Friday 25 May 2012, 04:30

Gli articoli con tag: " asilo politico "

Arrestato il cugino del Presidente colombiano Álvaro Uribe. Era un paramilitare

_44592135_080423_bogota_203b1 Mario Uribe è il cugino del Presidente colombiano Uribe e suo socio politico di prima importanza e vicinanza. E’ stato arrestato ieri a Bogotà per paramilitarismo dopo aver provato a chiedere asilo politico nell’Ambasciata del Costarica. Proprio lui era stato l’estensore della legge con la quale erano stati amnistiati i crimini dei paramilitari. Di fronte alle gravissime accuse per crimini di natura comune delle quali è accusato il cugino del Presidente, il governo del paese centroamericano non ha potuto che rifiutare la richiesta.

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Domeniche bestiali

E’ giusto che i maschi siano separati dalle femmine nelle scuole italiane? Vota! A parte che a noi ci piace votare tutto ma la domanda non è buttata lì a caso. La pone con un questionario di tutto rispetto, la rubrica Prima Pagina di Rai Tre, forse il miglior canale pubblico per i radioascoltatori, che sono andati a curiosare domenica scorsa. … Leggi tutto

Condor, la vita italiana clandestina di un torturatore

Jorge Nestor Fernandez Troccoli, uruguayano: arrestato a Marina di Camerota. Partecipò all’operazione che sterminò migliaia di oppositori dei regimi latinoamericani. Da Repubblica.it di Carlo Bonini

ROMA – Raccontano che nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, l’uomo, chino su una sedia della stazione dei carabinieri di Marina di Camerota, dopo aver capito, abbia stretto le sue palpebre di vecchio. Come a voler scacciare uno sciame di fantasmi e le loro urla innocenti, improvvisamente tornate vicine. Pronte, questa volta, ad afferrarlo per sempre. Raccontano ancora che, qualche ora dopo, entrando nell’ufficio matricola del carcere di Regina Coeli, abbia fissato il lugubre corridoio su cui si apre la cella di isolamento in cui da allora è rinchiuso ripetendo una professione di innocenza come fosse una nenia: “Non li ho fatti sparire io. Io non sapevo. Non potevo sapere…”.

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I Pinochet: rendite da genocidio

Ipinochet La vedova di Augusto Pinochet, i cinque figli e diciassette collaboratori del defunto dittatore, sono stati arrestati a Santiago del Cile per reati finanziari, malversazione e appropriazione di fondi pubblici, stornati verso … Leggi tutto

Pegah, asilo politico subito!

Questa ragazza è Pegah Emambakhsh, la ragazza iraniana alla quale il governo britannico di sinistra NON ha concesso l’asilo politico (secondo i parrucconi le preferenze sessuali non sarebbero dimostrabili) e che se fosse rimpatriata sarebbe giustiziata, perché secondo il governo del suo paese le sue preferenze sessuali non solo sono dimostrabili, ma meritano la morte.

Se la Gran Bretagna (ma non è lo stesso paese entusiasta di esportare la democrazia, a patto che … Leggi tutto

Paesi sicuri?

Angelo Nathan: Nella rubrica di repubblica.it curata da Giovanni Maria Bellu "Gli altri noi", è stato pubblicato un articolo sui "paesi di origine sicuri", di cui riporto un breve passaggio:

"Il concetto di "Paese di origine sicuro" è stato recepito alcune settimane fa dal parlamento italiano. Il governo, quando emanerà … Leggi tutto

Madres

Maria Vittoria Morano: sono una studentessa di Relazioni Internazionali, particolarmente interessata alle vicende riguardanti il continente latinoamericano. Nonostante gli anni di studio e gli esami di storia superati, sono venuta a conoscenza da sola dell’ aberrante e vergognosa questione dei desaparecidos argentini attraverso la lettura illuminante del libro di … Leggi tutto

Bush e Berlusconi: Prodi come Lukashenko

Neanche una telefonata, neanche un SMS ha mandato George Bush a Romano Prodi. Non sappiamo se alla Casa Bianca stiano studiando perfino sanzioni contro l’Italia, come se Romano fosse un Lukashenko bielorusso qualsiasi. Ma è chiaro che a quasi 48 ore dalla chiusura dei seggi in Italia, l’amministrazione statunitense ha scelto una grave presa di distanza verso il voto democratico degli italiani.

