domenica 01 agosto 2010, 05:16

Gli articoli con tag: " America latina "

Il dato rinchiuso nella formula della Coca Cola

Di Gregorio J. Pérez Almeida – Nuestra América/Aporrea

Evo Morales ha detto molte cose che volevamo ascoltare più di cinquecento anni fa dalla bocca da un presidente boliviano. Ha detto anche cose che si ascoltarono in sordina per secoli in America Latina e ha detto finalmente cose che rivelano, e davanti al mondo, una delle cause dell’ostinata presenzia degli yankee in territorio andino e specialmente boliviano: il controllo della Coca attraverso la loro impresa della Coca Cola. Che derivato, o derivati, della foglia di coca è quello che utilizzano per elaborare la base della Coca Cola e che relazione hanno con la Cocaina?
Con la sua parsimonia ancestrale, Evo reclamò davanti alla stampa internazionale il trattamento speciale che danno non solo i governi andini alla commercializzazione della foglia di coca che compra la Coca Cola Internazionale, impresa emblematica dell’Imperialismo yankee, bensì di qualcosa di più profondo ed efficace nella dominazione culturale che esercita su gran parte del mondo: il modo di vita degli Stati Uniti(E’ vero o no che non c’è migliore combinazione che un hamburger o un hot dog con dentro di tutto ed una Coca Cola ben fredda?)

… Leggi tutto

Con il capitalismo non ci sará futuro per nessuno: né per i ricchi e né per i poveri.

(Ho ricevuto un messaggio di posta elettronica da un compagno in lingua portoghese, mi é piaciuto, l´ho tradotto e adattato in italiano e lo copio qui in basso. Purtroppo non conosco l´autore del pezzo, ma le fonti non mancano) … Leggi tutto

A otto anni dal golpe militare in Venezuela

L’11 aprile 2002, la confindustria locale, i vertici della chiesa cattolica, le televisioni, l’esercito venezuelano con l’appoggio materiale e l’indirizzo politico del governo degli Stati Uniti di George Bush, della Spagna di José María Aznar e del Fondo Monetario Internazionale realizzavano un sanguinoso colpo di stato a Caracas ponendo a capo della dittatura il capo della Confindustria Pedro Carmona Estanga e mettendo, secondo loro, fine all’esperienza bolivariana. Il golpe doveva restaurare il dominio del fondomonetarismo in America latina e mantenere col sangue il cosiddetto “Consenso di Washington” neoliberale.

Non avevano fatto i conti con il popolo venezuelano. Questo si mobilitò a milioni, passandosi la parola di bocca in bocca e di casa in casa, scese in piazza, affrontò le pallottole dei sicari e degli squadroni della morte, pagando spesso con il sangue il proprio diritto a vivere in pace finché il 13 aprile riportò a Miraflores il presidente legittimo Hugo Chávez Frías.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (seconda parte)

Juarez3 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Seconda parte, la prima parte può essere letta qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.

… Leggi tutto

Messico-Venezuela, black out elettrico o informativo?

micahMEXICO_12309-250x327 Ho passato quasi un paio degli ultimi quattro mesi in Messico e varie volte mi sono trovato con black-out elettrici, per fortuna mai lunghissimi. Da quando sono ritornato in Italia la situazione è ulteriormente e di molto peggiorata. Negli ultimi tre giorni ampie zone del centro della Città del Messico sono state per ore senza luce. A Coyoacán, uno dei quartieri bene del sud della città, venerdì e sabato ci sono state almeno una ventina di interruzioni di servizio per un totale di varie ore, con i semafori saltati e vari servizi essenziali nel caos. E’ una cosa grave, con risvolti politici che brevemente vale la pena verificare, ma che si dimostra soprattutto l’ennesimo caso di disinformazione.

… Leggi tutto

ETA e Hugo Chávez. Quello che i giornali non dicono

ETA In Italia la polemica non ha attecchito. Troppo complicata da spiegare (o da capire?) per i prodi corrispondenti dall’America latina dei nostri grandi giornali la storia delle complicate relazioni tra ETA e FARC e le questioni connesse al diritto d’asilo. Eppure in Spagna e nell’area grancolombiana non si parla d’altro da due settimane e perfino il presidente colombiano Álvaro Uribe (sic!) ha dovuto stoppare Mariano Rajoy (il successore di José María Aznar alla guida del PP) che era andato a Bogotà praticamente per dichiarare guerra al Venezuela (pensando di poter utilizzare l’ex colonia per fare propaganda interna). Rajoy, dopo essersi visto a Palazzo Nariño con Uribe si è visto costretto ad abbassare i toni con la coda tra le gambe e si è ulteriormente coperto di vergogna nel suo appoggio incondizionato ad Uribe, sostenendo pubblicamente che in Colombia non si violano i diritti umani.

