domenica 21 marzo 2010, 06:56

Gli articoli con tag: " armi chimiche "

Gli affari di Donald Rumsfeld

La rivista Pacífica ha intervistato vari esperti negli Stati Uniti e Messico, che hanno allertato circa l’elaborazione di armi chimiche nei laboratori del Pentagono ed i benefici milionari delle imprese multinazionali farmaceutiche. In questo caso, per i laboratori Gilead Sciences Inc, diretti da Donald Rumsfeld, che possiedono i diritti sul farmaco "Tamiflu", che si sta vendendo come cura per l’influenza derivata dal virus A/H1N1 e che ha già guadagnato miliardi durante l’influenza aviaria.

… Leggi tutto

Tibet: la retorica dei valori olimpici come la retorica dell’esportazione della democrazia

Iwantyou1917 C’è un paese che possiede l’arma atomica. C’è un paese che possiede armi di distruzione di massa da distruggere il pianeta. C’è un paese che possiede armi chimiche e batteriologiche. C’è un paese che reprime il dissenso. C’è un paese dove i diritti civili basici, la salute, l’educazione, sono garantiti solo se paghi. C’è un paese che viola i diritti umani, usa la pena di morte e la tortura. C’è un paese che ha un esercito enorme, ben addestrato e ancor meglio armato. C’è un paese che sistematicamente manipola l’informazione. C’è un paese che ha fatto investimenti enormi all’estero e può tenere per le palle l’economia di mezzo mondo. C’è un paese che invade altri paesi e altri potrebbe invaderne in futuro.

No, questo paese non sono gli Stati Uniti d’America, anche se rispettano tutte queste caratteristiche e ainda mais. Questo paese è la Cina. La Cina che in questi giorni continua a tenere con il pugno di ferro il Tibet, che, fuor di retorica, è un paese pacifico e pacifista fino a sembrare imbelle nella sua dignità. La lezione del Dalai Lama, così altra e stridente rispetto ai toni muscolari soliti merita profonde riflessioni.

… Leggi tutto

Perché “giornalismo partecipativo”

Il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio si è rivoluzionato. I mass media continuano a fabbricare consenso, ma vivono un crollo verticale di credibilità. Al polo opposto, la biodiversità informativa generata da Internet sta democratizzando la comunicazione in nuove forme di giornalismo diffuso e partecipativo che può e deve contaminare in positivo i primi. Giornalismo partecipativo è un frammento di una nebulosa informativa formata da migliaia di siti. Dal 1995 produce approfondimento giornalistico, affianca, e integra in maniera collaborativa, i media tradizionali o ne denuncia il conformismo e le manipolazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte ad un giornalismo tradizionale sempre più o tendenzioso o sciatto, rivendico un giornalismo fatto di autorevolezza. Autorevolezza fatta di competenze professionali nel campo specifico (dichiarato in questo caso dalla testata “America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica”), e di passione informativa e di impegno civile contro il burocratismo delle vie Solferino dei media tradizionali. E’ un giornalismo in prima persona, versus un giornalismo mainstream in terza persona. Partecipativo perché diffuso in milioni di siti che si intersecano e incrociano quotidianamente informazioni tra loro. Partecipativo perché estraneo ai rituali di cooptazione e alle logiche commerciali. Partecipativo perché vissuto e condiviso intensamente in una grande rete di lettori-autori. Un giornalismo che funge da controllore dei media tradizionali ma che, con la parte migliore di questi, può e deve attivare una sinergia positiva. Un giornalismo nel quale molti parlano a molti, e nessuno ha più il monopolio dell’informazione. Partecipativo perché da oggi Gennarocarotenuto.it fa un ulteriore passo avanti: tutti gli utenti registrati ne sono automaticamente autori inviando articoli e non solo commenti.

