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	<title>Gennaro Carotenuto - Giornalismo partecipativo &#187; Libri</title>
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	<description>America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica - online dal 1995</description>
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		<title>Kalooki Nights. Recensire un romanzo scomodo</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 09:19:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco bergoglio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PROLEGOMENI ALLA RECENSIONE Recensire uno scrittore ebreo inglese può essere difficile oggigiorno. Chissà se ieri per Bellow o oggi con Roth qualcuno ha incontrato analoghi problemi. Il nodo è che prima di parlare liberamente di uno scrittore che tratta temi ebraici bisogna chiarire il proprio punto di vista. Bisogna dichiarare e chiare lettere di non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong><em></em></strong></div>
<p align="justify">PROLEGOMENI ALLA RECENSIONE</p>
<p align="justify">Recensire uno scrittore ebreo inglese può essere difficile oggigiorno. Chissà se ieri per Bellow o oggi con Roth qualcuno ha incontrato analoghi problemi. Il nodo è che prima di parlare liberamente di uno scrittore che tratta temi ebraici bisogna chiarire il proprio punto di vista. Bisogna dichiarare e chiare lettere di non essere antisemiti, di non essere dei biechi nazisti travestiti da innocui lettori o peggio ancora acerrimi negazionisti. Pesare le parole per non passare per potenziali distruttori dello stato d&#8217;Israele. La libera speculazione può portare rapidamente all&#8217;accusa di antisionismo. Solo dopo aver chiarito queste indispensabili premesse si potrà (forse) affrontare il tema senza provocare levate di scudi o censure preventive. Specie se si prova a ragionare senza preconcetti su qualche romanzo ebraico -ma non israeliano- contemporaneo, che propone un certo qual esistenzialismo ebraico, che si interroga…</p>
<p> <span id="more-7816"></span>
<p align="justify"></p>
<p align="justify">Perché scrivo questo?</p>
<p align="justify">Qualche mese nel proporre la recensione che segue al libro di Jacobson mi sono trovato a lottare con una serie notevole di difficoltà. Tanti avevano da questionare e nessuno che mi dicesse l&#8217;unica cosa sensata che avrebbe potuto farmi rinsavire: tu non sei un critico letterario, lascia perdere perché del romanzo non hai capito nulla e la tua recensione è cartaccia.</p>
<p align="justify">Nascevano invece problemi politici, terminologici, filologici, di interpretazione storica…tutto tranne che un qualsiasi argomento letterario. Il problema credo si annidi nelle primissime righe della recensione. L&#8217;ho scritta nei giorni dei bombardamenti natalizi su Gaza e ovviamente traspare chiara una posizione e una giusta indignazione peraltro condivisa da intellettuali ebrei di molti paesi del mondo. Forse che la letteratura non può occuparsi dell&#8217;attualità? Deve ignorare le vittime delle guerre e dei bombardamenti? Forse la letteratura va bene quando svolge il compito di foglia di fico, un po&#8217; meno quando soffia per farla volare via, quella foglia? Quindi Israele al Salone del libro nel 2008 sì, guai a boicottare, per mostrare tanti bravi scrittori, molti anche pacifisti o di sinistra, ma comunque ugualmente impegnati (o impigliati loro malgrado) nella normalizzazione legittimante di un governo che meno di sei mesi dopo si sarebbe macchiato di molte e molte vittime di civili e bambini. Ma se la letteratura non produce nessun tipo di umanesimo ha senso sdoganarla dalle questioni contingenti solo quando c&#8217;è un tornaconto politically correct?</p>
<p align="justify">Domande impegnative, che poco hanno a che vedere con il romanzo e forse anche con la questione ebraica e forse anche con quella israeliana. Sicuramente hanno a che vedere con l&#8217;ipocrita disumanità dell&#8217;uomo.</p>
<p align="justify">Comunque il romanzo è bello. Non essendo un critico letterario posso bovinamente permettermi di aggettivare con l&#8217;orrido binomio bello/brutto!</p>
<p align="justify"><em>Kalooki Nights</em>, di Howard Jacobson. Edizioni Cargo, 568 pagine.</p>
<p align="justify">Se solo gli eredi di Abramo preferissero sempre la forza vivificante della letteratura a quella delle armi… Riflessione provocatoria ma attuale, visto il ritorno in cronaca della questione mediorientale. Cosa significa essere ebreo, oggi? E non israeliano, ma uno dei tanti della diaspora, sparsi per il mondo, come lo scrittore inglese Howard Jacobson? Spesso non vi è stata identità di vedute tra i cittadini dello stato con la stella di David e gli altri. Angosciati dalle bombe a Gaza, diversi <em>ebrei della comunità internazionale</em> con capofila Noam Chomsky, hanno pubblicato -a ridosso dei fatti di sangue del natale 2008- una <em>Open Letter to Israeli Soldiers</em> nella quale si invita a disertare. Questa iniziativa ricalca quella celebre comparsa vent’anni or sono sul New York Times, seguita in calce dalle firme di 600 intellettuali e artisti ebrei americani che auspicava la fine dell&#8217; occupazione nei territori occupati. Allora aderirono anche Arthur Miller, Woody Allen, Norman Mailer e Philip Roth.</p>
