Thursday 09 February 2012, 05:23

Gli articoli con tag: " bipolarismo "

La prossima lega a cinque stelle, le divisioni di Vendola e il bipolarismo che cade a pezzi

Tutti i commentatori si soffermano soprattutto sul trionfo della Lega Nord, ma la prima cosa che appare evidente è che media e politici mistifichino su alcuni fatti ineludibili: il bipolarismo esce massacrato e la lista cinque stelle di Beppe Grillo diventa un soggetto con il quale il centro-sinistra dovrà fare i conti.

La sinistra radicale riesce ad esprimere in Vendola un leader nazionale proprio quando diventa residuale elettoralmente continuando per la terza volta consecutiva a stare ben sotto il quorum per le politiche.

Lo conferma anche il dato marchigiano dove l’ottimo Massimo Rossi sembra prendere almeno il 20% in più della vecchia (mezza) coalizione arcobaleno che lo appoggiava. Massimo D’Alema con Vendola ha sbagliato per la cinquecentesima volta (e per la cinquecentounesima non farà autocritica) e non è sostenibile una Conventio ad excludendum contro Vendola (o contro di Pietro) ma è onesto dire che ben difficilmente un Vendola (quasi) senza partito potrà essere il salvatore della patria nel 2013.

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Elezioni in Cile: Il “cambio” vuol dire un Berlusconi cileno?

meo-show Domenica si vota per le elezioni presidenziali in Cile, anche se con ogni probabilità sarà necessario un ballottaggio. Nel paese dove più appare funzionante il modello neoliberale, ma non per questo l’ingiustizia sociale è scomparsa, Michelle Bachelet esce di scena con altissimi livelli di popolarità. Quattro candidati competono per sostituirla in un paese post-politico e parzialmente alieno dal contesto integrazionista del Continente. Favorita è la destra-destra di Sebastián Piñera, imprenditore senza scrupoli nella televisione, nel calcio, nelle carte di credito, nella compagnia aerea LanChile e in chissà quant’altro. Charmant o volgarissimo a seconda del punto di vista, secondo molti sarebbe l’epigono australe più riuscito di Silvio Berlusconi.

Questo propugna il cambio anche rispetto alla pallida socialdemocrazia della Concertazione (l’alleanza tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista), che governa da 20 anni e che ripresenta il bolso Eduardo Frei, il democristiano già presidente negli anni ’90. Senza speranze, se non di far bella figura, il candidato della sinistra Jorge Arrate. Da mesi la sorpresa si chiama Marco Enríquez-Ominami, figlio del leader del MIR Miguel, uscito dalla Concertazione per candidarsi. Si presenta come il nuovo che avanza, e il suo sogno è scalzare Frei dal ballottaggio e sfidare Piñera.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

Arfè. La morte non spegne un pensiero fecondo

Spesso, nell’imbarbarimento di quest’anno terribile per la democrazia, mi sono tornati in mente Arfè e le nostre ultime conversazioni nel suo studio.

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19 Settembre 2009: quale manifestazione ci aspetta?

E’ assolutamente fuori discussione che nel nostro Paese esistano grandi problematiche legate all’informazione o, per essere più precisi, alla disinformazione e all’omologazione del ventennio berlusconiano.

Prendendo in considerazione questo primo e fondamentale elemento, scendere in piazza domenica 19 Settembre (Piazza del Popolo a Roma, dalle ore 16), per partecipare alla manifestazione lancia dalla FNSI in difesa della "libertà di stampa", dovrebbe essere una conseguenza logica e naturale.

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Lettera aperta: costruiamo insieme un’altra Italia.

"[Questa lettera è tratta da un dibattito sviluppatosi sul sito del “Giornalismo Partecipativo” www.gennarocarotenuto.it].

Siamo uomini e donne che credono nell’altra Italia.

Quell’Italia onesta che lavora, che resiste, che vuole costruire un Paese migliore. Quell’Italia che negli ultimi tempi è stata fin troppo oscurata dall’Italia dei padroni e dei padroncini, dei furbetti del quartierino, degli speculatori, dell’ipocrisia dei benpensanti e dei figli di papà, degli evasori che dichiarano quanto un operaio e tengono lo yacht in porto, dei raccomandati e dei raccomandanti, dei corruttori e dei corrotti.

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Rutelli trama, la Bindi lo tana

"Rutelli sia leale, basta ambiguità"

Bindi all’attacco: se il Pd non lo convince tragga le conseguenze

FEDERICO GEREMICCA

L’idea del punto al quale potrebbe giungere la situazione, Rosy Bindi prova a darla con una battuta: «Ma sì, forse quel soprannome si può rispolverare. Aveva cominciato a darmi un po’ fastidio, ma dati i tempi…». Il soprannome è quello che la rese famosa durante la battaglia per il rinnovamento della Dc: la pasionaria. E dunque, rieccola sulle barricate. Con messaggi netti e chiari, come al tempo che fu.
Per Franceschini, al quale dice che «con certe polemiche distruttive e false, su faccende tipo i vecchi, il ritorno al passato e il tesseramento, si scivola nel dipietrismo, nel grillismo»; per Ignazio Marino e le sue misteriose dimissioni dall’Università di Pittsburgh e dall’Ismett di Palermo per le quali «spero che chiarisca e che chiarisca anche a me, visto che da ministro della Sanità accompagnai la nascita dell’Istituto»; e per Rutelli, che dice di non essere contento e di temere un Pd «partito di sinistra»: «Deve mettersi in testa che il Pd non può che essere un partito nel quale si riconosca anche la sinistra. Altrimenti…».

