Friday 25 May 2012, 04:19

Gli articoli con tag: " Afghanistan "

Un appello contro l’imposizione del silenzio

Siamo genitori, insegnanti, educatrici ed educatori, persone che credono nell’importanza di un’educazione contro la guerra ed abbiamo appreso con sconcerto e preoccupazione che il 21 settembre, giorno dei funerali di stato per i sei parà italiani morti nell’attentato del 17 settembre 2009 a Kabul, negli istituti scolastici (comprese le scuole materne ed elementari) è stata diramata una circolare (proveniente direttamente dal ministro Mariastella Gelmini), che invitava all’osservanza da parte degli istituti di tutta Italia di un minuto di silenzio alle ore 11.30, per sensibilizzare i più giovani sulla cosiddetta "missione di pace" del contingente italiano in Afghanistan.

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Il peso della morte in Afghanistan


Ho aspettato il giusto, il tempo che si placassero gli animi.

Troppo facile qualche giorno addietro parlare di Afghanistan e chiedere il ritiro delle truppe.
Troppo facile invocare l’amor patrio quando chi ci esorta in tal senso spesso ha le mani sporche di sangue.

Adesso sono trascorsi alcuni giorni e scopro che la rabbia non è mutata di una virgola.

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Alemanno ha torto. Esponiamo la bandiera della pace, non il tricolore

(DAL SITO WWW.ASSOCIAZIONERADICI.IT)

Alemanno ha torto. Esponiamo le bandiere della pace

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99 Posse da Brindisi e per Gaza, era il 19 settembre 2009 e Vik scriveva…

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Il messaggio che accompagna il video dei 99 Posse a Brindisi,19 settembre 2009,  dice: “C’era la finanza con i cani antidroga. Non m’era mai capitato a nessun concerto”.

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Il diritto alla pietà

Mentre l’auto scende da Palau, la baia è un incanto verde smeraldo e Caprera e La Maddalena sono un punto di domanda che un dio cui non credo rivolge a un miscredente. Sono passate da poco le 14, quando il cellulare ritrova d’improvviso il campo e un amico mi dice che la manifestazione in difesa della libertà di stampa “è stata rinviata a data da destinare“.

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Mattine e notti da Madonne

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Il mese di settembre è iniziato a Gerusalemme con le parole in musica e le gambe di una Madonna. Tel Aviv è stata la testimone della città delle Madonne. Si cantava anche in Italia  un’ ode alle Madonne, che si risvegliassero alfine con la primavera: Fiorin dipinto, s’amava tanto nel quattrocento, fiorin dipinto, s’amava tanto…

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Padre Albino Bizzotto in sciopero della fame contro la base di Vicenza

Dal 2 al 13 settembre a Vicenza si svolgerà il Festival No Dal Molin (dai un’occhiata al programma e vedi se riesci a fare un salto), l’ennesima occasione d’impegno, di riflessione e di lotta per una comunità – quella vicentina contro la base di guerra americana – che sta dimostrando di sapere tener testa a decisioni prese sopra la testa dei cittadini, a Palazzo Chigi o alla Casa Bianca, tanto dai governi di destra quanto da quelli di (sedicente) sinistra.

Il Festival sarà un’occasione di solidarietà per una città ferita (i lavori di costruzione della base sono, tristemente, iniziati), ma anche di riflessione e allegria, tra concerti, conferenze, dibattiti e quant’altro. Obiettivo, gridare forte che i giochi non sono ancora fatti e che il compito è lo stesso di sempre: «resistere un minuto di più». Un compito che sarebbe più facile se le frastagliatissime sinistre e, più in generale, il movimento contro la guerra non avessero deciso di tacere. L’invito è quindi a tornare a far sentire la propria voce (di pace), a ri-esporre le bandiere arcobaleno, a pretendere che i media tornino a parlare di Vicenza e di quella base che un’ideologia di guerra sta costruendo al Dal Molin, un invito del quale questo blog vuole nel suo piccolo farsi megafono.

