martedì 21 maggio 2013, 15:19

Gli articoli con tag: " Calcio "

Giampiero Amandola, Flavio Tosi e gli ultras, i razzisti non sono ragazzi

Per il pregiudicato sindaco di Verona Flavio Tosi, condannato in via definitiva per crimini legati al razzismo, i tifosi dell’Hellas Verona, che da decenni infangano l’Italia con i loro deliri discriminatori, sono dei “ragazzi”.

Si duole Tosi per i cori insultanti contro il giocatore del Livorno morto, ma allo stesso tempo giustifica la propaganda razzista e neofascista che da quella curva viene. Difende inoltre l’allenatore di quella squadra Mandorlini, un professionista ultracinquantenne, da anni impegnato nel gettare benzina sul fuoco dell’odio razziale intra-italiano. … Leggi tutto

Il minimo sindacale di Prandelli, feste, farina e forca

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Il calcio mi piace, lo seguo fin da bambino (mio nonno omonimo era abbonato del Napoli già nel campionato 1928-1929) e festeggio i gol, a volte con lo stesso entusiasmo che nei pomeriggi radiofonici domenicali faceva sobbalzare mia madre. Ieri sera ho gioito con i due Lucignolo italiani, Antonio Cassano e Mario Balotelli, ma ho anche gli occhi per aver visto un biscottificio italiano scadente battere con affanno l’ultima della classe.

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Il paese del biscotto

1980Il paese che adesso per giorni non saprà pensare ad altro che al biscotto (il presunto accordo tra altri per fregarlo) è il paese dove nessuna legge viene pensata per il bene comune ma sempre nell’interesse di alcuni contro l’interesse generale.

L’Italia è un paese che pensa male perché vive male e dell’accomodamento connivente ha fatto una prassi di vita.

E se pure fosse che Spagna e Croazia lunedì pareggiassero (e in tanti godrebbero del vittimismo conseguente per evitare di interrogarsi sui propri limiti ed errori), il calcio dei corrotti, il paese infetto, non merita di andare avanti.

Antonio Cassano e l’anti-omofobia ipocrita

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È particolamente repellente ed ipocrita che, in un paese che NON si scandalizza dell’omofobia delle proprie classi dirigenti, unico grande paese europeo a non essere riuscito a fare neanche uno straccio di unioni civili, né a considerare l’omofobia come un crimine (altrimenti i preti non potrebbero più invocare dall’altare le fiamme dell’inferno contro i froci) e dove il più grande partito di centro-sinistra tollera sacche di omofobia teocon al proprio interno, improvvisamente ci si scandalizzi a comando delle battute cretine di un ragazzotto ignorante come Antonio Cassano.

Luís Suárez e gli insulti razzisti

varelaEsemplare la squalifica di otto turni comminata per insulti razzisti al fortissimo attaccante uruguayano Luís Suárez in forza al Liverpool in Gran Bretagna. Meschino da parte sua cercare di girare la frittata dicendo che in Uruguay “negro” non è un insulto: vero, ma dipende dal contesto.

Dolorosissimo per chi riconosce nella società uruguayana un luogo del mondo che almeno da un secolo e ben più che in Europa il problema dei pregiudizi razziali si è posta. Penoso per chi ha visto sollevare la Coppa Rimet al Maracaná dal grande Obdulio Varela (foto), “el negro jefe”, del quale Suárez è indegno erede.

Venendo all’Italia sarebbe bello vedere un centravanti di grido trattato come un mentecatto (è quanto è meritatamente successo a Suárez in Inghilterra) per un insulto razzista e una partita davvero sospesa al primo coro o al primo “buuu”. Quel giorno sarà una buona notizia.

Fabio Pisacane, ragazzo dei Quartieri spagnoli

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Riporto questa storia dal sito di Antonello Perillo. Il pregiudizio, lo stereotipo, il cliché sono sempre l’anticamera del razzismo (gc).

Il calcio malato, specchio di un Paese regno di furbi e mezze tacche, non appartiene a Fabio Pisacane, ragazzo dai sentimenti sani e dai valori profondi: proprio come il suo collega del Gubbio Simone Farina, di cui oggi tutti parlano per aver aperto uno squarcio sull’inquietante fenomeno del calcio-scommesse. Un atleta simbolo, Pisacane, anche se finora non ha mai calcato i palcoscenici più prestigioso del dorato mondo pallonaro. Fiero della mia napoletanità, sono orgoglioso che questo giovanotto sia un figlio di Partenope, per giunta nato e cresciuto in quei Quartieri Spagnoli troppe volte ingiustamente etichettati come terra di nessuno o, peggio ancora, come covo di camorristi.

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Israel e l’aria di rigore

Occorre dare a Cesare, ciò che a Cesare si deve. Giorgio Israel, che non ritiene lesiva della sua dignità la collaborazione col ministro Gelmini, s’è offeso: gli hanno dato del “negazionista“. E’ accaduto anche a me e so che la parola può ferire profondamente. Mi auguro perciò con lui che “esistano ancora persone perbene capaci di tenersi alla larga da questo schifo“, ma prendo atto: abbiamo una diversa concezione dello “schifo” e non se l’abbia a male se civilmente gli ricordo che la vera saggezza insegna la prudenza e qualche volta è vero: “Chi ha colpa del suo mal pianga se stesso“. … Leggi tutto

Honduras: Parla il giornalista sequestrato e torturato

DA www.fabionews.info
Dell’Honduras non sappiamo piu’ nulla.. dopo la farsa delle elezioni che hanno “legittimato” di fatto il colpo di stato l’informazione mainstream non si occupoa piu’ del piccolo paese centroamericano.
Nonostante iol fatto che il presidente legittimo continui a essere “segregato” nell’ambasciata brasiliana, nonostanet la repressine continui in forme sempre piu’ “organizzate”, nonstante tutti i paesi latinoamericani “liberi dal controllo di washington” non riconoscano il risultato elettorale…
Per questo invito a diffondere 1uesti articoli e non lasciare solo il popolo hondureno che continua a resistere!
Ciao
Fabio

Da www.itanica.org

“Vogliono zittire la stampa indipendente e popolare”

Da un punto non precisato della regione centroamericana parla il giornalista che è stato sequestrato e torturato

Lo scorso 29 dicembre, César Silva, comunicatore sociale impegnato a raccontare la lotta del popolo honduregno contro il colpo di Stato, è stato sequestrato e selvaggiamente percosso e torturato da sconosciuti, che Silva assicura essere membri dell’esercito o della polizia. Secondo le varie organizzazioni dei diritti umani dell’Honduras, quanto accaduto a Silva fa parte di una strategia repressiva promossa dal governo di fatto usando il braccio armato delle forze militari del paese, per seminare il terrore tra la popolazione ed i mezzi di comunicazione che non si sono piegati alle forze golpiste.

César Silva, insieme a Edwin Renán Fajardo, il ragazzo di 22 anni assassinato lo scorso 22 dicembre, sono autori di un’infinità di audiovisivi che sono stati materiale imprescindibile per raccontare al mondo la tragedia del popolo honduregno dopo il 28 giugno e per organizzare attività formative e di coscientizzazione della Resistenza in numerosi quartieri e colonie della capitale e nel resto del paese.

