di Gennaro Carotenuto, venerdì 6 gennaio 2012, 08:45
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America latina, Cile, Primo piano, Storia
Il Consiglio Nazionale dell’Educazione ha approvato ieri a Valparaiso la proposta del governo di destra presieduto da Sebastián Piñera per la quale nei libri delle scuole elementari in Cile non potrà più apparire il termine “dittatura militare” rispetto al regime di Augusto Pinochet che rovesciò l’11 settembre 1973 il governo di Salvador Allende causando 3.500 desaparecidos, 30.000 incarcerati e 400.000 esiliati.
Aspre le critiche dell’opposizione per la quale “il governo non può cancellare la realtà di assassinii, sparizioni di persone, violazioni di diritti umani, libertà conculcate, censura e corruzione” mentre dalla maggioranza l’ex ministro pinochetista Alberto Cardemil è d’accordo con l’imposizione del governo con un surreale argomento: “È una maniera di rompere il pensiero unico”. Anche dal partito post-pinochetista UDI, una delle due forze che compongono la maggioranza, si festeggia: “Finalmente si rompe lo stigma nei confronti di Pinochet”. Per decreto, nei manuali delle scuole elementari.
Il governo ultraliberale di Sebastián Piñera è ai minimi storici di popolarità dal ripristino della democrazia nel 1990 e ha appena cambiato il terzo ministro dell’Educazione, incapace di sconfiggere un enorme movimento studentesco che da otto mesi chiede di smantellare il sistema educativo pinochetista in favore di un’educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti i cileni.
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Se la Concertazione, dopo il mediocre 29% conquistato da Eduardo Frei, guarda incerta al ballottaggio del 17 gennaio che vede come chiaro favorito il Berlusconi cileno Sebastían Piñera, la sinistra cilena ha qualcosa da festeggiare. Infatti per la prima volta dal ristabilimento della democrazia, la scandalosa Conventio ad excludendum tra destra e centro-sinistra per eliminare qualunque forza alternativa viene rotta.
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A urne aperte in Cile continua a stridere il candidato della sinistra radicale Jorge Arrate (nella foto) che ripete ogni volta che può che non vede l’ora di appoggiare Eduardo Frei nel ballottaggio. Per fermare le destre, aggiunge, e meno male.
La vita di Don Jorge è specchiata e non vale la pena personalizzare le accuse o pensare chissà cosa di torbido. Ma dopo che quasi mezzo secolo di militanza nel partito socialista era stata archiviata per criticarlo da sinistra fino a diventare il candidato della coalizione “Juntos Podemos Más” (che comprende il PCCh, gli umanisti e altre forze minori a sinistra della Concertazione), tanta collateralità con l’ex presidente sta spingendo molti cileni di sinistra verso l’astensione. Continua
Sulle elezioni in Cile leggi anche: Elezioni in Cile: Il “cambio” vuol dire un Berlusconi cileno?
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di Gennaro Carotenuto, martedì 8 dicembre 2009, 00:09
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America latina, Cile
Si diceva da sempre. Eduardo Frei Montalva, presidente cileno prima di Allende e padre di Eduardo Frei Ruiz-Tagle, secondo presidente della Concertazione e candidato ufficiale del centro-sinistra nelle elezioni presidenziali di domenica prossima, è stato assassinato.
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Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sulla Resistenza al golpe in Centroamerica!
Adesso sappiamo che Hillary Clinton avrebbe dato del “temerario” anche al Mahatma Gandhi, al tempo della marcia del sale. La stessa cosa avrebbe fatto con Rosa Parks e con Martin Luther King. Adesso sappiamo che anche Salvador Allende, non piegandosi al colpo di Stato di Augusto Pinochet e non tradendo il suo mandato “non aiutò a trovare una soluzione”.
Eppure è stato questo, “il ritorno di Mel Zelaya in Honduras è temerario e non aiuta a ristabilire l’ordine costituzionale in Honduras”, il raggelante commento del segretario di stato statunitense al tentativo del presidente legittimo dell’Honduras, riconosciuto come tale da tutti i governi del mondo e da tutte le organizzazioni internazionali, che ieri è entrato pacificamente per pochi minuti in territorio honduregno.
Zelaya, che si sta dimostrando un uomo degno, lo ha fatto per lanciare un messaggio al paese e al mondo intero: “nessuno può accettare un golpe nel secolo XXI, noi siamo venuti per dare un esempio di pace”.