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Un chilo di violenze, qualche etto di stupri

Il ministero per le pari opportunità, quello dell’invisibile ministra carfagna, pare abbia promosso una campagna contro le mutilazioni genitali femminili. Potete vederla in televisione, tra una affermazione eversiva del presidente del consiglio e uno sputo a donne e migranti da parte di qualcheduno della lega. La pubblicità di per se’ non è male. C’e’ una bambina allegra, etnica di capelli e di pelle, che gioca e a margine una voce che racconta di queste mutilazioni genitali femminili. Orribili, senza dubbio. Concludono le simpatiche voci di due adulti, un uomo e una donna, etnici anche loro, che affermano di scegliere di far vivere la figlia in modo migliore.

Tutto giusto se non fosse che la campagna, che immagino sia rivolta a persone di paesi stranieri che vivono in italia, forse – anche come segno di rispetto e volontà di integrazione – doveva essere diffusa con un testo scritto anche in altre lingue. Quelle delle persone alle quali ci si rivolge, per esempio. Invece si può ascoltare in italiano, leggere soltanto in italiano peraltro in modalità traballante per effetto della grafica voluta un po’ vivace e scoppiettante.

L’altra questione che penso valga la pena sottolineare si riferisce al fatto che la campagna, guidata dalla mente del ministero ovvero il capo dipartimento Isabella Rauti, figliola di Pino Rauti (quello di Ordine Nuovo, e vale la pena segnalare che non si può usare Wikipedia come fonte perchè è stata presa d’assalto dai fascisti che hanno piazzato link a forza nuova e ad altre risorse simili un po’ dappertutto) e moglie di Alemanno, è forse l’unica iniziativa delle pari opportunità non a caso diretta a evidenziare i livelli di inciviltà di culture diverse dalle nostre.

Ricordo che la ministra carfagna non ha voluto celebrare la giornata contro l’omofobia, ha negato le violenze in famiglia delle donne italiane e ha legittimato il ministro tremonti mentre sottraeva risorse ai centri antiviolenza.

L’unica violenza che la ministra e la Rauti si sentono dunque di condannare è quella che fanno persone di culture diverse. Delle nostre si occupano gli uomini del branco governativo che per un motivo o per un altro le tirano fuori solo per motivare la approvazione del pacchetto sicurezza piuttosto che altri innumerevoli provvedimenti restrittivi di controllo dei cittadini.

Facciamo comunque la sintesi delle violenze delle quali parla la stampa negli ultimi giorni (escluso quelle istituzionali delle quali abbiamo già parlato):

- oggi si sono ricordati dello stupro del 17 gennaio a roma. Un ex fidanzato che ha stuprato la ex fidanzata perchè non voleva proprio rassegnarsi a non essere più fidanzato. Nell’annuncio della questione il tiggì ha pronunciato almeno dieci volte la parola fidanzato, figlio di buona famiglia, mamma insegnante, padre impiegato, ragazzo normale, fidanzato, buona famiglia, fidanzato, zato, ato, to. Egli ha stuprato una fanciulla perchè ella non lo volea più. Dello stupro ne parlammo noi e altre tre persone in tutta italia, credo. La notizia è in fase di recupero perchè a lui sono stati concessi gli arresti domiciliari. Nel pacchetto sicurezza, quello dove si negano cure primarie agli immigrati e si commettono moltissimi atti di discriminazione nei confronti di tanti pezzi di umanità, c’e’ un punto nel quale si dice che non vorrebbero più concedere arresti domiciliari in caso di stupro. Quello che pensiamo su questa storia lo abbiamo già scritto QUI. Ricordiamo che gli arresti domiciliari sono stati concessi a due stupratori italiani, romani. I rumeni invece stanno in carcere. Chi tra i rumeni dello stupro di guidonia è ai domiciliari non sono gli stupratori ma coloro che secondo l’accusa li avrebbero aiutati a nascondersi.

- tra i punti del suddetto pacchetto sicurezza c’e’ la licenza alla vendita dello spray al peperoncino. Se da ora in poi vedrete per strada rumeni o stranieri di etnie non gradite con gli occhi inutilizzabili saprete perchè. Gli immigrati sono cavie perfette per immettere sul mercato un prodotto che andrà certamente a ruba. Chi è la casa produttrice? Chi ci guadagnerà?

- il corriere ha tirato fuori una inchiesta di superficie sugli stupri di guerra in congo. Storie terribili. Loro stanno malissimo. Invece noi, stiamo di un bene…

- sempre il corriere pubblica una doppia notizia di due tentate violenze. Un romeno contro una italiana e un vecchio italiano contro una badante rumena. Indovinate quale notizia mettono in evidenza? Ovviamente quella del romeno. L’altra diventa un sottotitolo meno visibile e breve notizia in coda all’articolo. La scelta del posizionamento di una notizia è importante. Un giornale vi educa, vi guida, vi mette in evidenza a colpo d’occhio quello che vuole farvi vedere e aggiunge poi in secondo piano l’altra notizietta. Perchè fanno questo? Perchè così non si può dire che omettono una notizia, invece attuano una forma di censura ugualmente omissiva, solo più volgarmente strategica. Vale la pena ripubblicare qui la breve perchè vi chiarisce tante cose:

  • 71ENNE TENTA DI VIOLENTARE BADANTE ROMENA, ARRESTATO – Ha cercato di violentare una romena ventottenne che si era presentata a casa sua per lavorare come badante: con questa accusa un uomo di 71 anni è stato arrestato dai carabinieri a Ciriè (Torino). A.C., che stava trascorrendo nella propria abitazione un provvedimento di arresti domiciliari per tentato omicidio, aveva contattato la ragazza rispondendo a un annuncio pubblicato da un giornale.

