Tuesday 07 February 2012, 07:06

Categoria: Libri

Kalooki Nights. Recensire un romanzo scomodo

PROLEGOMENI ALLA RECENSIONE

Recensire uno scrittore ebreo inglese può essere difficile oggigiorno. Chissà se ieri per Bellow o oggi con Roth qualcuno ha incontrato analoghi problemi. Il nodo è che prima di parlare liberamente di uno scrittore che tratta temi ebraici bisogna chiarire il proprio punto di vista. Bisogna dichiarare e chiare lettere di non essere antisemiti, di non essere dei biechi nazisti travestiti da innocui lettori o peggio ancora acerrimi negazionisti. Pesare le parole per non passare per potenziali distruttori dello stato d’Israele. La libera speculazione può portare rapidamente all’accusa di antisionismo. Solo dopo aver chiarito queste indispensabili premesse si potrà (forse) affrontare il tema senza provocare levate di scudi o censure preventive. Specie se si prova a ragionare senza preconcetti su qualche romanzo ebraico -ma non israeliano- contemporaneo, che propone un certo qual esistenzialismo ebraico, che si interroga…

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A 5 anni dalle stragi di Madrid, un frammento di “Giornalismo partecipativo. La storia del giornalismo e dei nuovi media come bene comune” di Gennaro Carotenuto in corso di stampa

11m_3_imagenGrande Oggi è il quinto anniversario delle stragi di Madrid dell’11 marzo 2004 che causarono la morte di quasi 200 persone. Il governo di José María Aznar, in piena sinergia con i media mainstream, tentò di imporre un’insostenibile verità ufficiale. E’ un caso di scuola: usando Internet e gli SMS il popolo spagnolo insorse contro la menzogna dei media e del governo facendo informazione. Sul tema pubblico un frammento del mio saggio Giornalismo partecipativo. La storia del giornalismo e dei nuovi media come bene comune, in questo momento in corso di stampa.

Dall’11 al 14 marzo 2004 l’intera Spagna fu percorsa da un’ondata di indignazione popolare che prese forma di microinformazione partecipativa[1]. Milioni di cittadini s’indignarono per la verità di Stato sulle stragi di Madrid dell’11 marzo, che il governo di José María Aznar pretendeva di imporre attribuendole all’ETA pensando di ricavarne un vantaggio politico nelle elezioni politiche del giorno 14. La televisione, soprattutto quella nazionale, e la stampa si allinearono alla menzogna imposta dal governo[2] che cercava di mascherare le proprie responsabilità nella guerra in Iraq considerando inopportuno riconoscere la matrice islamica degli atti terroristici che avevano causato la morte di 191 persone. Quella volta in tutta la Spagna la corda si spezzò.

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A proposito di egemonia culturale

Limbiate è un paese di oltre trentamila abitanti poco distante da Milano. Fa molto hinterland milanese, per composizione sociale di chi vi risiede e per strutturazione urbanistica, ma la Giunta di centrodestra ha deciso che doveva passare sotto la ridente provincia di Monza e Brianza. E tutti vissero felici e contenti. … Leggi tutto

Barbara Spinelli, Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale

copertina libro Perché un libro sul femminicidio? Per raccontare le origini e la storia di questo recentissimo neologismo, ormai sempre più diffuso anche nel nostro paese con riferimento alla strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico.

L’autrice documenta la nascita del termine femminicidio, antecedente a tali fatti, e spiega come esso sia stato adottato dalle donne centroamericane per veder riconosciuti e rispettati i propri diritti umani, in particolare quello ad una vita libera da qualsiasi forma di violenza. Femminicidio è la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna “in quanto donna”, perché non rispetta il ruolo sociale impostole. L’autrice illustra, inoltre, le tesi elaborate in Centroamerica sulle cause del femminicidio ed espone i meccanismi di indagine e di denuncia, i dati risultanti dalle ricerche locali, le politiche sviluppate sulla loro base, la conseguente richiesta di riconoscimento giuridico del femminicidio come specifico reato e come crimine contro l’umanità.

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Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo

CopertinaTibetridottinaA cura di Emanuele Giordana, esce il 7 maggio allegato al quotidiano il Riformista, Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo. Ecco un frammento dell’introduzione.

Nell’autunno del 1977 avevamo preso, com’era abitudine in anni in cui si disdegnavano gli aeroporti ed era molto più semplice viaggiare via terra, il Direct Orient Parigi-Istanbul che faceva tappa alla stazione Centrale di Milano. La meta – lontana – era il paesino himalayano di McLeod Ganj, una cittadella dell’Himachal Pradesh indiano dove, ed era tutto quel che sapevano, risiedeva il Dalai Lama. Che cosa ci avesse esattamente spinto ad andare là anziché, come altre a volte, a Kathmandu o a Bombay, non sapremmo dire. Durante il viaggio incontrammo molte persone che andavano in quel remoto villaggetto indiano tra cui un giovane amico milanese, incontrato a Lahore, che già vestiva i panni amaranto dei monaci tibetani e che fece un pezzo di strada con noi.

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Eric Salerno, La storia nascosta dell’olocausto degli ebrei libici

salerno Eric Salerno, Uccideteli tutti. La storia nascosta dell’olocausto degli ebrei libici, il Saggiatore 2008, pp. 239, Euro 17.

Recensione di Emanuele Giordana, “Il ministro Teruzzi con foglio riservatissimo ha comunicato al generale Bastico che il Duce ha deciso che tutti gli ebrei della Cirenaica siano riuniti in un campo di concentramento della Tripolitania…”. Come spiega la nota dei carabinieri italiani del 28 febbraio 1942 la “soluzione degli ebrei di Tripolitania”, per usare le parole del console tedesco a Tripoli, era stata avviata su diretta iniziativa di Mussolini. In realtà, l’operazione di pulizia era cominciata ben prima, a partire dalla promulgazione delle leggi razziali anticipate dal “Manifesto della razza” del ’38 e che prefiguravano, oltre alle disposizioni per l’Italia, anche le limitazioni da imporre agli ebrei residenti nelle colonie per “…togliere loro le posizioni acquisite in assoluta sproporzione con la loro entità numerica, ponendoli e tenendoli in un piano razziale inferiore”.

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Luca de Biase, Economia della felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre

debiase Dalle piccole e grandi biografie dei testimoni dell’evoluzione tecnologica, della globalizzazione, dei creativi che lavorano sui nuovi media, a partire dai blogger, tutti raccontano una storia relativamente nuova: oltre un certo limite non c’è più felicità nella crescita economica. L’aumento indefinito del consumo implica una spinta indefinita di lavoro necessario a finanziarlo e di tempo da dedicare all’attività professionale, a scapito delle relazioni umane. Proprio quelle relazioni che invece costituiscono il principale generatore di felicità. … Leggi tutto