Perché “giornalismo partecipativo”

di Gennaro Carotenuto

La Stampa Quando Giuliana Sgrena fu liberata dalla prigionia in Iraq, terminò un’epoca della storia del giornalismo iniziata con la guerra di Crimea a metà del XIX secolo. Sgrena, e i francesi Christian Chesnot, Georges Malbrunot e Florence Aubenas, erano gli ultimi giornalisti occidentali non embedded a girare per il paese. Da quel momento in poi i media occidentali (che credono di portare sulle loro spalle il peso del destino della democrazia nel mondo) abdicano alla loro funzione primaria di “vedere per raccontare”. Si limitano a compilare di seconda mano la tragedia mesopotamica, interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, di televisioni arabe come Al Jazeera, che rompono il monopolio informativo occidentale, o con le veline uscite dal Pentagono e dalla zona verde di Baghdad. Per i quotidiani occidentali (che durante l’invasione si erano appoggiati ad un blogger iracheno, Salaam Pax) non c’era più alcun vantaggio competitivo nell’interpretare le questioni irachene rispetto ad un blogger motivato, esperto, colto, spesso titolato e capace di navigare la Rete analizzando informazioni.

LA MORALITÀ DEL GIORNALISMO ANGLOSASSONE

Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrava trionfare la cultura anglosassone del libero mercato, entrava in crisi l’idea (o mito?) anglosassone dell’autorevolezza del giornalismo basata sull’indipendenza di giudizio e la separazione dei fatti dai commenti. L’autorevole settimanale britannico The Economist ha difeso fino all’ultimo istante il disastro neoliberale in Argentina. Per l’Economist le morti per fame causate dal fondomonetarismo in quel paese, erano solo un cascame che lasciava indifferente il côté economico culturale di riferimento di quel settimanale. Come possa essere considerato autorevole un settimanale così sadico da fare finta per anni di non accorgesi che il modello economico che difende stia inducendo una carestia da migliaia di morti in una sterminata pianura fertile come l’Argentina, non è un mistero.

In epoca neoliberale, si è accentuato il meccanismo per il quale i grandi gruppi economici e sponsor decidono (senza alcun controllo democratico, giova ricordare) quale notizia è appetibile e quale comunicatore garantisca i loro investimenti. Non si limitano a decidere quale yogurt farci acquistare, ma cosa possiamo sapere e cosa è meglio che non si sappia. Ciò rende il sistema informativo commerciale un osservato speciale per la sua influenza sui processi democratici e dimostrabilmente falso e tendenzioso millantare “indipendenza” per i media commerciali. Sono infatti La fabbrica del consenso (Marco Tropea, 1998) della quale scrive Noam Chomsky; un mix di conformismo ideologico, propaganda e perseveranza nella menzogna da parte del potere. Non servono né censure né cospirazioni. È sufficiente il carrierismo, il conformismo e l’autocensura. E’ il libero mercato dell’opportunismo a muovere il mondo dei media e a selezionare darwinianamente la specie giornalistica. Se la notizia è una merce, allora i media sono più che mai dipendenti, dagli sponsor, dagli interessi degli editori, dal carro politico al quale ognuno appartiene, dalla pubblicità istituzionale, dai finanziamenti pubblici. In Italia questi sono 450 milioni di Euro. In tale contesto il libero mercato e il pluralismo, nei quali tutti fingono di riconoscersi, sono un simulacro in una corsa al monopolio (Mediaset, Sky, Mondadori…).

Guardiamo a sinistra: come fa la cooperativa de il Manifesto a competere con L’Unità (6.5 milioni di finanziamento pubblico) e con Liberazione (4 milioni)? A segnalare che il Manifesto (pochi spiccioli in quanto cooperativa editoriale) sta sul mercato e che gli altri due, che sul mercato non ci stanno, lo danneggiano scorrettamente, si è forse thatcheriani? Guardiamo in generale: se i grandi investitori pubblicitari sono alcuni grandi gruppi (quasi tutti privatizzati), quale giornale può permettersi di denunciare l’ENI (o Telecom, o Coca-Cola o Nestlé), e i suoi eventuali crimini in Ecuador o in Nigeria senza perdere milioni ed essere ghettizzato come estremista?

Guardiamo alla rappresentazione dell’America latina sui media: Otto Reich, un oscuro personaggio coinvolto nelle violazioni dei diritti umani e nella guerra sporca contro l’America latina negli anni ’70, fu il primo responsabile emisferico (una specie di sottosegretario agli Esteri) per l’America latina, di George Bush. Fu lui a disegnare l’ “asse del male latinoamericano”. Tutti i governi critici del neoliberismo andavano colpiti, come il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002 si incaricò di dimostrare. A quella linea i media occidentali si adeguarono facilmente, e quelli italiani risultarono tra i più zelanti. Quando la politica di demonizzare tutti mostrò la corda, Reich fu sostituito da Thomas Shannon. Questo scelse una linea conosciuta fin dall’impero romano: divide et impera. Di nuovo, bastò dettare la linea. Immediatamente alcuni sicari informativi iniziarono goebblesianamente a ripetere che l’America latina era spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi irresponsabili. I conformisti andarono dietro senza bisogno di alcun ordine: vedono il mondo con gli stessi occhi.

