561. Nei due decenni seguenti questa deriva della loro missione devasterà le Forze Armate e, attraverso esse, la Nazione argentina. I successori di Lafitte fra il 1959 e il 1981, Antonio Caggiano e Adolfo Tortolo, furono presidenti della Conferenza Episcopale ed ebbero allo stesso tempo una importanza fondamentale nell’inculcare agli ufficiali delle Forze Armate la dottrina della sicurezza nazionale, nella sua versione francese della guerra controrivoluzionaria, che fu applicata con tragici risultati a partire dal 19762. Nel 2002, su richiesta del senatore Duhalde, il Vaticano designò come vescovo castrense Antonio Baseotto, che in visita presso la Corte Suprema di Giustizia chiese ai componenti di fermare i processi per le violazioni dei diritti umani. Nel febbraio del 2005, in seguito alla lettera di Baseotto a Ginés González García3, il Potere Esecutivo sollecitò il Vaticano perché designasse un altro vescovo castrense. Di fronte alla risposta negativa, Kirchner firmò il decreto di cessazione come Segretario di Stato, nel quale sostenne che quella metafora evocava i voli della morte. Baseotto rispose provocatoriamente che non gli constava che fossero esistiti i voli della morte durante “la famosa dittatura”, benché il suo segretario nel vescovato era il capitano di fregata Alberto Angel Zanchetta, che come cappellano della ESMA4, placava con le parabole bibliche sulla separazione fra il grano e la gramigna i rimorsi dei militari che rientravano dalle macabre operazioni5.

Il trattato in vigore stabilisce che l’incarico è definito dal Papa, con l’accordo del Presidente, ma non dice nulla sui meccanismi di rimozione. Mentre il governo nazionale intendeva che chi dà l’assenso può pure ritirarlo, il Vaticano sostenne che la rimozione di un vescovo non compete al potere temporale.

L’ostinazione del vaticano a mantenere Baseotto per due lunghi anni, finché non sopraggiungesse l’età fissata per la giubilazione ecclesiastica, riaprì il mal richiuso capitolo della condotta della gerarchia cattolica durante gli anni del terrorismo di Stato, con grande fastidio dell’Episcopato che avrebbe preferito venisse dimenticato. Il 18 novembre scorso L’Osservatore Romano pubblicò un reportage sul cardinale Bertone, che al rientro dall’Argentina disse che i media avrebbero dovuto occuparsi meno del ruolo della Chiesa nei governi militari e più dell’epopea missionaria. Per il segretario di Stato la denuncia delle violazioni dei diritti umani e delle regole democratiche è legittima, però è più importante e istruttivo dare spazio a un bosco che cresce che a un albero che cade benché faccia più rumore. Concluse che non solo “i cosiddetti governi militari” mancano di democrazia, perché anche altri eletti dal voto popolare “si trasformano in vere dittature”, “lesive dei diritti degli organismi intermedi, che sono l’humus della democrazia”.

Nel marzo dello scorso anno la senatrice frentevictoriana6 Adriana Bortolozzi, moglie dell’ex governatore di Formosa Floro Bogado, presentò un progetto di legge che impugna il trattato del 1957 e i suoi emendamenti del 1992 e dispone la cessazione nelle loro facoltà del vescovo castrense, i suoi cappellani, i sacerdoti militari delle tre Forze Armate e delle forze di sicurezza. I membri delle Forze Armate e di sicurezza godranno della libertà di professare la loro religione e non potranno essere obbligati a partecipare a cerimonie liturgiche in atti ufficiali, così come accade nel vicino Uruguay da un secolo. Nell’agosto del 2007, Bernardini chiese per iscritto al governo che il disegno di legge “non procedesse” e sostenne che l’annullamento unilaterale di un accordo bilaterale redatto dalle norme internazionali “non sarebbe nell’interesse di nessuna delle parti”. Al suo posto propose di trovare una soluzione amichevole, compatibile col diritto alla libertà di religione e nel “pieno rispetto della laicità dello Stato e della libertà di culto di quanti nelle Forze Armate non appartengono alla Chiesa cattolica”. Citò nella nota un discorso sulla stabilità dell’ordine giuridico pronunciato da Cristina Fernández Kirchner durante la campagna elettorale. Il governo tenne in conto questa offerta, però quando comunicò che era disposto a formare una commissione che studiasse i passi da seguire per la conclusione dell’accordo, il Vaticano fece sapere che era disposto ad ammettere una struttura minima e persino la designazione dei cappellani di altre confessioni, ma non la dissoluzione del vescovato militare. Questa somma di rifiuti chiude il cammino per la soluzione consensuale. Che i membri delle Forze Armate e di sicurezza pratichino il culto di loro preferenza nei templi vicini al loro domicilio, come gli impiegati, le parrucchiere e i cartoneros, è coerente con le proposte del governo di integrazione militare, demolendo ciò che rimane dei muri che isolano questo microcosmo dal resto della società