Su questo genere di odori, umori, situazioni, suggestioni, oni, ni, avevo scritto una storia. Si chiama “Il sapore della pipì”. Se avete tempo e voglia, la trovate QUI.

- a Milano una ragazza ha subìto una violenza da due ragazzi. A Bari c’e’ la storia di un finto prete (ma molti preti che stuprano i ragazzini e molestano le bambine sono veri, non lo dimentichiamo) che ha adescato ragazzini per violentarli. Tra accuse e smentite c’e’ sempre in ballo anche la storia dei preti (veri) pedofili, compreso l’ex vescovo, di Verona.

- per la serie “molestie utilizzabili per avviare provvedimenti di maggiore controllo su internet” ecco uno stupro a Trapani. Lui e lei si erano conosciuti in chat. Lui, un ufficiale di marina, ha festeggiato il loro primo incontro con uno stupro. A Catania un perito informatico si fingeva un adolescente. Conosciute due ragazzine le avrebbe minacciate di divulgare le loro immagini se non gli offrivano scene erotiche. Le ragazzine l’hanno detto ai genitori che l’hanno denunciato.

Questa notizia, perplessità a parte, mi sembra un buon segno di modernità abbastanza inusuale in terra di sicilia. Non per tutti, certo. Ma spesso è così. Non capita tutti i giorni vedere una ragazzina che si intrattiene in chat con qualcuno e che invece che lasciarsi ricattare dice ai genitori com’e’ la storia e va avanti con la sua vita. Evidentemente le due non si sono sentite giudicate, spero, dai genitori, e sembra proprio che in generale le ragazzine sono in realtà molto meno ingenue e indifese di come si possa pensare. Forse hanno capito che non c’e’ nulla da vergognarsi di una immagine in web. Chi si deve vergognare è un uomo adulto che va alla ricerca di adolescenti non consenzienti e le ricatta per farsi seghe via web.

Chiudiamo la rassegna con la descrizione di una Livia Turco che durante la trasmissione del mattino di La 7, dopo aver ascoltato il direttore de la Padania che diceva testualmente “ci sono delle signorine che abortiscono sette – otto volte” come fosse uno sport, si è messa a sbraitare come mai l’avevo vista o sentita negli ultimi quindici anni. Vuoi vedere che persino lei si è accorta che tutto quello che accade non è normale? Livia Turco femminista stra-incazzata è sorprendente tanto quanto il centro sinistra, leggasi il partito democratico, improvvisamente preoccupato dei pericoli che corre la nostra “democrazia”. Ohibo’, e menomale che “le categorie destra e sinistra” non esistevano più e che il nostro paese era “in una fase di progresso segnato da un bipolarismo equilibrato che metterà fine alla instabilità di governo”. Dillo all’amico tuo, Veltroni. E’ bella la stabilità, vero Livia?

da femminismo a sud

Il sultano Romeo e i suoi vassalli. Così Napoli si è inchinata agli affari

Il sultano Romeo e i suoi vassalli così Napoli si è inchinata agli affari

L’imprenditore padrone della città con il pieno controllo su assunzioni, appalti e delibere

Non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa ma il contrario

di GIUSEPPE D’AVANZO

NON C’È alcun "interesse pubblico" in questa storia nera. Come se fosse morto. Come se, nell’esercizio di "pubbliche funzioni" e di "pubblici poteri", fosse deperita la più elementare nozione – e distrutta anche soltanto l’ombra – di "servizio al bene collettivo". Nella rete di assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali, parlamentari, magistrati penali e amministravi, tecnici comunali, professionisti, burocrati ministeriali – in questo "sistema" apparecchiato da Alfredo Romeo esistono soltanto le cose nostre. "Dobbiamo parlare delle cose nostre…". "Quella cosa nostra come sta andando…". "C’interessano soltanto le cose nostre…". "Dacci uno sguardo a quella cosa nostra…".

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Mai più senza marxismo -sulla debacle elettorale-

Pubblico un po’ in ritardo le mie considerazioni sulla disfatta di Rifondazione alle ultime elezioni. Del resto gli ultimi post di Gennaro su Giordano, e soprattutto l’elezione di Vendola alla guida del Partito, le rendono ancora incredibilmente attuali.

Dai de profundis sulla Caporetto elettorale che girano in rete, ritengo mio personale dovere, dovere di marxista, far sentire anche questa voce impertinente per contrastare come posso l’eco del revisionismo che, vincente o perdente, ancora la sovrasta. Provare a far ascoltare la voce del marxismo a un Partito sordo ormai anche a quella dell’incoscienza, è un’impresa al limite della follia. Tale e quale alla rivoluzione, però. Non c’è, dunque, fallimento più grande, che restarne al di qua, senza averci nemmeno mai provato. … Leggi tutto

Ho un disturbo tripolare della personalità politica

altanombrello Un disturbo bipolare è una sindrome per la quale mentre sei triste diventi felice e viceversa e quelli che ti stanno intorno diventano matti perché non è carino mandarti a quel paese. In politica abbiamo vissuto un grave disturbo bipolare a partire dal ’94, rosso e nero, Occhetto o Berlusconi, Prodi o Berlusconi, Rutelli o… Berlusconi, guelfi e ghibellini fino a che non ci siamo ritrovati tutti guelfi.