E guardiamo al mondo: quale gruppo mediatico ha potuto evitare di rispondere alla chiamata alle armi post 11 settembre? Con un blocco informativo così monolitico, è solo con la Rete che ha potuto prosperare un grande movimento pacifista mondiale. Usando Internet, facendo Rete, tale movimento, quattro anni fa, metteva in guardia sull’avventurismo statunitense in Iraq, con argomenti che oggi sono fatti propri perfino dal generale Petreus, che quell’avventura ha condotto, ma sono in larga parte tuttora negati agli spettatori passivi del TG4 o di FoxNews.

GIORNALISTI PASSIVI PER SPETTATORI PASSIVI

Tutto ciò accade mentre la precarizzazione, anche del lavoro giornalistico, rende la stessa professione giornalistica sempre più succube di logiche commerciali. L’approfondimento è lento, costoso e pericoloso. Al contrario il giornalismo precario è un giornalismo leggero, fragile, frettoloso, funzionale alla perpetuazione del “pensiero unico”, che orienta i cuori e le menti di grandi masse di fruitori passivi di comunicazione. I fruitori passivi dei media mainstream, per esempio, non sanno che in Italia (un paese dove circa il 6% della popolazione è immigrata) appena il 3% degli stupri è commesso da stranieri. Questo significa che una ragazza italiana è più tranquilla a salire in ascensore con un cittadino marocchino o rumeno che non con un ligure o un pugliese. I media però la inducono a credere l’opposto, gestendo, inventando, strumentalizzando, a fini sia politici che commerciali, l’allarme sociale che essi stessi creano.

Si pensi agli spettatori di FoxNews, a tutt’oggi indotti a pensare che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa e che Osama Bin Laden e Saddam Hussein fossero compagni di merende. O a quelli della CBS, che nel 2005 sentirono nominare la Cina solo due volte, una delle quali per un servizio sul rischio di estinzione del koala. Oppure si pensi agli spettatori del più importante TG del servizio pubblico italiano, il TG1 diretto all’epoca da Clemente Mimun, ai quali per cinque anni fu ammannita la logica del “panino”. In forma uguale e contraria, l’ostracismo contro i comunicatori non allineati (alcuni famosi, ma la maggioranza sconosciuti e perciò vulnerabili), configura un vero e proprio “regime mediatico” perfino più rigido di quello descritto da Frances Stonor Saunders nel suo imprescindibile La guerra fredda culturale (Fazi 2004). Un regime dove l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi o i 23 secondi dedicati da Gianni Riotta al cosiddetto V-day, sono solo la punta dell’iceberg. Questo sito ha criticato Beppe Grillo, ma è evidente che Riotta, nel negare informazione sul movimento di questo ha definitivamente dimostrato di non fare il giornalista ma il commissario politico. Soprattutto è evidente che per la democrazia informativa sono più pericolose le veline di Riotta che non i berci di Grillo. Del resto per diventare direttore del TG1 la selezione è rigidissima; solo il precario che non vede, non sente, non parla, salva il posto di lavoro. Solo chi si fa pienamente garante del sistema (un Watergate oggi sarebbe tecnicamente impossibile, e non solo in Italia) fa carriera. Colore, pregiudizio e cronaca invece di inchiesta, denuncia e analisi. E chi osa fare ancora inchiesta, Riccardo Iacona, Sigfrido Ranucci, Report, è automaticamente schedato come estremista.

Giornalisti passivi per spettatori passivi, uguale decisioni prese senza controllo del Quarto potere, ovvero, democrazia malata. E’ banale chiosare che oggi l’anchorman, il giornalista di successo, non è quello più bravo ma quello garantista (ovvero antimagistratura da noi) e garante dei poteri forti. Mauro de Mauro, Enzo Baldoni, possono rigirarsi nella tomba, ovunque siano le tombe di Baldoni e de Mauro.

