giovedì 20 giugno 2013, 02:16

Gli articoli con tag: " asse del male latinoamericano "

Le democrazie latinoamericane esigono a Barack Obama, la fine delle ingerenze, il rispetto del diritto internazionale e la fine dell’embargo contro Cuba

ObamaGaleano Cristina Fernández de Kirchner, presidente argentina, ha sintetizzato al suo omologo statunitense Barack Obama quello che tutto un continente pensa: “la fine dell’embargo contro Cuba non può essere un punto di arrivo di un percorso ma una precondizione” per iniziare a costruire relazioni di mutuo rispetto nel Continente.

Non sarà solo l’affabilità e perfino l’umiltà che sta dimostrando Barack Obama in queste ore a Trinidad e Tobago, per il Vertice delle Americhe, a sanare le ferite storiche di 170 anni di dottrina Monroe. Non sarà con una richiesta di voltare pagina e di “un nuovo inizio”, pur necessari, che si potranno lasciare alle spalle decenni di destabilizzazioni, colpi di Stato, complotti, assassinii, invasioni, crimini contro l’umanità, spoliazioni, imposizioni di patti leonini contro il Continente attraverso quell’aberrazione che è stata il “Consenso di Washington”, quel meccanismo perverso per il quale politiche e politici di paesi democratici o dittature potevano essere sommerse o salvate solo con l’imprimatur di una potenza straniera.

Non sarà con il ristabilimento di relazioni diplomatiche, con il Venezuela oggi (ed è un grande successo del Vertice di Trinidad), con Cuba forse domani, che recupererà credibilità il paese che per 60 anni ha imposto e tuttora sponsorizza all’America latina e al mondo il Fondo Monetario Internazionale come strumento di dominio neocoloniale.

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Sempre più forte l’asse del male latinoamericano

tres A Buenos Aires si sono riuniti ieri il presidente brasiliano, Lula da Silva, quello venezuelano Hugo Chávez, ospiti di Cristina Fernández. Sono i tre paesi più importanti e il motore dell’integrazione latinoamericana che tanti nemici incontra in Europa e Nordamerica ma vanno ogni volta più avanti. E’ quello che negli Stati Uniti hanno definito “asse del male latinoamericano” e Cristina con Chávez sono oggi in Bolivia per appoggiare Evo Morales per il revocatorio del prossimo 10 agosto.

L’occasione è stata il più importante incontro della storia di imprenditori brasiliani in Argentina. Per duecento anni e fino a ieri educati ad essere rivali in tutto, perfino ad odiarsi, ed a servire il Nord del mondo in silenzio, adesso Argentina e Brasile, le due economie più importanti del Sudamerica, si stanno integrando a passo velocissimo.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

Il Paraguay entra nell’Asse del male

09_38_41 Ad Asunción è bastato eleggere presidente Fernando Lugo, un tranquillo “curato di campagna”, perché anche il Paraguay fosse iscritto d’ufficio nell’ “asse del male latinoamericano”.

Lo hanno accusato di tutto, dall’essere delle FARC colombiane, all’essere un burattino nelle mani del venezuelano Hugo Chávez e del cubano Fidel Castro, ma il vescovo, che entrando in politica ha disgustato Joseph Ratzinger, è solo un tassello in più di una foto di famiglia che si ricompone.

A due giorni dal voto di Asunción, che ha messo fine a decenni di dominio del Partito Colorado, possono farsi cinque riflessioni importanti.

Leggile in esclusiva su Latinoamerica e poi commentale qui.

La criminalizzazione del movimento bolivariano. Perú e Colombia in prima linea.

Chi è colpevole? Ama gli altri come te stessa. Chiusi gli occhi e vidi il modo come un embrione sul punto di abortire”

Melissa Patiño (dal carcere)

 

Melissa e gli altri

Melissa Patiño Hinostroza ha 20 anni ed è una giovane poeta peruviana di Lima.

Si trova in carcere dal 29 febbraio scorso, arrestata ad Aguas Verdes, dipartimento di Tumbes, al confine con l’Ecuador, con l’accusa di terrorismo internazionale, mentre faceva rientro in patria dopo aver partecipato al Secondo Congresso della Coordinadora Continental Bolivariana, tenutosi a Quito dal 23 al 27 febbraio. Congresso che rappresenta un importante momento di incontro per tutta la sinistra latinoamericana, per i movimenti sociali e le organizzazioni popolari della regione, e al quale avevano partecipato, insieme a circa 800 delegati di diversi paesi del mondo, anche i tre giovani messicani che si trovavano nel campo delle FARC per motivi di studio e dove hanno perso la vita in seguito all’attacco dell’esercito colombiano in cui è morto il comandate guerrigliero Raúl Reyes, che stava conducendo trattative con la Francia per la liberazione di Ingrid Betancourt. … Leggi tutto

Lula con Fidel, ecco come funziona la dottrina Shannon

lulafidel

I media mainstream in questi giorni ci hanno offerto una straordinaria (quanto inosservata) dimostrazione di come funzionino e di come manovrino per influenzare l’opinione pubblica mondiale.

Il caso è che hanno fatto finta di non accorgersi o quasi che il presidente brasiliano Lula sia andato a Cuba. Ha firmato importantissimi accordi commerciali ed energetici e Petrobras opererà nelle acque territoriali cubane. Lula ha manifestato la grande amicizia del Brasile verso la sanguinaria dittatura cubana, i rapporti del Brasile verso la quale sono per sua stessa definizione i migliori della storia.

Non solo. Il presidente Lula da Silva si è incontrato con il diavolo barbuto Fidel Castro, l’ha abbracciato e baciato con calore, si sono intrattenuti da vecchi amici quali sono per quasi tre ore, e ha dato al mondo ghiotte notizie di prima mano sulla sua salute. Lo ha definito "incredibilmente lucido come nei momenti migliori, e in uno stato di salute impeccabile" tanto che Fidel stesso ha dovuto smorzare le dichiarazioni entusiastiche di Lula.

In pratica Lula ha fatto e detto a Cuba e con Fidel esattamente le stesse cose che fa e dice Hugo Chávez. Con una differenza.

