di Gennaro Carotenuto, domenica 29 gennaio 2012, 16:12
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Femminicidi

Diecimila persone in Guatemala hanno scalato un vulcano alto 3772 metri (il Volcán de Agua, nel sudovest del paese) per protestare contro i femminicidi. Il paese centroamericano, con 705 donne uccise nel 2011 e 5200 negli ultimi dieci anni, avrebbe l’incidenza più alta al mondo del fenomeno.
Durante il governo di Álvaro Colom (2007-2011) sono state approvate due leggi per arginare il fenomeno mentre il nuovo presidente, il generale di destra Otto Pérez Molina, si propone di creare delle forze di polizia specializzate nella repressione del fenomeno.
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di Gennaro Carotenuto, lunedì 16 gennaio 2012, 09:45
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Femminicidi, Italia, Primo piano
Enza Cappuccio, una ragazza di 33 anni di Marano, è la dodicesima vittima di femminicidio in Italia nei primi 15 giorni del 2012.
La notizia non sfonda tra l’affondamento del Titanic e il rating del paese mandato in serie B dalle valutazioni interessate della S&P. Ma è in serie C l’Italia per femminicidi, a nord, a sud, nel centro Italia, da Monza a Civitanova Marche, da Trapani ad Avellino, giovani, vecchi, di mezza età, colti e analfabeti, mariti incazzosi o depressi, compagni e fidanzati promossi o respinti, con e senza account Facebook sul quale depistare le indagini.
È una guerra non dichiarata, che compete con gli omicidi a sfondo criminalità e oramai si avvicina per numeri ai morti sul lavoro. 122 nel 2009, 113 nel 2010, 137 nel 2011, e il 2012 è iniziato con una media più che doppia.
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La storia del femminicidio* di Perugia dove una ragazza statunitense dal bel viso, Amanda Knox, è accusata di aver ucciso la propria compagna di appartamento, l’inglese Meredith Kercher, è in prima pagina perfino sul quotidiano La República di Lima, nel remotissimo Perù, nel Taiwan News, nell’australiano Sidney Morning Herald, e in migliaia di altri media, dalla Turchia al Sud Africa, un’attenzione comunque oltre ogni logica per un caso di cronaca ambientato in una provincia italiana.
Non smettono di stupire le dinamiche dell’infotainement globale. Quanti femminicidi sono avvenuti negli ultimi quattro anni a Lima, in Perù, in America latina senza finire in prima pagina non dico per reciprocità su La Repubblica di Roma ma neanche su quella di Lima. Per quanti processi vengono organizzate perfino delle dirette Twitter delle udienze come quella che abbiamo notato nei giorni scorsi da parte di John Hooper, corrispondente a Roma per il Guardian e l’Economist? … Leggi tutto
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A Donna Sara, 76 anni, originaria di un paesino vicino a Ciudad Juárez, nel Nord del Messico, hanno già ammazzato quattro dei suoi dieci figli, un nipote e una cognata, tutti militanti per i diritti umani. Adesso, dopo l’ennesimo sequestro, tutta la famiglia chiede asilo negli Stati Uniti.
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Giovanna Botteri spiattella da ore su tutti i canali Rai che Ophelia, la cameriera africana del caso Strauss-Kahn, abbia denunciato l’ex-direttore dell’FMI per stupro dopo un rapporto mercenario non pagato. E poi giù a sviscerare dettagli su come la puttana africana esercitasse il suo –presunto- secondo lavoro. Non si preoccupa, lei e molti altri mainstream, di citare la fonte di tali rivelazioni trattate come verità processuali.
Eppure non bisogna andare tanto lontano per essere indotti alla prudenza. Maurizio Molinari de La Stampa avverte che: “Lo rivela il N.Y.Post (giornale scandalistico che nulla ha a che vedere col New York Times, ndr) imbeccato dagli avvocati difensori”.
