Thursday 09 February 2012, 17:47

Categoria: Movimenti

Brasile: Dilma Rousseff va a Porto Alegre e se ne frega di Davos

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Per il secondo anno consecutivo la presidente brasiliana Dilma Rousseff ha preferito partecipare al foro sociale mondiale di Porto Alegre e snobbare quello economico di Davos, in Svizzera, dove si riunisce il gotha del neoliberismo mondiale. Il suo predecessore Lula da Silva aveva invece sempre considerato utile andare in Svizzera.

Tanto il Brasile, atteso ad una crescita del PIL del 4.5% nel 2012, che Dilma Rousseff non hanno niente da imparare. Al contrario, qualche solone tra quelli che da anni pontificano lo sfascio neoliberale come pensiero unico globale potrebbero fare un salto a Porto Alegre. Come uditori.

Twitter 2011: un anno in movimento

18525-fotografia-gArticolo pubblicato in originale in Brecha di Montevideo – Il social network Twitter, con testi di massimo 140 caratteri, si è imposto come uno specchio del nostro mondo, col suo ritmo sincopato, l’overdose di informazione, la moltiplicazione delle fonti, spesso indipendenti e partecipative, a volte inconsistenti, altre volte capaci di smentire verità ufficiali e quasi sempre anticipare i media tradizionali. È attraverso questo medium che è possibile provare a rivisitare l’anno uno del mondo al rovescio, quando la severità della crisi euroccidentale marca l’inizio (visibile) della fine del predominio occidentale sul pianeta.

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Duccio Basosi da Occupy Wall Street

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"Lottavano così come si gioca (…)
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera…"

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L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fondo Monetario Internazionale e vivere felici

cacerolazo2Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.

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Il movimento “Occupy” più forte in California (e se ricominciasse da lì?)

occyoysanfrancisco(Duccio Basosi) Visto dalla California il movimento Occupy statunitense sembra decisamente più forte e determinato di come appare nelle città dell’interno. Parrebbe quindi che anche il nuovo movimento, pur così attento all’orizzontalità e a parole d’ordine nuove, attecchisca meglio dove esiste una tradizione consolidata di organizzazione e militanza di sinistra. Solo nell’area della baia di San Francisco, per esempio, ci sono tre nuclei piuttosto forti, uno nella stessa San Francisco e due nelle limitrofe Oakland e Berkeley, città industriale la prima, centro universitario di fama mondiale la seconda.

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Anche Atlanta, la città di Martin Luther King (e della Coca-Cola) si indigna (testimonianza di Duccio Basosi)

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Le immagini di Zuccotti park, riempito dagli attivisti del movimento Occupy Wall street, sono state tra le più esaltanti della seconda parte di questo 2011. Sicuramente questa mobilitazione è riuscita a far passare, anche sui grandi organi di stampa, parole d’ordine di rottura con l’ordine neoliberista. La realtà della mobilitazione sul campo, però, è un po’ più dura di come i media sembrano rappresentarla.

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Sul #150 di Marina Petrillo

Ripubblico condividendolo nel senso e nella forma un pezzo della giornalista di Radio popolare Marina Petrillo che sta girando molto in queste ore in Rete. Lascio da parte il cuore del problema, la violenza, la violenza che è la scorciatoia di chi non ha un progetto, la violenza che è l’eiaculazione precoce di chi poi resta impotente di fronte al potere, perché molto ne abbiamo già detto in questa sede e invito a sottolineare un passaggio collaterale dello scritto di Marina: “Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato”. Di questo non abbiamo parlato abbastanza (gc). … Leggi tutto

Black Bloc e disinformazione su Repubblica: in Grecia, fino a prova contraria, ci si va a mare

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È importante anche se fa sorridere per non piangere il pezzo su Repubblica di oggi firmato addirittura da Carlo Bonini che intervista un presunto Black Bloc addestrato in Grecia. L’intervistato è del tutto anonimo ma viene trattato come se fosse la bocca della verità, credibile a prescindere. Ciò senza uno straccio di fonte a sostenere la veridicità della testimonianza. Non che le fonti anonime non siano giornalisticamente utile, ma in un contesto nel quale ci siano dei riscontri. Nell’articolo di Bonini e Foschini non c’è nulla passando attraverso espressioni dimenticabili come “Sabato le sue mani hanno devastato Roma” e millantando l’esistenza di 800 falangisti pronti a tutto, un piccolo esercito. In pratica letteratura, non giornalismo.