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Perché “giornalismo partecipativo”

Il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio si è rivoluzionato. I mass media continuano a fabbricare consenso, ma vivono un crollo verticale di credibilità. Al polo opposto, la biodiversità informativa generata da Internet sta democratizzando la comunicazione in nuove forme di giornalismo diffuso e partecipativo che può e deve contaminare in positivo i primi. Giornalismo partecipativo è un frammento di una nebulosa informativa formata da migliaia di siti. Dal 1995 produce approfondimento giornalistico, affianca, e integra in maniera collaborativa, i media tradizionali o ne denuncia il conformismo e le manipolazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte ad un giornalismo tradizionale sempre più o tendenzioso o sciatto, rivendico un giornalismo fatto di autorevolezza. Autorevolezza fatta di competenze professionali nel campo specifico (dichiarato in questo caso dalla testata “America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica”), e di passione informativa e di impegno civile contro il burocratismo delle vie Solferino dei media tradizionali. E’ un giornalismo in prima persona, versus un giornalismo mainstream in terza persona. Partecipativo perché diffuso in milioni di siti che si intersecano e incrociano quotidianamente informazioni tra loro. Partecipativo perché estraneo ai rituali di cooptazione e alle logiche commerciali. Partecipativo perché vissuto e condiviso intensamente in una grande rete di lettori-autori. Un giornalismo che funge da controllore dei media tradizionali ma che, con la parte migliore di questi, può e deve attivare una sinergia positiva. Un giornalismo nel quale molti parlano a molti, e nessuno ha più il monopolio dell’informazione. Partecipativo perché da oggi Gennarocarotenuto.it fa un ulteriore passo avanti: tutti gli utenti registrati ne sono automaticamente autori inviando articoli e non solo commenti.

Perché “giornalismo partecipativo”

di Gennaro Carotenuto

La Stampa Quando Giuliana Sgrena fu liberata dalla prigionia in Iraq, terminò un’epoca della storia del giornalismo iniziata con la guerra di Crimea a metà del XIX secolo. Sgrena, e i francesi Christian Chesnot, Georges Malbrunot e Florence Aubenas, erano gli ultimi giornalisti occidentali non embedded a girare per il paese. Da quel momento in poi i media occidentali (che credono di portare sulle loro spalle il peso del destino della democrazia nel mondo) abdicano alla loro funzione primaria di “vedere per raccontare”. Si limitano a compilare di seconda mano la tragedia mesopotamica, interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, di televisioni arabe come Al Jazeera, che rompono il monopolio informativo occidentale, o con le veline uscite dal Pentagono e dalla zona verde di Baghdad. Per i quotidiani occidentali (che durante l’invasione si erano appoggiati ad un blogger iracheno, Salaam Pax) non c’era più alcun vantaggio competitivo nell’interpretare le questioni irachene rispetto ad un blogger motivato, esperto, colto, spesso titolato e capace di navigare la Rete analizzando informazioni.

LA MORALITÀ DEL GIORNALISMO ANGLOSASSONE

Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrava trionfare la cultura anglosassone del libero mercato, entrava in crisi l’idea (o mito?) anglosassone dell’autorevolezza del giornalismo basata sull’indipendenza di giudizio e la separazione dei fatti dai commenti. L’autorevole settimanale britannico The Economist ha difeso fino all’ultimo istante il disastro neoliberale in Argentina. Per l’Economist le morti per fame causate dal fondomonetarismo in quel paese, erano solo un cascame che lasciava indifferente il côté economico culturale di riferimento di quel settimanale. Come possa essere considerato autorevole un settimanale così sadico da fare finta per anni di non accorgesi che il modello economico che difende stia inducendo una carestia da migliaia di morti in una sterminata pianura fertile come l’Argentina, non è un mistero.

In epoca neoliberale, si è accentuato il meccanismo per il quale i grandi gruppi economici e sponsor decidono (senza alcun controllo democratico, giova ricordare) quale notizia è appetibile e quale comunicatore garantisca i loro investimenti. Non si limitano a decidere quale yogurt farci acquistare, ma cosa possiamo sapere e cosa è meglio che non si sappia. Ciò rende il sistema informativo commerciale un osservato speciale per la sua influenza sui processi democratici e dimostrabilmente falso e tendenzioso millantare “indipendenza” per i media commerciali. Sono infatti La fabbrica del consenso (Marco Tropea, 1998) della quale scrive Noam Chomsky; un mix di conformismo ideologico, propaganda e perseveranza nella menzogna da parte del potere. Non servono né censure né cospirazioni. È sufficiente il carrierismo, il conformismo e l’autocensura. E’ il libero mercato dell’opportunismo a muovere il mondo dei media e a selezionare darwinianamente la specie giornalistica. Se la notizia è una merce, allora i media sono più che mai dipendenti, dagli sponsor, dagli interessi degli editori, dal carro politico al quale ognuno appartiene, dalla pubblicità istituzionale, dai finanziamenti pubblici. In Italia questi sono 450 milioni di Euro. In tale contesto il libero mercato e il pluralismo, nei quali tutti fingono di riconoscersi, sono un simulacro in una corsa al monopolio (Mediaset, Sky, Mondadori…).

Guardiamo a sinistra: come fa la cooperativa de il Manifesto a competere con L’Unità (6.5 milioni di finanziamento pubblico) e con Liberazione (4 milioni)? A segnalare che il Manifesto (pochi spiccioli in quanto cooperativa editoriale) sta sul mercato e che gli altri due, che sul mercato non ci stanno, lo danneggiano scorrettamente, si è forse thatcheriani? Guardiamo in generale: se i grandi investitori pubblicitari sono alcuni grandi gruppi (quasi tutti privatizzati), quale giornale può permettersi di denunciare l’ENI (o Telecom, o Coca-Cola o Nestlé), e i suoi eventuali crimini in Ecuador o in Nigeria senza perdere milioni ed essere ghettizzato come estremista?

