Thursday 09 February 2012, 09:33

Gli articoli con tag: " asilo politico "

Christmas Island: Modello Guantanamo per i migranti?

map Christmas Island è una piccola isola, territorio australiano, situato a ben 2.600 dall’isola-continente ed a poche centinaia di kilometri dall’Indonesia (350 km a sud dell’isola di Giava); territorio turistico, noto per la sua natura e le sue rare specie animali e vegetali, disabitato fino a poco più di un secolo fa e che oggi conta poco più di mille anime.

Se si digita il nome di quest’isola su un motore di ricerca, la stragrande maggioranza dei risultati riguarda informazioni turistiche o descrizioni del locale granchio rosso, specie endemica dell’isola.

… Leggi tutto

Sequestrato il Presidente Zelaya, la UE, la OEA, l’ALBA, l’ONU contro il golpe in Honduras

zelayaNelle prime ore della mattina di domenica un commando di militari incappucciati ha sequestrato il presidente della Repubblica dell’Honduras Manuel Zelaya nella sua residenza di Tegucigalpa. Confermato che Mel Zelaya è stato tradotto in Costarica e che tale paese avrebbe concesso asilo politico al presidente.

Nel paese è comunque in corso il referendum per decidere se in novembre si eleggerà l’Assemblea costituente rifiutato dall’oligarchia.

LA PRIMA Testimonianza dall’Honduras: non credete ai media officiali, la gente vota e resiste!

URGENTE e INAUDITO: Sequestrati gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba, Venezuela e il Ministro Patricia Rodas

BARACK OBAMA: "L’unico presidente dell’Honduras che riconosciamo è Manuel Zelaya"

L’UNIONE EUROPEA CONDANNA ALL’UNANIMITA’ IL GOLPE

… Leggi tutto

Perù, “The Independent”: “le immagini rivelano tutto l’orrore della Tienanmen amazzonica”

pg-25-Peru_190121s

Il quotidiano britannico “The Independent” titola stamane in prima pagina: “le immagini rivelano tutto l’orrore della Tienanmen amazzonica”. Di seguito l’agenzia APCOM con tutta la storia. Dove sono i politici e i giornali sempre pronti a bacchettare i governi integrazionisti latinoamericani non per i crimini che (eventualmente) commettono ma per le spoliazioni che impediscono?

… Leggi tutto

AAA: Libertà d’informazione cercasi…

È passata da qualche giorno la “furia” elettorale. Risultato: tutto come prima, o perlomeno, tutto come negli ultimi dieci tristi anni. Anni di un nichilismo diffuso, che fa buttare a destra i confusi, i qualunquisti, i “non so chi votare, tanto pensano solo ad arricchirsi, a me che m’importa”…e poi in realtà a votare ci vanno eccome, e per magia scelgono ed eleggono l’uomo che in questi ultimi bui dieci anni non ha fatto altro che far assumere a questo paese sempre più i connotati di un enorme ipermercato, dove la libertà si scambia per il suo sorriso beone e beffardo, studiato a tavolino da curatori dell’immagine profumatamente pagati per convincere il popolo italico che tranquilli, andrà sempre così: i furbi avanzeranno, i dissidenti verranno boicottati e zittiti, la prostituzione tolta dalle strade per arricchire le vostre squallide giornate di vuoto offerto dalla tv (anche da quella di stato) e, meglio ancora, per sedere sulle costosissime poltrone del Parlamento. Il Parlamento. Mi chiedo se valga ancora la pena di scriverlo con la maiuscola. Il cuore mi dice di sì, la mente si avvale della facoltà di non rispondere. E non riesco proprio a darle torto. … Leggi tutto

Massacro in Amazzonia, perché gli indigeni del Perù ci riguardano

090609015930_sp_pizango_afp_226 È finora di una quarantina di morti e di centinaia di feriti il bilancio dell’uso della forza da parte del governo peruviano di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre, come se fossimo ancora nei decenni neri di fine XX secolo, quello di Washington.