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A chi ha vissuto la guerra sporca in Centroamerica negli anni ‘80 si è gelato il sangue quando è stata resa nota la notizia che il “ministro consigliere” (una specie di Gianni Letta) del presidente di fatto honduregno risponde al nome di Billy Joya Améndola, un altro paisà (Amendola è il cognome della madre) del quale essere orgogliosi.
Ripercorrere il curriculum di Joya Améndola è indispensabile per capire la cultura politica della giunta golpista presieduta dal simpatico paisà Roberto Micheletti.
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Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sul golpe in Centroamerica!
E’ straordinario come in questi giorni siano spuntati tanti comparativisti esperti addirittura di costituzioni centroamericane. Soggetti tendenti alla menzogna e ad evocare fantasmi e paure ataviche, spiegano che il solo proporre di riformare o riscrivere la sacra e perfettissima costituzione del 1982 prova che si voglia imporre una dittatura comunista e che pertanto sia sacrosanto o per lo meno inevitabile il golpe in Honduras piuttosto che permettere la deriva antidemocratica di un’Assemblea Costituente.
E’ proprio così? Forse è bene chiarire alcuni aspetti sulla Costituzione e la Costituente che facciano capire quanto viziata è l’informazione che i grandi media stanno dando sui motivi del golpe che a parole condannano ma al quale con i fatti tengono il gioco.
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Se fossi iraniano sarei in piazza, sarebbe la scelta più probabile. In subordine mi sentirei manipolato e starei a casa. Di sicuro non riesce a piacermi Mahmoud Ahmedinejad per una serie di ragioni che vanno da un uso propagandistico dell’antisemitismo che mi ripugna, al ruolo della donna che è sempre una cartina tornasole sullo stato di una società, al fatto che non vi sia stato durante il suo mandato un avanzamento nel campo del rispetto dei diritti umani (nessuno se lo aspettava) anche se non so dire se questo sia peggiorato o se un miglioramento ci fosse stato al tempo del riformista Mohammad Khatami.
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Come Augusto Pinochet, anche l’ex-dittatore argentino Emilio Eduardo Massera (nella foto con Jorge Rafael Videla) è stato dichiarato “demente” (ora?) dalla giustizia di Buenos Aires per evitare che paghi le proprie colpe.
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Ad un anno dalla morte di Matías Catrileo, ammazzato dai carabinieri cileni il 3 gennaio 2008 e a 9 mesi dalla morte sotto tortura di Johnny Cariqueo, e con 32 prigionieri politici mapuche ancora nelle carceri cilene e oltre 50 casi di tortura documentati solo sotto il governo di Michelle Bachelet, l’impunità per i corpi dello Stato continua ad essere assoluta.
Lo stato democratico continua a combattere contro gli indigeni del Sud una guerra al terrorismo fuori tempo e fuori luogo e continua a considerare la necessità vitale di recuperare le terre ancestrali come un crimine contro la sicurezza dello Stato.
“Recupero di terre ancestrali” è il crimine di tutti i 32 prigionieri politici mapuche nelle carceri cileni, condannati a pene detentive in molti casi sotto il capestro della legge anti-terrorismo in piena continuità con i tempi oscuri della dittatura di Augusto Pinochet.
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Lavorano e fanno danni dall’America latina all’Africa e in tutti i continenti. Hanno commesso crimini contro l’umanità come quello di Bophal (la Union Carbide) o contro l’ambiente (la Exxon Valdez) o fatto da cassaforte a dittatori sanguinari come Augusto Pinochet (la Riggs) o usano i paramilitari per ammazzare i sindacalisti (Chiquita e Coca-Cola in Colombia). Quasi tutte trattano i lavoratori come cleenex e in queste ore la General Motors ne sta licenziando a migliaia in Brasile.
Sono le multinazionali che, nonostante la crisi del neoliberismo, continuano ad avere più potere degli Stati dove operano. La “Multinational monitor” (MM) ha scelto le dieci peggiori corporazioni del 2008. Sono otto statunitensi, una svizzera e una cinese. Una finanziaria, tre alimentari, quattro energetiche, una del tabacco e una farmaceutica. Adesso che con la crisi del neoliberismo il sistema implode e le multinazionali diventano ancora più cattive. Secondo l’agenzia nel 2008 le corporazioni hanno dominato e fatto danni nel mondo come mai avevano fatto in vent’anni.