A partire da ieri, mercoledì 19 agosto, padre Albino Bizzotto, fondatore dei Beati Costruttori di Pace ha iniziato uno sciopero della fame perché, spiega in un intervista al manifesto, «mi sono reso conto che di Vicenza e della base americana al Dal Molin in questo periodo di ferie non parla più nessuno, a parte i vicentini». Ma «questa della base americana non è una questione che riguarda solo Vicenza, riguarda tutta l’Italia», se non si vuole continuare «ad avere un rapporto tra popoli [...] tradotto in rapporti di guerra». E ancora: «sta passando una assuefazione al degrado, al peggio che fa paura» (e pensare che qualche spiritoso ha proposto Berlusconi per il nobel per la pace).

Del resto, è sufficiente osservare gli effetti di questa politica di guerra, cui l’occidente non sembra disposto in nessun modo a rinunciare, per capire quale sia la posta in palio a Vicenza. Da un lato c’è il diritto di una comunità a decidere del proprio futuro e modellare a piacimento la propria città; dall’altro, la considerazione che da Vicenza partiranno quegli aerei che colpiranno i prossimi obiettivi americani, tanto in Medio Oriente quanto in Africa; e quale sia la vera natura dei target “militari” lo dicono i dati bruti: circa duemila vittime civili soltanto nel corso del 2008, una cifra enorme, che non può essere liquidata tirando in ballo i soliti «effetti collaterali».

Il fallimento del collaudato modello di politica estera basato sull’uso della forza è sotto gli occhi di tutti. Anche i recenti attentati in Afghanistan e in Iraq, col loro spaventoso carico di morte, lungi dall’essere una dimostrazione del fatto che non si può “mollare” abbandonando in tal modo i civili a se stessi, costituiscono l’ennesima prova che l’intervento militare non è in grado di portare stabilità e pace; né del resto è credibile la natura pacifica di missioni che permettono l’occupazione di un Paese e lo sfruttamento delle sue risorse. Intendiamoci: né il regime di Saddam Hussein, né quello dei talebani meritavano di sopravvivere; ma i vari fondamentalismi hanno buon gioco, oggi, a rivendicare per i propri appartenenti lo status di guerriglieri, o magari di resistenti, anche quando colpiscono nel mucchio, facendo strage di civili. Non fanno forse la stessa cosa, in Iraq e in Afghanistan, le «democrazie» occidentali? Qualcuno ha detto che la democrazia non si esporta con le armi; si potrebbe aggiungere che bisogna stare particolarmente attenti all’esempio che si dà, e che ogni strage di civili per mano della coalizione occidentale è un ennesimo invito all’avversario a continuare per la propria strada.

Già si è detto del parere del generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’aeronautica militare, circa l’impossibilità di evitare vittime civili se i nostri Tornado utilizzaranno le armi di bordo, in un primo momento escluse dalla missione in Afghanistan, ma recentemente autorizzate. A stretto giro di posta, lo stato maggiore della difesa fa sapere che i «cannoncini in dotazione sui caccia Tornado» aiutano a proteggere le forze della coalizione in Afghanistan e sono sicuri per quanto riguarda «eventuali danni collaterali». Staremo, naturalmente, a vedere, ma quanto fatto finora per proteggere i civili durante il bombardamento degli obiettivi sensibili non dispone certo all’ottimismo.

Dalla base di Vicenza eravamo partiti e alle basi Usa torniamo, rilevando l’inclinazione della nuova amministrazione per la politica militare di George W. Bush. In base alla “attualizzazione” di un accordo militare con la Colombia, infatti, gli Stati uniti d’America sarebbero in procinto di installare altre 7 basi (il Congresso ha già approvato un finanziamento di 46 milioni di dollari), anche per compensare la perdita della grande base di Manta, in Ecuador, il cui accordo di utilizzo scade a novembre e non è stato rinnovato dal presidente Correa; l’installazione delle nuove strutture militari avrebbe come effetto quello di circondare il Venezuela di Chávez e di riaffermare la presenza statunitense in America latina, fino a qualche anno fa considerata da Washington il proprio «cortile di casa».

È questo il tipo di politica contro cui si pone chi lotta per un modello non-violento delle relazioni umane, chi si propone d’impedire la realizzazione di un’opera di guerra come quella che si profila a Vicenza. Concludo linkando un testo scritto dal movimento No Dal Molin per contestare l’esautorazione della città, della sua popolazione e delle sue istituzioni, in obbedienza alla logica militare della distruzione di massa.