Il conflitto tra gli indigeni dell’Amazzonia e il governo di Lima (del quale demmo conto qui e qui) ha avuto così lo sviluppo più sanguinoso possibile che in queste ore sta provocando una vera e propria caccia all’uomo con almeno uno dei dirigenti indigeni più in vista, Alberto Pizango (nella foto), costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua. Non poteva averne altro che questo in un paese come il Perù, tra gli ultimi ad essere retto da un governo ortodossamente neoliberale e che si è legato mani e piedi firmando un trattato di libero commercio all’origine dell’attuale crisi.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

Italia: guerra alla civiltà

229365 Siamo noi a sbagliare. Noi, che ancora non abbiamo capito o, forse peggio, fingiamo di non sapere. Siamo noi che sbagliamo. Noi, che ancora cerchiamo un filo di logica, la luce d’una ragione smarrita, un impossibile dialogo. Siamo noi che sbagliamo. L’illusione che si possano opporre parole alla crudezza dei fatti per difendere la civiltà smarrita è il nostro errore più grave.
Ciechi. Siamo davvero diventati ciechi e non vediamo quello che ormai si mostra nella sua drammatica e sconvolgente chiarezza. Noi ce ne stiamo inerti, forse timorosi del significato dei fatti, forse convinti che una guerra non riconosciuta come tale possa ancora evitarci l’onere dello scontro. Ma sbagliamo.

… Leggi tutto

Kante Kadiatou

Di seguito La storia di Kante, comunicato delle donne del Coordinamento migranti di Bologna e Provincia a proposito della vicenda di una migrante denunciata subito dopo il parto dal zelante personale medico del Fatebenefratelli di Napoli perché "clandestina". La storia di Kante* (in fuga dalla guerra civile in Costa d’Avorio, rifugiata dal 2007 in Italia dove la sua richiesta di asilo politico è stata già rifiutata più volte, separata dal figlio alla nascita e denunciata), è paradigmatica di una situazione oramai insostenibile che ci obbliga a dare una risposta alla domanda: da che parte stiamo? … Leggi tutto

Mariastella Gelmini: scuola e rivoluzione

La scuola, che alla bell’e meglio l’ha alfabetizzata, avvocato Gelmini, non si spaventa per gli strafalcioni e stia tranquilla: non rischia l’onta delle “orecchie d’asino“. Per quanto la sgoverni con l’arroganza che è figlia naturale dell’incompetenza, per sua buona sorte – e per quel tanto di ritegno che la fatica di docenti ha saputo insegnarle – lei non l’ha confessata la nostalgia struggente che sente per questi antichi strumenti educativi. Lei s’è fermata al voto di condotta, al grembiulino e alla piuma rossa del “Cuore” di De Amicis. Mi spiace d’informala: il bravo Edmondo fu di quella sinistra che lei, senza sapere bene di che parla, disprezza col furore ideologico dei chierici. … Leggi tutto

Chávez contro tutti

Si è votato il 23 novembre per governatori e sindaci in tutto il Venezuela
CARACAS – Giovedì sotto piogge torrenziali si è chiusa a Caracas e nel resto del paese un’interminabile e infervorata campagna elettorale, cominciata formalmente in settembre ma in realtà dall’inizio dell’anno. Oggi si vota qui in Venezuela per la carica di governatore dei 22 stati della repubblica e nel Distretto federale di Caracas e per la carica di sindaco in 328 municipi. Più che per elezioni amministrative la campagna ha via via assunto i toni di elezioni presidenziali, con il presidente Hugo Chávez in prima fila, e l’opposizione per converso impegnata a sbarrargli la strada ancora prima che a sostenere i propri candidati locali. Lo scontro, come al solito nel decennio del Venezuela chavista, è stato rovente e senza esclusione di colpi, in un susseguirsi incessante di accuse e contro-accuse. … Leggi tutto

Colombia: ex-deputato scappa dopo otto anni di prigionia in mano delle FARC

_45144653_2610lizcano203 Come avevamo previsto alla grande stampa interessano solo i sequestri glamour, con passaporto europeo, e molto meno i sequestri in quanto tali. E allora diamo noi la notizia della liberazione in Colombia di Oscar Tulio Lizcano (a destra), ex parlamentare che, secondo le versioni ufficiali sarebbe fuggito insieme ad un ufficiale delle FARC che lo aveva in custodia dopo otto anni di sequestro.