1Sulle esecuzioni sommarie del giungo 1956 vedi: Rodolfo Walsh “Operazione massacro” Sellerio editore.

2Anno del golpe militare capeggiato dal generale Videla che instaurò la dittatura durata fino al 1983.

3Il ministro della salute che il vescovo castrense auspicò venisse gettato in mare con una pietra al collo (vedi sopra)

4La famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria.

5I voli della morte: l’orrenda pratica con cui gli oppositori della dittatura venivano gettati vivi dagli aerei dell’aviazione militare nell’oceano o nel fiume Riachuelo, illustrati dallo stesso Verbitsky nel volume “Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos” Feltrinelli. Sul ruolo della Chiesa nel golpe militare in Argentina vedi: Horacio Verbitsky: “L’isola del silenzio” Fandango Libri, 2006.

6Frente para la Victoria: partito politico fondato da Néstor Kirchner nel 2003.

Cambio di epoca in America del Sud (bilancio 2007 – prospettive 2008)

Vista in comparazione con i nostri giorni, la targa di inaugurazione dell´edificio della sede del Mercosur nella Rambla Presidente Wilson, ai margini del Rio della Plata, a Montevideo – che é datata 15 dicembre 1997 – é l´esatta espressione simbolica del cambiamento di epoca nell´attuale America del Sud. La lista dei presidenti dei paesi membri a quel tempo, in relazione a quelli di oggi, fa ricordare al visitante l´espressione coniata dal presidente dell´Ecuador Correa, che – ottimista – arriva a parlare di fine della lunga e triste notte neoliberale nella regione.

Nella targa del 1997, figura l´anfitrione, Julio Sanguinetti del liberale Partito Colorato uruguagio, l´ultraliberale Carlos Menem, per l´Argentina; Fernando Henrique Cardoso, per il Brasile; Juan Carlos Wasmosy, colorato di destra, per il Paraguay; l´ex-dittador Hugo Banzer, per la Bolivia, che allora si era convertito al neoliberalismo radicale; e finalmente, Eduardo Frei, democristiano di centro-destra, presidente del Cile.

Non figurano nella targa, ma fanno parte della lista dei presidenti sud-americani di allora, il peruviano Alberto Fujimori, attualmente sotto processo in Perú; per l´Equador, Fabian Alarcon, un interino, prodotto di una soluzione incontrata tra una deposizione e l´ajtra che si succedettero in quel paese per anni; per la Colombia, il liberale Ernesto Samper; e per finire, per la Venezuela, il democristiano del Copei, Rafael Caldera.

Appena 10 anni dopo, nella lista dei dieci sud-americani, solo la Colombia di Uribe ed il Perú di Alan Garcia – quest´ultimo recentemente convertito – permangono ideologicamente nella lista anteriore, conservatrice e neoliberale. Questo é il segnale dei nuovi tempi nel continente.

Con la vittoria dei governi di stampo progressista e con una certa ascenzione delle lotte popolari e sociali in tutta la regione é possibile affermare che tutta l´America del Sud si trova di fronte alla questione del “cambiamento di epoca” come fattore fondamentale della scena politica o, in altre parole, di come transitare dal ciclo anteriore (neoliberale) ad un nuovo ciclo. Cosí, la lotta per il cambiamento, in distinti ritmi e gradazioni, é la marca e l´espressione della tendenza democratica e progressista, con differenti espressioni di anti-imperialismo e di contestazione dell´ordine mondiale, nel segno della multipolaritá.