Guardiamo alla rappresentazione dell’America latina sui media: Otto Reich, un oscuro personaggio coinvolto nelle violazioni dei diritti umani e nella guerra sporca contro l’America latina negli anni ’70, fu il primo responsabile emisferico (una specie di sottosegretario agli Esteri) per l’America latina, di George Bush. Fu lui a disegnare l’ “asse del male latinoamericano”. Tutti i governi critici del neoliberismo andavano colpiti, come il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002 si incaricò di dimostrare. A quella linea i media occidentali si adeguarono facilmente, e quelli italiani risultarono tra i più zelanti. Quando la politica di demonizzare tutti mostrò la corda, Reich fu sostituito da Thomas Shannon. Questo scelse una linea conosciuta fin dall’impero romano: divide et impera. Di nuovo, bastò dettare la linea. Immediatamente alcuni sicari informativi iniziarono goebblesianamente a ripetere che l’America latina era spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi irresponsabili. I conformisti andarono dietro senza bisogno di alcun ordine: vedono il mondo con gli stessi occhi.

E guardiamo al mondo: quale gruppo mediatico ha potuto evitare di rispondere alla chiamata alle armi post 11 settembre? Con un blocco informativo così monolitico, è solo con la Rete che ha potuto prosperare un grande movimento pacifista mondiale. Usando Internet, facendo Rete, tale movimento, quattro anni fa, metteva in guardia sull’avventurismo statunitense in Iraq, con argomenti che oggi sono fatti propri perfino dal generale Petreus, che quell’avventura ha condotto, ma sono in larga parte tuttora negati agli spettatori passivi del TG4 o di FoxNews.

GIORNALISTI PASSIVI PER SPETTATORI PASSIVI

Tutto ciò accade mentre la precarizzazione, anche del lavoro giornalistico, rende la stessa professione giornalistica sempre più succube di logiche commerciali. L’approfondimento è lento, costoso e pericoloso. Al contrario il giornalismo precario è un giornalismo leggero, fragile, frettoloso, funzionale alla perpetuazione del “pensiero unico”, che orienta i cuori e le menti di grandi masse di fruitori passivi di comunicazione. I fruitori passivi dei media mainstream, per esempio, non sanno che in Italia (un paese dove circa il 6% della popolazione è immigrata) appena il 3% degli stupri è commesso da stranieri. Questo significa che una ragazza italiana è più tranquilla a salire in ascensore con un cittadino marocchino o rumeno che non con un ligure o un pugliese. I media però la inducono a credere l’opposto, gestendo, inventando, strumentalizzando, a fini sia politici che commerciali, l’allarme sociale che essi stessi creano.

Si pensi agli spettatori di FoxNews, a tutt’oggi indotti a pensare che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa e che Osama Bin Laden e Saddam Hussein fossero compagni di merende. O a quelli della CBS, che nel 2005 sentirono nominare la Cina solo due volte, una delle quali per un servizio sul rischio di estinzione del koala. Oppure si pensi agli spettatori del più importante TG del servizio pubblico italiano, il TG1 diretto all’epoca da Clemente Mimun, ai quali per cinque anni fu ammannita la logica del “panino”. In forma uguale e contraria, l’ostracismo contro i comunicatori non allineati (alcuni famosi, ma la maggioranza sconosciuti e perciò vulnerabili), configura un vero e proprio “regime mediatico” perfino più rigido di quello descritto da Frances Stonor Saunders nel suo imprescindibile La guerra fredda culturale (Fazi 2004). Un regime dove l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi o i 23 secondi dedicati da Gianni Riotta al cosiddetto V-day, sono solo la punta dell’iceberg. Questo sito ha criticato Beppe Grillo, ma è evidente che Riotta, nel negare informazione sul movimento di questo ha definitivamente dimostrato di non fare il giornalista ma il commissario politico. Soprattutto è evidente che per la democrazia informativa sono più pericolose le veline di Riotta che non i berci di Grillo. Del resto per diventare direttore del TG1 la selezione è rigidissima; solo il precario che non vede, non sente, non parla, salva il posto di lavoro. Solo chi si fa pienamente garante del sistema (un Watergate oggi sarebbe tecnicamente impossibile, e non solo in Italia) fa carriera. Colore, pregiudizio e cronaca invece di inchiesta, denuncia e analisi. E chi osa fare ancora inchiesta, Riccardo Iacona, Sigfrido Ranucci, Report, è automaticamente schedato come estremista.

Giornalisti passivi per spettatori passivi, uguale decisioni prese senza controllo del Quarto potere, ovvero, democrazia malata. E’ banale chiosare che oggi l’anchorman, il giornalista di successo, non è quello più bravo ma quello garantista (ovvero antimagistratura da noi) e garante dei poteri forti. Mauro de Mauro, Enzo Baldoni, possono rigirarsi nella tomba, ovunque siano le tombe di Baldoni e de Mauro.

Su di un muro della città di Oaxaca, in quel momento assediata come nel medioevo dall’esercito messicano, lessi questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Controllo dei mezzi di comunicazione, menzogna, razzismo, sessismo e tanto odio verso chi non abbassa la testa. Basta ricordare gli insulti alla memoria di Enzo Baldoni per capire come molti giornalisti mainstream siano e si sentano così colpevoli da reagire calunniando, denigrando, odiando infine per rifarsi al muro di Oaxaca, chi osa supplire democraticamente alle loro mancanze. Il giorno dopo quella scritta era stata cancellata dall’esercito con una mano di vernice che aveva rimbiancato la città. Ma non poteva nascondere l’ipocrisia dell’indurci a pensare che la libertà d’espressione non sia garantire a tutti, anche alle voci scomode, il giusto spazio, ma che la libertà di espressione sia garantire a Bruno Vespa di condurre Porta a Porta finché morte non ci separi.

VERSO LA BIODIVERSITÀ INFORMATIVA?

La stratificazione data dal digital divide permette scelte selettive. Se una massa passiva non ha strumenti di difesa, questa potrà continuare a ricevere un’informazione disinformante. Ma non sorprende che per quella fetta di società in grado di leggere manipolazioni e sicariato informativo, il discredito dell’informazione tradizionale cresca in maniera esponenziale. La nuova generazione prescinde in parte o in toto dai media mainstream. Sotto i 45 anni di età Internet è già da anni la principale e più autorevole fonte informativa. Solo un mesto 5% considera la TV autorevole. Meno del 10% confida nella stampa scritta. Questa deve interrogarsi se la corsa perpetua alla tabloidizzazione non le faccia perdere il senso di sé e non la renda ogni giorno più prescindibile, un doppione meno agile della TV. Hugh Hewitt, esponente della destra neoconservatrice statunitense, e blogger a sua volta, sostiene in maniera suggestiva che Internet rappresenti una seconda riforma protestante. Martin Lutero chiamava i fedeli a leggere e interpretare le scritture. La Rete -è la tesi- oggi li chiamerebbe a scrivere in prima persona la comunicazione politica.