… Leggi tutto

Il Vaticano concede asilo politico all’antichavista venezuelano Nixon Moreno accusato di stupro e tentato omicidio.

Il Venezuela orientato a non concedere il salvacondotto.

Nixon Moreno il 25 Maggio 2006, all’epoca studente dell’Universitá delle Ande (ULA) di Merida, in Venezuela, fu uno dei protagonisti delle violente manifestazioni antigovernative organizzate dall’opposizione antigovernativa. … Leggi tutto

Maurizio Chierici: Terrore in Venezuela

Beh, magistrale Maurizio, non c’è altro commento.
gc                              

chierici Anni fa in Guatemala le truppe speciali hanno organizzato un massacro lasciando segni di guerriglia in un villaggio indigeno. Franco Cantucci, inviato del Tg1, si è accorto della messinscena e l’ ha denunciata. Nei paesi inquieti, affidarsi alle polizie per documentare un’inchiesta a volte é necessario ma può inquinare la testimonianza. Diventare, senza volerlo, giornalisti embedded è il rischio da calcolare con attenzione. Sfogliando il Corriere della Sera di ieri la bella foto di Luigi Balzelli mostra un po’ di gente in fila, braccia alzate contro un muro mentre qualcuno sta perquisendo. Malfattori sorpresi nel rancho ( favela ) Petare, < il più pericoloso di Caracas >. La polizia non deve aver spiegato quale sospetto ha fatto scattare l’azione e cosa è successo dopo.

… Leggi tutto

Marina Petrella, ovvero della Giustizia

Poche parole, quante non ne dicono televisioni e giornali di regime in questo luglio di vergogna che difende i diritti dei bambini rom schedandoli come volgari delinquenti, mentre impedisce ai giudici di processare i criminali veri; luglio di vergogna che difende il diritto alla privacy del capo del governo, alla sbarra per corruzione, regalandogli l’immunità. Mai vista tanta ingiustizia in nome della giustizia.
Marina Petrella, ex brigatista, ha alle spalle una condanna all’ergastolo e otto anni di galera scontati per “pena preventiva“. Vive in Francia da oltre diciassette anni alla luce del sole: non è clandestina, lavora, ha una figlia, possiede regolari documenti e non ha mai tenuto nascosto il suo terribile passato. E’ andata così perché nel 1985, al Congresso della Lega dei diritti dell’uomo, Mitterand, non ultimo tra i presidenti della repubblica francese, prese solennemente impegno di concedere asilo politico a tutti gli italiani fuggiti in Francia in seguito alle vicende legate ai cosiddetti anni di piombo. … Leggi tutto