Durante il suo sequestro è stato incappucciato e portato nella zona periferica di Tegucigalpa, dove è stato interrogato per tutto il giorno e la notte affinché desse informazioni su presunti depositi di armi della Resistenza nel paese. È stato selvaggiamente percosso e torturato, denudato e quasi soffocato e alla fine è stato liberato, quasi come è accaduto a Walter Tróchez, il difensore di diritti umani della comunità LGBT assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.

Sirel e la Lista Informativa “Nicaragua y más” si sono mobilitate verso un luogo imprecisato della regione centroamericana per riunirsi con César Silva, il quale, immediatamente dopo il suo sequestro e liberazione, ha deciso di ascoltare i consigli di amici ed amiche ed ha abbandonato il paese con la sua famiglia.

- Come è avvenuto il sequestro?
- Venivo dal sud del paese dove era andato per distribuire del materiale audiovisivo ad organizzazioni contadine e arrivando alla capitale sono sceso dall’autobus ed ho preso un taxi per andare a casa. Non potevo certo immaginare che avevano intercettato il mio cellulare e che stavano ascoltando le mie chiamate dove segnalavo i miei spostamenti.
Quando sono arrivato nella zona dell’anello periferico, una macchina si è accostata al taxi e le persone che stavano dentro hanno estratto la pistola, intimando al taxista di fermarsi.
Pensando ad una rapina ho detto loro di prendere pure la telecamera e il computer, ma la loro risposta è stata molto chiara: “Non è questa m… che c’interessa, siamo venuti a prendere te, figlio di p…”.
Mi hanno fatto salire sull’auto, hanno minacciato il tassista affinché si dimenticasse di quanto accaduto e sono partiti. Prima mi hanno obbligato a chinare la testa e metterla tra le mie gambe e quando non ce la facevo più, mi hanno colpito violentemente sul viso e mi hanno incappucciato. Dopo circa un’ora siamo arrivati in un casolare, credo in campagna, e mi hanno rinchiuso in una stanza completamente buia. Dopo circa due ore è iniziato l’interrogatorio.

- Che cosa è successo dopo?
- L’aggressività di chi m’interrogava cresceva con il passare dei minuti, benché ci fosse sempre uno dei sequestratori che fingeva di essere il buono della situazione. Mi domandavano dove fossero le armi, chi le faceva entrare nel paese, quante cellule armate comandavo e quali erano i miei contatti internazionali.
Io non capivo che cosa volessero da me e ripetevo loro che ero un giornalista e che non sapevo nulla delle armi. Hanno iniziato ad innervosirsi e a colpirmi sulla faccia, nello stomaco, sulla schiena e nei testicoli. Mi hanno spogliato e bagnato con acqua, poi mi hanno buttato per terra e mi hanno messo acqua delle narici. Infine mi hanno messo una sedia sulla trachea e ci si sono seduti. Stavo asfissiando.
Dai loro commenti era chiaro che sapevano perfettamente chi fossi ed hanno anche parlato del materiale audiovisivo e di Renán Fajardo.
Verso le tre del mattino hanno cercato di spaventarmi ancora di più ed a voce alta hanno iniziato a pianificare il mio omicidio. Alla fine hanno però detto che mi avrebbero liberato e che avevo un angelo custode che per il momento mi aveva protetto.
Mi hanno fatto salire sulla macchina, sempre incappucciato e dopo circa un’ora si sono fermati. Hanno aperto la porta e la persona che stava al mio fianco mi ha dato un calcio e mi ha buttato fuori dalla macchina. Poi sono ripartiti.
Mi sono alzato a fatica e sono corso al Cofadeh per denunciare l’accaduto.

- Ti sei chiesto il perché del tuo sequestro?
- Quando la repressione già non avviene durante le manifestazioni, iniziano le catture selettive. Nel mio caso, credo che il lavoro fatto con Renán durante la chiusura di Radio Globo e Cholusat Sud-Canale 36 abbia fatto piuttosto male ai golpisti, perché il nostro materiale arrivava in tutti gli angoli del paese e in un certo modo aiutava a rompere l’isolamento e la disinformazione che erano gli obiettivi del governo di fatto.
Producevamo materiale audiovisivo in cui facevamo vedere ciò che stava accadendo nel paese e che, ovviamente, nessun telegiornale o radio riportava. Raccontavamo la repressione, gli omicidi, la violenza e lo distribuivamo affinché la Resistenza l’usasse per informare la gente che non poteva ascoltare o vedere i mezzi di comunicazione che erano stati chiusi dai golpisti.
Alla fine abbiamo deciso di sospendere le proiezioni perché sono iniziate le perquisizioni nei quartieri e nelle colonie dove svolgevamo le attività. Molti leader della Resistenza che promuovevano queste attività sono stati assassinati.

- Perché credi che abbiano deciso di non ucciderti?
- Credo che non avessero ricevuto l’ordine di farlo, altrimenti non ci avrebbero pensato due volte. Ma soprattutto sono convinto che l’obiettivo fosse quello di usare il mio caso per seminare terrore tra i colleghi honduregni, che portano avanti un lavoro che arreca danni e dà fastidio ai golpisti. Il messaggio è per gli altri: se hanno potuto fare questo a me, lo possono fare in qualunque momento con qualsiasi altro giornalista. Ciò che vogliono è zittirci.
Quello che comunque mi preoccupa di più è che esiste una gran quantità di colleghi che si sono venduti per alcune monete ai poteri golpisti. Hanno venduto il sangue della gente per un lavoro.

- Perché hai deciso di abbandonare il paese?
- Dopo il mio sequestro sapevo che in qualunque momento potevano arrivare a casa mia ed assassinarmi.Gli organismi dei diritti umani e vari amici mi hanno inoltre detto che non volevano vedere sui giornali altre foto di vittime della dittatura e mi hanno consigliato di uscire dal paese per un po’ di tempo. Spero sia solo per un periodo, perché voglio tornare e continuare il mio lavoro.
Non ho paura, anche se devo essere più cauto per non rendere le cose troppo facili a questi assassini. Se mi vogliono ammazzare, che almeno facciano un po’ di fatica.

© (Testo e foto Giorgio Trucchi – Lista Informativa “Nicaragua y más” di Associazione Italia-Nicaragua – www.itanica.org )

“Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 2 – ultimo paragrafo – “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Nel gennaio 2009 l’allora direttore del TG1 Gianni Riotta, oggi al Sole 24 Ore, per attaccare dalle colonne de Il Corriere della Sera il giornalismo partecipativo citò addirittura il Vangelo di San Giovanni116: “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (Giovanni 3,19). Riecheggiando più che altro l’Apocalisse dello stesso San Giovanni, Riotta arrivò a sostenere che chi sceglie di informarsi attraverso i blog espone a un pericolo mortale i mass media e la democrazia stessa. Per uno dei maîtres à penser del giornalismo mainstream l’opinione pubblica è tale ed esiste solo se filtrata e orientata dai mass media, dai sacerdoti del grande giornalismo, ovvero da una cerchia ristretta, di cui lui stesso fa parte, in grado di garantire gli interessi degli sponsor e della politica partitica. Non esisterebbero dunque altre forme di sviluppo di un’opinione pubblica senza la concentrazione su poche voci deputate a pensare per tutti. Per Riotta gli autori dei blog, se riusciranno (ma è questo l’obiettivo?) a cancellare i mass media, cancelleranno l’opinione pubblica critica e di conseguenza la democrazia stessa.