<p align="justify">Proprio come il Roth del brillante romanzo sulla diaspora <em>Operazione Shylock,</em> Jacobson propone una sorta di diario esistenziale per i conti aperti col passato e con una eredità etnica difficile, spesso ambivalente.</p>
<p align="justify">Quale rapporto tenere con i <em>goyim</em>, i gentili? E se si sposa una &quot;loro&quot; donna, una <em>shikseh</em>?</p>
<div></div>
<p align="justify">Tante domande angustiano il protagonista Max Glickman, preda di lunghi monologhi intessuti della tipica, corrosiva ironia ebraica. La storia è un pretesto, il succo sono le questioni filosofiche sul tappeto. Del giallo si conosce fin da subito l&#8217;assassino ma manca un movente; il delitto in questione -compiuto da un ebreo ultra religioso, ossessionato della Shoah &#8211; è il surreale omicidio di entrambi i genitori, perpetrato <em>aprendo il rubinetto del gas</em> (e non è una metafora).</p>
<p align="justify">Franco Bergoglio</p>
<p class="postAuthorLink">franco bergoglio su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>A 5 anni dalle stragi di Madrid, un frammento di &#8220;Giornalismo partecipativo. La storia del giornalismo e dei nuovi media come bene comune&#8221; di Gennaro Carotenuto in corso di stampa</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 13:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disinformazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi è il quinto anniversario delle stragi di Madrid dell’11 marzo 2004 che causarono la morte di quasi 200 persone. Il governo di José María Aznar, in piena sinergia con i media mainstream, tentò di imporre un’insostenibile verità ufficiale. E’ un caso di scuola: usando Internet e gli SMS il popolo spagnolo insorse contro la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2009/03/11m-3-imagengrande.jpg"><img title="11m_3_imagenGrande" style="border-top-width: 0px; display: inline; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; border-right-width: 0px" height="267" alt="11m_3_imagenGrande" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2009/03/11m-3-imagengrande-thumb.jpg" width="354" align="left" border="0" /></a> Oggi è il quinto anniversario delle stragi di Madrid dell’11 marzo 2004 che causarono la morte di quasi 200 persone. Il governo di José María Aznar, in piena sinergia con i media mainstream, tentò di imporre un’insostenibile verità ufficiale. E’ un caso di scuola: usando Internet e gli SMS il popolo spagnolo insorse contro la menzogna dei media e del governo facendo informazione. Sul tema pubblico un frammento del mio saggio <em>Giornalismo partecipativo. La storia del giornalismo e dei nuovi media come bene comune</em>, in questo momento in corso di stampa<em>.</em></strong></p>
<p>Dall’11 al 14 marzo 2004 l’intera Spagna fu percorsa da un’ondata di indignazione popolare che prese forma di microinformazione partecipativa<a href="#_ftn1_6766" name="_ftnref1_6766">[1]</a>. Milioni di cittadini s’indignarono per la verità di Stato sulle stragi di Madrid dell’11 marzo, che il governo di José María Aznar pretendeva di imporre attribuendole all’ETA pensando di ricavarne un vantaggio politico nelle elezioni politiche del giorno 14. La televisione, soprattutto quella nazionale, e la stampa si allinearono alla menzogna imposta dal governo<a href="#_ftn2_6766" name="_ftnref2_6766">[2]</a> che cercava di mascherare le proprie responsabilità nella guerra in Iraq considerando inopportuno riconoscere la matrice islamica degli atti terroristici che avevano causato la morte di 191 persone. Quella volta in tutta la Spagna la corda si spezzò.</p>
<p> <span id="more-6467"></span>
<p>Centinaia di migliaia di SMS<a href="#_ftn3_6766" name="_ftnref3_6766">[3]</a> mobilitarono l’opinione pubblica esigendo la verità e ribaltarono l’esito di quelle elezioni politiche che i sondaggi consideravano già vinte dal partito di Aznar. Il sabato, giornata di riflessione, circa 300.000 persone si autoconvocarono via cellulare a manifestare alla sede centrale del <i>Partido Popular</i> nella Calle Génova, in pieno centro a Madrid, causando la disapprovazione anche dei media, come il quotidiano “El País”, che appoggiavano il PSOE. Quella disapprovazione voleva dire che i media (che avevano scelto di non informare) vedevano in quella sollevazione che li bypassava il superamento del loro ruolo di orientamento. Citando Gianni Riotta<a href="#_ftn4_6766" name="_ftnref4_6766">[4]</a>, autoconvocandosi esigendo la verità «gli uomini preferirono le tenebre alla luce» (Giovanni 3,19).</p>
<p>Nel frattempo in quelle ore il traffico in Internet cresceva di otto volte. Con pochissime eccezioni tra i media tradizionali, “Cadena SER”, “La Vanguardia”, il mainstream restò appiattito sulla versione del governo e il pubblico spagnolo dovette rivolgersi attraverso la Rete all’estero. Gli SMS rappresentavano in quel contesto un “non media” che in poche ore riuscì a raggiungere capillarmente altrettante persone di quante non potesse raggiungere un grande media mainstream. Per il sociologo Manuel Castells<a href="#_ftn5_6766" name="_ftnref5_6766">[5]</a>:</p>
<p><em>se io mando un SMS a dieci persone e ognuno di loro lo gira a dieci amici, nel giro di pochi minuti potremmo avere lo stesso o addirittura più impatto di quanto ne può avere la televisione perché tali reti sono selettive, si dirigono a persone che si conoscono. [Quella dell’11-14 marzo 2004] è stata una specie di rivolta etica che ha sorpreso tutti, inclusi gli stessi media. Non è stata una rivolta contro un partito o a favore di un altro. È stata una rivolta per la verità e contro la menzogna.</em></p>