Il regime dei colonnelli
Da www.nodalmolin.it

A Vicenza non governano i cittadini; e si sapeva da un pezzo. Non governa nemmeno il sindaco; e l’avevamo notato da qualche mese. A comandare sono i colonnelli, statunitensi e italiani, sostenuti dal buon commissario Costa che la Lega Nord chiede di confermare nel ruolo di commissario straordinario, giusto per continuare a pagargli la parcella di “estirpatore del dissenso locale”.

A comunicare al sindaco che la nuova installazione militare statunitense al Dal Molin sarebbe “opera di difesa nazionale” – e, di conseguenza, territorio sottratto, manu militari, alla giurisdizione dell’amministrazione comunale – non è stato il parlamento che, del resto, sulla vicenda Dal Molin non si è mai espresso; nemmeno il governo il quale, fino a prova contraria, dovrebbe discutere e deliberare su un tema così delicato – la cessione di una fetta di territorio nazionale a un esercito straniero – e comunicare ai cittadini la propria decisione.

A mettere nero su bianco l’ordine – fuori il naso dal Dal Molin, ovvero nessuna ispezione sarà concessa – è stato il colonnello Maggian, comandante italiano della Ederle; lo stesso, per intenderci, che di fronte agli ingressi illegali dei militari statunitensi in un parco cittadino – dove scavalcavano la rete in orario di chiusura facendo scattare l’allarme – non ha trovato di meglio che denunciare l’assenza di cartelli di divieto in lingua inglese. Sarà proprio perché non parlano inglese che tanti civili afgani sono stati ammazzati in questi mesi? Del resto i soldati non potevano capire che dicevano “non sparate…”.

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Leggi anche il testo nel quale padre Albino Bizzotto spiega le ragioni del proprio digiuno.
Sulle basi americane, leggi anche l’articolo La sconvolgente storia di Diego Garcia.

Viva l’Italia che resiste. Diamole voce!

Viviamo in questi mesi una sorta di nuovo Medioevo politico, sociale e culturale. Viviamo, ogni giorno, le conseguenza del trionfo di una cultura, tutta italiana, che pone le sue radici nell’incontro della filosofia “soldi, potere e ipocrisia” di Berlusconi e del berlusconismo con l’individualismo esasperato e disumano tipico del capitalismo.

In questo nostro perfetto sistema videocratico (da vedere, al prossimo festival del cinema di Venezia, il documentario “Videocracy” dell’italo-svedese Erik Gandini), imperversano su tutti i canali viscidi uomini di potere, pronti a recitare, senza trovare la benché minima resistenza, il bollettino delle balle quotidiane. Intanto i segnali di speranza, come la lotta degli operai della INNSE, il no forte e motivato alle ronde dei comuni di Massa e di “Salerno”, la sentenza del TAR sull’ora di religione, il partecipato corteo agostano contro il ponte sullo stretto, l’Onda studentesca dello scorso autunno, rimangono gocce isolate nell’oceano.

Se è vero che grazie al maggioritario, al porcellum e al bipolarismo, Berlusconi e Bossi governano il paese con il 45% dei consensi come se fossero i padroni assoluti dello Stato, è altrettanto vero che esistono tuttora due diverse “Italie”.

Da una parte l’Italia di padroni e padroncini, dei furbetti del quartierino, degli speculatori, dell’ipocrisia dei benpensanti e dei figli di papà, degli evasori che dichiarano quanto un operaio e tengono lo yacht in porto, dei raccomandati e dei raccomandanti, dei corruttori e dei corrotti; e poi, usando i versi di De Gregori, c’è “l’altra Italia”: l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento, l’Italia che lavora, che si dispera e che si innamora, l’Italia con le bandiere, l’Italia che non muore e che resiste.

E ci sono ancora, per quanto facciano di tutto per dimenticarsene e per farlo dimenticare (come testimoniano le ultime tornate elettorali), delle forze politiche che dovrebbero (e avrebbero dovuto) essere rappresentanti  di questa “altra Italia”. Ci sono ancora, e ci saranno sicuramente almeno fino alla prossima primavera, delle regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Marche, Basilicata, Calabria) governate da giunte di sinistra sostenute da Partito Democratico, soggetti della “Federazione della Sinistra” (Prc, Pdci e altri movimenti locali) e Italia dei Valori.