Su di un muro della città di Oaxaca, in quel momento assediata come nel medioevo dall’esercito messicano, lessi questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Controllo dei mezzi di comunicazione, menzogna, razzismo, sessismo e tanto odio verso chi non abbassa la testa. Basta ricordare gli insulti alla memoria di Enzo Baldoni per capire come molti giornalisti mainstream siano e si sentano così colpevoli da reagire calunniando, denigrando, odiando infine per rifarsi al muro di Oaxaca, chi osa supplire democraticamente alle loro mancanze. Il giorno dopo quella scritta era stata cancellata dall’esercito con una mano di vernice che aveva rimbiancato la città. Ma non poteva nascondere l’ipocrisia dell’indurci a pensare che la libertà d’espressione non sia garantire a tutti, anche alle voci scomode, il giusto spazio, ma che la libertà di espressione sia garantire a Bruno Vespa di condurre Porta a Porta finché morte non ci separi.

VERSO LA BIODIVERSITÀ INFORMATIVA?

La stratificazione data dal digital divide permette scelte selettive. Se una massa passiva non ha strumenti di difesa, questa potrà continuare a ricevere un’informazione disinformante. Ma non sorprende che per quella fetta di società in grado di leggere manipolazioni e sicariato informativo, il discredito dell’informazione tradizionale cresca in maniera esponenziale. La nuova generazione prescinde in parte o in toto dai media mainstream. Sotto i 45 anni di età Internet è già da anni la principale e più autorevole fonte informativa. Solo un mesto 5% considera la TV autorevole. Meno del 10% confida nella stampa scritta. Questa deve interrogarsi se la corsa perpetua alla tabloidizzazione non le faccia perdere il senso di sé e non la renda ogni giorno più prescindibile, un doppione meno agile della TV. Hugh Hewitt, esponente della destra neoconservatrice statunitense, e blogger a sua volta, sostiene in maniera suggestiva che Internet rappresenti una seconda riforma protestante. Martin Lutero chiamava i fedeli a leggere e interpretare le scritture. La Rete -è la tesi- oggi li chiamerebbe a scrivere in prima persona la comunicazione politica.

Il mondo dei siti personali, quasi sempre unipersonali, fornisce una visione generalista dell’informazione solo come sguardo d’assieme (di qui il successo di aggregatori e feed). Ma questo sguardo d’assieme è composto da plurimi sottoinsiemi e rappresenta un giornalismo diffuso e sempre più specializzato. Milioni di siti sono dedicati a realtà locali. Fanno cronaca, localissima o con rilevanza planetaria, come accadde con Salaam Pax o con chi coprì lo tsunami. Poi c’è un giornalismo Quarto (o Quinto o Sesto) potere, che si dedica a controllare e criticare i media, svelandone collateralità o menzogne. Questo giornalismo mastino si appoggia in un rapporto simbiotico ai media tradizionali. Sono loro a scegliere l’agenda setting ma è il controllore a palesarne le debolezze.

Quindi c’è un giornalismo interstiziale che occupa spazi e tempi lasciati volutamente o fatalmente liberi dal primo. Approfondimenti su temi scomodi, denunce, notizie lasciate cadere, deviate o negate. A volte scoop come quello di Macchianera, che rivelò gli omissis del caso Calipari. Quando i media tradizionali non sono in malafede, si stabilisce facilmente una sinergia positiva. A GennaroCarotenuto.it è successo molte volte. Per esempio, quando RaiNews24 ci ha citato e linkato perché questo sito era l’unico ad avere intervistato un occidentale testimone oculare del martirio di Falluja, la città irachena dove, come RaiNews24 stessa documentava, furono usate armi chimiche e al fosforo proibite. Era Javier Couso, fratello di José Couso, cameraman di Tele5 ammazzato a Baghdad. Il documentario fu relegato alle 7 di mattina, e la mia intervista non pubblicata da giornali italiani. Ma oltre 20.000 cittadini attivi poterono leggerla qui, quasi tutti indirizzati dal sito di RaiNews24. O quando abbiamo seguito la repressione a Oaxaca in Messico, orientando e poi scrivendone direttamente su La Stampa. Molti ottimi e onesti giornalisti lavorano –con crescente imbarazzo- nei media mainstream. Il giornalismo partecipativo non può sostituirli, ma può costruire una sinergia con questi. Sulla base di specifiche competenze individuali tratta le notizie in maniera più approfondita, complessa e collabora imponendo al sistema broadcast di migliorarsi. Questo, se non può temere di essere sostituito dal giornalismo partecipativo, sa che ogni giorno di più questo è in grado di delegittimarlo e far cadere il velo alle veline alle quali il giornalista mainstream fa spesso da passacarte.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE

La Rete ha modificato la maniera di soppesare e rapportarsi con l’informazione da parte di sempre più cittadini. Lo spettatore del TG1 di Gianni Riotta è tendenzialmente passivo. Quello abituato a cercarsi le informazioni in Rete attivo. Usa la propria capacità critica per valutare e scegliere. E dovendo valutare e scegliere differenzia l’informazione dai beni di consumo. Se il “pensiero unico” neoliberale millanta che la miglior garanzia per la democrazia è considerare anche l’informazione come merce e farà più soldi il media che fornirà il miglior servizio (a chi?) , il cittadino mediattivo non considera l’informazione una merce come un’altra. Anzi, la colloca nella categoria dei beni comuni, indisponibile ad essere geneticamente modificata da interessi terzi.

Internet nasce carbonara fin dalle BBS. Il missionario dal Congo, il Sem terra brasiliano o il sindacalista di Sesto San Giovanni, potevano finalmente far sentire la loro voce, sia pure a un ristretto numero di precursori. Non molti vivemmo online l’emozione di quando, nel gennaio del 1994, cominciammo a ricevere dal remoto Chiapas i primi comunicati zapatisti. Significava non solo che Francis Fukuyama ebbe torto a parlare di “fine della storia” ma anche che un’altra comunicazione era possibile. “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.

Quindi la Rete è divenuta un fenomeno commerciale e professionale imprescindibile per tutti, che ha generato enormi investimenti. A questi investimenti e all’Internet commerciale va il merito di aver trasformato la Rete in un medium capillare. I grandi gruppi economici e mediatici ritenevano di averla addomesticata convogliando milioni di spettatori passivi verso i loro portaloni e trasformandoli in navigatori passivi. I siti dei grandi media usano come un orpello il vero potenziale democratico della Rete, la condivisione e la verificabilità del sapere data dall’ipertesto. Il loro obbiettivo è non farti cambiare canale, possibilmente cliccando sulla pubblicità. Ma non è così che funziona la Rete: la Rete è un continuo zapping intelligente tra decine di TAB aperte in Firefox. E sullo schermo di ognuno di noi la linguetta del New York Times ha la stessa preminenza di quella di Peacelink o di un piccolo ma prezioso blog specializzato.

Una volta matura, la Rete del XXI secolo ritorna alla propria natura iniziale: quella di una comunicazione da molti a molti. Una generazione sempre più numerosa di cittadini mediattivi, autonoma, formata e indipendente, modifica la propria maniera di ricevere informazione e si attiva per renderla bidirezionale senza sudditanze verso i broadcast. Riceve da molte fonti, emette verso molte altre, commentando nei siti, o facendosi essa stessa media. Crea un “giornalismo personale” e diffuso che è un ossimoro e una rivendicazione di soggettività e autorevolezza dei media nati per e su Internet. E’ quella che Antonio Sofi definisce “la realizzazione delle promesse insite nel patrimonio genetico della Rete, ridefinendo anche i classici ruoli di produttori e consumatori dell’informazione”.

I cittadini blogger sono in genere più capaci di fare una ricerca in Internet (il data mining) della maggior parte degli editorialisti dei grandi quotidiani che non si muovono dalle loro vie Solferino. Si dirà: ma il blogger non va sul posto! Non sempre è vero, come non è vero che tutto il giornalismo è reportage. Ma soprattutto, de te fabula narratur. Nel degrado della professione è il giornalista quello che viaggia sempre meno, anche se evita di ammetterlo. Succede ai precari o ai freelance pagati due lire, ma anche agli strapagati inviati ed editorialisti. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù, senza essere mai stati a Timbuctù. La loro attività, come quella del blogger, è soprattutto quella di analisti di informazioni disponibili a tutti. La differenza è che l’editorialista è obbligato a render conto ad alcuni stakeholder, portatori di interesse che non vuole sfrocoliare o deve esplicitamente favorire, che siano un partito, la Casa Bianca o semplicemente uno sponsor. La sua autorevolezza sempre meno dipende dall’indipendenza di giudizio e sempre più spesso dipende dal garantire tali portatori di interesse. Il blogger, al contrario, editore di se stesso in un’attività quasi totalmente gratuita (è una colpa?), in genere si confronterà con la propria credibilità personale, la propria storia e i suoi lettori in un percorso più trasparente di quello dei media tradizionali.