<p>Gli autoconvocati sostenevano che il loro sdegno non fosse diretto contro una parte politica ma contro la menzogna di Aznar veicolata supinamente dai media. Secondo un’inchiesta demoscopica studiata da José Ramón Montero Gibert e Ignacio Lago Peñas<a href="#_ftn6_6766" name="_ftnref6_6766">[6]</a> il 6% degli spagnoli decise per chi votare dopo gli attentati e il 5%, che aveva deciso di astenersi prima di questi, scelse di votare. Due terzi di questo 11% votarono per il PSOE generando un decisivo aumento del 4% di voti al partito di centro-sinistra che candidava José Luís Rodríguez Zapatero alla presidenza del governo. Inoltre il 16% degli intervistati (corrispondenti a vari milioni di elettori) dichiarò che la manipolazione sugli autori degli attentati era stato il fattore più importante che aveva preso in considerazione al momento di votare. </p>
<p>Negli ultimi decenni, soprattutto nell’epoca neoliberale, e a partire dalla centralità della televisione commerciale, il core business dei media mainstream si è allontanato sempre di più dal diritto/dovere di informare come l’esempio spagnolo esplicita in maniera parossistica. La “fabbrica del consenso” della quale parla Chomsky si è orientata alla comunicazione e alla costruzione di una scala di valori e consumi stabilizzatrice del consenso dell’opinione pubblica verso il potere politico ed economico. Ciò ha un prezzo ed è evidente che lo spazio lasciato vuoto dal mainstream è stato occupato da altri agenti informativi. Se l’intelligenza tra media e potere è un consolidato processo storico, la discontinuità della nostra epoca è che è diventato straordinariamente facile avere alternative. </p>
<p>Ogni volta che i media mainstream scelgono di edulcorare l’informazione lasciano più spazio ad una nuova informazione, non di sicuro migliore ma sì alternativa. Quella di un’informazione non in sinergia con il potere è un’esigenza presente fin dal tempo dei primi Canard<a href="#_ftn7_6766" name="_ftnref7_6766">[7]</a> da secoli prima della Rete. È l’informazione che fu dei Peppino Impastato e delle “Radio Aut”. Il caso spagnolo delle stragi dell’11 marzo 2004 e delle elezioni del 14, che ribaltarono il risultato elettorale in una grande democrazia occidentale, dimostrò che in maniera completamente decentralizzata, usando Internet e gli SMS, la cittadinanza può battere la disinformazione e la sinergia tra media e potere.</p>
<hr align="left" width="33%" size="1" />
<p><a href="#_ftnref1_6766" name="_ftn1_6766">[1]</a> M. Martín Nuñez, A. Montero Sierra, <i>La manipulación en los medios de comunicación. Tratamiento informativo del 11M</i>, Castelló de la Plana, Universitat Jaume I, 2007; R.M. Artal, <i>11-M 14-M: onda expansiva</i>, Madrid, Espejo de Tinta, 2004.</p>
<p><a href="#_ftnref2_6766" name="_ftn2_6766">[2]</a> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=FL-IU6din_4">http://www.youtube.com/watch?v=FL-IU6din_4</a>. </p>
<p><a href="#_ftnref3_6766" name="_ftn3_6766">[3]</a> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=qmuOocplXxM">http://www.youtube.com/watch?v=qmuOocplXxM</a>. </p>
<p><a href="#_ftnref4_6766" name="_ftn4_6766">[4]</a> G. Riotta, <i>La Rete cancella l’opinione pubblica</i>, “Il Corriere della Sera”, 19 gennaio 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref5_6766" name="_ftn5_6766">[5]</a> M. Martín Nuñez, A. Montero Sierra, <i>op. cit.</i>, p. 18.</p>
<p><a href="#_ftnref6_6766" name="_ftn6_6766">[6]</a> I. Lago Peñas, J.R. Montero Gibert, <i>Los mecanismos del cambio electoral. Del 11-M al 14-M</i>, in “Claves de la Razón Práctica”, 2005, n. 195, pp. 36-45.</p>
<p><a href="#_ftnref7_6766" name="_ftn7_6766">[7]</a> J.N. Jeanneney, <i>Storia dei media</i>, Roma, Editori Riuniti, 1996 (ed. or. <i>Une histoire des médias, des origines à nos jours</i>, Paris, Points, 1990).</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>A proposito di egemonia culturale</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 14:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca mastellaro milano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Limbiate è un paese di oltre trentamila abitanti poco distante da Milano. Fa molto hinterland milanese, per composizione sociale di chi vi risiede e per strutturazione urbanistica, ma la Giunta di centrodestra ha deciso che doveva passare sotto la ridente provincia di Monza e Brianza. E tutti vissero felici e contenti. Prima però era arrivato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Limbiate è un paese di oltre trentamila abitanti poco distante da Milano. Fa molto hinterland milanese, per composizione sociale di chi vi risiede e per strutturazione urbanistica, ma la Giunta di centrodestra ha deciso che doveva passare sotto la ridente provincia di Monza e Brianza. E tutti vissero felici e contenti.<span id="more-2839"></span></p>
<p>Prima però era arrivato il Careffour. Fiore all&#8217;occhiello della vecchia Giunta di centrosinistra, che evidentemente doveva pensare che un paesone del genere non potesse essere sprovvisto di un centro commerciale, era la fine degli anni &#8217;90. Delizia dell&#8217;allora opposizione che vinse poi le elezioni giocando sulla tutela dei commercianti limbiatesi, precarizzati dalla scellerata scelta di costruire nel paese un megastore di 30 e più negozi. Inutile dire che il giorno dell&#8217;inaugurazione, nel giugno 2006, il sindaco di Forza Italia, appena confermato, si vantava dell&#8217;opera tanto modernizzatrice: il demerito diventava merito e dal centrosinistra passava al centrodestra. E la logica?</p>