Ora però si fa un passo avanti. Il disturbo del bipolarismo diventa tripolare e saremo felici di essere tristi con Silvio Berlusconi o con Walter Veltroni o con Fausto Bertinotti, baloccandoci fino al 13 aprile credendo di poter scegliere. Sarà la cura?

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L’associazionismo culturale: nuovo soggetto politico (sui limiti della forma partito) di Lidia Menapace

Rientro dalla splendida esperienza abruzzese (Chieti e Pescara), arrivo a Roma per tempo lunedì’ 14 e trovo anche il portatile rivisto e aggiustato dall’apposito ufficio del Senato (sicchè d’ora in poi posso ricevere allegati) e mi preparo a scrivere una lettera.

Ci ho pensato durante il percorso del ritorno, in una bella e fredda mattinata (alla partenza da Pescara 5 gradi e fino a 1, nei tratti di maggiore altitudine) in mezzo alle grandi catene appenniniche, Maiella e Gransasso e molte altre innevatissime fino quasi alle porte di Roma, dove pian piano le schiene delle montagne appaiono spruzzate o pezzate di neve, comunque molto più delle Alpi che ho visto tra Capodanno e l’Epifania. E quando sono a Roma ho ormai delineato in testa uno schema di esposizione, che sarà sul metodo delle iniziative e sul merito dei temi trattati. Non è una grande invenzione teorica, ma spero che sarà utile e chiara.

A Chieti l’11 mattina un dibattito nell’aula magna di una scuola, dove erano convenute scolaresche di vari istituti e si è presentato anche il sindaco: ma queste notizie le avete già da Luciano (ndr: Luciano Martocchia, curatore del libro “Lettere dal Palazzo” di Lidia Menapace) e quindi passo subito al metodo e al merito: l’iniziativa è stata preparata con l’aiuto e per mezzo -direi così- di varie associazioni, attive in città, sicchè abbiamo un primo ed efficace esempio di azione culturale e politica promossa da soggetti autonomi collegati tra loro, proprio quel che a mio parere ci vuole di fronte alla crisi della politica per non scivolare nell’antipolitica di massa o nella chiusura a riccio partitica.

Nel merito si è visto che vi è una acuta sensibilità fra le ragazze per il linguaggio inclusivo e domande sono state poste sulla laicità, sulla nonviolenza e sulla campagna vaticana contro la 194.

Nel pomeriggio in altra sede, il Museo di Scienze biomediche dell’Università, un altro incontro rivolto alla cittadinanza, pure costruito con la formula felice di “pool di associazioni politico-culturali in relazione con le istituzioni”: la cittadinanza ha mostrato gradimento (la sala colma con persone in piedi) e anche il dibattito, in parte previsto (domande predisposte), in parte spontaneo (questo momento si sviluppa anche in una permanenza di crocchi dopo le conclusioni) è stato molto buono.

L’indomani nel pomeriggio in una bellissima Book&Wine a Pescara, la formula è stata ricollaudata e a mio parere si può dire che ha passato l’esame. Ne sono molto contenta e ringrazio chi ha dato l’input e ha seguito lo svolgersi dell’iniziativa, sicchè ora ci metto su il “cappello” teorico da lungo tempo pensato sognato e agognato. Secondo me comunque funziona e potrebbe essere l’avvio di un tipo di riaggregazione, che andando contro la frammentazione mortale della sinistra, via via costruisca una rete molteplice di soggetti politici, adeguata alla società complessa nella quale viviamo. Evviva!

Alcune caratteristiche già emergono: si tratta di associazionismo politico-culturale autonomo, e di spazi pubblici (scuole, università) e di esercizi economici di tipo non speculativo che in parte rinnovano la formula dei club, salotti, osterie e caffè, luoghi cioè di esercizio della cittadinanza in forma ancora prioritaria rispetto all’ impegno partitico, prioritaria e fondativa, intendo. Non uso per queste aggregazioni il termine riduttivo di “prepolitica”: esse sono associazioni politiche e praticano un esercizio della politica, che è fondato sui diritti della cittadinanza: essere informata, controllare i mandati, consultarsi sul da farsi, insomma politicare senza ancora vincoli disciplinari, ma invece costruendo relazioni responsabili e privilegiando l’interlocuzione. Anche i luoghi conviviali che accompagnano questo modo non sono un particolare insignificante, anzi. Come non lo è l’uso delle tecnologie informatiche per la comunicazione veloce.

Anni fa, di fronte alla evidente crisi dei partiti (si parlava molto della “crisi della forma-partito”) ho cominiciato ad elaborare un possibile modello differente di azione politica. Premetto che considero il partito politico di massa una delle più straordinarie invenzioni che siano esistite. Per questo è tanto difficile rimediare o tenere il passo o trovare forme sostitutive quando entra in crisi.

Infatti il partito politico di massa (di sinistra o di centro o di destra) rappresenta un veicolo straordinario di politicizzazione diffusa, di informazione orientata, di conoscenza del mondo. Come strumento di azione si connette con un’area di movimenti rivendicativi, collegati e posti in posizione meno eminente, in una specie di gerarchia soft, ma precisa. Questa gerarchizzazione tra partito e movimento viene dal fatto che tradizionalmente a sinistra si definì la classe operaia per sè incapace di orizzonti politici (limite tradunionistico), sicchè per diventare soggetto politico generale avrebbe bisogno della mediazione e direzione del partito. Sia pure con questa formula gerarchica che privilegia la formazione di un ceto politico dirigente spesso non molto collegato alle masse che dirige, il partito di massa ha esercitato una straordinaria funzione di pedagogia politica in tempi di scarsa scolarizzazione e organizzazione.