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Ieri la partita di calcio tra l’Atalanta di Bergamo e il Napoli è stata caratterizzata da 90 minuti di cori razzisti in un clima revanscista e carico d’odio che in un paese civile avrebbero portato alla sospensione della partita stessa. Scritte razziste e altri episodi di intolleranza hanno caratterizzato l’arrivo e l’intero soggiorno della squadra del Napoli a Bergamo. Non essendoci, per decisione del ministro degli Interni Roberto Maroni, alcun tifoso del Napoli presente, quel rancore e quel sordido clima di intimidazione era proprio indirizzato contro quel ragazzo mite e sempre sorridente che si chiama Ezequiel Lavezzi. L’indiscriminato odio antimeridionale ha già portato a incostituzionali “leggi speciali” che induriscono le pene a seconda di dove si commette un reato.
Intanto su un altro canale un Ministro della Repubblica, Renato Brunetta, che le cronache ci rivelano essere entrato in Università attraverso la madre di tutte le ope legis (una scandalosa sanatoria) nel 1980 e aver acquistato una villa di pregio (a lui Ravello non fa schifo, deduco) al prezzo di un garage in periferia, sostiene che, in quanto persona di sinistra, sussisterebbe per chi scrive una presunzione di colpevolezza: sono un fannullone.
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Domenica 10 agosto si realizzerà in Bolivia il referendum revocatorio. Le dieci cariche più importanti del paese, presidente, vicepresidente e otto dei nove prefetti (governatori) saranno sottoposte ad un referendum popolare che confermerà o meno il loro incarico.
Si vota in un contesto caotico e con il pericolo reale di un colpo di stato organizzato dai prefetti dell’opposizione.
Questa ha tentato fino all’ultimo di evitare un referendum che può essere la chiave di volta del processo diretto da Evo Morales.
Da lunedì il cambiamento in Bolivia si fermerà definitivamente o accelererà.
Ricordate Salvador Allende? Il golpe in Cile non si doveva realizzare l’11 settembre ma il giorno dopo, il 12 settembre 1973. Ma quando il traditore Augusto Pinochet seppe che il giorno 11 Allende avrebbe annunciato al paese che si sarebbe tenuto un referendum popolare sul suo mandato, e se avesse perso si sarebbe dimesso in pace e in democrazia, decise di anticipare il colpo di stato. Era evidente ad ogni persona informata dei fatti, che il popolo era con Don Salvador e che questo sarebbe uscito infinitamente rafforzato dal referendum, rispetto all’opposizione e rispetto alla sua litigiosa maggioranza.
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Lentamente la giustizia arriva anche in Cile. Il capo della DINA, la famigerata polizia politica di Augusto Pinochet, Manuel Contreras è stato condannato a due ergastoli ieri a Santiago del Cile. Contreras è stato riconosciuto come il mandante dell’attentato terroristico del 30 settembre del 1974 a Buenos Aires con il quale, con un’auto bomba, uccise il generale costituzionalista Carlos Prats (nella foto) e sua moglie Sofia Cuthbert.
Sono stati necessari 34 anni dai fatti, e una decina d’anni tra indagini preliminari e processo, ma alla fine la giustizia per Carlos Prats e sua moglie Sofia è arrivata. Quando il giudice Alejandro Solís ha letto la sentenza la famiglia Prats era tutta presente, ed ha accolto la lettura con emozione, così come in questi lunghi anni ha lottato insieme perché giustizia si facesse.
Le tre straordinarie figlie dei coniugi Prats, oramai nonne, si sono divise in tutti questi anni i compiti perché nulla di intentato fosse lasciato anche quando figure come quella di Contreras sembravano totalmente intoccabili: “questo è il contributo più grande che potevamo dare alla memoria dei nostri genitori e per fare in modo che l’Esercito cileno abbia il coraggio di scrivere davvero la propria storia”.
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di Raffaele Della Rosa, martedì 1 luglio 2008, 07:23
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Dialoghi
da un articolo non firmato del quotidiano cileno El Clarin de Chile
SANTIAGO DEL CILE, 30 GIU – Manuel Contreras, ex capo della Dina cilena, la polizia segreta della giunta di Pinochet, e’ stato condannato all’ergastolo. E’ stato ritenuto colpevole dell’omicidio di Carlos Prats, ex ministro di Salvador Allende, e di sua moglie. … Leggi tutto
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