La domanda da porsi è questa: per quale motivo, a maggior ragione dopo l’approvazione del (vergognoso) federalismo leghista, tali giunte perseverano, salvo rarissime eccezioni, nell’errore della “moderazione”, quando avrebbero invece la possibilità di assumere, anche a livello legislativo, posizioni che destabilizzerebbero i piani di questa destra classista, clericale, fascista e guerrafondaia, facendosi così, finalmente, portavoce di quella troppo a lungo ignorata “altra Italia”?

Di aziende come la INNSE ne esistono a centinaia in tutta Italia; di lavoratori come quelli saliti sulla gru migliaia e migliaia.

Perché queste regioni invece di assumersi la responsabilità di diventare laboratori in cui “sperimentare” l’intervento istituzionale a fianco dei lavoratori attraverso iniziative di autogestione e cooperazione, di “nazionalizzazione” e di riconversione a difesa dei posti di lavoro e dell’ambiente, preferiscono riproporre l’atteggiamento autistico della regione Lombardia?

Perché solo la Toscana ha approvato una legge che smonta di fatto i teoremi razzisti e pericolosi per la comunità del “pacchetto sicurezza?

Perché dei suddetti governatori nessuno si è preso la briga di dire che non si può continuare a costruire strade e autostrade e che si potrebbe investire in un trasporto pubblico (si pensi alle ferrovie) di qualità e per tutti, anziché nella Tav, dannosa per l’ambiente, veloce come i vecchi Eurostar e con tariffe assurde?

L’elenco di simili domande, su lavoro, ambiente, sanità, istruzione, partecipazione dei cittadini…, potrebbe continuare a lungo.

Anni fa, molti anni fa, le regioni “rosse” erano il principale motivo di orgoglio del PCI, proprio perché, nonostante gli infiniti governi democristiani, continuavano con grande celerità il loro progresso sociale, sanitario, scolastico e lavorativo.

Di fronte alle sfide poste dalla crisi economica e dal mondo del lavoro, dalla questione ambientale, dall’attacco alla scuola e alla sanità pubblica, si può sperare che queste regioni “rosse” tornino ad essere un elemento di forte rottura nei confronti dell’operato del Governo?

O dobbiamo rassegnarci all’idea che l’unica strada percorribile sia quella del leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola, inizialmente eroe della “primavera di Puglia”, finito a dover mettere in giunta prima il principale esponente dei “baroni” della (disastrata) sanità pugliese e poi, per restare “in piedi”, l’Udc di Cuffaro e “Io Sud” della Poli Bortone (ex-Msi e An e adesso “leghista” del sud)?

Mattia Nesti.

Tagli Guinzagli e Urne Globali

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E così mentre i Talebani minacciano di tagliare le dita a chi andrà a votare, da noi si taglia la testa di pietra del Senatur, dal momento che sembrava gli avessero già segato  quattro dita e fosse rimasto solo il medio, al Bossi Legale.

Con   rammarico dei Media, sfuggito ai più perchè sotto il Ferragosto,  è stata  invece cancellata la conferenza della ex-soldatessa Usa, Lynndie England,  quella che faceva passeggiare al  guinzaglio un prigioniero di guerra iracheno. Doveva presentare la sua biografia data alle stampe a maggio, alla Biblioteca del Congresso, per  un seminario tra veterani di guerra a Capitol Hill.

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Emanuele Giordana, l’ora di fare i conti in Afghanistan

10742.gif Alleanze, accordi, negoziati prima del voto e i vari conteggi sulle percentuali elettorali. Mentre anche Usa e Europa ne fanno: quanto tempo ancora dovremo restare nel paese e quanto ci costerà?

Emanuele Giordana

Mentre un nuovo ordigno è esploso ieri mattina al passaggio di un convoglio di militari italiani vicino a Kabul, nella valle di Musai, a circa 15 chilometri a sud della capitale, senza però provocare feriti, la scadenza elettorale del 20 agosto si avvicina a vista d’occhio.
E’ non solo il banco di prova del prossimo presidente afgano e della sua effettiva popolarità, ma anche la misura della capacità di tessere alleanze, patti e cordate prima della consultazione -la seconda – in un paese in guerra da trent’anni. Mentre almeno quaranta, ha detto ieri un alto comandante britannico ne serviranno per stabilizzare il paese.