Il mondo dei siti personali, quasi sempre unipersonali, fornisce una visione generalista dell’informazione solo come sguardo d’assieme (di qui il successo di aggregatori e feed). Ma questo sguardo d’assieme è composto da plurimi sottoinsiemi e rappresenta un giornalismo diffuso e sempre più specializzato. Milioni di siti sono dedicati a realtà locali. Fanno cronaca, localissima o con rilevanza planetaria, come accadde con Salaam Pax o con chi coprì lo tsunami. Poi c’è un giornalismo Quarto (o Quinto o Sesto) potere, che si dedica a controllare e criticare i media, svelandone collateralità o menzogne. Questo giornalismo mastino si appoggia in un rapporto simbiotico ai media tradizionali. Sono loro a scegliere l’agenda setting ma è il controllore a palesarne le debolezze.

Quindi c’è un giornalismo interstiziale che occupa spazi e tempi lasciati volutamente o fatalmente liberi dal primo. Approfondimenti su temi scomodi, denunce, notizie lasciate cadere, deviate o negate. A volte scoop come quello di Macchianera, che rivelò gli omissis del caso Calipari. Quando i media tradizionali non sono in malafede, si stabilisce facilmente una sinergia positiva. A GennaroCarotenuto.it è successo molte volte. Per esempio, quando RaiNews24 ci ha citato e linkato perché questo sito era l’unico ad avere intervistato un occidentale testimone oculare del martirio di Falluja, la città irachena dove, come RaiNews24 stessa documentava, furono usate armi chimiche e al fosforo proibite. Era Javier Couso, fratello di José Couso, cameraman di Tele5 ammazzato a Baghdad. Il documentario fu relegato alle 7 di mattina, e la mia intervista non pubblicata da giornali italiani. Ma oltre 20.000 cittadini attivi poterono leggerla qui, quasi tutti indirizzati dal sito di RaiNews24. O quando abbiamo seguito la repressione a Oaxaca in Messico, orientando e poi scrivendone direttamente su La Stampa. Molti ottimi e onesti giornalisti lavorano –con crescente imbarazzo- nei media mainstream. Il giornalismo partecipativo non può sostituirli, ma può costruire una sinergia con questi. Sulla base di specifiche competenze individuali tratta le notizie in maniera più approfondita, complessa e collabora imponendo al sistema broadcast di migliorarsi. Questo, se non può temere di essere sostituito dal giornalismo partecipativo, sa che ogni giorno di più questo è in grado di delegittimarlo e far cadere il velo alle veline alle quali il giornalista mainstream fa spesso da passacarte.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE

La Rete ha modificato la maniera di soppesare e rapportarsi con l’informazione da parte di sempre più cittadini. Lo spettatore del TG1 di Gianni Riotta è tendenzialmente passivo. Quello abituato a cercarsi le informazioni in Rete attivo. Usa la propria capacità critica per valutare e scegliere. E dovendo valutare e scegliere differenzia l’informazione dai beni di consumo. Se il “pensiero unico” neoliberale millanta che la miglior garanzia per la democrazia è considerare anche l’informazione come merce e farà più soldi il media che fornirà il miglior servizio (a chi?) , il cittadino mediattivo non considera l’informazione una merce come un’altra. Anzi, la colloca nella categoria dei beni comuni, indisponibile ad essere geneticamente modificata da interessi terzi.

Internet nasce carbonara fin dalle BBS. Il missionario dal Congo, il Sem terra brasiliano o il sindacalista di Sesto San Giovanni, potevano finalmente far sentire la loro voce, sia pure a un ristretto numero di precursori. Non molti vivemmo online l’emozione di quando, nel gennaio del 1994, cominciammo a ricevere dal remoto Chiapas i primi comunicati zapatisti. Significava non solo che Francis Fukuyama ebbe torto a parlare di “fine della storia” ma anche che un’altra comunicazione era possibile. “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.

Quindi la Rete è divenuta un fenomeno commerciale e professionale imprescindibile per tutti, che ha generato enormi investimenti. A questi investimenti e all’Internet commerciale va il merito di aver trasformato la Rete in un medium capillare. I grandi gruppi economici e mediatici ritenevano di averla addomesticata convogliando milioni di spettatori passivi verso i loro portaloni e trasformandoli in navigatori passivi. I siti dei grandi media usano come un orpello il vero potenziale democratico della Rete, la condivisione e la verificabilità del sapere data dall’ipertesto. Il loro obbiettivo è non farti cambiare canale, possibilmente cliccando sulla pubblicità. Ma non è così che funziona la Rete: la Rete è un continuo zapping intelligente tra decine di TAB aperte in Firefox. E sullo schermo di ognuno di noi la linguetta del New York Times ha la stessa preminenza di quella di Peacelink o di un piccolo ma prezioso blog specializzato.

Una volta matura, la Rete del XXI secolo ritorna alla propria natura iniziale: quella di una comunicazione da molti a molti. Una generazione sempre più numerosa di cittadini mediattivi, autonoma, formata e indipendente, modifica la propria maniera di ricevere informazione e si attiva per renderla bidirezionale senza sudditanze verso i broadcast. Riceve da molte fonti, emette verso molte altre, commentando nei siti, o facendosi essa stessa media. Crea un “giornalismo personale” e diffuso che è un ossimoro e una rivendicazione di soggettività e autorevolezza dei media nati per e su Internet. E’ quella che Antonio Sofi definisce “la realizzazione delle promesse insite nel patrimonio genetico della Rete, ridefinendo anche i classici ruoli di produttori e consumatori dell’informazione”.