La storia è quella del giudice Eloy Velasco, un magistrato spagnolo molto di destra, che, in una sentenza che si riferiva ad un caso di collaborazione tra ETA basca e FARC colombiane, buttava lì due righe che testualmente dicevano “è chiara la collaborazione del governo venezuelano con queste due organizzazioni terroriste”. Tutto lì, senza alcuna spiegazione, documento, prova. Una goccia di veleno e null’altro buttata fuori dal calamaio, con l’aiuto del computer magico di Raúl Reyes (il dirigente delle FARC ucciso in Ecuador) ma sufficiente per far riempire paginoni a Madrid: Chávez protegge l’ETA.

… Leggi tutto

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

… Leggi tutto

Intervista a Màxima Apaza del popolo aymara della Bolivia

Intervista a Màxima Apaza del popolo aymara della Bolivia

Contexto è un’organizzazione boliviana nata circa 20 anni fa nella città di La Paz ma nel frattempo ha aperto nuove sedi anche in altri municipi. Oggi si contano 19 sedi nel Municipio della capitale La Paz e 13 sedi nel Municipio di Potosi.
E’ un’istituzione cattolica di sviluppo sociale che promuove lo sviluppo sociale e culturale dei settori popolari. Il lavoro fin qui profuso è orientato verso la realizzazione di una società fraterna, solidale, degna, giusta e sovrana.
Tra i componenti di questo gruppo sociale c’è anche Màxima Apaza che ci lavora dalla sua nascita.
Màxima appartiene alla nazionalità Aymara la più numerosa della Bolivia che oggi è un soggetto propulsivo della Rivoluzione Socialista Democratica in atto.

… Leggi tutto

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

… Leggi tutto

Belkys e la Rivoluzione Bolivariana di Venezuela

Intervista a Belkys Guilarte

Belkys Guilarte è una giovane donna e madre venzuelana impegnata attivamente nel processo rivoluzionario bolivariano in corso in Venezuela. È una militante e componente di un gruppo sociale che si batte per i diritti delle donne in Venezuela. Un gruppo nato negli ultimi anni e che lavora nei quartieri popolari di Caracas. Belkys ha partecipato, in compagnia di altri compagni e compagne venezuelani/e, al I incontro latinoamericano dei popoli originari delle due americhe tenutosi a Quito lo scorso gennaio. Incontro organizzato dalla Fondazione del Pueblo Indio dell’Ecuador. Ho avuto il piacere di conversare con lei e di conoscere ancor di più cosa accade oggi in Venezuela. Mi ha rilasciato la seguente intervista:

… Leggi tutto

Londra provoca l’America latina: prospezioni petrolifere armate alle Malvinas

malvinas Nel mare tra le isole Malvinas (Falkland secondo la dizione coloniale) e l’Argentina vi sono almeno 3 miliardi di barili di petrolio che Londra vuole a tutti i costi per sé in violazione alle risoluzioni 2065 e 3149 dell’ONU e agli stessi accordi con l’Argentina del 1989 che la Gran Bretagna firmò senza mai pensare di rispettare.

Se Buenos Aires esige il rispetto degli accordi e della propria sovranità e tutta l’America latina solidarizza con Cristina Fernández, l’ONU resta muta e la marina inglese provoca cercando l’incidente.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

“Debemos buscar una revolución mediática”

Castellano Hablantes – America Latina ESP
Creo que esta entervista a Pascual Serrano es muy importante para entender como funcianan los medios y aprender como defenderse.
Los que dominan espanol pueden leer sul libro…
Hasta la proxima
Fabio – www.fabionews.info

Desde www.PascualSerrano.net
Entrevista con Pascual Serrano
“Debemos buscar una revolución mediática”
21/01/2010