La lotta per l´integrazione sud-americana registra passi positivi nel 2007, anche se con una velocitá insufficiente. Il Mercosul, nucleo piú sviluppato dell´integrazione, come abbiamo indicato, giá non é piú lo stesso del 1997, ma é pressionato a rendere effettiva in maniera piú accelerata la nuova agenda dei governi progressisti, il cui centro é la diminuzione delle asimmetrie regionali per la promozione della industrializzazione, della complementazione produttiva e dello sviluppo economico. Questo é il suo stadio attuale e tre risultati importanti sono stati raggiunti nella lotta per l´integrazione in 2007.

Primo, nella Cupola energetica sud-americana realizzata nell´Isola Margarita, in aprile – che ha istituito l´Unione delle Nazioni Sud-americane (Unasul), la decisione di mettere al centro dell´integrazione la questione energetica, cioé la convergenza delle distinte matrici energetiche come base della superazione delle asimmetrie.

Secondo, la firma degli atti della costituzione del Banco del Sud a Buenos Aires, alla vigilia della proclamazione della presidente Cristina Fernandez. Sicuramente, al materializzarsi, la creazione del Banco del Sul é un evento di grandi dimensioni, effettivamente contrastante con il ricettuario neoliberale, futuro strumento per il finanziamento dell´integrazione sud-americana e base per una futura convergenza delle politiche macroeconomiche e per una moneta unica regionale.

Terzo, l´effettiva entrata in funzionamento del Parlamento del Mercosul, con sede in Montevideo, le cui prime elezioni dirette si dovranno tenere nel 2010.

Dal punto di vista di ognuno dei paesi membri, la lotta per il cambiamento é il segno dell´attuale congiuntura. É il caso del Brasile, dell´Argentina e dell´Uruguay, paesi governati da ampie coalizioni di centro-sinistra che tentano di abbandonare il paradigma neoliberale, mantenendo nel frattempo posizioni ibride in politica economica. In questi tre paesi, il superavit fiscale e la difesa della stabilitá sono combinati con un certo riscatto del protagonismo e della iniziativa statale, diretti a promuovere i temi dello sviluppo economico e sociale.

In Venezuela, Bolivia e Equador, troviamo due segnali comuni: il tentativo di “rifondazione dello Stato”, attraverso e soprattutto a partire dalle Assemblee Costituenti e dalla proclamazione, nei tre casi, per conto delle rispettive lideranze, di obiettivi di transizione al socialismo.

In Venezuela, la recente sconfitta nel referendum costituzionale, che proponeva una osata e ampia proposta, limiterá, per lo meno per adesso, la “velocitá” della rivoluzione bolivariana. Le cause sono varie, vanno dalla alta astenzione della base chavista, fino alla polemica quanto all´opportunitá tattica, il merito e la forma di alcune proposte. Ma gli sviluppi di questa sconfitta, come osservano i comunisti venezuelani, potrá rendere possibili migliorie e correzioni – e questo é compito essenzialmente dei rivoluzionari venezuelani – nel processo di costruzione del socialismo del secolo XXI.

La Bolivia é oggetto di grandi tensioni nella lotta per il cambiamento. Nella disputa tra Costituente versus autonomie regionali sono presenti progetti antegonisti del paese, i cui sviluppi minacciano l´unitá territoriale e la stabilitá democratica. Diamo atto alla positiva attitudine del Brasile che, in questo scenario, annuncia investimenti di un miliardo di dollari nel paese, con un messaggio chiaro in appoggio al governo del cambiamento di Evo Morales – ed in risposta all´isteria della destra brasiliana all´eposa della nazionalizzazione del gas (maggio 2005). In Bolivia, di fatto nel 2008, il popolo entrerá in scena per decidere il contenzioso in per lo meno quattro votazioni: sulla nuova Costituzione, sugli statuti economici, sulla proposta di limitare i latifondi e nel referendum che permette la revoca del mandato presidenziale e dei governatori dei dipartimenti.

In Equador, che ha concluso l´isitutuzione della Assemblea Costituente, non tarderanno ad apparire i conflitti con l´opposizione oligarchica, che finora é stata sconfitta pesantemente dal popolo nelle elezioni della Costituente. Nella misura in cui saranno presentate le proposte di cambiamento, inevitabilmente la reazione si reggrupperá per tentare di broccarle.

