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	<title>Giornalismo partecipativo&#187; Primo piano</title>
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	<description>GennaroCarotenuto.it - America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica - online dal 1995</description>
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		<title>ETA e Hugo Ch&#225;vez. Quello che i giornali non dicono</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 12:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/LosqualloremanifestodelcasoEloyVelasco_A7D3/ETA.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="ETA" border="0" alt="ETA" align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/LosqualloremanifestodelcasoEloyVelasco_A7D3/ETA_thumb.jpg" width="304" height="229" /></a> In Italia la polemica non ha attecchito. Troppo complicata da spiegare (o da capire?) per i prodi corrispondenti dall’America latina dei nostri grandi giornali la storia delle complicate relazioni tra ETA e FARC e le questioni connesse al diritto d’asilo. Eppure in Spagna e nell’area grancolombiana non si parla d’altro da due settimane e perfino il presidente colombiano Álvaro Uribe (sic!) ha dovuto stoppare Mariano Rajoy (il successore di José María Aznar alla guida del PP) che era andato a Bogotà praticamente per dichiarare guerra al Venezuela (pensando di poter utilizzare l’ex colonia per fare propaganda interna). Rajoy, dopo essersi visto a Palazzo Nariño con Uribe si è visto costretto ad abbassare i toni con la coda tra le gambe e si è ulteriormente coperto di vergogna nel suo appoggio incondizionato ad Uribe, sostenendo pubblicamente che in Colombia non si violano i diritti umani.</p>
<p>La storia è quella del giudice Eloy Velasco, un magistrato spagnolo molto di destra, che, in una sentenza che si riferiva ad un caso di collaborazione tra ETA basca e FARC colombiane, buttava lì due righe che testualmente dicevano “è chiara la collaborazione del governo venezuelano con queste due organizzazioni terroriste”. Tutto lì, senza alcuna spiegazione, documento, prova. Una goccia di veleno e null’altro buttata fuori dal calamaio, con l’aiuto del computer magico di Raúl Reyes (il dirigente delle FARC ucciso in Ecuador) ma sufficiente per far riempire paginoni a Madrid: Chávez protegge l’ETA.</p>
<p>Al di là della totale mancanza di prove, e del fatto che non si capisca neanche di cosa si accusi il governo venezuelano in concreto, va raccontata una storia un po’ diversa. Ha a che vedere con la “dottrina Mitterand” che, nel caso dell’ETA, non concedeva l’estradizione in Spagna ma, invece di concedere l’asilo a Parigi (come accadeva per i brigatisti italiani) preferiva indirizzarli in America latina. Mete preferite per l’asilo erano il Messico priista e il Venezuela di Carlos Andrés Pérez (proprio lui!) ma etarras finirono negli ultimi trent’anni un po’ ovunque, dalla Colombia a Panama all’Uruguay. </p>
<p>In America qualcuno si eclissò, qualcuno fece politica, a volte armata come nel caso delle FARC, in qualche caso finì in contesti criminali, ma in generale pochi governi risposero alla richiesta d’estradizione spagnola. Restando in Venezuela il quotidiano della destra monarchica spagnola ABC fin dalla fine degli anni ‘80 ha continuamente denunciato la presenza di militanti e dirigenti dell’ETA a Caracas arrivando a fornire perfino gli indirizzi di alcuni di loro. Nulla successe, anzi Carlos Andrés Pérez (destituito poi per corruzione, ma soprattutto autore del massacro del Caracazo e oggi, quasi 90enne, eroe della stampa di destra antichavista a partire da El País di Madrid) si adoperò come poté per rendere comodo il soggiorno ai membri dell’ETA. In un caso tre deputati di AD (il partito socialdemocratico di CAP) fecero scudo col loro corpo per impedire che la polizia eseguisse un mandato di cattura nei confronti della moglie di un militante dell’ETA che non si era presentata al controllo mensile al quale era sottoposta. Avete mai letto voi articoli nei quali si accusa Pérez di essere un terrorista? Complice dell’ETA? Io no.</p>
<p>La situazione si modifica con Chávez. Si modifica in entrambi i sensi. Da una parte la retorica rivoluzionaria chavista presta il fianco a qualunque tipo di accusa. Ricordate la ridicola mappa di Lucio Caracciolo su Limes con l’America latina dipinta di verde perché oramai, per colpa di Chávez, messa nelle mani di Al Qaeda? Ricordate il computer magico di Raúl Reyes? Per i media mainstream Chávez può essere accusato impunemente di qualunque misfatto, compreso, come Ugo Togliazzi, di essere il capo delle Brigate Rosse.</p>
<p>La verità è che il governo bolivariano collabora con la Spagna nell’estradizione dei colpevoli di fatti di sangue. Successe nel caso di Sebastián Etxaniz e Juan Víctor Galarza per l’estradizione in Spagna dei quali la Commissione Interamericana per i diritti umani mise addirittura sotto accusa Chávez per essere stato troppo precipitoso. In un altro caso quattro etarras sul punto di ottenere la cittadinanza se la videro negata, oramai sette anni fa, proprio per venire incontro alle richieste spagnole. Tra il negare la cittadinanza e concedere l’estradizione nel paese dei GAL (gli squadroni della morte del governo socialista spagnolo di Felipe González autori di una quarantina di omicidi) però ce ne corre e nonostante la retorica antiterrorista spagnola preferirebbe deportazioni in massa sul tema la prudenza è necessaria. </p>
<p>Più spinoso, e centrale nella polemica, è il caso di Arturo Cubillas, dirigente di peso dell’ETA e responsabile delle relazioni con le FARC. Cubillas è in Venezuela addirittura dall’89 e il suo asilo fu difeso oltre che da Pérez anche dal democristiano Rafael Caldera. Cubillas è cittadino venezuelano da tempo ed è politica di stato venezuelana da ben prima di Chávez non estradare i cittadini venezuelani, anche se naturalizzati. Oggi ciò è sanzionato dall’art. 69 della Costituzione bolivariana, prima era scritto nel Codice Penale.</p>
<p>Si può accusare Chávez di collaborare con l’ETA e le FARC perché non viola la Costituzione estradando Cubillas? Per alimentare la demonizzazione mediatica di Chávez tutto vale, ma se parliamo seriamente la cosa non sta in piedi. </p>
<p>Insomma Chávez protegge l’ETA? Se mantenere asili politici concessi vent’anni fa vuol dire proteggere l’ETA allora protegge l’ETA. Ma sicuramente nessun governo venezuelano è stato più collaborativo di Chávez con la Spagna e sicuramente lo è ben di più di quanto hanno fatto socialdemocratici e democristiani negli anni ‘80 e ‘90. L’accoglienza pluridecennale venezuelana a un centinaio di militanti dell’ETA, molti dei quali coinvolti in fatti di sangue, fu un favore che il paese sudamericano fece a Francia e Spagna ben prima di Chávez per risolvere uno spinoso caso politico. Non erano gli unici favori che i governi venezuelani facevano. Ben più importanti erano quelli economici che rendevano l’intero territorio nazionale terreno di caccia per le multinazionali spagnole. Oggi, con Chávez queste non possono più fare il bello e cattivo tempo e questo rende furiosi gli spagnoli. </p>
<p>Abbiamo visto in questi anni di tutto da parte della Spagna contro il governo venezuelano democraticamente eletto: dall’appoggio al golpe dell’11 aprile 2002 da parte di José María Aznar (quando verrà processato per terrorismo?) alle poco regali sceneggiate di Juan Carlos incapace di ascoltare civilmente le critiche di presidenti eletti democraticamente, ad una continua, squallida, infondata campagna mediatica di demonizzazione internazionale contro il governo venezuelano che ha pochi precedenti al mondo. </p>
<p>Il balbettio di Mariano Rajoy di ieri a Bogotà testimonia quanto pretestuosi siano gli argomenti iberici nel loro decennale tentativo di isolare ed eliminare con qualunque mezzo il governo democraticamente eletto a Caracas. </p>
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		<title>Il Brasile vince nella OMC: sanzioni contro gli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 09:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Alzando la bandiera dell’uguaglianza di condizioni commerciali il Brasile sconfigge gli Stati Uniti nell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) che stabilisce il pieno diritto di Brasilia ad applicare sanzioni commerciali contro gli Stati Uniti, rei da sempre di assistere indebitamente la propria industria e la propria agricoltura.
Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.
Gennaro Carotenuto su [...]]]></description>
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<p align="right"><strong>Leggi tutto in esclusiva su </strong><a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/549-il-brasile-vince-nella-omc-sanzioni-contro-gli-stati-uniti" target="_blank"><strong>Latinoamerica</strong></a><strong>.</strong></p>
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		<title>TeleBondi, TeleCapezzone, TeleCicchitto, la par condicio di TeleSilvio</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 10:37:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’osservatorio di Pavia ha monitorato il tempo di parola dei politici dei principali partiti nei tg più importanti nelle prime due settimane di marzo. Ne viene fuori la tabella che segue.