Cristiano Navarro, Igor Ojeda, Nilton Viana y Tatiana Merlino*/ Brasil de Fato
por Pascual Serrano 21/01/2010 10:06

El silencio es, paradójicamente, uno de los principales mecanismos adoptados por los medios de comunicación para manipular los hechos. Si una historia no interesa a los dueños de los medios – y, consecuentemente, a los dueños del mundo – ella simplemente no es publicada o transmitida. Esta denuncia es hecha por el periodista español Pascual Serrano, fundador de la página alternativa Rebelión y autor del libro “Desinformación. Cómo los medios ocultan el mundo “, lanzado a mediados del año pasado.
“Si contaran muchas mentiras, perderán su credibilidad, perderían su eficacia como mecanismo de formación de opinión”, dice, en un diálogo en la Escuela Nacional Florestan Fernandes, en Guararema (SP). Por tanto, según él, los medios, además de ignorar selectivamente ciertos hechos, echan mano de otros expedientes, como la descontextualización y el lenguaje sesgado. Para Serrano, sólo hay un modo de que la izquierda pueda defenderse de tamañas manipulaciones. Crear sus propios medios, en lugar de quedarse esperando por pequeños espacios en los grandes medios de comunicación.

Brasil de Fato – Usted tiene un libro llamado “Desinformación. Como los medios ocultan el mundo”. ¿Cuáles son los principales mecanismos que los medios utilizan para ocultar el mundo?

Yo dividiría en dos mecanismos. Por un lado, los estructurales, es decir, los mecanismos cotidianos de funcionamiento de la prensa que, por su modelo de trabajo son incompatibles con la explicación del mundo. Fundamentalmente, sería la falta de antecedentes sobre un contexto para entender una situación compleja, la dinámica de la televisión – que, con su ritmo trepidante, impide comprender, sobre todo cuestiones complejas – y el culto al sensacionalismo de la imagen – que sucede mucho en la televisión. Esto impide profundizar las cuestiones y enviar un mensaje complejo. Por ejemplo, cuando usted quiere dar un sentido simple – de que Irán tiene la bomba atómica o que Chávez es un dictador – eso se puede decir en pocas palabras. Pero si usted quiere explicar que la política de EE.UU. está causando un genocidio en Afganistán, esto requiere una explicación más compleja.

Otra situación es cuando hay un consenso y un plan premeditado por parte de los grandes medios de comunicación para enviar un mensaje específico. Eso incluye el estigmatizar o criminalizar a los líderes políticos que no son del gusto del establishment mundial, hasta criminalizar a los movimientos sociales, colectivos o causas. Atentan para el hecho de que el mecanismo no es sólo una mentira, que esa existe, pero no es la más común. Porque ellos saben que su carta principal es la credibilidad. Si contaran muchas mentiras, perderían su credibilidad, perderían su eficacia como mecanismo de formación de la opinión. Es decir, el plan es más refinado: se utiliza el silenciamiento de las noticias que no les gusta. Por ejemplo, la Misión Milagro, que se celebró en una alianza entre Venezuela y Cuba, que hizo que un millón de personas de orígenes humildes en América Latina y el Caribe consiguiesen recuperar su vista, es noticia, parece obviamente relevante, pero eso es silenciado. Por otra parte, también juegan con el marco, con el enfoque de la noticia, en busca de elementos dentro de un contexto que lleven a una tesis, y no a otra. Y lo que queda claro en el libro es que el modelo cambia de una región a otra, de un tema a otro. Por ejemplo, en el conflicto palestino-israelí, el problema es la falta de contexto. Nadie en este momento parece saber decir el origen de este conflicto, aunque este tema estaba presente cada día en las noticias. Utilizan el lenguaje como un método de manipulación, de manera que sistemáticamente llaman de terroristas a los palestinos. Llaman secuestrados a los soldados israelíes capturados. Llaman de detenidos a los civiles palestinos que son secuestrados por el ejército israelí.