Il Paraguay elegge il suo presidente in aprile del 2008. tre attori saranno in scena: l´ex-vescovo Fernando Lugo, appoggiato dalla sinistra e da parte del centro, come il tradizionale partito liberale (PLRA); il generale Lino Oviedo, autore del frustrato tentativo di golpe del 1996 e recentemente assolto dalla giustizia paraguaia, con il chiaro obiettivo di dividire l´opposizione; e finalmente la ex-ministra dell´educazione Blanca Ovelar, del movimento progressista colorato, candidata dell´atuale presidente Nicanor Duarte. Resta da sapere come si comporterá la destra di Luis Castiglioni, ex-vice di Nicanor e difensore dell´uscita del paese dal Mercosul, dopo aver perso le elezioni interne del governista Partito Colorato.

Anche in Cile, Colombia e Perú – i tre paesi sud-americani che hanno firmato Trattati di Libero Commercio con gli USA – la lotta per il cambiamento é il segnale piú forte.

In Cile, la sempre maggiore evidenza del fracasso del modello neoliberale in vigore da piú di tre decenni fa esplodere manifestazioni e scioperi periodici e la presidente Michele Bachelet, del Partito Socialista, incontra molte difficoltá nell´avanzare in direzione di una democratizzazione del paese.

In Colombia, Uribe é sempre piú pressionato a moderare la sua politica di sicurezza su posizioni fascistoidi ed aprire negoziazioni con le FARC ed altri gruppi rivoluzionari, ma é ancora fermo sulla sua posizione di “linea dura”, cosí come piace a Washington. Intanto é da registrare l´importante vittoria del Polo Democratico Alternativo, una coalizione di centro-sinistra, nelle recenti elezioni municipali.

Infine, in Perú il quadro é marcato di recente dalla approvazione del TLC con gli USA e dal processo a Fujimori, in uno scenario di crescenti lotte sociali e popolari.

La sconfitta della riforma costituzionale in Venezuela e l´attuale crisi politica in Bolivia sono i fattori quindi piú preoccupanti che marcano la controffensiva della destra locale in combutta con gli interessi dell´imperialismo nordamericano e danno il segnale delle lotte che si intensificheranno nel 2008 tra le forze reazionarie e quelle che pretendono di avanzare nei cambiamenti in direzione del progresso, della democratizzazione e della conquista del protagonismo per conto delle masse popolari dell´America del Sud.

(Articolo pubblicato originariamente sul giornale “La Classe Operaia”, organo del Partito Comunista del Brasile, come bilancio del 2007 e prospettive per il 2008)

Autore: Ronaldo Carmona, membro della Commissione delle Relazioni Internazionali del Comitato Centrale del Partito Comunista del Brasile (PCdoB).

Pubblicato in data 11/01/2008 in: http://www.vermelho.org.br/base.asp?texto=30867

Tradotto e adattato in italiano da Alessandro Vigilante

Argentina: intervista a Gabriel Martín

L’Argentina e il bisogno di stabilità che fa dimenticare le ingiustiziein un paese svenduto ai capitali stranieri

di Paolo Maccioni

Kirchnerismo è il movimento eterogeneo e senza un apparato politico propriamente detto che prende il nome da Néstor Kirchner, presidente uscente, artefice della ripresa argentina (2003-2007). Una linea politica premiata dalla vittoria, alle elezioni dello scorso 28 ottobre, della moglie Cristina, che il 10 dicembre prenderà ufficialmente lo scettro della presidenza argentina [1]. «Né Hillary né Evita. Solo Cristina» ha detto la presidenta, come ama farsi chiamare, all’indomani della vittoria elettorale.

Della coppia presidenziale e dell’Argentina d’oggi parliamo con il giornalista argentino Gabriel Martin, dell’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh.

Com’è cambiata l’Argentina negli ultimi anni?

