giovedì 02 settembre 2010, 17:41

Gli articoli con tag: " Brasile "

Diabetici greci senza insulina di ultima generazione

Sia la Reuters che il Telegraph informano che due grosse farmaceutiche danesi, Novo Nordisk, uno dei leader mondiali nelle insuline di nuova generazione e Leo Pharma, anticoagulanti e molto altro, hanno deciso di abbandonare il mercato greco.

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Antanas Mockus, un verde per la Colombia?

Chi è Antanas Mockus, il candidato verde in testa ai sondaggi per le imminenti elezioni colombiane? Riuscirà un filosofo di origine lituana, ex sindaco di Bogotà, a sbaragliare il regime uribista? Non vale troppo la pena dar retta ai sondaggi in Colombia ma a quattro settimane dal voto le inchieste demoscopiche lo affiancano o addirittura lo mettono in testa, davanti al candidato uribista Juan Manuel Santos, padrone dei media e in grado di decidere della vita e della morte di molti colombiani. Il 30 maggio, data del primo turno, sapremo se la Colombia è attesa dalla presidenza di quello che Guido Piccoli definisce “un Beppe Grillo creolo”.

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“Il Corriere della Sera”. Immagine della democrazia che muore (da “Fuoriregistro”)

L’11 marzo alla Commissione Cultura della Camera, l’on. Paola Frassinetti, ex “Fronte della Gioventù” oggi PdL, ha proposto una risoluzione che intende “arginare il fatto deplorevole che alcune associazioni si recano nelle scuole per raccontare una visione dei tragici fatti delle foibe in maniera totalmente travisata“. Non contenta, l’onorevole se l’è presa con “il recente libro dello sloveno (sic) Pirjevec, edito da Einaudi, e distribuito nelle scuole di Torino“. Il libro, ha sostenuto Frassinetti, “esprime giudizi gravi sugli avvenimenti storici riferiti alle foibe, non corrispondenti alla verità; esistono, infatti, negazionisti della vicenda“. Scomunica ufficiale, quindi, “come ha anche ricordato il sindaco di Roma“, e, a onor del vero, un errore c’è stato. Pirjevec è italiano come Alemanno e Frassinetti. Sorge allora un dubbio: fingerlo “sloveno” può farlo sembrar di parte e sminuirne la serietà di studioso? Ma non finisce qui: Frassinetti ha proposto anche l’istituzione, presso il Ministero dell’Istruzione, di un albo degli enti e degli studiosi “autorizzati a recarsi nelle scuole per ricordare i fatti accaduti“. La lista degli abilitati a parlare non s’è fatta, ma s’è deciso – all’unanimità! – che siano i presidi a valutare (?) la serietà e la serenità dei conferenzieri. … Leggi tutto

Il Brasile vince nella OMC: sanzioni contro gli Stati Uniti

lula1008_copy0 Alzando la bandiera dell’uguaglianza di condizioni commerciali il Brasile sconfigge gli Stati Uniti nell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) che stabilisce il pieno diritto di Brasilia ad applicare sanzioni commerciali contro gli Stati Uniti, rei da sempre di assistere indebitamente la propria industria e la propria agricoltura.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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Testimonianze dal lager di Corelli in sciopero della fame

A Corelli, dopo giorni di sciopero della fame i detenuti e le detenute cominciano ad essere debilitati ed indeboliti. Ad alcune ragazze del reparto trans sono state fatte flebo di liquidi; una è stata portata in ospedale. I detenuti hanno fatto la richiesta per esser pesati e controllati costantemente da personale medico, come è prassi durante ogni sciopero della fame, ma questo, nel centro di Corelli,  non avviene. Tuttavia, nonostante le difficoltà, i reclusi continuano con determinazione, supportati anche dalla solidarietà degli antirazzisti che continuamente portano acqua e succhi al centro e mantengono ininterrottamente i contatti. 

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È il presidente brasiliano Lula l’uomo dell’anno

lula2 Mentre si avvia all’ultimo anno della propria presidenza in Brasile piovono i riconoscimenti locali e mondiali sul presidente operaio (per davvero) Luiz Inácio da Silva detto Lula.