Tutto ciò premesso e affermato, oggi non è più così. La società è complessa, contro le idee generali è stata fatta una lotta vitoriosa da destra, il programma pedagogico è andato perso e addirittura la memoria storica è confezionata da altri, non ci sono più scuole di partito. Le ragioni sono anche molte altre, ma mi fermo qui.

Oggi la crisi di rappresentanza e direzione del partito è palese: sono cadute anche le tradizioni di onestà correttezza e responsabilità tipiche della sinistra, è un fatto doloroso e sconcertante, ma vero. Non sto dicendo che invece nella società tutto è limpido puro e disinteressato, non è possibile sostenerlo, una società limpida e disinteressata non intreccerebbe relazioni spesso disoneste con i finanziamenti pubblici. Ma invece soggetti politici nuovi che vengono costituendosi e costreundo culture politiche differenti, portano con sè anche forme diverse di organizzazione e di controllo e -forse anche perchè sono allo stato nascente- sono meno legate a interessi consolidati e a pratiche disoneste.

Per conto mio dunque è necessario liberare il livello della cittadinanza da sudditanze partitiche, appoggiare la costruzione e organizzazione di un assetto politico autonomo che esprime varie culture e pratiche e soggettività, insomma dare vita a un nuovo blocco storico democratico, intrinsecamente democratico ed egualitario, non indistinto, ma molto individuato e molteplice anche per forme di organizzazione e di insediamento sociale e culturale.

L’azione politica è complessa e tale deve rimanere resistendo a riduzioni autoritarie. Il partito rimane uno dei soggetti che compongono il blocco o sottoscrivono il patto, in funzione di esperto delle istituzioni che colloquia alla pari con gli altri soggetti organizzati e li adegua al livello della rappresentanza.

Sembra già deciso: è l’unico argomento che interessa, non discutono d’altro.

Infatti tornata a Roma ho trovato che la sinistra stava già litigando e dividendosi sulla legge elettorale, mentre il Pd osserva che lui invece unifica anche culture politiche molto diverse. E suggerisce di imitarlo. Il fatto è che se Pd e Fi restano gli unici punti di unificazione, l’esito che propongono è il bipartitismo e non il bipolarismo, cioè l’anticamera della democrazia autoritaria, il nuovo fascismo, per di più clericale. Peccato!

Capisco che fare di tre o quattro partiti una sola forma vuol dire ridurre di molto i posti da dirigente e se poi pensano che dovranno anche lasciarne la metà a donne, certo hanno incubi notturni. Ma pensino qualche trucco per contentare tutti e possibilmente non scontentare troppo tutte, via!

Originale in: http://coopmate.splinder.com/

Obama e Cuba

da LATAM

Ieri, ricordandomi che il mandato del buon G.W. è agli sgoccioli, mi sono riproposto di “spulciare” qualcosa a proposito del candidato Barack Obama. E così ho fatto. Ho dato un’occhiata al programma elettorale, molto dettagliato ed ambizioso. Ovviamente mi sono soffermato con più calma su “Strengthening America Overseas”, ovvero il suo punto di vista sulle “cose” internazionali. Cose grosse, che comunque Obama decide di affrontare direttamente e con grande ambizione: dalla “prima guerra mondiale africana” in Congo (che si protrae da quasi dieci anni) alla crisi epidemica di influenza aviaria, sino ad arrivare all’ecatombe spaventosa del Darfur. Tutte crisi “da poveri”, tutte dimenticate dall’amministrazione Bush. Un piccolo inciso: il sito della candidata – anch’essa repubblicana H. Clinton – alla voce “Restoring America’s Standing in the World” (che già di per sé suona come paradigmico, tipo “manifest destiny”) presenta una paginetta striminzita e nessun riferimento a qualsivoglia situazione concreta. Spulcia, spulcia…e non trovo, sul sito di Obama, nessun riferimento a Cuba o all’America Latina in generale (a livello politico). Peccato. Però noto con piacere che – molto coscientemente – offre la possibilità di tradurre il sito in lingua spagnola. Già, perché negli Usa ci sono più ispano-hablantes che in Spagna. Ma quale sarà la politica di Obama nei confronti di Cuba? Ebbene, su “Latinoamerica” trovo una noticina di S. Lamrani, che di Cuba e Usa se ne intende. Lì si citava un sua intervista del 25 agosto. Parlò proprio di Cuba. Quel discorso venne pronunciato dopo la stesura di un articolo a sua firma per il Miami Herald (!), in cui il candidato alla presidenza criticava decisamente le nuove restrizioni imposte dopo la presidenza Reagan. Egli si schierava definitivamente per un deciso “lifting”. In particolare intendeva garantire ai cubano-americani “unrestricted rights to visit family and send remittances to the island.” Un uomo di grande coraggio, vista e considerata la posizione dell’Herald sulle questioni cubane. Il cambiamento è necessario – sempre secondo Obama – per garantire una maggiore freschezza nei rapporti fra i due paesi: Cuba, se si vuole veramente una “pacificazione” nei rapporti ed una normalizzazione degli stessi, deve poter agire senza stress esterni o pressioni. Obama – nello scritto sull’Herald – individua un aiuto economico in forma indiretta per sostenere lo sviluppo dell’isola: l’aiuto economico delle famiglie emigrate negli Usa verso i propri cari a Cuba. L’amministrazione Bush ha provveduto a rendere impossibile questo passaggio di denaro, che – secondo i repubblicani – favorirebbe il regine castrista. In realtà, Obama trova questa restrizione controproducente poiché ritarda lo sviluppo, che ritarda la formazione di richieste democratiche (“grass-roots democracy”) dal basso. L’apertura a nuove proposte veniva segnalata anche in vista della graduale apertura dell’isola al mondo esterno: “If a post-Fidel government begins opening Cuba to democratic change, the United States is prepared to take steps to normalize relations and ease the embargo that has governed relations between our countries for the last five decades.” Oggi, Cuba si sta aprendo anche per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, con la firma di alcuni trattati internazionali che riguardano proprio questi ultimi. Il discorso di Obama a Miami (25 agosto scorso) è nel video qui sotto.