I cittadini blogger sono in genere più capaci di fare una ricerca in Internet (il data mining) della maggior parte degli editorialisti dei grandi quotidiani che non si muovono dalle loro vie Solferino. Si dirà: ma il blogger non va sul posto! Non sempre è vero, come non è vero che tutto il giornalismo è reportage. Ma soprattutto, de te fabula narratur. Nel degrado della professione è il giornalista quello che viaggia sempre meno, anche se evita di ammetterlo. Succede ai precari o ai freelance pagati due lire, ma anche agli strapagati inviati ed editorialisti. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù, senza essere mai stati a Timbuctù. La loro attività, come quella del blogger, è soprattutto quella di analisti di informazioni disponibili a tutti. La differenza è che l’editorialista è obbligato a render conto ad alcuni stakeholder, portatori di interesse che non vuole sfrocoliare o deve esplicitamente favorire, che siano un partito, la Casa Bianca o semplicemente uno sponsor. La sua autorevolezza sempre meno dipende dall’indipendenza di giudizio e sempre più spesso dipende dal garantire tali portatori di interesse. Il blogger, al contrario, editore di se stesso in un’attività quasi totalmente gratuita (è una colpa?), in genere si confronterà con la propria credibilità personale, la propria storia e i suoi lettori in un percorso più trasparente di quello dei media tradizionali.

UNA RETE DI LETTORI-AUTORI

Il cittadino giornalista tende ad occuparsi di temi che conosce, e ai quali spesso ha dedicato la vita, costruendosi un’autorevolezza specifica. C’è chi compra un giornale o guarda un TG per tutta la vita, ma non c’è altra fidelizzazione possibile nei blog che non si basi sulla credibilità. Se il giornalista partecipativo si fa tuttologo si sgonfia. Ma in genere ha di più e non di meno da dire rispetto alle analisi stantie, disinformate e disinformanti dei media tradizionali. Chi visita il suo sito (dieci o diecimila persone al giorno), gli riconosce un’autorità che sottrae ai media monopolisti. La peculiarità di tale autorità è che si tratta di un’autorità orizzontale, non verticale. Il blogger si riferisce continuamente ad altri blogger, li linka, si tiene in contatto, smonta il proprio punto di vista e quello degli altri e lo rimonta, risponde ai commenti, modifica e calibra il proprio pensiero in uno scambio arricchente per tutti, nel quale tutti partecipano in una magnifica biodiversità informativa. Il blogger parla in prima persona e dà del tu ai propri lettori dei quali spesso è a sua volta lettore in una grande rete di lettori-autori.

È questa la sua forza. Condivide quello che conosce, spesso molto bene, a volte essendo un’autorità indiscussa in materia, come testimoniano blog curati personalmente da premi Nobel. Il tuttologo è un ruolo che si addice invece ai media tradizionali, con la loro necessità/presunzione di coprire da un desk a Roma, a Miami o a Buenos Aires, magari con un precario mal pagato e mal selezionato e che probabilmente non conosce la lingua, fatti che accadono a Quito o a La Paz. La desolante povertà, culturale, ma perfino sintattica e grammaticale della sezione brevi del quotidiano La Repubblica online, lo testimonia.

Il giornalista partecipativo, al contrario, compete ed è autorevole se costruisce il proprio agenda setting intorno alle proprie inclinazioni e competenze. Se si misura nel territorio di tali competenze, batte per qualità e tempestività i media tradizionali come i guerriglieri vietcong battevano i marines nella selva vietnamita. Opera così da vero Quarto potere del XXI secolo, facendo le pulci ai disinformatori di professione che hanno abdicato al fare da controllori del potere politico ed economico e anzi se ne fanno complici. A questo sito è successo innumerevoli volte, vedi alla voce (TAG) “disinformazione”. Rispetto ai media tradizionali, che possono essere aiutati a democratizzarsi denunciando sistematicamente ogni manipolazione, il giornalismo partecipativo somma una tensione etica e interpretativa della realtà. Così la parte più intraprendente, giovane, colta, interessata e interessante della società civile ha scelto di rivolgersi alla Rete per abbattere l’esclusività monopolista dei media tradizionali.

Chi scrive, da docente universitario di Storia del Giornalismo, fa notare ai propri studenti come ben prima del “diritto di stampa” sia nato il “privilegio di stampa”. E’ quello che tutt’oggi utilizzano i monopolisti dell’informazione mainstream per imporre il “pensiero unico”. Perché potesse sorgere il diritto di stampa, cioè che tutti potessero stampare, dovette essere abbattuto il “privilegio di stampa”, che i monarchi assoluti attribuivano ad uno o pochissimi soggetti. Oggi ci sono tutti gli strumenti perché un giornalismo partecipativo contribuisca a creare una democrazia partecipativa. Quello che sta sorgendo è un giornalismo tematico, orientato dalla passione civile, ma non per questo meno autorevole. Rispetto al collateralismo con i potentati economici e politici dei media tradizionali è un giornalismo indipendente dalle logiche commerciali, disinteressato, partigiano, civile. Un giornalismo di condivisione della conoscenza contro la banalizzazione della complessità voluta dal “pensiero unico”. E’ quello che GennaroCarotenuto.it ha fatto in questi anni e continuerà a fare. Tutti possono partecipare.

Gennaro Carotenuto

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Contro-laudatio per Michelle Bachelet

michelle-bachelet Oggi la presidente cilena Michelle Bachelet è a Roma, incontrerà le massime cariche dello stato, sarà elogiata da tutta la stampa nazionale e sarà chiamata ad inaugurare l’anno accademico a Roma Tre. Domani, mercoledì, riceverà a Siena una laurea Honoris Causa in Medicina. Ma merita davvero tanti onori?

Quando lo scorso anno si sollevò l’intero mondo dell’educazione cilena, scesero in piazza perfino i bambini delle elementari, l’Università -caso unico al mondo- restò assolutamente … Leggi tutto

L’Occidentale si fa pubblicità con Hugo Chávez!

loccidentaleCome testimonia l’immagine, L’Occidentale, il quotidiano online della Fondazione Magna Carta, la destra ultraliberale, filostatunitense a oltranza e partigiana dello scontro di civiltà e delle guerre infinite, il presidente onorario della quale è l’ex-presidente del Senato Marcello Pera e il presidente della quale è il senatore di Forza Italia Gaetano Quagliariello, punta su … Leggi tutto

Lucio Caracciolo, Limes sull’America Latina è inconsistente

E’ necessaria una riflessione sul numero di Limes (2/2007) in edicola, intitolato “Chávez-Castro, l’antiamerica”. Chi scrive ne ha discusso per oltre un’ora nel programma di Radio RAI Radio3Mondo con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, con uno degli autori, Maurizio Stefanini de Il Foglio e con il conduttore, Gian Antonio Stella, firma del Corriere della Sera. La registrazione può essere ascoltata qui.