UNA RETE DI LETTORI-AUTORI

Il cittadino giornalista tende ad occuparsi di temi che conosce, e ai quali spesso ha dedicato la vita, costruendosi un’autorevolezza specifica. C’è chi compra un giornale o guarda un TG per tutta la vita, ma non c’è altra fidelizzazione possibile nei blog che non si basi sulla credibilità. Se il giornalista partecipativo si fa tuttologo si sgonfia. Ma in genere ha di più e non di meno da dire rispetto alle analisi stantie, disinformate e disinformanti dei media tradizionali. Chi visita il suo sito (dieci o diecimila persone al giorno), gli riconosce un’autorità che sottrae ai media monopolisti. La peculiarità di tale autorità è che si tratta di un’autorità orizzontale, non verticale. Il blogger si riferisce continuamente ad altri blogger, li linka, si tiene in contatto, smonta il proprio punto di vista e quello degli altri e lo rimonta, risponde ai commenti, modifica e calibra il proprio pensiero in uno scambio arricchente per tutti, nel quale tutti partecipano in una magnifica biodiversità informativa. Il blogger parla in prima persona e dà del tu ai propri lettori dei quali spesso è a sua volta lettore in una grande rete di lettori-autori.

È questa la sua forza. Condivide quello che conosce, spesso molto bene, a volte essendo un’autorità indiscussa in materia, come testimoniano blog curati personalmente da premi Nobel. Il tuttologo è un ruolo che si addice invece ai media tradizionali, con la loro necessità/presunzione di coprire da un desk a Roma, a Miami o a Buenos Aires, magari con un precario mal pagato e mal selezionato e che probabilmente non conosce la lingua, fatti che accadono a Quito o a La Paz. La desolante povertà, culturale, ma perfino sintattica e grammaticale della sezione brevi del quotidiano La Repubblica online, lo testimonia.

Il giornalista partecipativo, al contrario, compete ed è autorevole se costruisce il proprio agenda setting intorno alle proprie inclinazioni e competenze. Se si misura nel territorio di tali competenze, batte per qualità e tempestività i media tradizionali come i guerriglieri vietcong battevano i marines nella selva vietnamita. Opera così da vero Quarto potere del XXI secolo, facendo le pulci ai disinformatori di professione che hanno abdicato al fare da controllori del potere politico ed economico e anzi se ne fanno complici. A questo sito è successo innumerevoli volte, vedi alla voce (TAG) “disinformazione”. Rispetto ai media tradizionali, che possono essere aiutati a democratizzarsi denunciando sistematicamente ogni manipolazione, il giornalismo partecipativo somma una tensione etica e interpretativa della realtà. Così la parte più intraprendente, giovane, colta, interessata e interessante della società civile ha scelto di rivolgersi alla Rete per abbattere l’esclusività monopolista dei media tradizionali.

Chi scrive, da docente universitario di Storia del Giornalismo, fa notare ai propri studenti come ben prima del “diritto di stampa” sia nato il “privilegio di stampa”. E’ quello che tutt’oggi utilizzano i monopolisti dell’informazione mainstream per imporre il “pensiero unico”. Perché potesse sorgere il diritto di stampa, cioè che tutti potessero stampare, dovette essere abbattuto il “privilegio di stampa”, che i monarchi assoluti attribuivano ad uno o pochissimi soggetti. Oggi ci sono tutti gli strumenti perché un giornalismo partecipativo contribuisca a creare una democrazia partecipativa. Quello che sta sorgendo è un giornalismo tematico, orientato dalla passione civile, ma non per questo meno autorevole. Rispetto al collateralismo con i potentati economici e politici dei media tradizionali è un giornalismo indipendente dalle logiche commerciali, disinteressato, partigiano, civile. Un giornalismo di condivisione della conoscenza contro la banalizzazione della complessità voluta dal “pensiero unico”. E’ quello che GennaroCarotenuto.it ha fatto in questi anni e continuerà a fare. Tutti possono partecipare.