Indesiderabile: gridare è proibito

INDESIDERABILE: gridare è proibito

Qualcuno ricorda la storia di Semira Adamu? Non sappiamo i nomi delle persone
che il 22 settembre 1998 salirono sull’aereo della compagnia Sabena, in
partenza dall’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Non conosciamo la loro
cittadinanza, né per quale motivo quel preciso giorno si trovassero su
quell’aereo. Quali mete li aspettassero, quali sentimenti avessero,
quali idee sulla vita, sulla morte, sui diritti, sulla giustizia,
sull’umanità… Sono fantasmi, spettatori muti e inerti di un sabba
infernale.
Su quel volo fu trascinata in manette Semira Adamu, un’indesiderabile, una
paria dei giorni nostri, una vittima sacrificale. Non era il primo
tentativo di rimandarla indietro, ma altre volte i piloti si erano
rifiutati di decollare, perché le norme di sicurezza a bordo degli
aerei vietano l’imbarco di passeggeri forzati e recalcitranti. Anche i
viaggiatori normali avevano vivacemente protestato.
Purtroppo, quel malaugurato giorno, un pilota di cui nemmeno conosciamo il nome
non si oppose, e i passeggeri forse finsero di non vedere. Il giorno
successivo, 23 settembre, Semira Adamu morì alle nove di sera nella
Clinica St. Luc. Era in coma già dalle undici del mattino. In un primo
momento, i responsabili della clinica sostennero che la morte era
dovuta a cause naturali: infarto, emorragia cerebrale. Ma la bugia durò
poco.
In clinica Semira era giunta direttamente da Zaventem. Prelevata dal
Centro Stranieri alle prime luci del giorno, e trasportata di peso a
bordo del velivolo in partenza per Lomé, aveva inutilmente tentato di
resistere. Gridava, si dibatteva con tutte le sue forze. Ma gridare è
proibito, la legge sulle espulsioni non lo permette. I poliziotti
afferrarono quel famigerato cuscino e in pochi attimi una morte soffice
e bianca calò sulla faccia di Semira, spegnendo per sempre la voce e la
vita di una ragazza di vent’anni.
25 marzo – 23 settembre: sei mesi esatti per il viaggio di Semira dalla
speranza alla morte, dall’illusione all’inferno. Che cosa sappiamo di
lei? Le sue foto ci mostrano un bel viso aperto, sorridente, carico di
giovinezza e allegria. Dicono le sue amiche che le piaceva cantare.
Orfana dei genitori, viveva in Nigeria con la nonna, che un pessimo giorno
decise di darle marito. Il prescelto era un uomo di 65 anni, già
coniugato con tre mogli. L’anziana donna, forse a suo tempo vittima
anche lei di odiose tradizioni ancestrali, vendette letteralmente
Semira. Millenarie usanze di molti paesi dell’Est e del Sud del mondo
prevedono ancora oggi che le mogli vengano comprate, esattamente come
un tappeto o un cammello, e che la famiglia ne riceva il prezzo.
Semira rifiuta. Non ne vuole sapere. Sente di avere diritto alla libertà.
Fugge nel Togo, una, due, tre volte. Ma ogni volta il vecchio
pretendente riesce a riacciuffarla e a riportarla in Nigeria. Semira
allora capisce di dover spiccare un volo molto più lungo. Se vuole
salvarsi deve andare lontano, dove lui non possa raggiungerla mai più.
L’Europa, la patria dei diritti umani. Il Belgio, un paese moderno,
dove una donna ha diritto di sposare chi vuole.
Semira è coraggiosa, e trova il modo di fuggire davvero da quella sorte da
schiava, una sorte obbligata per milioni di donne ancora oggi, nel
Duemila. Sbarca a Bruxelles, e finalmente si sente al sicuro.
Stranamente, però, appena scesa dall’aereo, viene obbligata a seguire i
gendarmi che la trasferiscono direttamente nel Centro stranieri 127bis
di Steenokkerzeel. Centro stranieri? Una prigione da cui non si può
uscire. Un lager nel cuore dell’Europa, anno 1998.
Ecco come Semira stessa, poco tempo prima di venire assassinata,
racconta la sua drammatica vicenda nel libro Les barbelés de la honte,
curato da Marco Carbocci, Nisse e Laurence Vanpaeschen, del Collectif
contre les expulsions di Bruxelles, Editions Luc Pire 1998. È un testo
che raccoglie le testimonianze di otto rifugiati in cerca d’asilo:
«La vita al centro è molto noiosa. Siamo pochi nell’ala dove sto io, e la