En África, por ejemplo, se aplica el silenciamiento, o se presenta los conflictos como cuestiones tribales, en lugar de mostrar los intereses de las empresas y poderes coloniales como Francia y EE.UU. Y en América Latina, utilizan la estigmatización y criminalización constante de líderes como Hugo Chávez, Evo Morales o Fidel Castro. En el caso de Venezuela, es curioso, porque presentan como escándalos noticias que se presentan como normales en otros países. Reivindican como escándalo la no renovación de una concesión de televisión cuyo plazo terminó y el cambio de la zona horaria. Hay otra pauta habitual en relación con América Latina, a través de la cual el presidente o líder político siempre se presentan en medio de una imagen de crisis, desestabilización y caos. Esto hace que, en Europa, todo el mundo conozca los nombres de los presidentes de Bolivia y Venezuela, pero no sabe el nombre del Presidente de Perú o México. Incluso si usted le pregunta quien habría sido otro presidente de Bolivia y Venezuela no puede decir. Y en los últimos años, Evo Morales y Hugo Chávez, todo el mundo sabe quién es.

¿Cuáles fueron los métodos utilizados para hacer el libro, cómo fue la investigación?

El libro nació un poco de mi experiencia como director de Telesur, donde me di cuenta que todo lo que proviene de agencias de noticias, e incluso los hábitos de los jóvenes periodistas, impiden explicar en profundidad lo que está ocurriendo en el mundo. Entonces, reflexioné sobre cómo explicar el mundo con suficiente complejidad en la televisión. Todo lo que quise hacer en Telesur, a menudo no es posible hacer en una televisión por imperativos técnicos, económicos, logísticos o de imagen. Así que empecé a entrevistar a expertos y periodistas que considero autores de confianza y que conocen a profundidad diferentes regiones – por ejemplo, sobre Afganistán, Congo, Cuba, China. En fin, pregunté a estos expertos sobre la zona que conocían. Pregunté si lo que está en la prensa se ajusta a lo que sucede. Ellos, por supuesto, opinaron y mostraron cómo ciertas situaciones no se ajustan a lo que se cuenta en los medios de comunicación. He hablado con las organizaciones de derechos humanos que están en algunos lugares. He buscado a los analistas que trabajan con los medios de comunicación, observatorios de los medios de comunicación, expertos en el seguimiento de noticias en la comunidad académica. He hablado con los medios alternativos no están tan influenciados por intereses publicitarios o de grupos económicos empresariales.

¿Crees que hay una especie de plan establecido entre los distintos medios para desinformar o las cosas suceden de forma más natural y automática, como una especie de acción de la prensa que se va estableciéndose?

No es un plan elaborado, pero parte de la evolución espontánea de los mecanismos de funcionamiento de los medios de comunicación. Siguiendo la idea: los medios de comunicación son propiedad de grandes grupos empresariales. Los intereses económicos de grandes empresas multinacionales piden grandes inversiones en publicidad. Políticos liberales que no gustan de políticas progresistas reaccionan en conjunto con estos actores. Es decir, así se forma un consenso para satanizar a Hugo Chávez o para satanizar o criminalizar a la Revolución Cubana. La gran prensa no se reúne para decir “¿cómo vamos aatacar a Cuba o a Chávez?”. Los intereses de estos grupos económicos es que van actuar en consenso, sin necesidad de coordinarse entre sí.

Un claro ejemplo son los países de América Latina que pasan por reformas en las leyes de la comunicación. La reacción de los grandes medios de comunicación en Venezuela, Argentina y Ecuador fue el mismo. Gobiernos que inician procesos de democratización de los medios de comunicación, dando paso a los movimientos sociales, medios de comunicación independientes y la prensa libre, encuentran una sistemática oposición de grupos mediáticos españoles, bolivianos, argentinos y ecuatorianos. Y si mañana hubiera una iniciativa como ésta en Brasil, será igual. Pero si por un lado no hay un plan, por el otro existe una articulación de los medios, por ejemplo, la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP) o la ONG Reporteros sin fronteras.

¿Cómo es esta articulación?

Sí, ellos tienen mecanismos de combate común. Y es bueno descifrar cómo funcionan y cómo ellos no tienen ninguna legitimidad o representatividad. Por ejemplo, cuando se habla de la Sociedad Interamericana de Prensa, no debemos cansarnos de explicar que se trata de una asociación patronal. Que defiende a las empresas y no representa ninguna libertad de expresión. Es como si las empresas que construyen carreteras hablasen de la falta de libertad de movimiento porque están impedidas de construir una carretera en la Amazonía. No, la libertad de movimiento es diferente de la construir carreteras. Por otra parte, tenemos que aclarar que cuando las empresas hablan de la libertad de expresión, están reivindicando su derecho a la censura. En otras palabras, quieren continuar con su derecho a mantener el oligopolio y el control de la información. Decir lo que puede ir o no a la pantalla y llegar al público. Reporteros Sin Fronteras es algo similar. Ha denunciado sobre los periodistas muertos en Irak, pero cambia de reacción cuando se habla de Colombia. Hace poco hice una entrevista con un periodista colombiano que dijo que una vez le preguntó a un representante de Reporteros sin Fronteras cómo él consideraba la libertad de expresión en Colombia. Él respondió: “Sí, es cierto que nos matan, pero en Colombia hay libertad de expresión”!