Nel dibattito radiofonico si è parlato moltissimo di Venezuela e del presidente Hugo Chávez. Molto meno del numero di Limes che eravamo chiamati a presentare. Dal punto di vista dell’ascoltatore, e della riuscita della trasmissione, fa lo stesso. Ma avendo chi scrive scrupolosamente letto un volumotto di oltre 300 pagine, Limes appunto, per dovere professionale sento il bisogno di alcune puntualizzazioni.

La novità più importante è che la “Rivista italiana di geopolitica”, parla ben poco di geopolitica e molto di altre cose. Parla pochissimo di economia. Per esempio ignora un evento capitale come la chiusura dei rapporti con il FMI da parte di mezzo continente latinoamericano. Non c’è un solo pezzo che contestualizzi l’attuale fase storica dopo il crollo dell’ortodossia neoliberale. Dovendosi occupare di Venezuela non c’è un solo articolo sull’ingresso del paese nel Mercosur né sul Mercosur in generale. Non c’è un solo articolo che … Leggi tutto

Alejandro Peña Esclusa, Lorenzo Cesa, il Cardinal Martino, pedine neocons preparando il dopo Chávez

Chi c’è dietro Alejandro Peña Esclusa, il neofascista venezuelano in tournée da mesi tra Europa e America? In patria non rappresenta nessuno, è un antisemita e un golpista, ma a Roma lo ricevono il segretario dell’UDC, Lorenzo Cesa e il Cardinale Renato Martino. Seguiamo passo a passo, da Washington al Vaticano, passando per gli squadroni della morte salvadoregni e i milicos argentini, l’operazione (analoga a quella che portò il bancarottiere Ahmed Chalabi ad essere l’uomo della Casa Bianca per l’Iraq post-Saddam) per la soluzione autoritaria per il Venezuela bonificato da Chávez.

esclusivo per GennaroCarotenuto.it

Lorenzo Cesa, segretario politico dell’UDC: “non conoscevo il signor Peña Esclusa; nessuno mi aveva avvertito che fosse dichiaratamente antisemita e golpista e noi non appoggeremo un colpo di stato in Venezuela. Tuttavia ci è stato presentato da altissime personalità d’Oltretevere e pertanto non avevamo motivo di dubitare della sua credibilità”. ?Con Peña Esclusa -mi racconta Cesa in una cortese conversazione durante il secondo tempo di Napoli-Vicenza- ho fatto una semplice chiacchierata?. Dalla quale è scaturita però una dichiarazione congiunta tra il neofascista e il democristiano. E’ la stessa dichiarazione che nel sito di Fuerza Solidaria viene millantata addirittura come ?la firma di un accordo di collaborazione? tra l’UDC e l’organizzazione neofascista nella quale ?il parlamento italiano si è impegnato con Peña Esclusa per un’indagine sulle elezioni venezuelane?.

Fantasie, fanfaronate di un fascista in libera uscita, ma sono le stesse affermazioni false e tendenziose prese per buone da giornalisti come Aldo Forbice di Radio Rai, Gaetano Pedullà e Fabrizio dell’Orefice de Il Tempo, Dimitri Buffa di Radio Radicale. Un politico navigato come l’Onorevole Cesa ci confessa di non conoscere neanche il nome del suo referente naturale, ovvero il leader dell’opposizione moderata venezuelana, Manuel Rosales che, appena in dicembre, prese 4.3 milioni di voti e poi ?colpa grave- ammise tranquillamente la sconfitta. Colpa gravissima, ma condivisa con l’Unione Europea e il Dipartimento di Stato del governo degli Stati Uniti, che riconobbero l’assoluta trasparenza delle elezioni venezuelane del 3 dicembre 2006. Certo, se altissime personalità d’Oltretevere

Ricapitoliamo; Alejandro Peña Esclusa è un personaggio oscuro della destra neofascista latinoamericana. Così oscuro che quando si candidò alle elezioni prese 2.424 voti, lo 0,04%. E meno male, visto che è portavoce di un’organizzazione antisemita, e che fu legato allo storico leader del fascismo (ma atlantista) brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, capo della setta ?Tradizione, Famiglia e Proprietà?, nume tutelare delle dittature latinoamericane degli anni ’70. Peña Esclusa, proprio a partire da quelle entrature, si legò ai servizi statunitensi e partecipò al colpo di stato contro Chávez dell’11 aprile 2002. Oggi è a capo di una minuscola organizzazione, ?Fuerza Solidaria?, che punta dichiaratamente a nuove dittature militari in America latina: ?non crediamo in soluzioni democratiche?. Anche se oggi punta più in alto, i suoi partner europei sono la Falange spagnola e Forza Nuova in Italia. Onorevole Cesa, cosa c’entra l’UDC con Forza Nuova? ?Nulla? si affretta a smentire Cesa, e gli crediamo, ma certo, se altissime personalità d’Oltretevere

Sarebbe il Cardinale Renato Martino l’altissima personalità vaticana che, lo dice Peña Esclusa, lo avrebbe ricevuto. Qui alcune cose non quadrano. Già nunzio presso l’ONU, dal 2002 presiede ?Iustitia et Pax? e con Ratzinger anche la pastorale dei migranti, Martino in Vaticano è molto potente e molto in ascesa. Ma è anche stato la più piccante lingua pacifista in Vaticano contro l’aggressione statunitense all’Iraq ed è noto per imprudenti dichiarazioni amichevoli verso Fidel Castro. Per queste ed altre questioni ?come la proposta di introdurre l’ora di religione islamica nelle scuole- che provocò anatemi da parte degli atei devoti Ernesto Galli della Loggia e Marcello Pera, è stato perfino bollato come ?Cardinale anti-Ratzinger?. A ben guardare anche Martino, che più prudententemente di Cesa non fa comunicati congiunti, è un testimonial semi-incosciente, prestatosi o indotto ad incontrare l’antisemita venezuelano.