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Foto in Italia, da Nur, l’afghano

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Nur ieri,  per la prima volta,  ha visto quanto avevo scritto per lui, Si scrive Nor ma si legge Nur, l’afghano, sperando non dico in una magia ma in un atto di generosità solidale. Non è venuto un bel niente dalla Rete, a malapena certuni hanno pubblicato on line, zero sulla stampa cartacea, compresa quella locale ma  in compenso ha trovato nuovi amici sul posto grazie ad un diretto passaparola,  che gli hanno dato in questi giorni lavoro e tanta amicizia: Franco, Roberto, Primo, Claudio e le loro compagne e figli,  i bambini, e i loro amici, tutti di Capranica e nessuno munito di pc. Ma ho un regalo che vi mando da parte di Nur, che significa luce, un fiore di luce come il suo nome completo GulNor, che gli misero i genitori quando  nacque, la musica è turca: eccolo, potete vedere chi è.

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Più americanista degli americani: un PD che, così, è senza futuro

Ormai è del tutto evidente che il contingente italiano in Afghanistan, ripetutamente sotto attacco negli ultimi giorni, stia compiendo vere e proprie operazioni di guerra contro l’esercito talebano e che questa guerra (il vocabolo "missione di pace" è ormai sparito anche dai discorsi di La Russa) non serve affatto alla sicurezza del popolo italiano, e, come ha confermato anche l’ex  Capo di Stato Maggiore del comando NATO Fabio Mini (L’Unità, 28 Luglio), "il terrorismo che si combatte in Afghanistan non è più quello né di Al Qaeda né della Jihad islamica (sempre che lo sia mai stato, fatto discutibile se si considerano gli scarsi risultati ottenuti, ad esempio, nella caccia ai "latitanti" Bin Laden e Mullah Omar, ndr). Le forze contrapposte in Afghanistan non sono in grado di portare alcuna minaccia al nostro sistema".

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Aprite il portafoglio all’Afghanistan all’Abruzzo alla Guerra

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Una cartolina che ancora conservo, edita in poche copie, mostra una signora che sbatte in faccia sulle gradinate della Borsa di Milano, la sua sporta, ad un signore degli Affari e sotto in grande: o la Borsa o la Vita. Ognuno può leggerla questa frasetta come crede, io ci rido ancora oggi, avendo passeggiato 30 anni per quei Mercati e non solo finanziari, vedetela come un film del 1933, o come il motto del rapinatore, o come ne scrissi l’11 ottobre 2008.

Ma andiamo ad aprire il Portafoglio e a vedere cosa ci troviamo, intanto con un video sulle spese militari, che non è recente ma in compenso tratta di una spesa aumentata, non solo per comprare il pane. Ricevo un po’ di conti da Ugo Beiso, che mi risulta essere solo un tecnico dell’ Ansaldo oltre che un attivista dei Diritti Umani, contro la guerra.

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Notizie straordinarie in 6 minuti

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Le notizie  sono  eccezionali e  straordinarie!

“I rangers della Forestale hanno appurato che almeno dieci dei roghi scoppiati in questi giorni nell’isola (Sardegna n.d.r.) e che hanno ridotto in fumo quindicimila ettari di boschi e macchia mediterranea, sono di origine dolosa: la magistratura ha aperto un’inchiesta per incendio doloso contro ignoti”.

“Un militare italiano è stato ferito in un attacco nell’area di Farah, nell’Ovest dell’Afghanistan. Non è in pericolo di vita, ha riportato la frattura dell’ulna del braccio destro…I paracadutisti della Folgore sono intervenuti la scorsa notte in soccorso ad una pattuglia di militari della forza Nato Isaf caduta in una imboscata: c’è stato uno scontro a fuoco e la minaccia e’ stata ”neutralizzata”. Nessun militare italiano, né di Isaf, è rimasto ferito”.

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A cosa serve questa maledetta guerra?

Alessandro Di Lisio era un parà della Folgore, di appena 25 anni. Questa mattina è morto, ucciso da un ordigno della resistenza afghana.

La famiglia, gli amici, i commilitoni meritano tutta la solidarietà e la vicinanza umana che pur non basterà ad attenuare il dolore che una simile perdita può comportare.

Per quanto sia una speranza vana, voglio solo augurarmi che la politica e i media non si prestino al solito teatrino, ben collaudato con il terremoto dell’Aquila e con la strage di Viareggio, dell’unità nazionale, della commiserazione, degli ipocriti piagnistei per le disgrazie avvenute.

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