Il quotidiano francese “Le Monde” lo ha proclamato “uomo dell’anno”. Se “La Repubblica” se ne duole noi ci associamo e spieghiamo le nostre ragioni. Nonostante alcune mancanze come aver lasciato irrisolta la questione del latifondo, la sua era passerà alla storia davvero come una rivoluzione: quella dell’inclusione sociale.

Il primo gennaio 2010 il salario minimo in Brasile aumenterà nuovamente del 10%, il 5.5% in termini reali. Da quando Lula è presidente, ovvero dal 2003, i salari si sono rivalutati in termini reali del 53.5%. Ovvero un lavoratore che prima guadagnava 200 Euro e con l’inflazione pienamente sotto controllo e scontata nei nostri conti, oggi ne guadagna, sempre in termini reali, 307; e scusate se è poco.

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Messico giudicato colpevole di feminicidios e desapariciones

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“Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 2 – ultimo paragrafo – “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Nel gennaio 2009 l’allora direttore del TG1 Gianni Riotta, oggi al Sole 24 Ore, per attaccare dalle colonne de Il Corriere della Sera il giornalismo partecipativo citò addirittura il Vangelo di San Giovanni116: “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (Giovanni 3,19). Riecheggiando più che altro l’Apocalisse dello stesso San Giovanni, Riotta arrivò a sostenere che chi sceglie di informarsi attraverso i blog espone a un pericolo mortale i mass media e la democrazia stessa. Per uno dei maîtres à penser del giornalismo mainstream l’opinione pubblica è tale ed esiste solo se filtrata e orientata dai mass media, dai sacerdoti del grande giornalismo, ovvero da una cerchia ristretta, di cui lui stesso fa parte, in grado di garantire gli interessi degli sponsor e della politica partitica. Non esisterebbero dunque altre forme di sviluppo di un’opinione pubblica senza la concentrazione su poche voci deputate a pensare per tutti. Per Riotta gli autori dei blog, se riusciranno (ma è questo l’obiettivo?) a cancellare i mass media, cancelleranno l’opinione pubblica critica e di conseguenza la democrazia stessa.

Riotta, che continua a credere alla veridicità della provetta all’antrace esibita da Colin Powell all’assemblea dell’ONU nel 2003 per giustificare la guerra in Iraq, nonostante già a maggio del 2004 il New York Times abbia fatto ammenda per non aver verificato quella e altre menzogne117, sostiene che “nel caleidoscopio dei siti Internet [la verità] è deformata dallo specchio astuto degli specialisti della propaganda”. Se Riotta ha sicuramente ragione sul fatto che anche in Internet siano attivi professionisti della disinformazione e della propaganda, chi come lui ha governato l’informazione politica del servizio pubblico con la citata impudica logica del panino induce a citare un altro Vangelo, quello di Luca (6,41): “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”.

Secondo la logica tridentina di Gianni Riotta, uguale e contraria a quella di Hewitt che come vedremo di qui a poco non a caso parla del giornalismo partecipativo come di una “Riforma protestante”, solo attraverso i media mainstream e non attraverso i media partecipativi è possibile il dibattito critico, il confronto razionale, l’opinione pubblica, la democrazia. Concorda con lui a distanza Lucia Annunziata, ex-collega di Riotta a Il Manifesto e al Corriere della Sera ed ex-presidente della RAI, che il 15 gennaio 2009 nel corso di una polemica puntata di Anno Zero118, programma televisivo condotto da Michele Santoro su RAI2, affermò che “compito del giornalismo è orientare l’opinione pubblica”. Orientare, non informare.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Dunque proprio Internet rappresenta per i papaveri del giornalismo mainstream il pericolo di una rottura del controllo da parte di un’élite selezionata dell’informazione stessa. La posizione estremista di Riotta è molto diffusa, soprattutto tra i giornalisti più compromessi col potere, ma non è del tutto egemone. Più equilibrata è quella del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che, pur continuando a vedere la centralità del mainstream, non demonizza il giornalismo partecipativo al quale attribuisce anzi un ruolo sinergico destinato a crescere nel prossimo futuro119. In questo contesto il giornalista tradizionale può avere molteplici approcci. Il più regressivo consiste nella negazione o demonizzazione del fenomeno. Sentendosi criticato contrattacca. De Bortoli dà prova di un atteggiamento più positivo, conversazionale, intavolando un dialogo con i lettori/autori, ai quali fin dal 1995 Alberto Berretti e Vittorio Zambardino addossavano “un’inquietante identità ibrida”120. È un dialogo che comporta una propria personale crescita professionale e una rigenerazione partecipativa dei codici del giornalismo tradizionale121. In questo contesto vari paradigmi si modificano: se la verifica delle fonti resta una pietra miliare ineludibile, l’onestà intellettuale e la capacità di mettersi in gioco sembrano caratteristiche esaltate dell’incontro/scontro tra giornalisti tradizionali e lettori/autori che riescono a stabilire relazioni collaborative.