maggior parte non parla inglese. Ci sono persone dello Zaire, del
Kosovo, dello Sri Lanka, dell’Afghanistan. Qui è veramente orribile. Ci
si sveglia la mattina e si guarda la televisione fino a sera. Ho potuto
avere qualche libro, me li ha portati Lise Thiry. Mi sento molto sola.
La maggior parte delle persone che conoscevo le hanno trasferite in
altri centri. Non so nemmeno dove siano. Suppongo che tentino di
isolarci, di spezzare i contatti fra di noi. Dopo l’evasione, ho avuto
tutti gli impiegati del centro addosso. Mi sorvegliano tutto il tempo,
c’è sempre qualcuno dietro di me. Per una settimana, dopo il 27 luglio,
non abbiamo più avuto il diritto di telefonare. Adesso si può di nuovo,
ma hanno ridotto il tempo. Prima si poteva dalle 9 alle 22, ora
soltanto dalle 15 alle 18 e sono proprio gli orari in cui le telefonate
costano più care. In ogni caso, le regole qui cambiano continuamente:
una cosa un giorno è permessa, e il giorno dopo proibita.
«Non permettono che qualcuno venga a farci visita. Ufficialmente le visite
sono autorizzate, ma se qualcuno chiede il permesso, semplicemente
glielo negano oppure non rispondono affatto. Lise Thiry non ha mai
potuto incontrarmi. Ha dovuto consegnare i libri e gli abiti che le
avevo chiesto alle guardie. Io non ho mai potuto vederla. Ogni tanto
vengono membri delle Ong, ma non spesso. Qualche giorno fa è venuto uno
a vedermi, ma non mi ha parlato molto. In ogni caso, qualsiasi cosa si
possa dire, non ne esce mai nulla, non cambia nulla.
«Hanno tentato di espellermi quattro volte. La prima volta non mi hanno
forzato. Mi hanno condotto all’aeroporto. Là, mi hanno chiesto se
accettavo l’espulsione. Ho detto di no e mi hanno riportato al centro.
La seconda volta è andata allo stesso modo, ma mi hanno avvertito che
la volta successiva sarebbe stata più dura. La terza volta, mi hanno
preparato per andare all’aeroporto ma all’ultimo minuto non siamo più
partiti. Mi hanno detto che si erano dimenticati di prenotare il mio
posto sul volo. Suppongo invece che avessero paura delle iniziative di
sostegno che erano state organizzate per me.
«La quarta volta è stata terribile. Mi ha svegliato un’impiegata del centro
dicendomi che dovevo tornare nel mio paese e che avevo venti minuti per
preparare le mie cose. Non ho avuto neanche il tempo di lavarmi, nella
fretta. Infine mi hanno scortata alla porta e mi hanno fatto salire sul
furgone per andare all’aeroporto. All’arrivo, mi hanno legato le
braccia e le gambe. Mi hanno chiuso in una cella d’isolamento in cui
sono restata dalle 7 alle 10.30. Poi sono venuti a prendermi e mi hanno
portato davanti all’aereo dove siamo rimasti fino alle 11.15, quando mi
hanno fatto imbarcare. Una volta dentro, ho cominciato a piangere e a
gridare. Otto uomini mi hanno circondato, due addetti alla sicurezza di
Sabena e sei poliziotti. Le due guardie della Sabena mi hanno forzato:
mi colpivano dappertutto e uno di loro mi ha premuto un cuscino sulla
faccia. È quasi riuscito a soffocarmi.
«In effetti queste due guardie avrebbero dovuto scortarmi fino a Lomé. Poi,
i passeggeri sono intervenuti e hanno detto che sarebbero scesi
dall’aereo se non mi avessero liberato. Uno in particolare ha insistito
affinché non dimenticassero di restituirmi i miei bagagli. C’è stata
una bagarre nell’aereo e hanno dovuto sbarcarmi. Mentre tornavo sul
furgone, ho visto che un passeggero ci seguiva. Era quello che mi aveva
particolarmente difeso sull’aereo. L’hanno condotto nel furgone, vicino
a me. Mi ha detto che voleva aiutarmi, che dovevo soltanto risalire in
aereo e lui sarebbe andato a prendere i miei documenti e mi avrebbe
pagato il biglietto per tornare qui. Ho rifiutato e gli ho risposto che
non sarei andata da nessuna parte. Allora, l’hanno riportato all’aereo
e io sono restata nella cella d’isolamento dell’aeroporto.
«Dopo un po’ di tempo, mi hanno ricondotto al centro e mi hanno ancora messa
in isolamento, mercoledì 22 luglio dalle 12 alle 16. Ero lì quando
hanno portato le quattro ragazze che avevano tentato di evadere:
Precious, Bonsu Aqua, Cynthia e Antila. Dovevamo restare tutte nella