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Ripete un po’ quanto già scritto sul quotidiano di Miami. Occorre considerare alcune situazioni che contraddistinguono “l’anomalia” della politica cubana di Obama. In primo luogo, Barack è uno dei pochi candidati che hanno fatto outing sul problema di Cuba e sul cinquantennale embargo che pesa sulla testa dei cubani. Tutti gli altri hanno più o meno glissato. Come la democratica Clinton che ha ripetuto semplicemente “la politica americana verso Cuba adesso non può cambiare”. E per questo i media si sono stupiti che un candidato riportasse alla memoria la crisi del “pensiero unico” sulle vicende dell’isola. La CNN, questa estate, titolava nel proprio sito: “Obama again stirs up decades-old debate on Cuba”. Come dire che da tempo erano tutti d’accordo e il “pivello” era arrivato a scompaginare le carte! Sulle isole la politica americana sembra essere sempre d’accordo. Due esempi. L’invasione di Cuba alla fine del XIX secolo (1898) e l’invasione di Grenada (1983). In entrambe le occasioni il Congresso fu unanime e nessuno alzò un dito per far presente che si trattava di palesi violazioni. Obama, folle e coraggioso, va a parlare di Cuba non più come nemico direttamente nel covo dell’anticastrismo: la Florida e Miami, in particolare. Molto, molto coraggio. Anche perché – volente o nolente – tra i cubano-americani il partito democratico non va per la maggiore e queste affermazioni hanno creato non pochi grattacapi di “schieramento” anche ai pochi che sostengono i dem. In secondo luogo, l’elettorato cubano negli Usa pesa parecchio: sono diversi milioni a godere del diritto di voto e la loro posizione è molto ferra sui rapporti con l’Isla Grande.

Quindi andare a sconfessare direttamente la città di Miami in pubblico comizio è la prova di una strategia coraggiosa e – si spera – fortunata. Già il fatto che Obama è democratico non è gradito alla comunità cubana di Miami poiché nel 2000 (alle elezioni presidenziali) e nel 2002 (elezioni per il governatorato dello stato) i candidati repubblicani hanno totalizzato circa l’80% delle preferenze della minoranza in questione. Purtroppo, anche Obama deve fare il conto con i numeri e – a mio avviso – nel programma ufficiale della sua campagna presidenziale manca un riferimento esplicito a Cuba proprio per questioni numeriche. Ovvero gli elettori alla fine hanno un peso. Pertanto alla sua visione liberal della politica anti-cubana viene dato un posto di nicchia per non allarmare gli elettori cubani anti-castristi. Di fatto, non si tratta di un unicum storico. Alla fine degli Anni Settanta, il presidente J. Carter fu il primo ad aprire un dialogo serio e significativo con la Cuba di Castro (che oggi è sopravvissuto a 5 decenni di embargo e a 10 presidenti americani). Quella esperienza fu troncata dall’insorgere del muscolarismo reaganiano che portò i neo-con alla presidenza, dove rimasero fino a vedere il crollo del Muro e la fine del bipolarismo. Da allora, cioè dalla fine del tentativo di Carter (che ci prova sempre a dialogare con Cuba attraverso il Carter Center), la politica americana si è appiattita sulle stesse posizioni di quattro decadi prima, sul bipolarismo e sulle postazioni missilistiche dei sovietici sull’isola. Obama, nel suo piccolo, rappresenta una sferzata di novità, una primavera, un pensiero fuori dal coro, meno uniforme alle strategie uniche della politica internazionale americana. Ovvio che questa “guerra” al conformismo e all’interesse economico sull’arena internazionale abbia ricadute politiche. Leggo che tra il programma c’è anche la lotta ai “warlords” africani, con lo stanziamento di $13 milioni per speciali tribunali in Sierra Leone per punire i colpevoli di atrocità durante la guerra civile. C’è anche il raddoppio del finanziamento per la lotta all’Aids nei PVS; c’è “demand more in return”, cioè richiedere più sforzi di accountability e democratizzazione ai paesi che ricevono i fondi (che Obama vuole aumentare in misura consistente) per lo sviluppo. Giusto! Perché, altrimenti, che senso avrebbe demonizzare e affamare Cuba e farsi comprare metà del disavanzo pubblico dalla Cina?! Insomma, tanta, tantissima carne al fuoco per quello che potrebbe essere il primo presidente nero della storia degli Usa. Il fatto è che la sua vittoria non è per niente scontata, anche alle primarie. Secondo “Election Center 2008”, i risultati provvisori darebbero un vantaggio alla Clinton di almeno dieci punti percentuali (grafico). In tal caso, almeno nei confronti di Cuba (anche se dubito che le altre proposte della famiglia Clinton siano così “rivoluzionarie”) si prevede la stessa minestra riscaldata. Un altro problema che trova una soluzione che non mi soddisfa è quello dell’immigrazione messicana. Qui Obama cade nella stessa politica restrittiva che ha contraddistinto l’amministrazione Bush. Anzi, tutti i candidati alla presidenza (in maniera alquanto bipartisan) hanno idee molto chiare sull’immigrazione da sud. E tutte vanno nella direzione già presa da Bush (Fonte: Election Center 2008). Non si può avere tutto. Ma qualcosa dalle parti di Obama si muove. Anche l’America, “eppur si muove”. Nell’attesa, incrociando le dita, si può far trascorre gli ultimi giorni della presidenza di G.W. (che si trascina pesantemente) giocando a “Presidential Pong”. Una specie di ping-pong con i personaggi della campagna elettorale 2008. Trash, ma simpatico. Aiuta a sdrammatizzare la mancanza di idee in un paese che dovrebbe guidare il mondo.
PS: a chi fosse rimasto folgorato dalle politiche di Obama, lascio alcuni link per supportare la sua campagna: trovate alcuni gadget informatici (banner, widgets, ecc.) nella sezione “Downloads” del sito personale. Se volete osare di più, nella sezione “Store” ci sono idee regalo molto accattivanti: felpe, t-shirts, palline da albero di Natale, pins…tutto con il faccione di Obama sopra. In Usa, le campagne elettorali si finanziano (anche) così. Oppure come fa la Clinton che utilizza i fondi neri di Chinatown. Meccanismo più facile a farsi che a dirsi. Si tratta di “spalmare” su più donors (finanziatori privati, che sono illimitati e soggetti a minori controlli) transizioni a finanziamento della campagna ad opera di multinazionali cinesi. Alla fine risultava che a Chinatown (NY) ogni cinese investiva una cifra che una famiglia media non avrebbe mai potuto permettersi. La “truffa” venne scoperta e i fondi in parte restituiti. Cose che capitano anche nelle migliori democrazie!