La posizione di de Bortoli, Berretti o Zambardino è più isolata rispetto a quella di Riotta. Lo confermò, tra gli altri, il massmediologo del Corriere della Sera Aldo Grasso quando, dalle pagine de Il Foglio122, disse pubblicamente quello che nei grandi giornali molti pensano. Ovvero che Internet è un incubo (tra l’altro) perché democratizza l’informazione annullando la verticalità e le gerarchie precostituite nelle Vie Solferino. Internet è un incubo perché permette un confronto (teoricamente) alla pari tra idee. Grasso afferma:

“Per millenni la comunicazione è stata verticale: una fonte da cui discendono i fiumi del sapere. L’archetipo è la Bibbia. La Rete fa saltare le gerarchie: il grande scrittore, il grande giornale, vale come il ragazzino che dice la sua, che fa un copia-incolla da un sito all’altro”.

Quello che a molti appare un processo positivo, e che si basa su meccanismi trasparenti di riconoscimento di autorità, per Aldo Grasso, che ritiene il suo punto di vista talmente autorevole da compararlo alla Bibbia, è considerato alla stregua di una catastrofe. Come se fosse un funzionario addetto alla censura della dittatura comunista cinese o un Lord vittoriano contrario al suffragio universale, nella stessa invettiva Grasso arriva a esigere da Google la cancellazione di tutti i blog dai motori di ricerca: “I blog ormai intasano la Rete, è più il tempo che perdi a buttar via le cose inutili prodotte dai blog che il resto. È puro inquinamento”.

Grasso vuole esser certo di poter trovare anche in Rete solo l’informazione prodotta da quelli che considera suoi pari perché, in quanto alfiere della superiorità del giornalismo mainstream e del rifiuto di quest’ultimo a confrontarsi con forme che considera inferiori, pretende di far sparire dalla propria vista tutta l’informazione non omologata e non paludata. È tutta quell’informazione che non discende dall’alto verso il volgo e che non è immediatamente controllabile facendo il solito giro di telefonate.

Quello di Aldo Grasso è solo l’intervento più noto in merito in Italia ma è allo stesso tempo rappresentativo di forme di autoritarismo mediatico largamente diffuse, che potrebbero presto trovare una consacrazione legislativa. Ma Grasso conosce il medium e sa perfettamente valutarne l’importanza. In altri casi il nervosismo dei giornalisti mainstream affonda nell’ignoranza del contesto. All’inizio del 2009 l’editorialista de Il Giornale Geminello Alvi123 lanciò una sorta di anatema contro i blog facendo proprie generalizzazioni, inesattezze e luoghi comuni speculari a quelli che dice di voler condannare:

“Quegli orrori che si chiamano blog sono un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici: luoghi precari insomma, dove la coscienza e l’essere desti sono sospesi. [...] A me invece paiono luoghi di frustrazione e sciatteria, nei quali bisognerebbe io credo vergognarsi di scrivere, e certo non inorgoglirsi di averli creati. Invece c’è tutto un culturame e persino il senso comune a elogiarli, a vedere in essi una forma superiore di informazione e democrazia. Ma quelli che valgono qualcosa sono pochi siti a pagamento nei quali si limitano o si cooptano i partecipanti. Gli altri, la maggioranza, invece amplificano solo dei luoghi comuni e non erudiscono in alcun modo. Infatti chi abbia un qualunque mestiere e lo sappia davvero lo vede subito: sui blog si parla di tutto, ma sapendo ben poco, e informando ancor meno. Il loro fine è in effetti un altro: assecondare qualche frasetta, alla quale l’insulto serve da sfogo e surroga svogliatamente pensieri assenti. E peggio ancora: si sente in questo mai firmarsi col suo vero nome di chi invia messaggi una caduta ulteriore. Sia chi sia, impiegato o signora snob, arrabbiati di destra o sinistra, studenti o professorini: tutti costoro scrivono al riparo dell’anonimato cose che mai si direbbero in faccia. Altra diseducazione. Internet diseduca anzitutto perché solo una persona ch’è già molto colta è in grado di orientarsi nella sua infinità di voci, ma allora non ne ha bisogno. [...] Insomma il blog non è da persone serie”.

Se il blog non è da persone serie sarebbe interessante interrogare Alvi, Grasso, Riotta e magari Lucia Annunziata sul perché, come abbiamo visto nel paragrafo “Un lettore nomade per una stampa in crisi”, la credibilità dei media mainstream sia caduta così in basso. È difficile sapere se Alvi o Riotta abbiano letto dell’impulso nichilista a bloggare del quale parla Geert Lovink nel suo Zero Comments124, ma è comprensibile che il giornalista vestale del proprio ruolo di mediatore unico tra notizia e pubblico veda criticamente tale allargamento della libertà d’espressione e del diritto di critica così come garantito dall’Articolo 21 della Costituzione italiana.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Massimo Mantellini, uno dei più attenti osservatori del giornalismo online nel paese, elenca molteplici casi di nervosi riduzionismi, diffidenze aperte, analisi antipatizzanti125. La realtà è che vent’anni fa il corrispondente del Corriere della Sera dal Brasile poteva scrivere qualunque cosa senza alcun controllo da parte dei lettori. Questi, se stavano in Brasile, non potevano sapere quello che scriveva il corrispondente del Corriere della Sera in Italia. Se invece si trovavano in Italia molto probabilmente non avevano altre fonti per verificare se affermasse o meno il falso. E quand’anche avessero reperito queste fonti, avrebbero potuto condividere le loro informazioni solo con una ristretta cerchia di conoscenti o tentare l’incerto cammino della “lettera al direttore”. Oggi uno, dieci, cento controllori, lettori informati, esperti, appassionati, possono fare le pulci al corrispondente dal Brasile del Corriere e svelarne ignavie, asservimenti, amnesie e manifeste manipolazioni. Se il corrispondente del Corriere dal Brasile afferma il falso o nega informazioni il suo Quarto potere trova oggi un Quinto che lo controlla.

Rispetto al fiorire di un giornalismo alternativo nel quale non esiste alcun sistema di cooptazione possibile, nessuna redazione che ti sceglie o rifiuta i pezzi, nessun ordine professionale né esame di stato e spesso nemmeno la necessità di far quadrare i conti, la reazione naturale del giornalismo ufficiale è trincerarsi. Anna Masera de La Stampa, citata da Mantellini, bolla: “Proliferano i diari online, sono uno status symbol, ma di fatto esprimono solo un inutile e noioso trionfo dell’io”. I diari adolescenziali online sono un calcio d’angolo nel quale si rifugia chi tenta di cancellare la realtà di centinaia di siti che fanno giornalismo in un contesto di differen- te interpretazione basato su un sistema orizzontale di valutazione dell’autorevolezza che coprono palesi buchi del giornalismo e sono letti nell’insieme da milioni di lettori.