Riotta, che continua a credere alla veridicità della provetta all’antrace esibita da Colin Powell all’assemblea dell’ONU nel 2003 per giustificare la guerra in Iraq, nonostante già a maggio del 2004 il New York Times abbia fatto ammenda per non aver verificato quella e altre menzogne117, sostiene che “nel caleidoscopio dei siti Internet [la verità] è deformata dallo specchio astuto degli specialisti della propaganda”. Se Riotta ha sicuramente ragione sul fatto che anche in Internet siano attivi professionisti della disinformazione e della propaganda, chi come lui ha governato l’informazione politica del servizio pubblico con la citata impudica logica del panino induce a citare un altro Vangelo, quello di Luca (6,41): “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”.

Secondo la logica tridentina di Gianni Riotta, uguale e contraria a quella di Hewitt che come vedremo di qui a poco non a caso parla del giornalismo partecipativo come di una “Riforma protestante”, solo attraverso i media mainstream e non attraverso i media partecipativi è possibile il dibattito critico, il confronto razionale, l’opinione pubblica, la democrazia. Concorda con lui a distanza Lucia Annunziata, ex-collega di Riotta a Il Manifesto e al Corriere della Sera ed ex-presidente della RAI, che il 15 gennaio 2009 nel corso di una polemica puntata di Anno Zero118, programma televisivo condotto da Michele Santoro su RAI2, affermò che “compito del giornalismo è orientare l’opinione pubblica”. Orientare, non informare.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Dunque proprio Internet rappresenta per i papaveri del giornalismo mainstream il pericolo di una rottura del controllo da parte di un’élite selezionata dell’informazione stessa. La posizione estremista di Riotta è molto diffusa, soprattutto tra i giornalisti più compromessi col potere, ma non è del tutto egemone. Più equilibrata è quella del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che, pur continuando a vedere la centralità del mainstream, non demonizza il giornalismo partecipativo al quale attribuisce anzi un ruolo sinergico destinato a crescere nel prossimo futuro119. In questo contesto il giornalista tradizionale può avere molteplici approcci. Il più regressivo consiste nella negazione o demonizzazione del fenomeno. Sentendosi criticato contrattacca. De Bortoli dà prova di un atteggiamento più positivo, conversazionale, intavolando un dialogo con i lettori/autori, ai quali fin dal 1995 Alberto Berretti e Vittorio Zambardino addossavano “un’inquietante identità ibrida”120. È un dialogo che comporta una propria personale crescita professionale e una rigenerazione partecipativa dei codici del giornalismo tradizionale121. In questo contesto vari paradigmi si modificano: se la verifica delle fonti resta una pietra miliare ineludibile, l’onestà intellettuale e la capacità di mettersi in gioco sembrano caratteristiche esaltate dell’incontro/scontro tra giornalisti tradizionali e lettori/autori che riescono a stabilire relazioni collaborative.

La posizione di de Bortoli, Berretti o Zambardino è più isolata rispetto a quella di Riotta. Lo confermò, tra gli altri, il massmediologo del Corriere della Sera Aldo Grasso quando, dalle pagine de Il Foglio122, disse pubblicamente quello che nei grandi giornali molti pensano. Ovvero che Internet è un incubo (tra l’altro) perché democratizza l’informazione annullando la verticalità e le gerarchie precostituite nelle Vie Solferino. Internet è un incubo perché permette un confronto (teoricamente) alla pari tra idee. Grasso afferma:

“Per millenni la comunicazione è stata verticale: una fonte da cui discendono i fiumi del sapere. L’archetipo è la Bibbia. La Rete fa saltare le gerarchie: il grande scrittore, il grande giornale, vale come il ragazzino che dice la sua, che fa un copia-incolla da un sito all’altro”.

Quello che a molti appare un processo positivo, e che si basa su meccanismi trasparenti di riconoscimento di autorità, per Aldo Grasso, che ritiene il suo punto di vista talmente autorevole da compararlo alla Bibbia, è considerato alla stregua di una catastrofe. Come se fosse un funzionario addetto alla censura della dittatura comunista cinese o un Lord vittoriano contrario al suffragio universale, nella stessa invettiva Grasso arriva a esigere da Google la cancellazione di tutti i blog dai motori di ricerca: “I blog ormai intasano la Rete, è più il tempo che perdi a buttar via le cose inutili prodotte dai blog che il resto. È puro inquinamento”.

Grasso vuole esser certo di poter trovare anche in Rete solo l’informazione prodotta da quelli che considera suoi pari perché, in quanto alfiere della superiorità del giornalismo mainstream e del rifiuto di quest’ultimo a confrontarsi con forme che considera inferiori, pretende di far sparire dalla propria vista tutta l’informazione non omologata e non paludata. È tutta quell’informazione che non discende dall’alto verso il volgo e che non è immediatamente controllabile facendo il solito giro di telefonate.

Quello di Aldo Grasso è solo l’intervento più noto in merito in Italia ma è allo stesso tempo rappresentativo di forme di autoritarismo mediatico largamente diffuse, che potrebbero presto trovare una consacrazione legislativa. Ma Grasso conosce il medium e sa perfettamente valutarne l’importanza. In altri casi il nervosismo dei giornalisti mainstream affonda nell’ignoranza del contesto. All’inizio del 2009 l’editorialista de Il Giornale Geminello Alvi123 lanciò una sorta di anatema contro i blog facendo proprie generalizzazioni, inesattezze e luoghi comuni speculari a quelli che dice di voler condannare:

“Quegli orrori che si chiamano blog sono un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici: luoghi precari insomma, dove la coscienza e l’essere desti sono sospesi. [...] A me invece paiono luoghi di frustrazione e sciatteria, nei quali bisognerebbe io credo vergognarsi di scrivere, e certo non inorgoglirsi di averli creati. Invece c’è tutto un culturame e persino il senso comune a elogiarli, a vedere in essi una forma superiore di informazione e democrazia. Ma quelli che valgono qualcosa sono pochi siti a pagamento nei quali si limitano o si cooptano i partecipanti. Gli altri, la maggioranza, invece amplificano solo dei luoghi comuni e non erudiscono in alcun modo. Infatti chi abbia un qualunque mestiere e lo sappia davvero lo vede subito: sui blog si parla di tutto, ma sapendo ben poco, e informando ancor meno. Il loro fine è in effetti un altro: assecondare qualche frasetta, alla quale l’insulto serve da sfogo e surroga svogliatamente pensieri assenti. E peggio ancora: si sente in questo mai firmarsi col suo vero nome di chi invia messaggi una caduta ulteriore. Sia chi sia, impiegato o signora snob, arrabbiati di destra o sinistra, studenti o professorini: tutti costoro scrivono al riparo dell’anonimato cose che mai si direbbero in faccia. Altra diseducazione. Internet diseduca anzitutto perché solo una persona ch’è già molto colta è in grado di orientarsi nella sua infinità di voci, ma allora non ne ha bisogno. [...] Insomma il blog non è da persone serie”.