medesima cella, un piccolo locale con un solo letto e un wc. Quando mi
hanno fatto uscire, mi hanno messo in un’altra ala del centro, perché
la nostra era stata danneggiata durante l’evasione. Ora sono al primo
piano. Le cose hanno ripreso il loro corso normale, a parte il
rafforzamento delle misure di sicurezza, qui e all’aeroporto, dove
certe persone sarebbero capaci di ammazzare.
«Non so quando verranno ancora a tentare di cacciarmi via. Non ci dicono
quando verranno. Arrivano solo pochi minuti prima della partenza. Ma si
capisce quando c’è un’espulsione, si capisce e ci si sente male, molto
infelici. In quei momenti ci si sente veramente prigionieri. Tra noi
parliamo del centro, della detenzione, delle nostre situazioni. Quando
qualcuno torna dall’aeroporto dopo essere sfuggito a un’espulsione,
parliamo. Si cerca di trovare una soluzione ai nostri problemi, si
cerca di aiutarsi a vicenda. C’è solidarietà fra i detenuti. Quanto a
pensare a ribellarsi, per il momento è impossibile.
«Le relazioni con gli addetti al centro sono più o meno corrette. Subito
dopo l’evasione abbiamo avuto momenti di forte tensione, ma ora va
meglio. Non parlano mai di quel che succede all’esterno, delle
manifestazioni per impedire la nostra espulsione. Fanno come se non
succedesse nulla, ma noi sappiamo che questo per loro costituisce un
problema.
«Non so quando verranno ancora a cercarmi. La vita è molto difficile per me… Non lo so».
La testimonianza si conclude con alcune righe aggiunte dagli autori: Quel
martedì 22 settembre 1998, al momento di andare in stampa, Semira ha
subito un nuovo tentativo di espulsione. Di nuovo ha rifiutato di
essere deportata. Come lei temeva, e come abbiamo saputo, le autorità
non hanno avuto riguardi. Semira è morta nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale Saint-Luc (Bruxelles). Qualche mese fa,
fuggendo la schiavitù, Semira scelse di chiedere asilo in Belgio. Non
sapeva che questo paese applica ancora la pena di morte.
Ma torniamo un attimo indietro. Con l’aiuto del Comitato contro le
espulsioni, che subito prende a cuore la sua vicenda, appena entra nel
lager di Steenokkerzeel Semira capisce che per ottenere il sospirato
asilo dovrà seguire una trafila obbligatoria: carte bollate, avvocati,
permessi, documenti. Va bene. Lo farà. Lei è tranquilla, persuasa del
suo buon diritto. Perché mai nel cuore dell’Europa non dovrebbero
accettare la richiesta d’asilo di una donna costretta a fuggire dalla
violenza, dagli abusi, dalle minacce alla sua libertà?
L’avvocato inoltra la richiesta del permesso di soggiorno per Semira al
borgomastro di Steenokkerzeel e al ministro dell’Interno, sulla base di
motivi umanitari. Ma onestamente l’avverte subito: le possibilità di un
sì sono veramente scarse, se non addirittura inesistenti. Inoltre, la
richiesta non sospende le procedure di espulsione. Anche prima che la
pratica venga esaminata, prima che sia pronunciato un responso, le
autorità belghe potranno comunque cacciarla via.
Semira non poteva immaginare che la Convenzione di Ginevra non prevede nulla
in materia d’asilo politico per i maltrattamenti alle donne. Non poteva
immaginare che l’Unione Europea, così ricca di parole e programmi per
le pari opportunità, così feconda di dossier e documenti sui diritti
delle donne e sul Congresso di Pechino, sarebbe stata cieca, sorda e
inerte di fronte a una donna non europea alla disperata ricerca d’asilo.
A Semira non fu concessa nemmeno la tragica trafila che tocca ogni giorno
ad altre migliaia di immigrati, il drammatico peregrinare ai margini
dei margini di ogni paese europeo, come rifiuti che non trovano più
posto nemmeno nelle discariche. Tentare la sorte, sperare nella
fortuna: un “lavoro” da lavavetri, qualche giornata da muratore,
un’impresa di pulizia. O la discesa negli inferni della prostituzione,
dello smercio di droghe. Questi sono i miracoli cui oggi è legato il
diritto alla vita per milioni di persone.
Per Semira è stato diverso. Sono soltanto due i luoghi dell’Europa che ha
conosciuto lei: il Centro Stranieri di Steenokkerzeel e l’aeroporto di