«Negli ultimi quattro anni in Argentina c’è stata una grande crescita economica, una crescita del pil di poco inferiore al 9%, un indice simile a quello della Cina, ma sono cresciute anche le diseguaglianze. Il 30% della popolazione più ricco si appropria del 62,5% di questa ricchezza generata dalla crescita economica, mentre il 70% della popolazione si deve spartire il restante 37,5%. Rispetto agli anni ’90 l’Argentina è migliorata moltissimo, tuttavia non mancano i problemi. La corruzione, pur se diminuita, c’è ancora. Diminuiscono ma non si azzerano i tassi di povertà e di indigenza. Cresce il divario fra i più ricchi e i più poveri».

È dunque legata alla crescita economica la fortuna elettorale del kirchnerismo, confermato dalla elezione della senatrice Cristina Fernández, moglie del presidente uscente?

«Il sistema vigente in Argentina è una democrazia di tipo presidenziale. Pertanto il progetto, o l’immaginario popolare del progetto politico di un paese, per gli elettori dipende esclusivamente dal presidente. Le elezioni, o le rielezioni, avvengono con meccanismi affini a quelli del sistema statunitense, benché si debbano fare parecchie distinzioni. La principale è che negli Stati Uniti è un po’ più chiaro che il progetto di governo è vincolato agli effettivi gruppi di potere. Nella coscienza collettiva argentina invece non è radicata con chiarezza la nozione che i progetti sono gestiti e manipolati dalle corporazioni, specialmente straniere, perché l’idea di indipendenza politica è molto legata alla forza del presidente. Ecco che quando il progetto nazionale, come ad esempio nel 1946, è incarnato da un presidente come fu Perón, il risultato è un governo autonomo e di ampia sovranità. E le oligarchie, insieme ai capitali transnazionali, hanno sempre cercato di ridimensionare questa capacità di azione con presidenti deboli».

«Perciò si comprende il trionfo di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali. Il paese è cresciuto in questi anni a un ritmo inaudito nella storia argentina. E la vittoria di Cristina Kirchner va intesa come una rielezione del modello di Néstor Kirchner. Il fattore fondamentale è che gli argentini che hanno votato per Cristina Kirchner, ma anche coloro che hanno votato contro, sanno che si può sperare nei prossimi 4 anni. Questo comporta una certa stabilità.

Quali erano le proposte dei candidati opposti a Cristina Kirchner?

«Ricordiamo che l’Argentina attraversa un rischio d’inflazione: mentre il governo manipola gli indici dei prezzi al consumo, affermando che l’inflazione annuale non supera il 10%, inchieste dello stesso apparato dello Stato hanno dimostrato che tra luglio e novembre i prezzi sono aumentati di quasi un 30%. La soluzione proposta dall’opposizione in larga parte era quella di raffreddare l’economia e ridurre la crescita a un 5% annuale invece del tasso dell’8 o 9%. Consideri che l’Argentina per più di sette anni ebbe crescita nulla, durante il governo di Carlos Menem nello scorso decennio».

«L’inflazione è un problema molto grave, ma il tasso di disoccupazione è diminuito sensibilmente grazie alla crescita degli ultimi quattro anni. Per gli elettori, l’inflazione, i casi di corruzione che hanno coinvolto funzionari del governo vicini alla coppia presidenziale, l’assenza di strategie nazionali a lungo raggio e molti altri problemi, come ad esempio le condizioni del lavoro precario che è stato quello che più ha influito nella diminuzione della disoccupazione, restano quindi in secondo piano rispetto alla crescita dell’economia e alla crescita dell’occupazione».

«Votare per un altro candidato avrebbe significato il rischio di perdere tutto ciò. L’Argentina viene da un’incertezza molto grande seguita alla crisi del 2001. Un’incertezza che non si ebbe neppure con nessuna dittatura militare, perché almeno uno sa che cosa succederà in un modello dittatoriale, specialmente in campo economico (liberalismo, indiscriminata apertura del mercato, in un contesto di repressione politica). Il 2001 è stato un incendio assoluto, è stato la caduta del sistema monetario di parità col dollaro, e nessuno aveva idea di cosa sarebbe venuto dopo, né di come si sarebbe risolto».

Insomma, dopo lo shock del 2001 gli argentini hanno terrore di affrontare l’instabilità.

«Oggi lo shock è alle spalle ma continua a pesare molto nella coscienza dell’elettore. Pesa più l’eterna opzione che offrono i governanti: “o io o il caos”, tratto messianico classico della dirigenza argentina, piuttosto che la crescente concentrazione della ricchezza, l’aumento della forbice fra i più ricchi e i più poveri, l’accentuarsi della gestione straniera dell’economia, la corruzione e gli indici d’inflazione, per gravi che siano».