Lo dimostrò il fatto che il blog del cooperante Vittorio Arrigoni126, probabilmente l’unico cittadino italiano residente a Gaza durante l’attacco israeliano del dicembre 2008-gennaio 2009, passò, secondo le rilevazioni di Blogbabel, da oltre il centesimo al primo posto tra quelli più letti in Italia superando anche vacche sacre del mezzo come Beppe Grillo. Ai media tradizionali, che non vollero o poterono “vedere per raccontare” Gaza, il pubblico degli inclusi rispetto al divario digitale dimostrò di essere perfettamente capace di orientarsi e rintracciare in rete informazione alternativa a quella negata o travisata dai media tradizionali. A un mainstream omologato o disattento il caso Arrigoni testimoniò che la mancanza di equilibrio dell’informazione tradizionale porta una quota consistente di pubblico a cercare un immediato riequilibrio nel giornalismo partecipativo. Quest’ultimo in quel momento prese il nome del cooperante italiano Vittorio Arrigoni ma prima e dopo ha preso e prenderà quello di un altro pulviscolo della nebulosa informativa in un sistema di attribuzione di autorevolezza continuamente in costruzione.

Nel giornalismo ufficiale un redattore del Corriere della Sera è più importante di uno del Corriere Adriatico. Tale gerarchia è sostanzialmente immutabile indipendentemente da chi dei due giornalisti sia più rigoroso, scriva cose più interessanti o sia professionalmente più capace. Nel mondo del giornalismo personale chiunque può scrivere e pubblicare, senza cooptazioni. Se qualcuno capita su un sito e lo ritiene interessante comincerà a linkarlo. Quante più persone linkeranno quel sito tante più occasioni di avere lettori si svilupperanno. È difficile affermare in buona fede che blog con varie migliaia di lettori al giorno per anni possano essere solo “un inutile e noioso trionfo dell’io”. Nella peggiore delle ipotesi tale “inutile e noioso trionfo dell’io” può applicarsi alla vanità di alcuni editorialisti dei grandi giornali, spesso imposti a vita ai lettori da sponsor politici ed economici. Ai lettori di blog invece nessuno impone nulla. Se smetterai di scrivere cose utili, interessanti, credibili, le persone smetteranno di leggerti e di linkarti rapidamente. Sic transit gloria blogging.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Forse è naturale che il giornalismo tradizionale veda come fumo negli occhi il giornalismo che fiorisce in Internet e che in questa sede definiamo “giornalismo partecipativo”. Forse è naturale che sia così visto che là fuori, nell’oceano mare di Internet, vi sono milioni di intelligenze, piene di quella curiosità per il mondo che ci circonda che dovrebbe essere alla base del mestiere giornalistico. Coscienze, soprattutto, libere di pensare con la propria testa. Sono intelligenze che spesso sperimentano per il gusto di sperimentare, che fanno ricerca pura laddove le testate commerciali non possono che fare ricerca applicata. E, come nella vita accademica, chi fa ricerca applicata spesso la svolge con risorse funzionali volte al raggiungimento di un beneficio economico a breve termine.

Sembra addirittura che la Rete, che quasi in ogni altro ambiente viene comunemente rappresentata come un mare di opportunità e di futuri sviluppi127, solo in parte già palesati nel trentennio appena trascorso, faccia porre agli editori una e una sola domanda: come può farmi risparmiare soldi? Risparmiare piuttosto che guadagnare. Risparmiare per esempio precarizzando e pagando sempre meno giornalisti sempre più flessibili e ricattabili, piuttosto che saper pensare un modello nuovo che nasca online ma che restituisca al giornalismo almeno parte della credibilità perduta. Perché questo è il punto: se la fiducia del pubblico nei media è crollata e sta crollando da ben prima di Internet, come testimoniano i dati analizzati in questo capitolo, non è colpa della maledizione tecnologica dell’invenzione della Rete ma anche del fatto che l’informazione si è piegata al modello non solo come garante di interessi economici ma anche come organizzazione del lavoro.