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Attenzione alla notizia del giorno. La corazzata difensiva di un potente della terra, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, sembra aver trovato qualcosa, qualunque cosa, contro la cameriera africana che lo accusa di stupro. Aveva amicizie equivoche? Aveva confessato a qualcuno che da questa brutta storia sperava di avere un tornaconto?
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Il dentista di Fano Raffaele Caposiena è stato condannato in secondo grado a 14 anni di carcere per l’omicidio volontario della sua compagna, Sofia Varela, una ragazza ecuadoriana di 20 anni, alla quale aveva sfondato il cranio a martellate nell’agosto del 2008.
Avevamo previsto in quella fine estate del 2008 che il femminicidio di Sofia Varela, non avrebbe creato alcun allarme sociale smentendo il vecchio refrain giornalistico per il quale fa notizia l’uomo che morde il cane ma non viceversa.
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di Redazione, martedì 2 novembre 2010, 22:45
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Femminicidi, Italia
Camey, 15 anni, è scomparsa il 29 maggio Le sue tracce si perdono all’Hotel House
La foto di Cameyi trasmessa da "Chi l’ha visto?"
di Alessandra Pierini
Cameyi Mosammet ha 15 anni, la stessa età di Sarah Scazzi, piccola vittima della terribile vicenda di Avetrana. Se Cameyi e Sarah fossero state compagne di scuola avrebbero con tutta probabilità condiviso desideri, sogni e speranze per il futuro. Non si sono mai incontrate ma le loro giovani vite sono unite dal fil rouge del mistero legato alle circostanze che hanno portato alla scomparsa dell’una e all’omicidio dell’altra. Tra le due ragazzine sono molte anche le differenze: Cameyi è bengalese, la sua famiglia vive in Ancona e il suo caso non è riuscito ad attirare le telecamere di tutta Italia, forse perché i suoi familiari non parlano italiano e perché tra di loro non c’è nessuno capace di districarsi tra trasmissioni televisive ed interviste sulle reti nazionali come è invece accaduto per l’omicidio di Avetrana.
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di Gennaro Carotenuto, venerdì 8 ottobre 2010, 00:03
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Femminicidi
Da migliaia di anni le ragazze di campagna (e anche parecchie di città) abbassano la testa e sopportano di essere stuprate dallo zio. Altrimenti zietto le ammazza.
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di Gennaro Carotenuto, mercoledì 29 settembre 2010, 11:38
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Femminicidi, Italia
Venerdì primo ottobre a Portici è previsto un incontro organizzato dall’UDI e da altre associazioni “Per Teresa Buonocore” la donna vittima di femminicidio per aver denunciato lo stupratore della figlia. Si svolgerà alle 17 al cinema Capitol . Alle ore 19 è prevista una fiaccolata nella città.
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di Gennaro Carotenuto, giovedì 23 settembre 2010, 10:23
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Femminicidi, Primo piano
Teresa Buonocore, vittima di femminicidio, assassinata perché da madre aveva creduto nello Stato per ottenere giustizia per la figlia stuprata da un criminale pedofilo.
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di Gennaro Carotenuto, mercoledì 1 settembre 2010, 07:31
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Femminicidi, Infografica

Aveva espresso solidarietà a Sakineh Ashtiani, la donna della minoranza azera condannata alla lapidazione in Iran, ed il quotidiano Kahyan chiede la morte per la “prostituta italiana”.
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di Gennaro Carotenuto, lunedì 19 luglio 2010, 10:18
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America latina, Diritti civili, Diritti umani, Femminicidi, Globalizzazione, Guerre infinite, Migranti e integrazione, Movimenti, Neoliberismo, Politica internazionale, Problemi globali
Ripubblichiamo per la prima volta in un solo post il reportage da Ciudad Juárez realizzato nel Chihuahua lo scorso febbraio-marzo e oggi disponibile anche in cartaceo su Latinoamerica (gc).
Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.
Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez
Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.
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Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.
Terza e ultima parte, la prima parte può essere letta qui, la seconda qui.
Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez
STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.
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Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.
Seconda parte, la prima parte può essere letta qui.
Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez
MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.
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