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Cercando di capire la violenza di Roma

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Dopo mesi di dibattito sul perché gli italiani non si indignassero, un gruppo sparuto, ma comunque di parecchie centinaia di persone, e non del tutto alieno a spezzoni del movimento, come alla maggioranza di noi piacerebbe che invece fosse stato, ha cancellato con una violenza insensata la bellezza e la creatività di centinaia di migliaia di pacifici partecipanti alla manifestazione di Roma. Il Viminale ci ha messo del suo per favorire e reprimere solo apparentemente una violenza che aiuta il governo ad uscire per un attimo dall’angolo e delegittima le ragioni di chi critica l’ordine vigente. Ma non tutto è così semplice.

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Lo squallore del palazzo e noi, il 99%, lì fuori indignati a riprenderci il futuro

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Forse pochi al mondo come gli italiani hanno la sensazione plastica dell’incomunicabilità tra il palazzo e il paese reale, quello del 99% (foss’anche 80% la sostanza non cambia) che non è più rappresentato dalle caste politiche, economiche e mediatiche che in questi trent’anni hanno costruito una narrazione nella quale l’aumentare smisurato dei loro privilegi era spacciato per democrazia e libertà.

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A New York si chiamano #OccupyWallSt ma la stampa italiana li chiama #indignados

Se cercate in Twitter #indignados per sapere cosa è successo stanotte sul ponte di Brooklyn troverete una lunga  sequenza di citazioni, quasi tutte in italiano o spagnolo sia di media mainstream che partecipativi. Se invece cercate sul Google news statunitense, scoprirete che l’ultima volta che un media di quel paese ha usato la parola “indignados” è stato lo scorso 23 maggio parlando, che strano, di Spagna.   … Leggi tutto

The Guardian: Camila Vallejo come il subcomandante Marcos?

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Per il quotidiano britannico Guardian la leader del movimento studentesco cileno Camila Vallejo che sta mettendo in seria difficoltà il governo neoliberale del miliardario Sebastián Piñera –l’80% degli impiegati pubblici avrebbe aderito allo sciopero generale di ieri- sarebbe il più affascinante dirigente politico in America latina dall’apparizione sulla scena del Subcomandante Marcos nel Messico zapatista del 1994.

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Londra-Santiago: per chi suona la campana?

CITTÀ DEL MESSICO – Chi sono i giovani di Londra, Manchester, Birmingham derubricati a criminali dal primo ministro David Cameron, quello della big society escludente? Che relazione c’è tra loro e quelli di Piazza Syntagma ad Atene, bollati come anarchici dal capo di governo Georgios Papandreu o quelli di Piazza Tahrir al Cairo, stigmatizzati come fondamentalisti islamici dalla stampa mainstream? E con gli “indignados” accampati alla Puerta del Sol spagnola? E con gli studenti cileni che da mesi tengono in scacco il più neoliberale dei governi, quello di Sebastián Piñera -che li cataloga come black block- con un programma chiaro come il sole: istruzione pubblica, gratuita e di qualità per tutti?

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Il Messico batte un colpo: “basta sangue”!

Per Matteo.

Mentre scrivo arriva la notizia della tua morte assurda.
Il tuo sguardo partecipe, critico, sincero su questo paese che entrambi amiamo
è sempre stato per me esempio e guida.
Mi mancherai.

Si è conclusa a El Paso negli Stati Uniti la marcia della “Carovana per la pace con giustizia e dignità”. Nei più di 3000 km percorsi lungo la “ferita del paese” la Carovana ha toccato le principali città del centro e del nord del Messico insanguinate dalla guerra contra il narcotraffico dichiarata da Felipe Calderón all’inizio del suo mandato nel 2006, che ha già fatto 40.000 vittime e 10.000 desaparecidos, per culminare a Ciudad Juárez, l’“epicentro del dolore”, come l’ha definita il poeta Javier Sicilia, figura catalizzatrice di un movimento ancora in costruzione. … Leggi tutto

Dubbi sulla morte di Matteo Dean?

Il settimanale messicano Proceso lancia alcuni dubbi sulla morte di Matteo Dean, il giornalista e attivista italiano investito da un camion a Toluca sabato scorso.

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