<p>Le migliaia di non indigeni residenti &#8211; ormai siamo alla seconda e terza generazione &#8211; veneti e meridionali che un tempo votavano Pci ora li imbonisci: un concerto di Mario Merola la prima estate, Alex Britti l&#8217;anno dopo, i reduci del Grande Fratello e Alessia Fabiani quest&#8217;anno. Tutto rigorosamente <em>aggratis</em>. Mille rotonde inutili per mostrare che si è operativi. Un giornale dell&#8217;amministrazione pagato coi soldi dei contribuenti che si comporta verso il sindaco nello stesso modo in cui Fede fa con Berlusconi.</p>
<p>Poi hai un tasso di abbandono scolastico che neanche a Corleone. Ma come? Siamo in Brianza! Accoltellamenti gravi a scadenze mensili, e a volte ci scappa il morto. Povertà e non integrazione degli extracomunitari. Senso di pericolo e di incertezza.</p>
<p>Poi torni al Careffour un sabato mattina di un afosissimo agosto. Una gigantografia recita &#8220;Da oggi la tua spesa in comode rate mensili da 25 euro&#8221;, ti chiedi dove si arriverà. Fai un salto al tabacchino del centro commerciale per comprare il solito pacchetto di Lucky strike e trovi la gente in coda per comprare i gratta e vinci, rigorosamente da 5 o 10 euro. Alle ultime elezioni comunali il centrodestra ha preso oltre il sessanta per cento. Ti dici che la strada verso la civilizzazione è molto, molto lunga.</p>
<p class="postAuthorLink">luca mastellaro milano su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Barbara Spinelli, Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale</title>
		<link>http://www.gennarocarotenuto.it/2464-barbara-spinelli-femminicidio-dalla-denuncia-sociale-al-riconoscimento-giuridico-internazionale/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=barbara-spinelli-femminicidio-dalla-denuncia-sociale-al-riconoscimento-giuridico-internazionale</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 11:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché un libro sul femminicidio? Per raccontare le origini e la storia di questo recentissimo neologismo, ormai sempre più diffuso anche nel nostro paese con riferimento alla strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico. L’autrice documenta la nascita del termine femminicidio, antecedente a tali fatti, e spiega come esso sia stato adottato dalle donne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[</p>
<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Bar.Dalladenunciasocialealriconoscimento_BEDC/copertinalibro.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 10px 10px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="298" alt="copertina libro" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Bar.Dalladenunciasocialealriconoscimento_BEDC/copertinalibro_thumb.jpg" width="204" align="right" border="0"></a> Perché un libro sul femminicidio? Per raccontare le origini e la storia di questo recentissimo neologismo, ormai sempre più diffuso anche nel nostro paese con riferimento alla strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico.
<p>L’autrice documenta la nascita del termine femminicidio, antecedente a tali fatti, e spiega come esso sia stato adottato dalle donne centroamericane per veder riconosciuti e rispettati i propri diritti umani, in particolare quello ad una vita libera da qualsiasi forma di violenza. Femminicidio è la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna “in quanto donna”, perché non rispetta il ruolo sociale impostole. L’autrice illustra, inoltre, le tesi elaborate in Centroamerica sulle cause del femminicidio ed espone i meccanismi di indagine e di denuncia, i dati risultanti dalle ricerche locali, le politiche sviluppate sulla loro base, la conseguente richiesta di riconoscimento giuridico del femminicidio come specifico reato e come crimine contro l’umanità.</p>
<p><span id="more-2464"></span></p>
<p>
<p>Nel volume si mette in luce l’alleanza tra donne e Ong a tutela dei diritti umani per inchiodare lo stato messicano alle sue responsabilità per i massacri di donne a Ciudad Juarez. Ora, grazie alla copertura mediatica del caso messicano, il femminicidio non rappresenta più solo una specificità centroamericana, ma ha assunto una valenza generale, uscendo dall’ambito importante, ma ristretto, della descrizione di un fenomeno locale per costruirsi come concetto giuridico, di rilevanza interna e internazionale. Il percorso di riconoscimento del femminicidio come crimine contro l’umanità, ora preso in considerazione anche a livello europeo, ha una valenza universale: consente di individuare il filo rosso che segna, a livello globale, la matrice comune di ogni forma di discriminazione contro le donne, ovvero la mancata considerazione della dignità delle stesse come persone. Non rispettare i diritti delle donne lede l’umanità tutta: tale affermazione pone le basi per la costruzione di relazioni sociali diverse, incentrate sulla Persona in quanto tale e sul rispetto reciproco a prescindere da ogni forma di diversità, sia essa sessuale, etnica, giuridica o ideologica.