L’Argentina ha riavviato il processo di industrializzazione che un tempo la caratterizzava?

«Non c’è alcuna produzione nazionale oggi, eccetto l’agroalimentare, conseguenza della spoliazione concepita da Martínez de Hoz (José Alfredo Martínez de Hoz, detto Joe, ministro dell’economia durante la dittatura, ndr) e continuata in seguito. L’Argentina è tornata al modello di esportazione agraria anteriore al 1945, mentre il mondo va verso la rivoluzione biotecnologica. Non c’è una “retroalimentazione” del pil, ad esempio nel 1999 si vendette la compagnia statale partecipata YPF (Yacimentos Petrolíficos Fiscales) alla Repsol, compagnia petrolifera spagnola, raro caso in cui una compagnia più piccola ne acquista una più grande. La compagnia Barrick Gold (multinazionale di cui George Bush padre fu chief lobbyst, importante azionista e consulente onorario [2]) sfrutta i filoni di Veladero e Pascua Lama nella provincia di San Juan. Altre miniere importanti vengono sfruttate da imprese straniere. Il vero motore economico dell’America latina è il Brasile: non c’è confronto con l’Argentina, dove a crescere sono le imprese straniere e non quelle locali. E manca pure un dibattito popolare su ciò. L’Argentina cresce, sì, ma su che fronte cresce?».

Quali sono i tratti distintivi del kirchnerismo in politica estera?

«Un’analisi a freddo può mostrare che sebbene questo governo mantenga forti vincoli con le corporazioni europee e statunitensi, allo stesso tempo dimostra politiche di avvicinamento indipendente con Venezuela e Brasile, mentre l’opposizione voleva fondamentalmente allontanarsi da Hugo Chávez e avvicinarsi di più agli Usa, anche se non lo dicevano espressamente. Durante il decennio di Carlos Menem, e in seguito con Fernando De la Rúa, l’Argentina tenne una assurda politica di allineamento automatico con Washington, secondo il migliore stile del vostro Silvio Berlusconi. L’Argentina ha una forte dipendenza energetica che il Venezuela, con le sue riserve petrolifere, aiuta a risolvere. Quindi inimicarsi il governo di Chávez comporterebbe una crisi energetica: questo timore di Néstor Kirchner sembra rivelare la complicità del suo governo nel depauperamento petrolifero argentino».

Cristina Kirchner è stata una delle principali sostenitrici del progetto di Menem di privatizzare il petrolio e il gas. Quest’anno il governo di Kirchner ha esteso per altri due decenni la concessione del Golfo de San Jorge alla Pan American Energy. Il contratto fu firmato quando il prezzo del barile era a 20 dollari, e poco importa che ora sia a quasi 100 dollari».

«Al vertice latinoamericano di Santiago dello scorso novembre è emersa chiaramente l’ambiguità di Néstor e Cristina Kirchner in politica estera, giacché nonostante questa presunta alleanza indissolvibile con il Venezuela, quando il re Juan Carlos di Spagna ha ingiunto a Chávez di stare zitto, il governo argentino non ha fatto nessuna obiezione al monarca spagnolo che ha ripreso un presidente eletto. Se lo avesse fatto Zapatero, sarebbe rimasto nell’ambito di una discussione fra mandatari, invece a farlo è stato un monarca di una casa reale europea dalla quale tutta l’America Latina si è resa indipendente nel secolo XIX. Anziché esprimere biasimo, la coppia Kirchner ha invitato il re di Spagna alla residenza presidenziale. Il re Juan Carlos è proprietario di parte della Repsol e possiede pure azioni in tutte le principali compagnie spagnole che operano in Argentina. Ma queste ambiguità e contraddizioni vengono sempre lasciate da parte quando si può evitare l’incertezza, soprattutto quando in ambito macroeconomico gli indici sono positivi».

Quali sono le altre eredità significative del kirchnerismo?

«Néstor Kirchner ha migliorato molto la situazione del paese dopo la crisi del 2001, ma soprattutto durante la sua presidenza sono state cancellate le leggi infami che mettevano al di sopra della giustizia i membri della giunta militare colpevoli di genocidio [3].