¿Cuáles son los países donde la desinformación es más grande? ¿En qué país los medios de comunicación está más concentrada?

Creo que el país más desinformado es los EE.UU., teniendo en cuenta la cantidad de recursos que el gobierno de EE.UU. tiene para infiltrar analistas, comprar periodistas, presionar la línea informativa a sus intereses. Además, los lobbies de las empresas, como las de armas, sobre contenidos periodísticos, se hicieron evidentes en la guerra de Irak. En algunos países, las denuncias de que no había armas de destrucción masiva o que se trataba de una invasión ilegal al país del Oriente Medio tuvieron una cierta aceptación. En los EE.UU., datos de analistas e informaciones mostraron que la desinformación publicada acerca de la invasión estaba totalmente a favor de la intervención. Al punto en que el 51% de los americanos creía que Saddam Hussein estuvo personalmente implicado en los atentados del 11 de septiembre. Esto muestra claramente que fueron engañados. Pero creo que el país donde la desinformación llevó al enloquecimiento manipulador de una forma más violenta y radical es Venezuela. El libro cuenta ejemplos impresionantes. No sólo cómo los medios de comunicación venezolanos trataban a Chávez, sino cómo las informaciones llegaban a otros países. Recuerdo una manifestación en favor de Chávez, cómo la televisión, en vivo, para mostrar que había pocas personas filmaron a dos kilómetros de donde estaba aconteciendo el acto. O mostraban y volvían a pasar a otros países imágenes de oposición a Chávez con imágenes grabadas hace años!

¿Cómo es posible para contrarrestar este poder?

En la actualidad, el principal mecanismo de combate que el capital y la burguesía poseen contra los gobiernos progresistas ni siquiera es la amenaza de un golpe militar, son los medios de comunicación. Ya lograron cosas que ninguna empresa y ningún gobierno consiguieron. Mayor impunidad, menos control por parte de la legislación. Creo que los gobiernos progresistas han reaccionado demasiado tarde. Evo Morales o Lula pasaron años reclamando que los medios de comunicación no dejaban de atacarle y agredirlos. Sólo reclamar me parece una política ineficaz. Si un gobierno progresista es atacado, lo que tiene que hacer es desarrollar políticas públicas para evitar esto. Es como en la educación: si no hay escuelas para todos los niños, los gobiernos no deben venir a quejarse, deberían construir escuelas. Y estos gobiernos deben crear políticas públicas para la democratización de la comunicación. Pero estos medios de comunicación públicos y comunitarios no pueden convertirse en medios de gobierno, presidentes y partidos. Deben ser participativos, democráticos y deben estar bajo el control de los ciudadanos. Estos puntos son esenciales y están desarrollándose lentamente, pero con pasos firmes. Venezuela está a la vanguardia del desarrollo de medios comunitarios y públicos, por delante de Europa.

¿Cree usted que la izquierda, en general, se ha dado cuenta de la importancia de los medios de comunicación como un mecanismo de resistencia a la dominación de las elites?

La izquierda se ha dado cuenta, ella es consciente de que tiene grandes enemigos en los medios de comunicación, pero no saben qué hacer. Durante muchos años, la izquierda pensaba que debía pactar con los grandes medios de comunicación. Organizando entrevistas colectivas, pasando las informaciones, dando subsidio fiscal. Así pues, creían en un acuerdo con el capital, pensando que él lo podría dejar gobernar. La izquierda tradicional, ya sea en los gobiernos progresistas o de los partidos políticos necesita comprender que no hay acuerdo posible. Los grandes medios de comunicación sólo hipotecan espacios, pero no dejan que nada se mueva. Lo que debemos buscar es una revolución mediática. Pues el dilema de los medios de comunicación es el mismo dilema que hay en otros sectores. Entonces no hay un acuerdo con el latifundista, porque él nunca va a querer perder el latifundio, ni de la tierra, ni de los medios de comunicación. ¿Porqué son empresas de comunicación y por detrás de ellas hay grupos de empresarios y un modelo económico.