Se il blog non è da persone serie sarebbe interessante interrogare Alvi, Grasso, Riotta e magari Lucia Annunziata sul perché, come abbiamo visto nel paragrafo “Un lettore nomade per una stampa in crisi”, la credibilità dei media mainstream sia caduta così in basso. È difficile sapere se Alvi o Riotta abbiano letto dell’impulso nichilista a bloggare del quale parla Geert Lovink nel suo Zero Comments124, ma è comprensibile che il giornalista vestale del proprio ruolo di mediatore unico tra notizia e pubblico veda criticamente tale allargamento della libertà d’espressione e del diritto di critica così come garantito dall’Articolo 21 della Costituzione italiana.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Massimo Mantellini, uno dei più attenti osservatori del giornalismo online nel paese, elenca molteplici casi di nervosi riduzionismi, diffidenze aperte, analisi antipatizzanti125. La realtà è che vent’anni fa il corrispondente del Corriere della Sera dal Brasile poteva scrivere qualunque cosa senza alcun controllo da parte dei lettori. Questi, se stavano in Brasile, non potevano sapere quello che scriveva il corrispondente del Corriere della Sera in Italia. Se invece si trovavano in Italia molto probabilmente non avevano altre fonti per verificare se affermasse o meno il falso. E quand’anche avessero reperito queste fonti, avrebbero potuto condividere le loro informazioni solo con una ristretta cerchia di conoscenti o tentare l’incerto cammino della “lettera al direttore”. Oggi uno, dieci, cento controllori, lettori informati, esperti, appassionati, possono fare le pulci al corrispondente dal Brasile del Corriere e svelarne ignavie, asservimenti, amnesie e manifeste manipolazioni. Se il corrispondente del Corriere dal Brasile afferma il falso o nega informazioni il suo Quarto potere trova oggi un Quinto che lo controlla.

Rispetto al fiorire di un giornalismo alternativo nel quale non esiste alcun sistema di cooptazione possibile, nessuna redazione che ti sceglie o rifiuta i pezzi, nessun ordine professionale né esame di stato e spesso nemmeno la necessità di far quadrare i conti, la reazione naturale del giornalismo ufficiale è trincerarsi. Anna Masera de La Stampa, citata da Mantellini, bolla: “Proliferano i diari online, sono uno status symbol, ma di fatto esprimono solo un inutile e noioso trionfo dell’io”. I diari adolescenziali online sono un calcio d’angolo nel quale si rifugia chi tenta di cancellare la realtà di centinaia di siti che fanno giornalismo in un contesto di differen- te interpretazione basato su un sistema orizzontale di valutazione dell’autorevolezza che coprono palesi buchi del giornalismo e sono letti nell’insieme da milioni di lettori.

Lo dimostrò il fatto che il blog del cooperante Vittorio Arrigoni126, probabilmente l’unico cittadino italiano residente a Gaza durante l’attacco israeliano del dicembre 2008-gennaio 2009, passò, secondo le rilevazioni di Blogbabel, da oltre il centesimo al primo posto tra quelli più letti in Italia superando anche vacche sacre del mezzo come Beppe Grillo. Ai media tradizionali, che non vollero o poterono “vedere per raccontare” Gaza, il pubblico degli inclusi rispetto al divario digitale dimostrò di essere perfettamente capace di orientarsi e rintracciare in rete informazione alternativa a quella negata o travisata dai media tradizionali. A un mainstream omologato o disattento il caso Arrigoni testimoniò che la mancanza di equilibrio dell’informazione tradizionale porta una quota consistente di pubblico a cercare un immediato riequilibrio nel giornalismo partecipativo. Quest’ultimo in quel momento prese il nome del cooperante italiano Vittorio Arrigoni ma prima e dopo ha preso e prenderà quello di un altro pulviscolo della nebulosa informativa in un sistema di attribuzione di autorevolezza continuamente in costruzione.

Nel giornalismo ufficiale un redattore del Corriere della Sera è più importante di uno del Corriere Adriatico. Tale gerarchia è sostanzialmente immutabile indipendentemente da chi dei due giornalisti sia più rigoroso, scriva cose più interessanti o sia professionalmente più capace. Nel mondo del giornalismo personale chiunque può scrivere e pubblicare, senza cooptazioni. Se qualcuno capita su un sito e lo ritiene interessante comincerà a linkarlo. Quante più persone linkeranno quel sito tante più occasioni di avere lettori si svilupperanno. È difficile affermare in buona fede che blog con varie migliaia di lettori al giorno per anni possano essere solo “un inutile e noioso trionfo dell’io”. Nella peggiore delle ipotesi tale “inutile e noioso trionfo dell’io” può applicarsi alla vanità di alcuni editorialisti dei grandi giornali, spesso imposti a vita ai lettori da sponsor politici ed economici. Ai lettori di blog invece nessuno impone nulla. Se smetterai di scrivere cose utili, interessanti, credibili, le persone smetteranno di leggerti e di linkarti rapidamente. Sic transit gloria blogging.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Forse è naturale che il giornalismo tradizionale veda come fumo negli occhi il giornalismo che fiorisce in Internet e che in questa sede definiamo “giornalismo partecipativo”. Forse è naturale che sia così visto che là fuori, nell’oceano mare di Internet, vi sono milioni di intelligenze, piene di quella curiosità per il mondo che ci circonda che dovrebbe essere alla base del mestiere giornalistico. Coscienze, soprattutto, libere di pensare con la propria testa. Sono intelligenze che spesso sperimentano per il gusto di sperimentare, che fanno ricerca pura laddove le testate commerciali non possono che fare ricerca applicata. E, come nella vita accademica, chi fa ricerca applicata spesso la svolge con risorse funzionali volte al raggiungimento di un beneficio economico a breve termine.

Sembra addirittura che la Rete, che quasi in ogni altro ambiente viene comunemente rappresentata come un mare di opportunità e di futuri sviluppi127, solo in parte già palesati nel trentennio appena trascorso, faccia porre agli editori una e una sola domanda: come può farmi risparmiare soldi? Risparmiare piuttosto che guadagnare. Risparmiare per esempio precarizzando e pagando sempre meno giornalisti sempre più flessibili e ricattabili, piuttosto che saper pensare un modello nuovo che nasca online ma che restituisca al giornalismo almeno parte della credibilità perduta. Perché questo è il punto: se la fiducia del pubblico nei media è crollata e sta crollando da ben prima di Internet, come testimoniano i dati analizzati in questo capitolo, non è colpa della maledizione tecnologica dell’invenzione della Rete ma anche del fatto che l’informazione si è piegata al modello non solo come garante di interessi economici ma anche come organizzazione del lavoro.

