Friday 25 May 2012, 03:33

Categoria: Primo piano

La democrazia di mercato non esiste

Calavera

In Grecia si indice un referendum e i mercati di tutta Europa crollano. Improvvisamente un primo novembre diventa chiaro a tutti quello che fino a ieri era chiaro solo ad alcuni: che la democrazia è incompatibile con il mercato, almeno quello nella forma neoliberale.

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Cinque cose fuori dai denti su Steve Jobs e sulla Apple

I lutti non sono il momento adatto per le puntigliosità ma per la celebrazione del caro estinto. Tuttavia la morte di Jobs si è trasformata nell’ennesimo evento globale.
Così il segno encomiastico rischia di impedire una valutazione equanime, sul personaggio, sull’impresa a maggior capitalizzazione al mondo e su un’epopea dove non tutto luccica.

Siamo di fronte ad un’operazione di marketing funerario sulla quale è bene riflettere brevemente.

Wikileaks: la vera storia della pubblicazione senza filtri degli archivi

La decisione di Wikileaks di rendere disponibile per intero e senza filtri il suo archivio di 250.000 documenti diplomatici statunitensi, rappresenta una delle più grandi sconfitte nella storia del giornalismo. Julian Assange e il suo gruppo aveva infatti per mesi creduto che la stampa, i più grandi giornali del mondo nella fattispecie, dal New York Times al Guardian a El País avrebbe rispettato i patti e agito come grande fattore di democratizzazione dell’informazione. Non è andata così.

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Caso Breivik-Borghezio. È tempo di difendere la democrazia

SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS (CHIAPAS, MESSICO) Tutto quello che ci è stato promesso dal "pensiero unico" dal 1989 in avanti è risultato essere sistematicamente falso. E ancora una volta nella Storia è l’ultradestra e non la sinistra a beneficiare del crollo di un modello economico e in prospettiva di un sistema stesso di società, quella democratica, costruita come destino progressivo dell’umanità nell’ultimo quarto di millennio.

Mi torna in mente la brillante definizione di Ignacio Ramonet mentre cavalco tra villaggi tzotziles in quello che non troppi anni fa fu territorio zapatista. Non posso levarmi dalla testa quello che è successo ad Utoya e l’addentellato italiano della solidarietà espressa dall’europarlamentare Mario Borghezio alle idee del terrorista. Scrivo questi appunti a penna su un quadernino in una breve pausa. Il cavallo che pascola placido a pochi metri da me, la natura rigogliosa della selva di questo frammento della Nostra America, non mi permettono di dimenticare i fatti norvegesi e le conseguenze per l’Europa e per l’Italia di un’estrema destra antisistema la pericolosità della quale è stata troppe volte e troppo a lungo sottovalutata.

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Karol Wojtyla: quello che i media evitano di ricordare

Questo articolo è stato pubblicato in originale sul settimanale Brecha di Montevideo

Il primo maggio, occupando in maniera per niente casuale una data tradizionale del mondo del lavoro e della sinistra laica, Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, sarà beatificato appena sei anni dopo la morte. Per la chiesa cattolica è uno scalino necessario verso la santità.

Anche se circa due milioni di fedeli starebbero viaggiando verso Roma in queste ore, l’opera di Wojtyla mantiene aspetti polemici, rigorosamente dimenticati in questi giorni per le sue omissioni nelle denunce dei casi di pedofilia, per la sua alleanza con le dittature latinoamericane e con prelature discusse come l’Opus Dei e i Legionari di Cristo o per la sua guerra senza quartiere contro la modernità, la chiesa di base e lo spirito del Concilio Vaticano II.

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Robert Ménard e Reporter senza Frontiere, la triste parabola dalla libertà di stampa al fascismo di Le Pen

Colpo definitivo alla credibilità di Reporter senza Frontiere: Robert Ménard, fondatore e padre padrone dell’organizzazione fino al 2008, quando ha scelto di passare ad una ricchissima quanto fantomatica fondazione con sede a Doha, che al momento non ha neanche un sito Internet funzionante, si è schierato con la destra fascista appoggiando la campagna elettorale del Front National francese di Jean-Marie Le Pen e quella presidenziale di sua figlia Marine.