¿Cómo es el panorama de la prensa de izquierda en España?

Es deprimente. México tiene un excelente periódico, que es La Jornada. En Brasil, ustedes tienen Brasil de Fato, que es una hermosa experiencia de coordinación de los movimientos sociales para tener una publicación, lo que es muy difícil. En Italia, todavía existe Il Manifiesto y otros relacionados a la izquierda. Pero no en España.

* De la revista Caros Amigos

¿Quién es Pascual Serrano?

Nacido en Valencia (España) en 1964, Pascual Serrano, fundó en 1996, junto con un grupo de periodistas, la página Rebelión (www.rebelion.org). De 2006 a 2007, Serrano fue asesor editorial de Telesur. Hoy en día, trabaja con publicaciones españolas y de América Latina y mensualmente, con Le Monde Diplomatique. Entre sus libros sobre política y comunicación, se destacan: “Desinformación. Cómo los medios ocultan el mundo”, 2009; “Perlas 2. Patrañas, disparates y trapacerías en los medios de comunicación”, de 2007, y “Medios violentos. Palabras e imágenes para el odio y la guerra”.

Versión castellana: http://muticom.org/es/blog/3382/debemos-buscar-una-revolucion-mediatica/

Versión original en portugués http://www.brasildefato.com.br/v01/agencia/entrevistas/201cdevemos-buscar-uma-revolucao-midiatica201d/view

Haiti

Oggi tutti “scoprono” che Haiti è una nazione poverissima, che non aveva nemmeno prima del terremoto alcuna prospettiva di “sviluppo”, che la sua classe dirigente è corrottissima e che vigeva di fatto ancora la schiavitù (cfr. “Haiti chérie” di C. Del Punta). Ma come mai gli inviati dei nostri giornali dal centro america e dall’america latina in generale non ce ne hanno mai parlato prima? Perchè ci raccontano invece solo le nefandezze dei Castro Bros e dell’odiato e pirotecnico Chavez?
Dato che parliamo sempre degli sprechi nel pubblico impiego, assecondando per una volta l’ondata populistica che va tanto per la maggiore dalla nostre parti, non sarebbe il caso di tagliare stipendi (e forse anche le teste) di chi nei telegiornali pubblici e nei giornali (vedi Omero CIA o il caro Cotronew) di fatto sempre dai soldi pubblici finanziati, non ci ha mai raccontato niente di tutto questo accecato dalle ideologie (che ci dicono morte, ma non per colpa del terremoto…)?

Rafael Caldera

Rafael_Caldera,_1971 E’ morto a 93 anni a Caracas Rafael Caldera.

Democristiano, fu in casa sua che nel 1958 si gestò il Patto di Puntofijo che, dopo la caduta del dittatore Marco Pérez Jiménez, stabilì in Venezuela una democrazia dell’alternanza tra i democristiani del Copei, del quale Caldera è stato uno dei maggiori dirigenti, e i socialdemocratici di Acción Democrática.

Puntofijo fu un patto che da una parte salvò il Venezuela dalle dittature fondomonetariste che distrussero l’America latina negli anni ‘70 ma dall’altro rappresentò una morsa in grado di continuare a garantire per 40 anni il controllo delle straordinariamente corrotte élite sul paese.

… Leggi tutto

Hugo Chávez e Evo Morales; l’America latina integrazionista è la coscienza ambientale del pianeta?

ambiente Infiltrati dei movimenti sociali all’interno del fallito vertice di Copenhagen sull’ambiente, i dirigenti politici latinoamericani hanno portato una voce di saggezza che non è bastata a non far fallire la cumbre ma hanno almeno potuto sintetizzare che un altro approccio è possibile e che anche il problema ambientale non si può ridurre se non si abbatte la disuguaglianza.

La grande stampa ha preferito ignorarli o registrare appena il loro dissenso, ma le loro testimonianze sono leggibili, ascoltabili in Rete e nei media partecipativi per chi ha occhi e orecchie per vedere.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.