Bruxelles. Come una cosa senz’anima e senza diritti, Semira venne
sballottata sei o sette volte avanti e indietro tra quei due luoghi
opposti e speculari.
L’aeroporto:
luogo di viaggi, di libertà. Ma non per Semira: per lei è solo il
miraggio della libertà e l’anticamera della morte. Il Centro Stranieri:
luogo-prigione di non-europei poveri, gli altri,
gli appestati, i nemici. Il cuore buio dell’Europa Unita, l’inferno
dove bruciano le false coscienze dei suoi capi, dei suoi politici, dei
suoi funzionari, dei suoi mille esperti.
Ogni volta che provava a cacciare via Semira la gendarmerie
trovava il Comitato schierato all’aeroporto, ai cancelli dei voli per
Lomé. Lo stesso accadeva anche per gli altri immigrati che la polizia
cercava continuamente di rimandare indietro. Il clima si surriscaldava
ogni giorno di più. A Steenokkerzeel esplosero scontri, vetri rotti,
proteste. Alcuni ospiti – o meglio detenuti – riuscirono a fuggire. In risposta,
i gendarmi picchiarono forte anche donne e bambini.
Il Centro fu totalmente isolato. Gli attivisti del Comitato non riuscirono
più a comunicare con Semira. Lei tentò invano di avvertirli per
telefono. Quel 22 settembre la polizia andò a prenderla all’alba.
Nessuno riuscì a raggiungere l’aeroporto in tempo per bloccare l’aereo.
Al funerale, il 26 settembre, nella cattedrale Saint-Michel, partecipò una
marea di persone sconvolte. Belgi e immigrati insieme spargevano fiori
sulla bara. L’armonica e l’organo s’intrecciavano agli echi delle
percussioni africane. Le prime tre file di sedie furono lasciate vuote,
per ricordare compagne
e compagni di detenzione di Semira, forzatamente assenti. Dopo quella
disperata fuga erano stati riacciuffati dalla polizia, e incarcerati
sotto pesanti accuse.
«Mai più deportazioni forzate a bordo degli aerei Sabena!»: così i cittadini
belgi presenti alla cerimonia funebre tentarono di onorare la memoria
di Semira. Molti si chiedevano in quale paese tocca loro di vivere. Ma
è un normale paese della normale Europa di Maastricht e di Schengen,
costruita sull’ideologia del rifiuto dell’Altro, l’extracomunitario, il
non-europeo povero, perché gli stranieri ricchi, famosi e potenti trovano
sempre le porte aperte.
Prima che la vicenda di Semira giungesse al suo tragico epilogo, il
Collettivo contro le espulsioni aveva già denunciato il clima razzista
che ispirava la politica belga sull’immigrazione (non diversa da quella
degli altri paesi europei): Le
persone incarcerate dentro i centri chiusi non hanno commesso alcun
delitto, se non quello di voler fuggire dalla persecuzione e dalla
miseria. Tuttavia vengono imprigionati dentro autentici campi di
concentramento per periodi che possono giungere fino a otto mesi, in
condizioni che si crederebbero appartenere al passato. La politica del
governo belga è un’autentica politica di deportazione (d’altronde,
questo è il termine ufficiale). Ogni richiedente asilo è considerato
come un potenziale truffatore; le richieste d’asilo vengono trattate in
modo arbitrario e iniquo da un’amministrazione al servizio della
politica del Ministero. L’obiettivo annunciato dal ministro Tobback di
15mila espulsioni l’anno non fa che aggravare tale fenomeno.Voler
evadere dall’orrore costituito da questi campi è del tutto legittimo,
tanto più quando allo scadere della detenzione si trova soltanto il
ritorno alla persecuzione o alla miseria.
Al funerale di Semira, il Collettivo raccolse molte lucide e amare
testimonianze di immigrati, soprattutto donne. Come quella di Nicole,
una ragazza congolese che ha studiato in Belgio ma non nutre molte
speranze nel futuro. «Io non accuso solamente la politica», dichiara.
«Tutto il mondo è responsabile della morte di Semira. A parte le
associazioni antirazziste, tutti preferiscono che i rifugiati vengano
espulsi. È a livello internazionale che occorre cambiare l’ordine
ingiusto delle cose. Ma non interessa a nessuno. Se l’Africa si
risolleva, l’Europa a chi venderà le proprie armi e i prodotti che non
le servono più?».
_________________________________