Con la pistola puntata dei bilanci ha ristrutturato tagliando dipendenti e facendo lavorare peggio i sopravvissuti. Ciò ha avuto contraccolpi gravi sulla qualità del prodotto giornalistico già di per sé omologato tra sempre meno fonti e sempre meno pilastro della vita democratica. Ciò ha innestato una spirale che abbiamo cercato di mostrare in tutto questo capitolo per la quale il giornalismo di minor qualità non conquista nuovo pubblico a minore scolarizzazione ma ne perde in tutte le fasce, comprese quelle che hanno sempre letto i giornali. Così, come sostengono tra gli altri Beha, Bergamini, Furio Colombo, il giornalismo rischia di divenire prescindibile. Alzi la mano chi tra i lettori forti non sta spostando sempre più le proprie abitudini di lettura dal cartaceo all’online e non viva sempre più stancamente il rituale del passare dal giornalaio la mattina.

Al momento il mondo dell’editoria e dei media tradizionali, con eccezioni nel campo dei servizi, si pensi al print on demand, nonostante sia sbarcato in Rete ormai da tre lustri (un tempo lungo o brevissimo?), è in grande misura ancora pensato per la comunicazione del XX secolo. Soprattutto per l’innovazione rappresentata da Internet spesso percepisce ancora di avere innanzitutto da perdere posizioni oligopolistiche prima di poterne guadagnare di nuove. La forza trainante dell’informazione del XX secolo allora, quella che spinge l’innovazione e il cambiamento, entrambi sia sul piano tecnologico che dei contenuti, è la diffusione di media nati e pensati in Rete e per la Rete, commerciali e non. La trasformazione di Internet stessa in una piattaforma, il cosiddetto Web 2.0, che però come vedremo nel prossimo capitolo è un’evoluzione di un imprinting già chiaro nella comunicazione digitale, le reti sociali (con la loro conversazione continua da Facebook a Twitter a Friendfeed) e il fenomeno, venuto per restare, dei media personali, spesso noti come blog ma che non sono riassumibili solo con questo termine. Liberi cittadini che hanno qualcosa da dire, che finalmente possono farlo in conflitto, competizione, sinergia con i media tradizionali. Che questi ultimi lo vogliano o no.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Elezioni in Cile: Il “cambio” vuol dire un Berlusconi cileno?

meo-show Domenica si vota per le elezioni presidenziali in Cile, anche se con ogni probabilità sarà necessario un ballottaggio. Nel paese dove più appare funzionante il modello neoliberale, ma non per questo l’ingiustizia sociale è scomparsa, Michelle Bachelet esce di scena con altissimi livelli di popolarità. Quattro candidati competono per sostituirla in un paese post-politico e parzialmente alieno dal contesto integrazionista del Continente. Favorita è la destra-destra di Sebastián Piñera, imprenditore senza scrupoli nella televisione, nel calcio, nelle carte di credito, nella compagnia aerea LanChile e in chissà quant’altro. Charmant o volgarissimo a seconda del punto di vista, secondo molti sarebbe l’epigono australe più riuscito di Silvio Berlusconi.

Questo propugna il cambio anche rispetto alla pallida socialdemocrazia della Concertazione (l’alleanza tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista), che governa da 20 anni e che ripresenta il bolso Eduardo Frei, il democristiano già presidente negli anni ’90. Senza speranze, se non di far bella figura, il candidato della sinistra Jorge Arrate. Da mesi la sorpresa si chiama Marco Enríquez-Ominami, figlio del leader del MIR Miguel, uscito dalla Concertazione per candidarsi. Si presenta come il nuovo che avanza, e il suo sogno è scalzare Frei dal ballottaggio e sfidare Piñera.

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Viaggio nel paese di White Christmas “I nostri figli hanno troppi amici neri”

di SANDRO DE RICCARDIS, La Repubblica

kkkCOCCAGLIO (Brescia) – Un anno fa, per John, il Bianco Natale è stato il concerto gospel nella parrocchia Santa Maria Nascente. È stato quelle lunghe notti di prove con i suoi amici del centro storico, ghanesi come lui, e coi senegalesi che arrivavano in chiesa dai condomini di via Castrezzato, gli unici palazzi in questo comune tutto ville e villette. “Un anno fa – dice ora John – il Bianco Natale era anche la mia festa. Io sono cristiano. Avevamo organizzato il concerto perché sappiamo che quel tipo di musica gli italiani la conoscono poco, la vedono solo in televisione”. Poi John smette di parlare. Affonda il mento nella sua sciarpa rossa, gialla e verde come la bandiera del suo paese. “Quest’anno invece ci dicono che a Natale dobbiamo andare via”.

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Costituzione, diritti inalienabili dell’uomo ed il disoccupato povero

Gli unici veri diritti gratuiti e garantiti in ogni tempo dalla Costituzione, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla società.

Non sono un avvocato ne’ un filosofo o un giornalista; sono solo un “nessuno buonuomo” e quel che segue è ridicolo basso sarcasmo.

“Aver diritto significa poter sempre avere gratis senza dover chiedere permesso a nessuno”.

Caro disoccupato povero “di lungo corso” o futuro disoccupato, questi sono i tuoi veri diritti sempre garantiti per i quali non si spende nulla:

COSTITUZIONE ITALIANA. http://www.governo.it/governo/costituzione/principi.html

Con riferimento agli articoli:

Art. 1, 4, 35, 36 e 37)
Hai diritto gratuito di lavorare gratis (ma se fai danni paghi lo stesso).
Lavorando gratis puoi riposarti quanto e quando vuoi.
Se insisti a fare il disoccupato sappi che le disoccupate povere hanno gli stessi diritti gratuiti dei disoccupati poveri. I disoccupati poveri hanno il diritto gratuito di non essere retribuiti, alla pari con le donne.
Ma non stare allegro, moralmente sei quantomeno colpevole e sei in una condizione socialmente riprovevole: il lavoro in Italia è soprattutto un dovere.
Hai il diritto gratuito di essere il sovrano di te stesso (forse).
Art.13 e 16)
Hai diritto gratuito di andare dove vuoi nei boschi isolati completamente nudo per non poter spendere,. È comunque consigliabile pagare per avere la carta d’identità senza la quale, se segnalato, puoi essere fermato per accertamenti e forse internato.
Per tornare o andare in città la foglia di fico non è più consentita.
Le mutande non sono un diritto gratuito garantito ma sono un obbligo per legge in luogo frequentato.
Se ti vesti con abiti donati dalla Caritas (che non sono un diritto) hai diritto a passeggiare gratis sul suolo pubblico (non aree militari) quanto le tue gambe ti consentono e anche con i tuoi amici ma meglio se pochi per volta.
Art. 14)
Hai diritto di abitare gratuitamente in una grotta del Demanio. È roba anche tua.
Non puoi però abbattere alberi per scaldarti: il verde è protetto.
Non si sa nemmeno se puoi mettere all’ingresso una chiusura in legno: il paesaggio è protetto.
Art. 15)
Hai diritto di parlare gratuitamente nell’orecchio degli amici (segretezza). Però non si sa se gli estranei ti permetteranno di avvicinarti tanto per mantenere questa riservatezza gratuita.
Qualcuno potrebbe anche allontanarti ritenendoti non educato.
Art. 17)
Hai diritto gratuito di riunirti a casa tua con tutti gli amici che vuoi e far chiasso entro gli orari del regolamento condominiale e comunque non dopo le ore 23.
Comunque meglio non far troppo chiasso se non si vuole essere evitati perché ritenuti maleducati.
Se vivi in una grotta demaniale, non si sa se si ha diritto gratuito di riunione senza permessi delle autorità: è luogo pubblico. Essendo grotta naturale potrebbero esserci motivi di sicurezza.
Art. 18)
Hai diritto gratuito di fare amicizia con chi te lo consente. Per essere certi che sia un diritto fai amicizia con un cane, loro non ti diranno mai di no.
Se abiti in una grotta demaniale la riunione con i tuoi amici potrebbe essere interpretata come segreta (luogo nascosto).
Attenti ai temperini degli scout, non portateli addosso o non lasciateli nella grotta.
Art. 21)
Hai diritto gratuito di pensare tutte le poesie che vuoi e declamartele a voce moderata davanti ad uno specchio a casa tua. Puoi anche provare a declamarle ai tuoi amici ma non è un diritto in quanto ci vuole il loro consenso. Potrebbero annoiarsi e non dirtelo per gentilezza.
Attento a cosa scrivi gratuitamente in Internet con un computer prestato a casa d’altri. Non ci mettere il tuo nome. Non è riconosciuto come diritto.
Ho letto la preghiera di una ragazza che chiedeva di cancellare la sua opinione con il suo nome perché l’intervento le era costato dei fastidi sul lavoro.
Le autorità potrebbero chiederti come ottieni il pane quotidiano che ti dà la forza di recitarti le tue poesie periodicamente.
Non dire mai parolacce.
Art. 22)
Hai diritto alla tua cittadinanza ma non gratuitamente, nessuno te la può togliere finchè non dai veramente fastidio. Stai tranquillo, siccome devi pagare anche la tua carta d’identità, senza che tu possa fare una lira, nessuno te la vorrà mai rubare.
Hai diritto al tuo nome. Stai tranquillo, siccome sei un povero nulla, nessuno vorrà essere scambiato per te.
Art. 24)
Hai diritto gratuito di evitare a tutti i costi di finire in giudizio con chicchessia.
La consulenza dell’avvocato non la passa lo Stato e non si sa mai come va a finire.
Art. 27)
Forse hai diritto a vivere gratuitamente in una grotta demaniale. Lo faresti volontariamente e non sarebbe ritenuto una pena comminata contraria al senso di umanità (?). Potrebbe essere considerata una rieducazione ai valori fondamentali della vita.
Hai diritto gratuito di non essere ucciso dallo Stato.
Però può capitare che la società ti faccia morire.
Art. 29, 30 e 31)
Hai diritto gratuito di masturbarti in privato (è una grande conquista dello Stato laico ma non lo far sapere perché fa brutta impressione. Ricorda: il povero ha solo la sua precaria dignità).
Il matrimonio non è un diritto in quanto bisogna chiedere il permesso del futuro coniuge.
Se proprio ti vuoi cacciare in un vicolo cieco puoi sposarti gratis ma non potrai fare figli perché sono un dovere e costosissimo.
Finchè sei bambino fai tenerezza e ti aiutano (se stai buono e obbedisci).
Art. 32)
Hai diritto gratuito di farti avvelenare dall’inquinamento dalla società che ci guadagna su (ma tu hai sempre pagato).
Se per le difficoltà, causate dalla società, impazzirai, avrai il diritto gratuito di essere internato e curato con le tasse indirette che pagasti.
Art. 33)
L’arte è libera. Hai diritto gratuito di fare tutti i disegni che vuoi sulla sabbia di qualunque spiaggia. È Demanio e non costa niente.
Se proprio vuoi spendere (ma non lo fare) hai diritto di fare tutti i disegni che vuoi con carta e matita ed hai diritto gratuito a regalarli a chi vuoi (non cercare di venderli perché è tempo perso e tutti i galleristi ti chiederanno soldi senza garantirti una sola vendita che puntualmente non avviene).
Hai diritto gratuito di cantare a bassa voce o fischiettare quel che vuoi ma non negli ospedali ed in chiesa.
La scienza è libera ma costa ed è per pochi. Non è per te.
Art. 34)
L’istruzione di base è un diritto gratuito ma bisogna spendere per andarci vestiti. Non puoi non andarci perché è un obbligo però i vestiti non sono un diritto.
Art. 38)
Hai il diritto gratuito di stare molto attento a non farti male.
Art. 39)
Hai il diritto gratuito di essere libero dai sindacati.
Art. 40)
Hai il diritto gratuito di scioperare quando e quanto ti pare senza nessun preavviso e senza nessun permesso.
Art. 41)
Hai il diritto gratuito di far da mangiare gratis per chiunque tu voglia invitare. È un utile fine sociale.
Art. 42)
Hai il diritto gratuito di abitare in una grotta del Demanio. Ti conviene.
Ho conosciuto un impiegato dello Stato, che abitava al confine elvetico, che in Italia non aveva quasi nulla. Tutto in Svizzera.
Art. 45)
Hai il diritto gratuito di farti da mangiare artigianalmente ed essere tutelato dallo Stato nella tua attività di cuoco in proprio. Lo Stato ti incoraggerà a chiacchiere a cucinare di più in modo da svilupparti il giro vita.
Art. 47)
Hai il diritto di pagare tutte le tasse indirette e le spese per gli adempimenti di legge che, non avendo nulla in cambio, aumenteranno molto il tutelatissimo “risparmio” dello Stato. Complimenti! Sei un eroe! Ti daranno la medaglia di stronzo (il bronzo è di troppo valore).
Art. 48)
Hai il diritto gratuito di andare a votare. Sei disoccupato e non hai niente da fare. È vicino e tanto per te non cambia niente. Perché non ci vai?
Art. 49)
Hai il diritto (non so se gratuito) di rivolgere petizioni alle Camere per rivendicare i tuoi diritti e necessità che sono quelle di tanti altri. Sei disoccupato e non hai niente da fare. Perché non lo fai? Tanto lo sanno già e fan finta di niente? Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire?
Art. 52)
Hai il diritto gratuito di perdere un anno di vita per, solitamente, imparare poco o nulla su come si difende la patria. Ancora non sai che la madre patria ti fregherà e ti cannibalizzerà per sostanziale diritto di legge che tu, sovrano imbecille, gli hai concesso. D’altronde è un dovere sacro come sacro è quell’osso dove ti darà un bel calcione lo Stato e la società.
Art. 53)
Hai il diritto gratuito di donare anche il sangue senza chiedere nulla in cambio. Sarai un doppio eroe! Ti daranno due medaglie di stronzo.
Art. 54)
Hai il diritto gratuito di essere come un cane anche se ti hanno già abbandonato sulla autostrada.
I cani hanno una legge che li protegge dall’abbandono, tu no.