Nel giorno nel quale il Vaticano scomunica di fatto il teologo della liberazione Jon Sobrino, rilanciando la caccia alle streghe contro la chiesa latinoamericana, spunta un altro nome, quello di un sacerdote venezuelano, Pedro Freites, che invece di essere ?impegnato per i poveri? è ?compromesso con i ricchi?. Alcune fonti ce lo descrivono come un millantatore (un altro!), che in Venezuela si presenta come Direttore Generale di Radio Vaticana e in Italia come delegato della Conferenza Episcopale Venezuelana. Quello che è senz’altro Freites è uomo del Cardinale venezuelano Castillo Lara, che appoggiò il colpo di stato del 2002, e non ha mai smesso di tramare contro il governo legittimo. Anche se l’anziano cardinale non si permette di farsi vedere in pubblico con un impresentabile come Peña Esclusa, i contatti tra loro sarebbero mantenuti da Pedro Paúl, ambasciatore a Roma prima di Chávez, che, ottimamente introdotto in Vaticano, accompagna Peña Esclusa.

Fin qui le ?vacanze romane?. Ma Peña Esclusa è da mesi in giro per il mondo a promuovere la sua immagine. Anzi, si direbbe che ci sia una sceneggiatura scritta per trasformare questa Cenerentola del neofascismo latinoamericano in un ?moderato? e un ?democratico? e dargli un seguito che non ha. E’ difficile seguire i suoi spostamenti, ma non è difficile capire a spese e per conto di chi si muove. Il cuore del suo giro è a Washington, dove importanti neoconservatori considerano l’antisemita venezuelano come un utile idiota. Ma Peña Esclusa non parte da lì. Sulla strada di Washington ?dev’essere una cosa sentimentale- il nostro eroe si ferma in Salvador dove strappa applausi dal partito Arena, quello degli squadroni della morte di Roberto D’Abuisson, che fece ammazzare sull’altare Monsignor Oscar Romero e aveva anche Jon Sobrino tra le vittime designate. Tra Monsignor Romero ammazzato sull’altare e le altissime personalità d’Oltretevere continua a non correre buon sangue.

Dopo essersi accompagnato ai torturatori salvadoregni, Peña Esclusa sbarca nella buona società di Washington DC. Tiene conferenze in Università, concede interviste a tutti gli Aldo Forbice statunitensi, millanta, mente, si sbraccia; è lì per quello. L’ombrello più importante glielo fornisce la fondazione antiterrorista di George Shultz, ?Committee on Present Danger?. George Shultz, per chi non lo ricordasse, fu ministro con Nixon e poi segretario di Stato di Ronald Reagan, uomo della Betchel, la multinazionale che faceva affari con Saddam Hussein fino a un minuto prima di bombardarlo. Sotto la sua responsabilità ricade la fase tardiva dell’appoggio alle dittature in America Latina e la guerra sporca contro il Nicaragua Sandinista. ?Committee on Present Danger? è un solvente think tank repubblicano nel quale ritroviamo alti papaveri neoconservatori statunitensi tra i quali l’ex-direttore della CIA James Woolsey. Oltre ad essere ospitato ?e probabilmente passare alla cassa- da altre istituzioni che tra il 2002 e il 2004 appoggiarono il colpo di stato e il golpismo venezuelano, Peña Esclusa viene intervistato dal Washington Times, da non confondersi con il Post. Il Washington Times è la Pravda del neoconservatorismo, quotidiano legato a filo doppio all’ex segretario di stato Donald Rumsfeld, ed è il quotidiano che per primo lanciò campagne di stampa individuando ?l’ asse del male latinoamericano da colpire?. Peña Esclusa per loro è una pedina preziosa, ed è facile trovare giornalisti come Fabrizio dell’Orefice del Tempo disposti a dargli credibilità e spazio anche se millanta che una fabbrica di biciclette celi un traffico di uranio da Caracas a Teheran.

Dopo Washington, siamo già all’inizio di marzo, il nostro uomo si reca in Argentina. Parla presso l’Aunar, un’associazione di ex-militari reduci degli anni ’70, dove arrivano per ascoltarlo anche dal Cile, dall’Uruguay e dalla Colombia. Quasi una rimpatriata del Plan Condor, il piano di sterminio orchestrato da Washington che causò fino a mezzo milione di desaparecidos. Per Peña Esclusa è l’occasione per attaccare il presidente Nestor Kirchner per i suoi buoni rapporti con Hugo Chávez. Siamo alla vigilia del viaggio di Roma, ma Peña Esclusa trova il tempo per fare un salto in Messico. Lì inaugura la sezione messicana di Fuerza Solidaria. Si dirige a venezuelani residenti in Messico che chiama -per la delizia degli Aldo Forbice messicani- ?esiliati?. Quello messicano è un soggiorno più importante di quanto si voglia far credere. Sarebbe finalizzato alla creazione di un embrione paramilitare sul modello dell’UCK albanese, creato e addestrato negli Stati Uniti per fare da casus belli contro la Yugoslavia o, per rifarsi a modelli creoli, per ripetere la Baia dei Porci.

E’ in crescita Peña Esclusa. Troppi personaggi chiave si espongono per lui, nonostante il suo curriculum. Gente come Lorenzo Cesa è disposto a farci una figuraccia macroscopica. Il Cardinal Martino, amico dell’Islam, non esce bene dal ricevere un antisemita dichiarato. Chi, soprattutto a Washington, sta giocando fiche su di lui, sta ripetendo in Venezuela l’operazione di Ahmed Chalabi. Il Pentagono, i neoconservatori, con alla testa Paul Wolfowitz e Richard Perle, lo presentavano ?nonostante fosse un volgare truffatore condannato a 20 anni per corruzione in Giordania e senza alcun appoggio nel paese- come la grande speranza per la democrazia in Iraq. Eppure proprio quelle debolezze lo resero utile per essere il primo ministro del petrolio post-Saddam, prima di liquidarlo.