Ringrazio infinitamente Floriana Lipparini che ha inviato in rete la vicenda
accaduta dieci anni fà in Belgio. E’ un estratto dal racconto
della vicenda di Semira Adamu, tratto dal suo libro ” Per altre vie-
Donne fra guerre e nazionalismi”: non solo per ricordare e sapere.

Doriana Goracci

“Questo governo vuole sfiduciare i magistrati” intervista a Stefano Pesci-magistratura democratica

Fonte: Il Manifesto

domenica 1 giugno 2008

Stefano Pesci (Md)

«Questo governo vuole sfiduciare i magistrati»

«La preoccupazioni espresse dai colleghi della procura di Napoli sono comprensibili. Con la logica dell’emergenza l’esecutivo punta a limitare il potere di controllo della magistratura»

Carlo Lania

Roma

 

«Dalla questione dei rifiuti a quella dell’immigrazione ormai nel paese sta prevalendo una logica legata esclusivamente all’emergenza. E questo non solo è sbagliato, ma è anche pericoloso». Stefano Pesci, ex segretario romano di Magistratura democratica, guarda con preoccupazione ai recenti provvedimenti adottati dal governo per far uscire la Campania dalla morsa dei rifiuti e per affrontare il problema sicurezza. Preoccupazioni che trovano conferma proprio nel decreto rifiuti, che ha già provocato la reazione dei magistrati di Napoli che in un documento al Csm hanno denunciato i rischi di vedere delegittimato il proprio lavoro.

Dottor Pesci, condivide i timori espressi dai suoi colleghi?
Diciamo che il decreto presenta un aspetto poco comprensibile. Vale a dire la scelta di accompagnare l’intervento sui rifiuti, legato a una situazione reale di allarme, con la sottrazione dei meccanismi ordinari di assegnazione delle indagini, togliendole al giudice naturale e cambiando le competenze per i processi. E’ quasi un segnale di sfiducia preventiva nei confronti della magistratura. Da un lato si concentrano i poteri, dall’altro però di decide – ad esempio – che la custodia cautelare possa essere ordinata solo attraverso una discussione collegiale. E’ un meccanismo che, ripeto, sembra indicare una forte sfiducia verso il controllo diffuso della magistratura. … Leggi tutto