<p><b></b>
<p><b>Barbara Spinelli</b>, praticante avvocato, collabora con i Giuristi Democratici a livello nazionale ed internazionale e con la Rete Femminista. Le sue ricerche riguardano soprattutto le politiche di contrasto alla violenza e alle discriminazioni di genere e il femminicidio nel mondo. Oltre a numerosi articoli per quotidiani e testate specialistiche, sul tema ha redatto per i Giuristi Democratici il dossier “Violenza sulle donne: parliamo di femminicidio. Spunti di riflessione per affrontare a livello globale il problema della violenza sulle donne con una prospettiva di genere”.
<p>Barbara Spinelli, <em>Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, </em>Franco Angeli, 2008, pp. 200, Euro 18.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 08:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Tibetlottaecompassionesultettodelmondo_948A/CopertinaTibetridottina.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 10px 10px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="245" alt="CopertinaTibetridottina" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Tibetlottaecompassionesultettodelmondo_948A/CopertinaTibetridottina_thumb.jpg" width="179" align="right" border="0"></a>A cura di Emanuele Giordana, esce il 7 maggio allegato al quotidiano il Riformista, <em>Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo.</em> Ecco un frammento dell&#8217;introduzione.
<p>Nell&#8217;autunno del 1977 avevamo preso, com&#8217;era abitudine in anni in cui si disdegnavano gli aeroporti ed era molto più semplice viaggiare via terra, il Direct Orient Parigi-Istanbul che faceva tappa alla stazione Centrale di Milano. La meta – lontana &#8211; era il paesino himalayano di McLeod Ganj, una cittadella dell&#8217;Himachal Pradesh indiano dove, ed era tutto quel che sapevano, risiedeva il Dalai Lama. Che cosa ci avesse esattamente spinto ad andare là anziché, come altre a volte, a Kathmandu o a Bombay, non sapremmo dire. Durante il viaggio incontrammo molte persone che andavano in quel remoto villaggetto indiano tra cui un giovane amico milanese, incontrato a Lahore, che già vestiva i panni amaranto dei monaci tibetani e che fece un pezzo di strada con noi.</p>
<p><span id="more-2280"></span></p>
<p>
<p>Da Istanbul ci muovemmo in corriera sino a Teheran dove soggiornammo a casa dell&#8217;amico di un giovane studente iraniano, Kami, conosciuto a Milano. In quella dimora, tra tazze di tè, meloni e pistacchi, si discuteva animatamente della promessa di un anziano religioso in esilio che minacciava di tornare in Iran. Allora non sapevamo nulla dell&#8217;ayatollah Khomeini e forse neppure ne sapevano molto i nostri amici iraniani che aspettavano, dal suo ritorno, l&#8217;uscita del loro paese dalle secche della terribile dittatura dello Scià. Non sapevano che l&#8217;arrivo del sacerdote sciita avrebbe sì liberato l&#8217;Iran dai Palhevi, ma lo avrebbe anche precipitato in un altro tragico dramma.
<p>Da lì proseguimmo per Mashad, Herat e, infine, Kabul. L&#8217;atmosfera in Afghanistan era profondamente cambiata rispetto solo a qualche anno prima. Le tenebre di un inverno confuso si annunciavano in una città semi deserta dove non era difficile incontrare corpulenti signori con pesanti cappotti scuri. Erano, lo sapemmo anni dopo, alcuni dei duemila consiglieri sovietici che Mosca aveva inviato per indirizzare le sorti del piccolo paese asiatico. Percepimmo soltanto un&#8217;aria gelida che metteva i brividi e soffiava su un precipizio in cui stava per sprofondare uno dei più affascinanti paesi del pianeta. Il tragico labirinto di una sequenza di conflitti durati quasi trent&#8217;anni e non ancora conclusi.
<p>Avevamo attraversato, senza rendercene conto, l&#8217;anticamera di un inferno ma senza prenderne parte, distratti com&#8217;eravamo dalla beata incoscienza del nostro viaggio interiore il cui richiamo principale veniva dall&#8217;India dei santoni, dai tetti spioventi della magica città di Kathmandu, dai profili fallici dei templi indù del subcontinente.
<p>Passammo per il Pakistan rapidamente, osservando sul Kyber Pass la bizzarra enclave della &#8220;tribal belt&#8221;, la cintura tribale governata dai fieri pashtun della frontiera sempre armati di moschetto che, oltre l&#8217;Afghanistan, si chiamano pathan e sui quali, allora come oggi, la giurisdizione di Islamabad era poco più che virtuale. Ci sembrava folclore ciò che era in realtà la chiave per capire quel che succede oggi nel pantano afgano. Finalmente arrivammo a Nuova Delhi.