Gennaro Carotenuto

Leggi anche: Come usare al meglio questo sito

Chi è l’autore

Organizza incontri con Gennaro Carotenuto

Cosa vuoi fare adesso?

Registrati come utente nel sito

Iscriviti al Feed RSS

Iscriviti alla Newsletter

Ritorna alla pagina iniziale del sito

Del degrado e dell’intenzionalità dei media italiani

Con Annamaria de Paulis, Gianfranco Coccoli, Raffaele Della Rosa, Maria Stefania Giudici, Jean-Paul Haessig con risposte mie

Annamaria de Paulis: ricordo Repubblica su Panama ai tempi della crisi di Noriega, quando ancora ero giornalista. Arrivò un corrispondente serio, che cercò di vedere le cose con una certa obiettività, invece di limitarsi a demonizzare Noriega e vedere gli altri come santi martiri… In un paio di giorni fu sostituito, indovina da chi? Da… Lucia Annunziata.

Gennaro Carotenuto: Cara Annamaria e tutti. Sempre più spesso ricevo richieste di spiegazioni: perché lo fanno? Perché ieri sera il TG3 ha messo insieme la Cina dove non c’è nessuna libertà di espressione con la Russia, dove c’è a tuo rischio e pericolo, e il Venezuela dove le manifestazioni dell’opposizione si fanno con un maxischermo per ogni piazza di Caracas? Fanno d’ogni erba un fascio nell’unica intenzione che gli spettatori, anche quelli del TG3, non capiscano nulla.

Lo fanno perché ci sono delle pressioni enormi in tal senso. Da dentro e da fuori le redazioni per creare mondi virtuali e realtà precostituite dove in Colombia va tutto bene (o non esiste) e in Venezuela va tutto male.

I motivi a mio modo di vedere sono tre e se ne potrebbe scrivere un libro:

1) gli interessi economici europei fanno che … Leggi tutto

Pinochet e Saddam, due giustizie a confronto

Annalisa Melandri: Due vicende giudiziarie, due imputati eccellenti. Di  uno abbiamo immagini perfino delle ispezioni orali a cui è stato sottoposto dopo la  cattura, dell’altro sappiamo ben poco se non che sia affetto da una non meglio identificata "demenza senile" o "demenza vascolare" che però gli ha permesso di compiere … Leggi tutto

I funerali del soldato – uso pubblico del lutto negli Stati Uniti e in Italia

Radio, Tv e giornali italiani danno discreto spazio al fatto che il quotidiano statunitense New York Times, per la prima volta in tre anni e mezzo, mostri le immagini del funerale di un caduto in Iraq. È il New York Times, non la Fox, eppure la notizia resta rilevante. Se George Bush non è mai andato ad un solo funerale dei 2811 caduti in Iraq finora ufficialmente celebrati, mentre in Italia la presenza delle massime cariche dello Stato è indispensabile, ci sono ragioni e differenze culturali profonde.

La notizia, e la rappresentazione della notizia, offrono la possibilità di molteplici spunti di riflessioni su Stati Uniti, Italia, guerra e rappresentazione della morte. Il primo è l’intimità della cultura dominante statunitense con l’idea della morte in combattimento. Morire in guerra è un fatto possibile negli Stati Uniti laddove in Italia risulta intollerabile. La morte in guerra è accettabile socialmente, redime ed è perfino desiderabile se dà alla legione straniera -guatemaltechi, honduregni…- che in larga misura combatte le guerre statunitensi, l’ambita cittadinanza “americana”. Come nelle guerre combattute fino alla prima metà del XX secolo, sotto la bandiera a stelle e strisce si cade combattendo, eroicamente, offrendo il petto al nemico. La morte in guerra ha quindi un senso, patriottico e di riscatto personale. Intendere la guerra come “inutile strage”, per stare a Benedetto XV, non ha cittadinanza in questa parte della cultura statunitense.