Ora vengono i diritti gratuiti inalienabili dell’uomo garantiti che non stanno nella Costituzione.

1)
Diritti per sfamarti:
Hai diritto gratuito di cacciare le lepri nel periodo stabilito dalla legge correndogli dietro ed acchiappandole con le mani nel numero giornaliero massimo stabilito dalla legge. È Demanio, sono anche tue.
Puoi anche abbatterle tirandogli dei sassi. Attenzione però ad eventuali denunce per porto di armi improprie.
I gatti sono attualmente protetti dalla legge.
I topi si possono cacciare tutto l’anno. Suggerirono l’uso di grandi quantità di pepe per poterli mangiare. Il topo è caccia libera, non è neanche Demanio. È un tuo diritto gratuito (attento a non farti scoprire o avranno tutti schifo e ti eviteranno come la peste).
2)
Hai diritto gratuito di bere alle poche fontanelle pubbliche rimaste. Se sei in aperta campagna anche nei fossi.
3)
Hai diritto gratuito a respirare liberamente (in città a tuo rischio e pericolo).
4)
Hai il diritto gratuito di fare i tuoi bisogni nel bosco (in casa paghi la depurazione, in città hanno tolto tutti i vespasiani e nei bar se non consumi ti dicono che è rotto e comunque non è un diritto)
5)
Hai il diritto gratuito di guardarti intorno quanto e quando vuoi ma fuori delle aree militari.
6)
Hai il diritto gratuito di farti il bagno in un torrente. È Demanio.
7)
Hai il diritto gratuito di dormire quando e quanto vuoi. Non hai niente da fare (ma che non si sappia perché fa una bruttissima impressione e poi c’è il dovere al lavoro, vagabondo!).
8)
Hai il diritto gratuito di soffrire quando e quanto ti pare. Nessuno te lo impedirà.
9)
Hai diritto ma non gratuito di alcolizzarti per dimenticare. La droga è un crimine, l’ alcool no.
Da disoccupato schedato forse hai il diritto di avere gratuitamente (ma non è vero) la droga di Stato (psicofarmaci) per alleviarti le sofferenze che ti impone la società che lucra sulla tua esclusione, estorsione delle tasse indirette ed estinzione.
10)
Hai il diritto gratuito di morire di vecchiaia o malattia. È gratis perché nessuno potrà più farti pagare una lira per bruciarti. Ma di te non rimarrà nemmeno la cenere.

Poi ci sono quelli che sembrano diritti ma non lo sono.

1)
Non hai diritto di non fare nulla. La Repubblica è fondata sul lavoro ed è un dovere contribuire con il proprio lavoro anche se non ti vuole nessuno e non servi a nulla (cornuti e mazziati). Art. 23) Se non farai lavori socialmente utili anche se sei laureato, in un Italia dove il lavoro serve sempre meno, ti negheranno il sussidio e ti deruberanno estorcendoti le tasse indirette.
È loro diritto per legge e queste leggi esistono perché tu, sovrano imbecille, glielo hai permesso e sei stato troppo vigliacco per revocargli la concessione. Ormai hanno preso il sopravvento e ti hanno detronizzato. Anche per questo sei disoccupato.
Ricorda! Oggigiorno neanche la schiavitù è più economicamente conveniente ma nessuno te lo dirà mai chiaramente. Ormai ci sono le “macchine” ed i paesi poveri.
Il loro scopo è temporeggiare, tenendoti buono, fino alla tua morte possibilmente senza figli (ci sono le “macchine”, siamo in troppi).
Se poi hai ancora l’illusione che il lavoro sia un diritto leggiti , “flexicurity”che cita il Prof. Sandro Trento (http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/un_punto_delleconomia/una_flexicurity_anche_in_itali.php?notifica ). Si evince che senza la flexicurity sarebbe stato normale e niente di male che decine di migliaia di giovani restassero parcheggiati in disoccupazione per lunghi anni divorati dalle tasse indirette (ma è normale, legale e quindi lecitamente morale alla faccia della solidarietà o come diceva Trilussa: “solitarietà”).
Alla fine si capisce con tristezza che succede perché non c’è più la paura di Stalin con i suoi carri armati e missili ad un passo dal confine.
2)
La comunicazione (bisogno essenziale per l’essere umano) non è un diritto. Basta provare a rivolgere la parola a qualcuno scortato da guardie del corpo.
Comunque chi può dare una risposta, che ti salverebbe la vita, non te la darà. Non si svelano gli affarucci degli amichetti.
3)
L’uguaglianza non è un diritto e non è gratuita “non contendere con il giudice: il verdetto sarà sempre a suo favore”. Notizia di cronaca di un cittadino che per aver infastidito Sgarbi in pubblico è stato allontanato e verbalizzato dalla pubblica sicurezza che gli ha detto: “Devi capire che ti sei messo contro Sgarbi, che è stato onorevole e ministro”. Se è vero, all’uguaglianza non credono neanche quelli che sono stipendiati per farla osservare.
4)
La sicurezza non è un diritto gratuito. Lo sanno bene i senza tetto che ogni tanto vengono aggrediti.
5)
La legittima difesa in pratica non è un diritto e non è gratuita. Chi dorme all’aperto non può detenere armi.
6)
La supplica in ginocchio a mani giunte non è un diritto. A molte persone dà molto fastidio perché, la richiesta indebita di rinunciare a parte dei loro privilegi, li costringe a dire di no (che è una parola proibita dalle convenzioni). Non lo fare, rovinerai il loro diritto ad un agio perfetto e dopo ti eviteranno come la peste.
7)
Non hai diritto di separarti dalla società e dallo Stato che ti hanno fregato per tutta la vita.
Anche in questo siamo come ai tempi del Re assoluto in cui il popolo era roba sua. A quei tempi solo l’anima non era del Re (che però non era neanche del popolano ma era di Dio che in compenso era affidabile, buono e generoso nell’aldilà).
L’azionista di una S.p.A. può uscire dalla società che lo deruba dei suoi dividendi portandosi via il capitale con cui era entrato a farne parte. Tu no.
Se, imbrogliato, offeso, derubato e ormai senza figli, cercherai di separarti, non ti riconosceranno mai il tuo capitale societario: la tua parte di Demanio. Tu ed i tuoi avi la pagaste e la paghi e loro ci lucrano su.
Anche se affermano che è tua, non solo non te la restituiranno mai, caro ex sovrano imbecille, ma se insisterai, con tutta probabilità i subdoli usurpatori ti faranno internare.
E non basta. Se ti rifiuterai di pagare le tasse indirette (come! Tu sei il sovrano e devi pagare le tasse?)
adducendo il diniego al fatto che ne’ la società ne’ lo Stato usurpatore, che ti dovrebbe rappresentare, ti hanno mai dato nulla in cambio, ti manderanno l’incaricato dello Stato a pignorarti quello che ti rimane.
Se cercherai di difenderti per vie gerarchiche o legali non potrai perché ti accorgerai che non esistono leggi per te (comunque, come mi è già capitato, hanno sempre ragione loro e quando l’ingiustizia è palese cominciano a farti girare in tondo giocando allo scaricabarile: l’irresponsabilità dello statale).
Se poi farai giusta resistenza (giusta ma non legale, si sa come sono gli usurpatori), ti manderanno a prendere dai loro uomini armati (che ancora paghi tu, ex sovrano imbecille e vile) che utilizzano per difendere le loro ricchezze ed introiti dicendo a tutti di servirti.
Se poi farai giusta, ma non legale, resistenza fisica, oseranno violare la tua sovrana dignità mettendoti le loro manacce addosso dicendo oltretutto a tutti che tu, il loro sovrano, hai commesso un crimine resistendogli.
Se alla fine, come tutti i sovrani, cercherai di difenderti dall’aggressione della milizia dell’usurpatore con le armi, ti uccideranno senza rimorso (la maggioranza si attacca a qualunque alibi gli venga fornito pur di non sentirsi cattiva): il mensile del loro soldo viene dalle tue tasche (e solo dalle tasche di quelli come te, pensaci!) ma glielo danno i tuoi usurpatori e loro glielo possono revocare e tu no, caro ex sovrano imbecille. Oltretutto non ti sei mai accorto che gli usurpatori li facevano giurare indirettamente a loro e non a te.
Caro ex sovrano, la storia è antica e sempre uguale sia nel piccolo che nel grande: quando deleghi il potere a qualcuno e te ne vai via per troppo tempo, quello, piano piano zitto zitto, prenderà il tuo posto, come succedeva con gli antichi feudatari, e poi, se vorrai recuperare le tue prerogative, dovrai fargli la guerra. E la dovrai vincere perché chi perde la guerra ha sempre torto e paga i danni.
Per finire non ti sei accorto che gradatamente, prima con la scusa di un sequestro nel lontano 1956 poi con l’alibi degli anni di piombo, ti hanno ormai disarmato completamente. Per toglierti anche l’idea della difesa vogliono anche dichiarare certi giocattoli (softair) “armi depotenziate”.
Poi, fare la guerra per ristabilire i propri diritti, ma a chi?
La grande invenzione dell’epoca contemporanea: la sostanziale irresponsabilità, per un gioco di leggi, dei governi a tasche piene dei soldi dei loro sovrani traditi. E se, vittima di palesi ingiustizie, ti ribelli, per il solito gioco di leggi, il traditore risulti tu (che non hai mai giurato a nessuno) (nota bene: mentre la maggioranza della P.A. deve giurare a “qualcosa”, i tuoi usurpatori non hanno mai voluto giurare a niente e nessuno e tu non te ne sei mai accorto).
Alla fine per separarsi bisognerebbe fare come il nostro vecchio Re: andare a morire in esilio chissà dove.
Al nostro vecchio Re uscente hanno riconosciuto, dicono, dei rimborsi, a te, sovrano travicello, no di sicuro.
Un altro sputo in faccia.
Caro sovrano popolano disoccupato imbrogliato e derubato, sono sessant’anni che ti prendono in giro e ti hanno appeso alle spalle la coda dell’asino che sei ma di questo, ormai, ce ne siamo accorti tutti.