<p>Due giorni dopo già eravamo a Patankot, dove un treno <i>overnight</i> per il Nord si muoveva lungo chiassose stazioni punjabi, attraversate dai rituali richiami dei venditori di tè al cardamomo serviti in piccole tazze di creta, accompagnate da dolcetti di latte o pastelle fritte servite in larghe foglie venate. Da lì, attraverso un paesaggio che si snodava tra campi sempre più verdi circondati da foreste e vallate, si saliva in autobus sino a Dharamsala e, infine, al piccolo paesino di McLeod Ganj dove, in un&#8217;urbanistica dispersa e improvvisata, emergevano i dettagli di un piccolo Tibet ricostruito in modo raffazzonato e miscelato all&#8217;architettura tipica delle cittadine indiane. La giornata tipo prevedeva la colazione al &#8220;Last Chance&#8221;, un locale che alternava algidi scandinavi a hippy brasiliani, un giro al tempio, la costante guerra con le scimmie che popolano la cittadina e una rincorsa serale per arrivare in tempo al ristorante onde evitare di ritrovarsi senza cena. I più bravi andavano alla &#8220;Library&#8221;. I più colti compravano e divoravano opere scelte stampate malamente su una carta dove l&#8217;inchiostro era sempre irrimediabilmente sbavato.
<p>L&#8217;atmosfera era pervasa da una sorta di santità, o almeno così ci sembrava, ritmata dai mantra che uscivano dagli stomaci dei monaci tibetani, presenza costante e affascinante per noi giovani occidentali che avevamo barattato la civiltà dei consumi degli uomini &#8220;a una dimensione&#8221; &#8211; così la chiamavamo allora &#8211; per incontrare la strana spiritualità del buddismo tibetano che ci sembrava l&#8217;unica &#8220;via di salvezza&#8221; spirituale che si potesse coniugare col nostro spirito laico e libertario. In effetti, molto del richiamo del messaggio spirituale del Dalai Lama, contrariamente alle mille forme di proselitismo che alimentavano gli <i>ashram</i> indiani (i luoghi di purificazione che avevano attratto i Beatles e orde di giovani frikkettoni occidentali), sembrava accettabile anche a chi pensava che la religione fosse l&#8217;oppio dei popoli e diffidava in genere dalle tonache nere. Che, declinate alle diverse latitudini, ci ricordavano i prevosti sessuofobici della nostra gioventù peccaminosa e, più tardi, le vesti dei mullah iraniani o i turbanti degli islamisti afgani. I buddisti tibetani erano diversi. E il Dalai Lama, quell&#8217;uomo mite che davvero ci sembrava un Oceano di Saggezza, riusciva, col suo messaggio di compassione<a name="sdfootnote1anc"></a><a href="http://mail.google.com/mail/?ui=1&amp;view=page&amp;name=gp&amp;ver=sh3fib53pgpk#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a> e di condivisione, a farci sentire che esisteva un mondo migliore di cui poter far parte. Senza per forza avere gli occhi a mandorla.
<p>Ma a Dharamsala scoprimmo anche quello che solo in parte avevamo letto o sentito dire del Tibet. Che molta gente era dovuta fuggire, che tanti uomini e donne erano stati uccisi, i monasteri distrutti, gli oppositori torturarti. La Cina di Mao, che qualche anno prima ci aveva affascinato con la sua liturgia di bandiere rosse e libretti di auree massime rivoluzionarie, era stato – scoprivamo adesso – anche questo: un paese che ne aveva invaso un altro e senza che nessuno o quasi avesse avuto da ridire. Le suggestioni di questa scoperta rimasero nelle nostre anime assai più scolpite di quelle appena percepite a Teheran o Kabul, dove le imminenti macerie della guerra fredda, una decina di anni dopo, avrebbero rivoltato un pezzo di pianeta e fatto discutere la metà del mondo. In Tibet invece, non succedeva nulla e nessuno ne parlava o ne aveva argomentato. Né allora né poi. C&#8217;era un tabù che improvvisamente era stato sconquassato dalla compassionevole tragica vista di questi profughi dai volti abbronzati e dal sorriso stretto nelle pieghe che il freddo disegna sui volti ancora giovani di questi popoli montani. Fu, in un certo senso, un piccolo &#8220;risveglio&#8221;.
<p>Tornammo da lì con la coscienza che il mondo non va nella direzione della &#8220;Via di mezzo&#8221; ma segue convenienze, opportunismi, scelte dettate dalla geopolitica e dal calcolo quali che siano le ragioni o i diritti di questo o quel popolo. Nei confronti dei tibetani, tutto ciò colpiva ancora di più. E colpiva quel silenzio fragoroso col quale il mondo aveva circondato e alla fine soffocato la &#8220;questione tibetana&#8221;.