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Gennaro Carotenuto a “le invasioni barbariche”, il video

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Quello che ci insegnano i giovani mediorientali in piazza

In epoca post-coloniale, e in maniera generalizzata dopo la fine della guerra fredda, i governi e i media dei grandi paesi occidentali hanno costruito una narrazione tendente a perpetuare la rappresentazione della sponda sud del Mediterraneo come nostra nemica e redimibile solo con regimi autoritari nostri alleati. Marginalizzato ogni discorso terzomondista in voga fino agli anni ’70, hanno eretto il nostro mare come un muro di Berlino tra mondi inconciliabili. Improvvisamente però le piazze mediorientali sembrano parlare la nostra stessa lingua e ci parlano di una realtà meno distante dalla nostra di quanto preferiamo credere. … Leggi tutto

Cesare Battisti e la mancata estradizione di Lula

La decisione del presidente brasiliano Lula di non estradare Cesare Battisti in Italia è, nella sostanza, sbagliata. Al di là dei drammatici casi dei Cucchi e dei Bianzino è ragionevole che la sorte carceraria di Battisti non sarebbe peggiore di quella che gli toccherebbe in molte carceri brasiliane e che non rischierebbe la vita rientrando in Italia. E’ altrettanto consolidato il fatto che, sia pure con una serie di ombre, la democrazia italiana seppe affrontare sul piano penale e non su quello della violazione di massa dei diritti umani il cosiddetto terrorismo rosso ben più di quanto fece, per omissione, rispetto a quello nero. Inoltre, al di là di ogni ragionevole dubbio i molteplici processi e i vari gradi di giudizio nei quali Battisti fu condannato all’ergastolo, non possono essere liquidati con un’alzata di spalle come quelle che sembrano ispirare i difensori, in genere francesi, di colui che ingiustamente è omonimo dell’Eroe socialista e irredentista impiccato nel Castello del Buon Consiglio a Trento dal morente impero austriaco. Detto ciò è importante analizzare i motivi della mancata estradizione e riflettere sulla canea antibrasiliana che si sta scatenando in queste ore in Italia.

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La Riforma Gelmini e la fine della Storia dell’Università di massa

Ha ragione Mariastella Gelmini a celebrare l’approvazione della sua riforma dell’Università come “la fine del Sessantotto”. Con questa espressione però la ministro non intende quello che ogni buon conservatore associa al cosiddetto Sessantotto: antiautoritarismo, antimilitarismo, liberazione sessuale, rottura della morale borghese, equilibrio nel conflitto tra capitale e lavoro.

No, per Mariastella Gelmini il Sessantotto rappresenta innanzitutto un aborrito “egualitarismo”, da combattere con le armi dello sfuggente concetto di “meritocrazia” che la nuova legge si propone di incarnare. La Riforma di oggi è “la fine del Sessantotto” in quanto fine di quel fattore cardine di coesione e perequazione sociale rappresentato dall’Università di massa che Berlusconi e Tremonti, attraverso Gelmini, si erano promessi di eliminare.

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Opposizione cubana e Wikileaks, quello che i giornali non dicono

“L’opposizione cubana è divisa, dominata da personalismi, persone che hanno come principale scopo ottenere denaro da noi più che programmare il dopo-Castro. Se vogliamo rovesciare Cuba rivoluzionaria con questa gente non otterremo nulla e dovremmo piuttosto cercare qualcuno all’interno del governo”.

Chi scrive queste sconsolate righe, che qualunque osservatore serio di cose cubane sottoscriverebbe, ma che non troverete mai pubblicate nei grandi media critici rispetto alla Rivoluzione cubana, è il massimo responsabile di cose cubane del governo statunitense, Jonathan D. Farrar, capo della Sezione di interessi statunitensi a L’Avana.