Bush avrà creduto a Berlusconi, che gli ha descritto Prodi comunista, amico dei … Leggi tutto

Come nasce una velina

Omero Ciai, il bravo giornalista della Repubblica che di mestiere si occupa di parlar male di qualunque cosa in America Latina non sia di gradimento del governo Bush o del Fondo Monetario Internazionale, mi piace. E’ una persona combattiva che difende con foga le sue tesi e qualche volta si impegna a che le cose che scrive coincidano con la realtà come a lui piacerebbe che fosse. Basta essere appena un po’ esperti di America Latina per “cacharlo”, scoprirlo, come direbbero i cileni… Da storico orale, so che quello di far coincidere la realtà col desiderio è un bisogno primario dell’essere umano. Ma per Ciai sembra una necessità vitale

Quando gli si fa notare che non sempre la realtà può essere aggiustata a suo piacere, si sbraccia molto, con me e con la redazione di Latinoamerica, a volte con maniere un po’ spiccie. Ma è un bravo giornalista. E ci fornisce delle dritte indispensabili per capire come da una notizia inesistente sia riuscito a scrivere un’intera pagina su Repubblica. Vediamo di capire come: … Leggi tutto

Se questo è giornalismo

La Repubblica di lunedì 13 marzo ha dedicato una pagina intera ad una notizia che semplicemente non esiste. Nella sostanza -l’articolo non è disponibile in internet – la fantasiosa penna del solito Omero Ciai sostiene che siccome oramai è in corso un esodo biblico di giocatori di baseball cubani verso gli Stati Uniti, allora il perfido Fidel Castro vorrebbe estirpare il baseball da Cuba per sostituirlo con il Cricket.

Omero Ciai va avanti per una paginetta intera con il suo compitino, senza citare alcun dato, numero, riferimento, fonte. In realtà non c’era neanche la notizia. C’era solo uno spazio bianco da riempire con pensierini anticubani in libertà. Ma quando si parla di America Latina le vere notizie come per esempio l’assemblea costituente in Bolivia, vengono occultate da la Repubblica. Invece si fa folklore e propaganda su quelle false.

Al prim’anno di qualunque scuola di giornalismo il pezzo di Ciai sarebbe stato cestinato senza pietà. Ma siccome il giornalismo dovrebbe essere fatto di notizie, di dati, delle leggendarie cinque W del giornalismo statunitense, vediamo di mettere un po’ di puntini sulle “i”. … Leggi tutto

Lucia Pinochet, la perseguitata politica

La notizia (si veda la BBC di oggi) che la signora Lucía Pinochet Hiriart, pur essendo accusata solo di reati finanziari, abbia chiesto asilo politico negli Stati Uniti, ha del paradossale e testimonia la doppia o forse unica fedeltà che le oligarchie latinoamericane riconoscono, quella agli Stati Uniti d’America.

Accusata in sostanza di cleptomania, la signora era nota alle cronache per un paio di giochi che ne testimoniano la gran classe. Innanzitutto per essere tornata più volte magicamente vergine come la Teresa Batista di Jorge Amado. Per tre volte, infatti, ottenne l’annullamento dei suoi matrimoni dalla Sacra Rota cilena. Questa è notoriamente un’industria che lavora 24 ore per 7 giorni su 7 per permettere ai ben nati di quel fortunato paese -che aborriscono e giammai ricorrerebbero al divorzio- di convolare cristianamente ad ancor più giuste nozze ogni volta che lo desiderano. Lucía precede le sue due sorelle … Leggi tutto

Gianni Minà – Cuba: il candore dei cronisti italici

Il Manifesto del 24/05/2005


Uno spirito caustico come Daniel Chavarría, scrittore e rivoluzionario uruguayano, ha liquidato l’episodio dell’espulsione da Cuba di Francesco Battistini del Corriere della Sera e di Francesca Caferri de la Repubblica, insieme a due o tre politici polacchi, con una battuta crudele “Meno male! A Cuba i giornalisti li espellono, in Iraq invece la truppa d’occupazione nordamericana spara loro addosso”. La battuta feroce si basa su una constatazione incontrovertibile e scabrosa: anche Cuba vive da tempo una guerra, quella che gli Stati uniti le hanno dichiarato 45 anni fa con l’embargo economico e mediatico (recentemente inasprito) e che ora, nell’epoca di Bush jr., ha ripreso vigore, come confermano le 450 inquietanti pagine del progetto “Cuba libre”, disponibili da maggio 2004 sul sito del dipartimento di stato Usa. E’ un progetto politico ben preciso che, con tanti saluti al diritto di autodeterminazione dei popoli, punta ad un cambio “rapido e drastico” nell’isola. Così, senza voler giustificare le inutili espulsioni dei giornalisti, si intende come Cuba possa vivere in una sindrome di “castello assediato” che le fa commettere errori. Una condizione in cui la nazione più poderosa del mondo stanzia pubblicamente 53 milioni di dollari l’anno (più 5 per le campagne di propaganda) per costruire una opposizione alla revolución e cambiarne il destino (per ora meno drammatico del resto dell’America latina).