L’Iraqi National Congress, l’organizzazione creata da Chalabi in intelligenza con i servizi statunitensi, preparò per la CIA stessa molte delle false prove per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein, incluse le armi di distruzione di massa e le relazioni con Al Qaeda. E guarda caso Peña Esclusa, a migliaia di chilometri di distanza, racconta di nuovo quello che la CIA ?o l’Aldo Forbice di turno- vuole sentire: che fabbriche di biciclette trafficano uranio verso l’Iran, che Caracas è piena di terroristi islamici e che per loro c’è perfino un volo diretto da Maiquetía a Teheran. Chalabi era un signor nessuno, pompato da amici potenti, che gli Stati Uniti scelsero come Quisling per l’Iraq. Peña Esclusa è al centro di un’operazione identica dei neocons per diventare il Quisling del nuovo Venezuela. Ma queste operazioni, si sa, non sempre riescono.

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Partito Radicale, National Endowment for Democracy, Freedom House, Venezuela

Francesco Zurlo: su un numero di Latinoamerica di qualche tempo fa, in un articolo di Gianni Minà, lessi che i Radicali Italiani stavano costituendo (o avevano costituito) un organismo collegato al NED americano. E’ vero? Perché se fosse così, ben si capirebbero certe esternazioni della Bonino su Chávez, commentate anche in questo blog qualche tempo fa…

Gennaro Carotenuto: Non credo sia andato in porto. L’ "Organizzazione mondiale delle democrazie", una pseudoriforma dell’ONU voluta da Emma Bonino in modo che gli Occidentali potessero monopolizzarla definitivamente, è abortita anni fa. Allo stesso modo non credo nascerà mai l’ “Italian and European Endowment for Democracy” che era una boutade elettorale della Rosa nel Pugno e una testimonianza in più del colonialismo mentale del quale è vittima il Partito Radicale.

In ogni caso la sinergia tra Partito Radicale e organizzazioni come il NED e Freedom House è totale. Matteo Mecacci, uomo di raccordo tra i radicali e il governo statunitense, tanto da trovare ampio spazio sulle pagine del quotidiano di riferimento del Pentagono e di Donald Rumsfeld, il Washington Times (quello che parla di "asse del male latinoamericano da colpire"), lavora in … Leggi tutto

TG1 Rai: a me Gianni Riotta non mi piace

A Pechino Romano Prodi glissa le domande su Telecom ma riesce a dire: “Gianni Riotta piace a tutti”; come la Coca-Cola o Papa Wojtyla. A me invece Gianni Riotta non piace.

Non piace perché non mi piace la costruzione a tavolino di carriere fatta sulla supinità al potere supremo, dei soldi e dell’atlantismo, le uniche due entità che danno davvero legittimità nella nostra società. E se “fanno tutti così”, peggio. Gianni Riotta, denuncio, ha costruito la sua carriera ed è oggi diventato direttore del TG1, per un solo merito: per l’ossessiva riproposizione dell’assioma che … Leggi tutto

Giocare alla prossima guerra

Si chiama “Mercenaries 2: World in Flames”, e secondo la “Pandemic Studios”, la casa statunitense che l’ha prodotto, e lo lancerà sul mercato nel 2007, è solo un innocente videogioco. Ma, guarda caso, questo innocente videogioco rappresenta la “liberazione”, da parte di militari statunitensi, dei pozzi di petrolio bolivariani nelle mani di un non troppo immaginario sanguinario dittatore bolivariano.

Il tiranno, manco a dirlo affamato di potere, nel videogioco ha come principale colpa quella di alterare il normale flusso delle vendite di petrolio verso gli Stati Uniti. Il petrolio, si sa, è l’unica cosa … Leggi tutto

Mentre Rumsfeld si preoccupa per Morales e Chávez il riarmo cileno spaventa il continente

Questa settimana porta notizie preoccupanti per la pace in America Latina. Il 31 gennaio, sono stati consegnati all’aviazione cilena i primi due F16 della Lockheed Martin dell’ultima infornata di 10 aerei da combattimento nuovi, comprati dal governo del quale Michelle Bachelet (nella foto mentre passeggia su di un sottomarino da guerra) è stata Ministro della Difesa. Sono i più moderni aerei da combattimento in dotazione ad eserciti dell’America Latina, e sono (ovviamente) stati posizionati nella base di Iquique, nel nord del paese, puntati contro il Perú e la Bolivia. Con i due micidiali aerei da guerra, sarebbero stati consegnati 142 missili AMRAAN, missil AIM9 e bombe JDAM. Solo con questa commessa dell’aviazione, il Cile governato dal centro-sinistra, supera l’intero costo del programma di ammodernamento dell’esercito venezuelano, contro il quale si sta opponendo il governo degli Stati Uniti, … Leggi tutto

I disinformatori antilatinoamericani di professione

Ogni giorno la stampa italiana ospita affermazioni false e tendenziose contro i governi progressisti latinoamericani. E’ solo un caso o è in corso una campagna di delegittimazione contro quello che per Donald Rumsfeld è l’ “asse del male latinoamericano da colpire”?

E’ quasi un appello: sul sito http://www.gennarocarotenuto.it si tenta di star dietro e di confutare le affermazioni false e tendenziose fatte quotidianamente contro i governi progressisti latinoamericani. Oggi per la Bonino che sul Corriere della Sera afferma che “in Venezuela non esistono istituzioni democratiche”. Ieri sul GR3 il neocon Pipes paragona Salvador Allende ad Adolf Hitler. L’altro ieri si fa affermare a Vargas Llosa l’astrusa teoria per la quale Evo Morales sarebbe un razzista. La settimana scorsa una macchinazione ha fatto il giro del mondo per presentare Hugo Chávez addirittura come antisemita. Nel mezzo si magnifica come novità l’elezione di Michelle Bachelet (la sua coalizione è al quarto mandato consecutivo) e si fa passare quasi sotto silenzio quella di Evo Morales (una svolta in tutti i sensi). La Repubblica si preoccupa per la sorte degli assassini di Ernesto Guevara: “processarli sarebbe una ritorsione” e Massimo d’Alema, quello stesso che difendeva Fernando de la Rúa quando questi fece sparare sulla folla a Buenos Aires, lancia accuse contro Nestor Kirchner o Hugo Chávez. Ma forse la perla di questo inizio d’anno è quella offerta dal settimanale L’Espresso.

Il settimanale storico della sinistra progressista italiana, nel numero del 19 gennaio 2006, commissiona … Leggi tutto