Fine!

Che fatica! Troppo lungo. Alla fine tutto viene a noia. Non valeva la pena, tanto si annoieranno anche quei due gatti che lo leggeranno a metà. Oggigiorno non c’è tempo da perdere. Le notizie vanno valutate e consumate a colpo d’occhio.
Ma tanto sono disoccupato senza moglie o fidanzata, senza figli, senza un futuro perché è troppo tardi e non ho niente da fare.

Concludendo:
Perché sono inalienabili i veri diritti gratuiti garantiti? Perché nessuno li vorrebbe per sé.
Ti concedono gratis solo quello che buttano via e non mostrarti troppo ansioso di raccoglierlo perché potrebbero anche pensare di vendertelo.

Adesso capisco il perché di una frase di un americano (con tutti i loro limiti) che sosteneva che la democrazia era un meraviglioso albero che però aveva bisogno di periodiche alimentazioni di sangue.

Quando a minare il futuro dei giovani è la legge

Zedan è di origine eritrea, viveva con la madre e una sorella in Sudan, terra di conflitti e di pulizie etniche, ed è sbarcato in Italia alla fine di agosto scorso. Ha 16 anni e mezzo ma a vederlo gliene daresti almeno due di meno.

Oggi vive in una comunità d’accoglienza per minori nel centro Italia, alle cui cure è stato affidato dai Servizi Sociali. Mi chiede se dopo l’intervista diventerà famoso. Mi fa sorridere. Ha un bel visino, non esattamente nero, appena più scuro di quello di un mulatto; e una cornice di riccioli perfetti. E’ visibilmente soddisfatto di ogni parola italiana che esce integra dalla sua bocca. Un miracolo, se solo pensa alle difficoltà di comunicazione di un mese fa.

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Corte Costituzionale 9 – Berlusconi 6

L’incipit, mi venga perdonato, è una nota personale.
Non seguo il calcio.
Non mi interesso di sport.
Quando vedo una partita in televisione cambio canale in modo automatico ed immediato, molto prima che il cervello elabori l’immagine.

Dunque nel corso della mia vita spesso sono venute a mancare quelle gioie legate al gol improvviso, all’improbabile ma splendida rimonta, al trionfo in un torneo.
Sempre restando sul tema delle gioie per delega ho sperato poco che tali momenti felici si sarebbero potuti trovare nelle elezioni politiche.
Non perchè io faccia parte del grande schieramento di coloro che non hanno fiducia nella politica… ma solo perchè chi vota Sinistra Critica non manca necessariamente della lucidità sufficiente per sapere che esito avrà la sua preferenza elettorale.

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Vittorio Feltri e una mandria di bufale

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Alessandro Gilioli

La prima patacca accertata è del 1990, ai tempi in cui Vittorio Feltri dirige “L’Europeo”: un’intervista sul rapimento Moro a tale Davide, “carabiniere infiltrato nelle Br” che avrebbe fatto irruzione nel covo di via Montenevoso.

E’ un racconto “esplosivo” su presunti memoriali e audio di Moro dalla prigionia, con tanto di dettagli erotici sui brigatisti Franco Bonisoli e Nadia Mantovani sorpresi nudi a letto. Peccato che sia tutto falso, dalla prima all’ultima riga, e il “Davide” in questione non esista neppure.

Nasce così, quasi vent’anni fa, il fenomeno Feltri: un misto di bufale (come quella su Alceste Campanile “assassinato da Lotta Continua”, mentre è stato ucciso da Avanguardia nazionale), rivalutazioni del fascismo (”Peccato che a scuola si continui a studiare la Resistenza”) e linguaggio da bar (vale per tutti il titolo sul calcio negli Usa: “Agli uomini piace, alle donne no, ma i negri non lo sopportano”, da cui si deduce che i “negri” non appartengono alla categoria né degli uomini né delle donne.

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