Perché nel documento della “Commissione per sostenere una Cuba libera” si dichiara senza mezzi termini l’intenzione del governo di Washington di designare fin da ora, per l’isola che si presume sarà liberata, un coordinatore del dipartimento di stato, che si occuperebbe della transizione. Insomma un Paul Bremer che successivamente dovrebbe passare il potere ad un altro Allawi, anche lui, verosimilmente, proveniente dalla Cia. E questo, è ovvio, per ristabilire la democrazia.
“L’assemblea per la promozione della società civile a Cuba”, organizzata da Marta Beatriz Roque venerdì 20 e sabato 21 maggio, con un budget di 130 mila dollari, forniti da James Cason, esperto di “guerre sporche” e responsabile dell’ufficio di interessi degli Stati uniti all’Avana, è una delle tappe di questa strategia della tensione. Una politica tesa alla destabilizzazione interna e inaugurata, due anni fa, con i dirottamenti di tre aerei passeggeri e il sequestro fallito del ferry boat di Regla.
La strategia è proseguita quest’anno in occasione della 61° sessione della Commissione diritti umani dell’Onu, nella quale il governo di Washington è riuscito a bloccare la presentazione di una denuncia sulle violenze, gli abusi e le torture compiute dai suoi funzionari, ufficiali e soldati in Afghanistan, nelle carceri irachene e a Guantanamo, ma ha ottenuto di imporre di stretta misura, col voto determinante di alcune nazioni europee come l’Italia, una censura a Cuba, dove non ci sono mai stati desaparecidos, torture ed esecuzioni extra giudiziarie.
L’iniziativa di Beatriz Roque e di René de Jesus Gomez e Felix Antonio Bonne, che, bisogna ricordare, si è svolta regolarmente, con il disappunto di tutti quei politici mestatori e giornalisti che si aspettavano una repressione, è stata però un’iniziativa alla fine autolesionistica.
Perché non solo ha costretto alcuni dissidenti storici come Osvaldo Payá, Cuesta Morua ed Elizardo Sanchez a dissociarsi da una manifestazione organizzata da chi “incontestabilmente prende ordini e soldi dal governo degli Stati uniti”, ma perché ha ribadito le divisioni e la possibilità di manipolare l’opposizione alla revolución.
Chi potrebbe fidarsi, infatti, di un progetto di cambio politico che afferma: “Bisognerà processare i funzionari e i membri del governo, del partito, delle forze di sicurezza, delle organizzazioni di massa e anche quelle di cittadini favorevoli al governo rivoluzionario (e quindi ufficialmente tutti) e forse pure di molti membri dei Comitati di difesa della rivoluzione”? Perché, sia chiaro “la lista potrebbe essere molto ampia”. Questa sarebbe la strategia per restituire Cuba alla libertà e alla democrazia? E i cronisti dei nostri più prestigiosi giornali invece di informarsi e di allarmarsi per questa guerra sotterranea in corso, vanno, in zona di operazione, con visti da turisti. Lo farebbero in Iraq o anche solo in Palestina? E perché insieme ai candidi partiti “democratici” italiani dimenticano per esempio che, proprio in questi giorni, George W. Bush ha, come ospite a Miami, il famigerato terrorista Luis Posada Carriles, al quale potrebbe concedere “asilo politico”?
Ma in Italia queste inquietanti realtà, che spiegano la “sindrome da assedio” in cui talvolta cade Cuba, non interessano a molti esponenti di partiti che si dichiarano ancora di sinistra. Figuriamoci ai giornalisti, che certamente non hanno pensato di andare in Florida (consiglierei con un visto giornalistico ufficiale) per fare un reportage negli ambienti da cui parte il terrorismo verso Cuba.
Ma l’informazione embedded che trionfa attualmente ignora queste quisquilie. La guerra mediatica cara al dipartimento di stato si fa con le provocazioni, magari come quelle familiari ai Reporter sans frontières, il cui fondatore, Robert Menard, recentemente ha dovuto ammettere di essere stato sovvenzionato dal National Endovement for Democracy, l’agenzia della Cia che sovrintende a queste operazioni di discredito delle nazioni non allineate agli interessi del governo degli Stati uniti.

Dalla Rete – squadrismo padano

Susanne, cittadina tedesca, scrive dalla periferia di Milano.