Chi è

Gabriel Martin, storico, giornalista e fotografo, è nato a Buenos Aires nell’aprile del 1974. Figlio di una famiglia di militanti montoneros, nel 1977 sopravvisse al commando di patotas [4] che irruppe in casa sua e dopo averlo colpito in faccia con il calcio della mitragliatrice lo abbandonò, credendolo morto, prima di sequestrare i suoi genitori. Coi genitori il piccolo Gabriel si ricongiunse dopo una rocambolesca serie di passaggi fra vicine di casa e militanti montoneros che lo presero in cura.

Nel 1999 fondò la Agencia de Noticias Cadena Latinoamericana (ANCLA), attiva fino al 2005, che mise insieme giornalisti indipendenti di 13 paesi nelle Americhe, in Francia, Italia, Spagna, Germania, Olanda e Gran Bretagna. Dal 2002 è corrispondente da Buenos Aires per diversi organi di informazione in Svezia e nello stesso anno lancia l’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh (intitolata al grande scrittore militante vittima della dittatura militare) che un anno più tardi darà luogo al portale www.rodolfowalsh.org, e che pubblica materiale su diversi media argentini e su quotidiani e riviste in Messico, Venezuela, Colombia, Perù, Cile, Bolivia e Uruguay, oltre ad articoli tradotti in inglese in Canada e Stati Uniti, e riprodotti in Francia, Svezia e Germania.

È tra i fondatori di “Prólogo”, rivista di recupero della memoria politica e culturale del pensiero rivoluzionario delle figure della militanza argentina ed è autore dei primi due numeri su John William Cooke e Rodolfo Walsh.


Note

  1. Vedi: Diego Schurman, “Gúia práctica para entender la nebulosa del kirchnerismo” sul quotidiano Página/12 del 12 febbraio 2006.
  2. cfr: Anton Chaitkin “Inside story: the Bush gang and Barrick Gold Corporation”; Gail G. Billington: “Bush’s letter abets Barrick’s golddigging”; Mark Sonnenblick: “George Bush’s $10 billion giveaway to Barrick Gold”, originariamente pubblicati su Executive Intelligence Review nel gennaio 1997.
  3. Le leggi del “Punto Final” e della “Obediencia debida” furono promulgate dal presidente Raúl Alfonsín nel 1986 e nel 1987. La prima, promulgata il 23 dicembre 1986, fissava un termine di 30 giorni per depositare le accuse contro i militari per violazioni dei diritti umani. Prima che scadessero i termini fissati dalla legge del Punto Final, la Giustizia federale aveva rinviato a giudizio circa 500 militari. Crebbe così il malcontento fra i militari che sfociò nella rivolta “carapintada” durante la Settimana Santa del 1987. A seguito delle pressioni esercitate dai militari e della minaccia di un nuovo golpe, il governo di Raúl Alfonsín il 4 giugno 1987 promulgò la legge della “Obediencia debida” che sollevava i ranghi militari intermedi e inferiori, scagionando così la maggioranza di ufficiali e sottufficiali coinvolti nella repressione in quanto subordinati all’autorità superiore. Le due leggi furono finalmente dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema nel giugno del 2005.
  4. Le “patotas” erano i gruppi operativi, costituiti da membri dei vari corpi dell’esercito, che durante la dittatura militare erano addetti al sequestro. Mascherati ed armati, irrompevano nelle case urlando, sparando e malmenando i familiari.

(pubblicato su www.altravoce.net)

RAI, Radio1, Pianeta dimenticato, NON si fa complice dell’impunità in Argentina

Post aggiornato il 7 novembre 2007 La storia che leggerete qui sotto è la prima puntata di un episodio che testimonia come il giornalismo partecipativo può produrre migliore informazione e perfino riparare a guasti già prodotti. Quando i media tradizionali non sono in malafede, la sinergia tra questi e i media partecipativi rende un buon servizio all’informazione stessa alla verità, alla democrazia e alla giustizia. Da qui prosegue il post dello scorso primo novembre e sotto continua l’aggiornamento in positivo.