La casta alle grandi manovre

Grandi manovre nel cantiere Italia; grandi manovre per piccoli uomini. L’ultimo mese ha visto una tale quantità di mosse e contromosse nel campo politico da lasciare senza fiato; cambiano i giochi, cambiano le alleanze, cambiano le proposte. Solo due cose non cambiano mai: le facce dei giocatori, e il fatto che giocano sempre tra di loro senza preoccuparsi minimamente dei cittadini e dei loro problemi.
Già! I cittadini e i loro problemi… ma non è per loro (anzi, per noi) che esiste la politica?

Proviamo a guardare alcuni fatti e a trarne le conclusioni.
Da un anno e mezzo, da che è in carica questo governo, Berlusconi dice (anzi, urla) che è un governo illegittimo, che la legislatura sta per finire, che con una spallata lo buttano giù, che con un governo di comunisti non si può dialogare, che bisogna tornare subito a votare. A parte il fatto che definire questo un governo comunista è la più grossa idiozia che si possa dire (a meno di ignorare completamente il significato della parola “comunismo”), e che se si tornasse a votare ora la situazione cambierebbe poco grazie alla legge elettorale, che proprio Sua Bassezza ci ha regalato; comunque il governo è ancora lì, e non sembra affatto avere intenzione di andarsene, in barba a tutte le cornacchie che strillano ma non fanno niente di veramente incisivo.
La settimana scorsa, improvvisamente, il piccolo grande uomo ha gettato alle ortiche diciotto mesi di propaganda, annunciando la collaborazione con il partito democratico (origine e conseguenza del governo “comunista”) per rifare la legge elettorale, e forse qualche altra cosa.
Chi si sorprende di questo voltafaccia non ha ancora capito niente del soggetto.

Più sorprendente è stato il voltafaccia di don Walter. Una vocazione maggioritaria, gridata ai quattro venti in ogni occasione da ormai quindici anni, come se fosse l’unica possibilità per il nostro sistema elettorale e politico di progredire, buttata alle ortiche in pochi giorni: da qualche giorno il sindaco più accomodante d’Italia è diventato proporzionalista.
E curiosamente, ma non troppo, dopo anni passati a dire che con demagoghi e populisti non si tratta, ha spalancato le porte al campione della demagogia per rifare insieme la legge elettorale. Proporzionale, ovviamente.

In mezzo a questi due carrozzoni, che si muovono come due elefanti in una cristalleria, ci sono altri soggetti che rischiano di essere travolti e scomparire. Ecco allora che, sempre per restare in tema di coerenza, Fini e Casini inscenano un bel coro che azzera completamente la loro posizione degli ultimi quindici anni: “il nostro posto è nel centro-destra con Berlusconi”, hanno sempre detto. Beh, non è più vero. Forse perché non esiste più il centro-destra, forse perché il nanetto li ha traditi, forse perché si sono stufati di prendere calci sui denti; di sicuro, anche il loro futuro è destinato a cambiare.

E chi si è lanciato sui due orfani, con un tempismo veramente degno di un grande politico? L’ex moralizzatore Di Pietro che, orfano lui stesso di un’armata Brancaleone ormai allo sbando, non trova di meglio che blandire i due malcapitati e proporre quel grande centro che in tanti, troppi, inseguono da anni.
Come se non bastasse, entra in gioco anche Montezemolo che, evidentemente non sazio della quantità inverosimile di incarichi che ricopre, si dichiara interessato a questa nuova accozzaglia. Pazienza se fino all’altro giorno aveva sempre sostenuto che la politica non lo interessava e che lui si occupava di altro.