Tuttavia, anche negli Stati Uniti, la morte in guerra ha comunque un peso politico che per la classe dirigente è opportuno evitare di sostenere. Dissociare il caduto in guerra dall’evento del funerale di questo è una scelta politica necessaria. Il caduto muore pubblicamente in Iraq, poi viene seppellito privatamente in … Leggi tutto

Colonialismo, il mito del buon italiano

Offro alla lettura un altro articolo importante del prof. Del Boca (novembre 2002), del quale consiglio tutta la bibliografia sulla presenza italiana in Africa. Le immagini sono tratte dall’ottimo sito dell’Isrec di Piacenza

Colonialismo, il mito del buon italiano

Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di ipirite, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni. Le pagine nere dei crimini commessi dalle truppe italiane in Eritrea, Somalia e Libia. Una politica coloniale all’insegna del mito sugli «italiani, brava gente». L’Italia repubblicana non ha ancora fatto i conti con l’«avventura coloniale» del fascismo, favorendo una storiografia moderata o revanscista
di Angelo del Boca

I paesi europei che hanno partecipato alla spartizione dell’Africa, si sono macchiati, tutti, indistintamente, dei peggiori crimini. E’ un dato suffragato da episodi sui quali esiste, nella memoria e negli archivi, una documentazione imponente. Cominciarono i boeri, due secoli fa, massacrando le popolazioni indigene del Sudafrica, in modo particolare gli Ottentotti, gli Zulù e gli Ama Xosa. Gli inglesi non furono da meno, nel Sudan, quando si trattò di annientare la resistenza mahdista. Negli stessi anni i francesi demolivano, l’uno dopo l’altro, i regni Bambara, Mossi, Fulbe, Mande, Yoruba, dalla Mauritania al Ciad, dal Senegal al Gabon. Poi intervennero i tedeschi, i quali fecero scempio degli Herero e dei Nama, nell’attuale Namibia, mentre i belgi colonizzavano il Congo con metodi spietati. Le stragi di popolazioni africane continuarono anche dopo la seconda guerra mondiale, quando il periodo coloniale sembrava ormai concluso. Come dimenticare … Leggi tutto

Ancora sulla concubina di Nassiriya

Ringrazio tutti per il dibattito così fecondo sviluppatosi sul sito su un tema che evidentemente ha toccato nel vivo. Tra l’altro il pezzo “La concubina di Nassiriya” è stato pubblicato sul sito di Libero (il fornitore di servizi non il quotidiano di Feltri) e lì ci sono stati oltre 300 commenti. Ma sinceramente mi risultano più importanti e graditi i vostri.

Quello che più mi ha sconvolto rispetto alla vicenda, oltre a quanto ho scritto, è stato che l’esponente più autorevole del centro-sinistra ad avere preso una posizione sul tema è stato Franco Grillini, deputato in quota ArciGay. … Leggi tutto

Falluja come Abu Grajib: il terrore terrorizzi

Quelle del documentario di RAINEWS24 non sono propriamente rivelazioni, almeno non per i 24 milioni di iracheni o quanti ne restano, e per quella ridotta fetta di opinione pubblica mondiale che per mestiere o dovere civile fa la fatica quotidiana di informarsi. Ma sono immagini potentissime che perlappunto vanno sistematicamente depotenziate, per esempio mandandole in onda alle 7.35 di mattina.

Almeno in Italia il solo TG3 ha ripreso edulcorandole ed addolcendole quelle immagini. Gli altri si sono potuti permettere di ignorare. Ma ancora una volta la lezione arriva a chi deve arrivare, che non è certo la casalinga di Voghera. Chi scrive ha denunciato più volte che le foto circolate su Abu Grajib e le inenarrabili torture ivi commesse avevano tutte una ed una sola provenienza e che questa provenienza era interna agli apparati dello stato degli Stati Uniti. … Leggi tutto

“Io sono stato a Falluja”

Javier Couso, fratello di José, il cameraman di Tele5 assassinato a Baghdad dagli statunitensi, ha visitato Falluja. Ha raccolto eccezionali testimonianze sull’uso di armi chimiche e sulla sistematica violazione di diritti umani nella città martire dove 50.000 civili avrebbero trovato la morte sotto le bombe e i rastrellamenti statunitensi

Intervista di Gennaro Carotenuto

Javier è nato a El Ferrol, in Galizia, la brutta città portuale dove è nato Francisco Franco, da una famiglia di tradizioni militari. È una frequentazione che lo aiuta nella straordinaria precisione con la quale descrive armamenti e fatti bellici. E la guerra, quella d’Iraq, ha cambiato la vita di Javier stroncando quella di suo fratello José, … Leggi tutto