La trasmissione di stamane di Pianeta Dimenticato di Radio1 Rai, che per statuto dovrebbe preoccuparsi di fare emergere le tragedie del Sud del mondo a volte invece diventa porto delle nebbie. La trasmissione di stamane … Leggi tutto

Buenos Aires: il giorno di Cristina Fernández de Kirchner

645605_kircher1.1 Con quasi matematica certezza oggi Cristina Fernández de Kirchner, attualmente primera dama (“first lady” in italiano corrente), consorte dell’attuale presidente Nestor, sarà il prossimo presidente argentino, senza neanche passare dal ballottaggio.La porteranno alla Casa Rosada i poveri, le donne e l’enorme interno del paese, mentre i benestanti e le grandi città non la amano. Peronista da tutta la vita, militante della Gioventù Peronista (JP, che in quel partito e in quegli anni voleva dire la sinistra peronista) da prima di conoscere il marito all’Università de La Plata, Cristina è la prima donna eletta … Leggi tutto

Amarcord latinoamericano: i neoliberali vintage si ritrovano in Costa Rica

“L’America Latina si sta lasciando alle spalle il XXI secolo e sta camminando all’indietro”. Ad affermarlo, molto contrito, citando niente di meno che Paul Valery, è Julio María Sanguinetti. “Certo -si unisce nella preoccupazione Fernando Enrique Cardoso- l’intero continente oggi è vittima di pericolose utopie regressive”.

Ad applaudirli, tra gli altri, (nella foto in ordine dopo Cardoso), Álvaro Uribe, Óscar Arias, Julio María Sanguinetti stesso e Ricardo Lagos oltre ad altri dinosauri della politica come l’ex-capo del governo socialista spagnolo, Felipe González.

Uribe e Arias, sono gli unici due in servizio permanente effettivo. Uribe, presidente colombiano, è il … Leggi tutto

Soprattutto sorridere: Mc Donald’s condannata in Argentina per sfruttamento del lavoro

La Mc Donald’s di Buenos Aires faceva passare il pulire i bagni e sorridere ai clienti come apprendistato. Non contenta aveva denunciato i lavoratori per falsa testimonianza. Invece il giudice ha riconosciuto che si trattava di sfruttamento.

"Raccogliere ordini, preparare hamburger, pulire i bagni e sorridere -afferma la sentenza- soprattutto sorridere, non può essere considerato apprendistato ma sfruttamento". La durezza  dei termini usata dal tribunale argentino è insolita ma condanna in maniera incontrovertibile la multinazionale statunitense Mc Donald’s: "si trattava di una chiarissima forma di sfruttamento". Inoltre il tribunale ha assolto con formula piena … Leggi tutto

Commercio Sud-Sud: il gas all’Argentina è il carburante della nuova Bolivia di Evo Morales

Un gigantesco accordo commerciale è stato firmato ieri a Santa Cruz de la Sierra dal presidente boliviano Evo Morales e dal suo omologo argentino Nestor Kirchner. Nei prossimi venti anni l’Argentina acquisterà 17 miliardi di dollari di gas boliviano, il quintuplo di quanto ne acquistava finora e pagandolo a un prezzo equo e solidale del 43% in più. E’ un altro esempio di integrazione regionale latinoamericana e di come il commercio Sud-Sud cambia il mondo e sconfigge il colonialismo.

Per Evo Morales è un accordo strategico che lo leva dall’angolo nel quale si era trovato dopo gli scontri tra minatori statali e cooperativisti, ne rilancia immagine, azione politica e credibilità e allontana il golpismo strisciante dell’opposizione e delle multinazionali. Per Nestor Kirchner è un’alternativa di lungo periodo nella politica energetica del paese ed una scelta di campo nello schierarsi chiaramente a fianco di un governo amico in difficoltà e riconfermare la centralità delle imprese pubbliche latinoamericane in campo energetico.

Nei prossimi vent’anni la Bolivia arriverà a fornire 27,7 milioni di metri cubi di gas al giorno all’Argentina. Lo farà attraverso un accordo tra le imprese pubbliche dei due paesi, la YPFB boliviana e l’Enarsa argentina. Sono esattamente 20 milioni di metri cubi in più -oltre il quintuplo- rispetto a quanto l’Argentina acquistava … Leggi tutto