Nel frattempo a sinistra (o comunque la si voglia chiamare, tanto ormai è solo una consuetudine) continua l’altalena che vede nei giorni pari tante proposte per compattarsi e costituire un soggetto unitario, nei giorni dispari le sciabolate di qualcuno che di unirsi agli altri non ha proprio voglia. Prospettive: nessuna.

Il quadro che esce da queste osservazioni potrebbe essere riassunto così: poca strategia, molta tattica, nessun programma. E’ infatti evidente che mentre tutti si preoccupano di fare alleanze, di costruire strutture per gestire il potere, e soprattutto di non scomparire, nessuno si preoccupa di avanzare proposte politiche; nessuno che provi a dire “io questo problema lo risolvo così”.

La situazione è ancora estremamente fluida e tutt’altro che definita, ma a questo punto possiamo tranquillamente tirare alcune conclusioni che sono sotto gli occhi di tutti.
Il bipolarismo non esiste più, per stessa ammissione dei principali leader di partito, che fino a ieri lo proclamavano principio fondamentale ed irrinunciabile della democrazia (sempre per la serie “coerenza maestra di vita”); secondo me non è mai esistito, ma guardiamo comunque avanti e vediamo di farcene una ragione.
I concetti di centro, destra e sinistra non hanno più alcun significato. So che è antipatico dire “io l’avevo detto”, però sono tre anni che sostengo queste cose, e più di una volta per questo sono stato attaccato; io l’avevo detto. Tiè!
Tutto quello che stanno facendo i partiti attuali e i loro rispettivi rappresentanti non c’entra niente con l’Italia, gli italiani o i problemi che viviamo ogni giorno; c’entra invece con le loro possibilità di rimanere nel club dei privilegiati, per continuare a fare il proprio porco comodo.

Chi a questo punto si ostina a sostenere la posizione di questo o di quel partito (e parlo di tutti i partiti attuali, nessuno escluso), pensando che sia in grado di risollevare il nostro povero paese dalle sabbie mobili, nella migliore delle ipotesi è un idiota.
Non a caso, l’ipotesi su cui si stanno accordando don Walter e Sua Bassezza è quella di una legge elettorale con una soglia di sbarramento molto alta; in questo modo faranno fuori una buona parte dei partitini che li circondano (e che spesso li ricattano), e impediranno a nuovi soggetti di entrare nel panorama politico. Una blindatura che renderà la situazione immutabile per molti decenni. E la chiamano democrazia…

J. R. Lowell diceva che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”, e aveva ragione. Se non vogliamo che questo paese muoia (e noi con lui), prendiamo esempio dai nostri (sedicenti) rappresentanti, che ci hanno dimostrato come sia facile cambiare idea da un giorno all’altro: cambiamo idea.
Chi votava per un partito non lo voti più, chi sosteneva un politico smetta di sostenerlo; lavoriamo per favorire la nascita di proposte nuove, facciamo in modo che il panorama politico cambi completamente. Noi possiamo farlo, dobbiamo solo volerlo.
Il nuovo sarà meglio del vecchio? Questo non lo so. Di sicuro sarà diverso, e se quello che abbiamo oggi ci fa schifo (e sfido chiunque a dire che è contento di come vanno le cose), le probabilità di un miglioramento sono decisamente a nostro favore.
Possiamo farlo. Vogliamo farlo. Dobbiamo farlo.

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Lucia Annunziata contestata all’Università di Macerata

Il convegno organizzato ottimamente da Angelo Ventrone, docente di Storia Contemporanea a Scienze Politiche dell’Università di Macerata, intitolato ?Nemico addio? Le memorie divise nella storia della Repubblica?, del quale si è parlato in tutti i giornali nazionali, si è concluso sabato mattina con un dibattito particolarmente stimolante, con tanto di contestazione ad uno dei relatori, la giornalista Lucia Annunziata.

Ineccepibili le relazioni di Maurizio Ridolfi (ma trovo non calzante la comparazione tra la transizione italiana e quella spagnola di trent’anni dopo), e quella di Giovanni Sabbatucci, che pure parte da una sostanziale corresponsabilità nel ruolo del centrodestra e quello del centrosinistra nell’attuale divisione dello spettro politico italiano, che chi scrive condivide solo nell’impalcatura. Ascoltato con molto interesse è stato anche Marco Tarchi, che ha favorevolmente colpito per la sua analisi sulla storia della destra radicale in Italia.

Poi è stato il turno della relazione di Lucia Annunziata, l’unica non storica tra i relatori dell’ultima giornata. E’ stata una relazione tutta tesa ad incolpare la sinistra … Leggi tutto

Gli italiani che votano Italia

Hanno votato. Hanno votato in massa per eleggere i loro rappresentanti a Roma. Saranno 18, 12 deputati e 6 senatori. E’ la prima volta che i cittadini italiani residenti all’estero votano per eleggere i loro rappresentanti. E’ forse la prima volta al mondo che un paese elegge deputati in quanto propri cittadini emigrati, in quanto migranti. E’ un grande passo positivo che non può non aprire ad una visione progressista nella quale anche gli immigrati in Italia e non solo gli emigrati dall’Italia, conquisteranno questo diritto.

Eppure, soprattutto da sinistra, vengono guardati con sospetto. Hanno un passaporto italiano in tasca e vengono considerati meno italiani, dubbiosamente … Leggi tutto