<p>Il libretto che avete tra le mani è un&#8217;occasione per non dimenticarla. Guarderete le Olimpiadi come noi guardammo i territori dei pathan pachistani e cioè nella beata incoscienza propria degli agoni sportivi o delle gite turistiche. Ma questa volta non potrete ignorare che i cinque cerchi dei Giochi nascondono un dramma che, dal 14 marzo del 2008 (più correttamente sarebbe meglio dire dal 10 marzo), ha avuto, proprio grazie alle Olimpiadi ma anche per la caparbietà di un popolo, gli onori della cronaca. I saggi di <b>Piero Verni</b>, uno dei nostri maggiori conoscitori del Tibet che conosce personalmente il Dalai Lama, vi introdurranno alla storia del Paese delle nevi e al dramma interiore che si cela dietro al placido sorriso del Dalai Lama. Il racconto di <b>Carlo Buldrini</b>, che ha visitato McLeod Ganj ben prima di noi e certo con maggior coscienza di quanto non ne avessimo allora, vi accompagnerà nel mondo degli esuli, dimostrandovi che anche i buddisti sono solo uomini, dilaniati da passioni e sofferenze, incertezze, felicità e soprattutto dolore. Che cercano disperatamente di conservare un&#8217;identità. Il saggio di <b>Ilaria Maria Sala</b>, una giornalista che studiava a Pechino nei giorni della rivolta di piazza Tian&#8217;anmen, vi racconterà di come i cinesi hanno trattato la &#8220;questione tibetana&#8221; e di come non riescano altresì a liberarsi dalle scosse che turbano l&#8217;armonia che Pechino vorrebbe fosse il tratto distintivo di un Impero dove si può solo dire di sì e dove però si agitano sani dubbi e coraggiose contestazioni. <b>Junko Terao</b> infine, nel primo capitolo di questa raccolta, vi ricorderà le tappe che, dal marzo del 2008, hanno fatto riscoprire al mondo che il Tibet esiste e, soprattutto, esistono i tibetani.
<p>E&#8217; il tentativo di non chiudere rapidamente la finestra sul Tetto del mondo che monaci e gente in abito civile – perché la sommossa di Lhasa non è un fenomeno da monastero – hanno riaperto quel 10 marzo. Pensateci quando guarderete le gare olimpiche, al di là di come si sarà mossa la diplomazia internazionale. E&#8217; l&#8217;unica arma, al momento, che ai tibetani è rimasta in mano.
<p><a name="sdfootnote1sym"></a><a href="http://mail.google.com/mail/?ui=1&amp;view=page&amp;name=gp&amp;ver=sh3fib53pgpk#sdfootnote1anc">1</a> Per i buddisti la compassione è un sentimento portatore del desiderio del bene verso gli altri</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Eric Salerno, La storia nascosta dell&#8217;olocausto degli ebrei libici</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 07:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eric Salerno, Uccideteli tutti. La storia nascosta dell&#8217;olocausto degli ebrei libici, il Saggiatore 2008, pp. 239, Euro 17. Recensione di Emanuele Giordana, &#8220;Il ministro Teruzzi con foglio riservatissimo ha comunicato al generale Bastico che il Duce ha deciso che tutti gli ebrei della Cirenaica siano riuniti in un campo di concentramento della Tripolitania&#8230;&#8221;. Come spiega [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/EricSalernoLastorianascostadellolocausto_7549/salerno.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="132" alt="salerno" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/EricSalernoLastorianascostadellolocausto_7549/salerno_thumb.jpg" width="99" align="left" border="0" /></a> Eric Salerno, <em>Uccideteli tutti. La storia nascosta dell&#8217;olocausto degli ebrei libici</em>, il Saggiatore 2008, pp. 239, Euro 17. </p>
<p>Recensione di Emanuele Giordana, &#8220;Il ministro Teruzzi con foglio riservatissimo ha comunicato al generale Bastico che il Duce ha deciso che tutti gli ebrei della Cirenaica siano riuniti in un campo di concentramento della Tripolitania&#8230;&#8221;. Come spiega la nota dei carabinieri italiani del 28 febbraio 1942 la &#8220;soluzione degli ebrei di Tripolitania&#8221;, per usare le parole del console tedesco a Tripoli, era stata avviata su diretta iniziativa di Mussolini. In realt&#224;, l&#8217;operazione di pulizia era cominciata ben prima, a partire dalla promulgazione delle leggi razziali anticipate dal &#8220;Manifesto della razza&#8221; del &#8217;38 e che prefiguravano, oltre alle disposizioni per l&#8217;Italia, anche le limitazioni da imporre agli ebrei residenti nelle colonie per &#8220;&#8230;togliere loro le posizioni acquisite in assoluta sproporzione con la loro entit&#224; numerica, ponendoli e tenendoli in un piano razziale inferiore&#8221;. </p>
<p><span id="more-2082"></span></p>
<p>Gli ebrei di Libia erano diverse migliaia. Solo a Tripoli erano almeno 15mila di cui forse mille di origine italiana. Erano mercanti e imprenditori che figuravano soprattutto nell&#8217;&#233;lite locale ma non soltanto. Ce n&#8217;erano di provenienza italiana, francese, spagnola. Vivevano nelle citt&#224; ma i pi&#249; poveri, i &#8220;trogloditi della montagna&#8221;, campavano d&#8217;agricoltura e piccoli commerci in uno stato di palpabile povert&#224;. A sentire il generale Badoglio, che ne scrive nel 1930, gli &#8220;israeliti d&#8217;Italia son meglio degli israeliti di Tripoli&#8230;veri indigeni&#8230;(in cui) prevalgono l&#8217;egoismo, il disinteresse per gli altri, la pigrizia materiale e morale&#8221;. La macchina dell&#8217;Olocausto era pronta comunque per tutti loro &#8211; ebrei di serie A o di serie B come la gerarchia razzista di Badoglio li aveva catalogati &#8211; e gli italiani la misero in moto istituendo un campo di concentramento a Giado, nel Gebel tripolitano, dove nel maggio del &#8217;42 vennero trasferite 2.597 &#8220;unit&#224;&#8221;, come le chiama il linguaggio asettico della burocrazia coloniale.   <br />Oggi Giado &#232; una cittadina della municipalit&#224; di Yefren e del campo di concentramento non restano nemmeno pi&#249; le macerie. Per vedere com&#8217;era bisogna ricorrere a Mushi Meghidish, Moshe per gli amici, che in un garage vicino a Tel Aviv l&#8217;ha ricostruito in scala sulla base dei suoi ricordi di internato: &#8220;ci dissero &#8211; ha raccontato a Eric Salerno &#8211; che ci avrebbero ucciso tutti. L&#8217;ordine era arrivato dall&#8217;alto. Da lontano&#8221;. Non tutti furono ammazzati ma Salerno, l&#8217;autore di &#8220;Uccideteli tutti. Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado (Il saggiatore), stima che nel campo morirono circa 600 persone &#8220;&#8230;uomini, donne, e tanti bambini perch&#233; sono i primi a cadere&#8221;. Molti altri passarono il mare perch&#233; Giado era solo un avamposto nella macchina dello sterminio. Furono trasferiti in Italia e da l&#236; a Bergen-Belsen &#8220;una delle anticamere della soluzione finale&#8221;.    <br />Il libro di Eric Salerno, che alla Libia aveva gi&#224; dedicato un bel saggio sul genocidio messo in atto dall&#8217;Impero, non riempie solo un vuoto storico della memoria collettiva su un capitolo dell&#8217;Olocausto poco indagato. Restituendo dignit&#224; agli ebrei di Libia, e per converso a quelli che vivevano nel Magreb, fa giustizia del duplice razzismo che li colp&#236;: come ebrei e poi anche come africani. Uomini appartenenti a un mondo dove noi italiani avevamo portato la fiaccola della civilt&#224; che avrebbe dovuto illuminare il cammino di popolazioni inferiori per carnagione, costumi e tradizioni oltre che per fede. Volutamente dimenticati dall&#8217;Italia, paradossalmente gli ebrei di Libia furono in qualche modo dimenticati persino da Israele: discriminati al processo ad Eichmann dove le sollecitazioni degli ebrei di Libia e Tunisia, che vi volevano testimoniare, vennero respinte.    <br />Volutamente dimenticati dall&#8217;Italia, paradossalmente gli ebrei di Libia furono in qualche modo dimenticati persino da Israele: discriminati al processo ad Eichmann dove le sollecitazioni degli ebrei di Libia e Tunisia, che vi volevano testimoniare, vennero respinte. In parte questa storia nascosta degli ebrei del Magreb si deve anche a una sorta di loro vergogna o timidezza nel rivelare quel capitolo buio che cost&#242; la vita ad almeno mille persone. In parte. Spiega Yacov Haggiag-Liluf, del centro degli ebrei libici a Or Yehuda, cittadina vicina a tel Aviv, che &#8220;anche se quanto capitato agli ebrei libici non pu&#242; essere paragonato all&#8217;Olocausto degli ebrei europei per dimensioni&#8221; per decenni &#232; stato insegnato che &#8220;l&#8217;Olocausto era patrimonio degli ebrei europei, soprattutto degli askenaziti&#8221;. Fu detto a libici e tunisini &#8211; conclude &#8211; che non appartenevano a questa storia. Salerno restituisce loro quell&#8217;appartenenza.</p>
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		<title>Luca de Biase, Economia della felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2007 15:03:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalle piccole e grandi biografie dei testimoni dell&#8217;evoluzione tecnologica, della globalizzazione, dei creativi che lavorano sui nuovi media, a partire dai blogger, tutti raccontano una storia relativamente nuova: oltre un certo limite non c&#8217;è più felicità nella crescita economica. L&#8217;aumento indefinito del consumo implica una spinta indefinita di lavoro necessario a finanziarlo e di tempo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=1332372&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/bol/main.jsp?action=bolscheda&amp;ean=978880717142 " target="_blank"><img src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/debiase.jpg" alt="debiase" align="left" height="156" hspace="10" vspace="10" width="100" /></a><font face="Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif" size="2"> Dalle piccole e grandi biografie dei testimoni dell&#8217;evoluzione tecnologica, della globalizzazione, dei creativi che lavorano sui nuovi media, a partire dai blogger, tutti raccontano una storia relativamente nuova: oltre un certo limite non c&#8217;è più felicità nella crescita economica. L&#8217;aumento indefinito del consumo implica una spinta indefinita di lavoro necessario a finanziarlo e di tempo da dedicare all&#8217;attività professionale, a scapito delle relazioni umane. Proprio quelle relazioni che invece costituiscono il principale generatore di felicità.</font><span id="more-1500"></span><font face="Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif" size="2"> Ma la diffusione dei nuovi media digitali sta creando le condizioni di un ritorno alla dimensione della relazione tra le persone, del gratuito, della partecipazione. Occorre prenderne atto e trame le conseguenze per la progettazione sociale. In sostanza il sistema dei media ne esce trasformato. Se i media sono il massimo generatore di valore nella società dell&#8217;informazione, il sistema dei media è anche il settore che attraversa la più grande trasformazione. <a href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=1332372&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/bol/main.jsp?action=bolscheda&amp;ean=978880717142 " target="_blank">Puoi acquistare il libro a questo link</a>.<br />
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<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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