Con la pistola puntata dei bilanci ha ristrutturato tagliando dipendenti e facendo lavorare peggio i sopravvissuti. Ciò ha avuto contraccolpi gravi sulla qualità del prodotto giornalistico già di per sé omologato tra sempre meno fonti e sempre meno pilastro della vita democratica. Ciò ha innestato una spirale che abbiamo cercato di mostrare in tutto questo capitolo per la quale il giornalismo di minor qualità non conquista nuovo pubblico a minore scolarizzazione ma ne perde in tutte le fasce, comprese quelle che hanno sempre letto i giornali. Così, come sostengono tra gli altri Beha, Bergamini, Furio Colombo, il giornalismo rischia di divenire prescindibile. Alzi la mano chi tra i lettori forti non sta spostando sempre più le proprie abitudini di lettura dal cartaceo all’online e non viva sempre più stancamente il rituale del passare dal giornalaio la mattina.

Al momento il mondo dell’editoria e dei media tradizionali, con eccezioni nel campo dei servizi, si pensi al print on demand, nonostante sia sbarcato in Rete ormai da tre lustri (un tempo lungo o brevissimo?), è in grande misura ancora pensato per la comunicazione del XX secolo. Soprattutto per l’innovazione rappresentata da Internet spesso percepisce ancora di avere innanzitutto da perdere posizioni oligopolistiche prima di poterne guadagnare di nuove. La forza trainante dell’informazione del XX secolo allora, quella che spinge l’innovazione e il cambiamento, entrambi sia sul piano tecnologico che dei contenuti, è la diffusione di media nati e pensati in Rete e per la Rete, commerciali e non. La trasformazione di Internet stessa in una piattaforma, il cosiddetto Web 2.0, che però come vedremo nel prossimo capitolo è un’evoluzione di un imprinting già chiaro nella comunicazione digitale, le reti sociali (con la loro conversazione continua da Facebook a Twitter a Friendfeed) e il fenomeno, venuto per restare, dei media personali, spesso noti come blog ma che non sono riassumibili solo con questo termine. Liberi cittadini che hanno qualcosa da dire, che finalmente possono farlo in conflitto, competizione, sinergia con i media tradizionali. Che questi ultimi lo vogliano o no.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Uruguay, America latina: Pepe Mujica presidente, “il mondo alla rovescia”

pepe Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura fondomonetarista, per nove anni rinchiuso in un pozzo e torturato continuamente, è il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay. Ha ottenuto il 51,9% dei voti, superando il 50.4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa. Il suo rivale, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42.9% dei voti.

E’ uno scarto di nove punti, superiore a tutte le aspettative e, con un’affluenza alle urne superiore al 90% in uno dei paesi dal più alto senso civico al mondo, conferma che quella del presunto rifiuto per la figura popolana e popolare e dal passato guerrigliero di Mujica era una menzogna cucinata e venduta a basso costo dal complesso disinformativo-industriale di massa.

Il trionfo di Mujica (nella foto incredibilmente in giacca, ma senza cravatta) è espressione di quello che negli anni del Concilio Vaticano II si sarebbe definito “segno dei tempi”. Come ha detto lo stesso dirigente politico tupamaro, emozionatissimo nel suo primo discorso sotto la pioggia battente a decine di migliaia di orientali che hanno festeggiato con i colori del Frente Amplio, quello che lo porta alla presidenza è proprio “un mondo alla rovescia”.

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La farsa elettorale in Honduras

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La geografia delle basi statunitensi in America latina

A che servono e chi minacciano le basi militari statunitensi in America latina? Il tema è caldo nella regione per la forte opposizione politica dei paesi integrazionisti, con Brasile in testa e Venezuela, che mantiene un forte contenzioso con la Colombia in merito, in primo piano. Ma Barack Obama, per una che ne chiude a Manta in Ecuador, rispettando la sovranità di quel paese, otto ne apre tra Panama e Colombia.

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Messico violento o Messico lindo y querido? Alcune verità su violenza e narcotraffico

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La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderón, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero. … Leggi tutto

Tristi saluti dall’Italia caro Claude Levi-Strauss

http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/11/nambikwarasleepclevistrauss1994-full.jpg

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