L’8 agosto 2002 passo davanti ad uno degli evidenziatori pubblici che il nostro Comune ha messo a disposizione di partiti, associazioni ecc., ma anche di privati per pubblicarvi le loro comunicazioni ed i loro annunci.
Per essere amesse, dette comunicazioni devono però, recare il timbro del Comune per autorizzazione, in quanto il contenuto deve adempiere a determinati criteri (e credo che ci sia anche qualcosa da pagare, ma questo aspetto qui non interessa). Sull’evidenziatore trovo attaccato un foglio – senza timbro d’autorizzazione da parte del Comune – che informa gli italiani che qui, in Italia, ci sarebbero 350 mila musulmani arabi, pronti a violentare le moglie e le figlie degli italiani cristiani e che era ora che gli italiani li butassero fuori. Il comunicato chiude con la “confessione” di un presunto padre di una ragazza dodicenne che dice di se di non dormire più la notta, pensando a cosa possa capitare a sua figlia finché i potenziali violentatori non fossero espulsi dall’Italia.


Leggendo questo, mi sono vista davanti ad un reato grave di istigazione alla violenza ed all’odio razziale ed ho pensato bene di staccarlo e portarlo subito alla sede della polizia – non distante – per sporgere denuncia. Nel momento che sto per mettere mano a quel foglio, arrivano due ergumeni e mi chiedono in tono minaccioso cosa stessi pensando di fare. Spiegai a loro che il comunicato affisso sull’evidenziatore era illegale sotto numerosi aspetti e che lo stavo portando alla polizia per sporgere denuncia.


A questo punto, gridando “tu non sei italiana, fuori da qui, puttana degli arabi”, uno di loro mi prende per le braccia che mi lega dietro la schiena e l’altro leva la mano, poi fa un pugno ed avanza verso di me. Faccio presente che io, oltre ad avere una certa età, sono piuttosto magra e, come aspetto esterno, rassomiglio piuttosto ad una tranquilla insegnante  acqua-e-sapone in pensione che non ad una maitresse d’etablissement, quindi, sotto quest’aspetto, non vi poteva essere alcun equivoco. Beh, se non fosse stata per la brava gente circostante – il titolare di un negozio in piazza ed il titolare della vicina edicola che avevano visto la scena e che sono accorsi per fermare i due, non so come ‘sta storia sarebbe finita.


I due ergumeni erano due leghisti che avevo incrociatai  già in precedenza, in occasione dei tavoli che la Lega aveva organizzati per raccogliere firme per l’espulsione degli “stranieri”.  Già allora mi avevano minacciata con i pugni, quando, al loro invito di firmare per l’espulsione degli stranieri dall’Italia, avevo risposto, cortesemente, che non intendevo segare il ramo sul quale ero seduta anch’io. Sentendo la mia pronuncia, avevano capito che ero straniera, di un paese europeo, ovviamente. Perciò mi avevano risposto: “non intendiamo lei, lei può stare qui” (che generosità da parte dei signori d’Italia ! pensai), “noi intendiamo gli arabi”. Ricevuta questa delucidazione, avevo raccomandato a loro di approfittare della loro presenza nel governo per fare promulgare una buona legge che disciplini l’asilo politico offrendo una tutela effettiva agli esiliati politici, dopodiché si poteva nuovamente parlare dell’argomento degli illegali che loro stava a cuore. Già in quell’ occasione – accaduta in aprile 2002 – uno di loro (che poi ho riconosciuto come uno dei due aggressori dell’8 agosto) mi si era parato davanti con il pugno levato, gridando “sporca comunista”, ma fu fermato dai suoi compagni che giustamente, temevano la testimonianza della folla che ci stava intorno, al mercatino di sabato.


Come è finita la storia dell’aggressione davanti all’evidenziatore comunale? beh, due giorni dopo, trovai la mia macchina, parcheggiata in strada davanti al condominio in cui abito, aperta e dentro qualcuno – o più di uno – aveva defecato sui sedili posteriori. Non era certo un cane randaggio.
Dove avrei potuto trovare, il 10 agosto, un’impresa di autolavaggi aperta e disponibile a lavarmi a fondo la mia macchina ? chiesi consigli tra gli amici ed il 12 agosto, vidi arrivare una piccola squadra di tre ragazzi arabi, armati di secchi, attrezzi e tutto il resto, ed in un ora di duro lavoro mi rimisero apposto la macchina.


Morale: il consiglio di denunciare i razzisti è ottimo, ma non possiamo fare gli eroi, dobbiamo organizzarci; solo se siamo un gruppo di più persone, che si tengano d’occhio l’uno l’altro, possiamo sperare di affrontare quei teppisti dell’anima nera.


Susanne