Per quanto spiacevole possa essere, Farrar lo ha messo nero su bianco in un rapporto del 15 aprile 2009, reso pubblico da Wikileaks: i dissidenti finanziati da quel governo non rappresentano i cubani.

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Fabbriche recuperate in Argentina; dieci anni e vanno avanti

IMPASembravano un’anomalia destinata ad essere riassorbita dal modello capitalista. Erano le fabbriche, soprattutto argentine, destinate alla chiusura da imprenditori rapaci pronti a scappare con la cassa al momento del crollo del modello neoliberale nel 2001.

Per una breve stagione furono molto di moda anche da noi, soprattutto seguendo il caso della Zanón, una fabbrica di ceramiche che dà lavoro a circa 1.500 persone a Neuquén, oggi felicemente FaSinPat (Fabbrica Senza Padroni). Ma ora che anche qui sta crollando tutto, non sembrano un’opzione percorribile in Italia.

Invece a dodici anni di distanza dalla prima fabbrica recuperata, molteplici studi, tra i quali uno di Raúl Zibechi, ci mostra che non solo le fabbriche recuperate non erano una stramba utopia frutto della disperazione ma che, liberandosi dei padroni, danno lavoro e stanno perfino sul mercato.

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L’eredità di Néstor Kirchner sull’America latina del XXI secolo

20060125_chavez_kirchner_lula_640Chi poteva immaginare Nestor Kirchner, il ragazzo della Gioventù Peronista divenuto presidente della Nazione in uno dei momenti più difficili della storia mai facile dell’Argentina, come un cardiopatico morto a sessant’anni appena compiuti? Chi poteva immaginare, ricordando l’immensa vitalità con la quale saltava da un capo all’altro della Patria grande latinoamericana, che in questo inizio di XXI secolo aveva contribuito a disegnare nella sua ineludibile integrazione, che il suo cuore potesse non reggere più?

Anche quando nelle ultime settimane erano giunte notizie allarmanti su ricoveri e interventi chirurgici, si collocava Don Néstor ancora nella sfera dei giovani cavalli di razza della politica continentale. E lo si vedeva alla vigilia di lanciarsi in una nuova e più appassionante sfida politica, quella di succedere a sua moglie Cristina e tornare alla Casa Rosada per dare continuità al progetto kirchnerista di Argentina. È quel progetto che aveva plasmato la speranza dell’Argentina nei giorni bui dell’uscita dalla notte neoliberale che aveva portato il paese al crollo di fine 2001.

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Il Cile virtuale, il Cile reale e i suoi minatori

Salvador Allende con i minatoriChe bel paese sarebbe il Cile se anche domani continuasse a interessarsi alla sorte e ai diritti negati di tutti i suoi minatori, anche dopo la fine del reality show mondiale del salvataggio dei 33 minatori dalla miniera di rame di San José, in quel nord dove quello che non è deserto è rame. Che meraviglia di paese sarebbe il Cile se quel tripudio di bandiere e quella logorrea patriottica non fosse pura propaganda e non fosse anche una macchina del “olvido”, una macchina per dimenticare la realtà.

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Il Brasile di Lula: la “grande nazione progressista”

lula Questo pezzo è uscito oggi su Liberazione. Leggi anche il mio commento alle elezioni pubblicato dal TG1 RAI (gc).

Sembra incredibile, guardando dall’Italia, ma la cifra della politica brasiliana nel 2010 è l’egemonia culturale e politica della sinistra. I tre candidati alla successione di Lula da Silva fanno infatti a gara a chi si definisce più di sinistra. Dilma Rousseff, la favorita, è del Partito dei lavoratori (PT), il moderato José Serra ostenta un pedigree radicale per il suo partito socialdemocratico (PSDB) e l’outsider verde Marina Silva.

Essere di destra è fuori moda in Brasile. Chi lo è evita di dirlo, la campagna di Serra ne è un esempio, già che destra in Brasile vuol dire clientelismo, autoritarismo e privatizzazioni. Al contrario è ragionevole dire che non tutto quello che si dichiara di sinistra lo sia in una sorta di esplosione semantica che contagia anche il centro politico.

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