&#160;
TG1
TG2
TG3
TG4
TG5
Studio aperto


Governo
36,8%
29,0%
20,2%
23,0%
30,2%
77,9%


PdL
11,7%
17,0%
21,8%
55,1%
25,9%
16,9%


Lega Nord
2,5%
0,8%
1,3%
5,6%
1,4%
0,0%


PD
20,3%
22,5%
28,1%
4,4%
23,1%
2,6%


IdV
4,2%
5,8%
5,8%
1,8%
3,6%
2,6%


UDC
7,3%
5,5%
4,5%
2,8%
5,9%
0,0%



Questi sono i dati su quanto gli italiani stanno vedendo nei principali TG sulla campagna elettorale. Chi può parlare ancora di par condicio?
Gennaro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p>L’osservatorio di Pavia ha monitorato il tempo di parola dei politici dei principali partiti nei tg più importanti nelle prime due settimane di marzo. Ne viene fuori la tabella che segue.</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="64">&#160;</td>
<td width="64"><strong>TG1</strong></td>
<td width="64"><strong>TG2</strong></td>
<td width="64"><strong>TG3</strong></td>
<td width="64"><strong>TG4</strong></td>
<td width="64"><strong>TG5</strong></td>
<td width="64"><strong>Studio aperto</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Governo</strong></td>
<td>36,8%</td>
<td>29,0%</td>
<td>20,2%</td>
<td>23,0%</td>
<td>30,2%</td>
<td>77,9%</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>PdL</strong></td>
<td>11,7%</td>
<td>17,0%</td>
<td>21,8%</td>
<td>55,1%</td>
<td>25,9%</td>
<td>16,9%</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Lega Nord</strong></td>
<td>2,5%</td>
<td>0,8%</td>
<td>1,3%</td>
<td>5,6%</td>
<td>1,4%</td>
<td>0,0%</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>PD</strong></td>
<td>20,3%</td>
<td>22,5%</td>
<td>28,1%</td>
<td>4,4%</td>
<td>23,1%</td>
<td>2,6%</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>IdV</strong></td>
<td>4,2%</td>
<td>5,8%</td>
<td>5,8%</td>
<td>1,8%</td>
<td>3,6%</td>
<td>2,6%</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>UDC</strong></td>
<td>7,3%</td>
<td>5,5%</td>
<td>4,5%</td>
<td>2,8%</td>
<td>5,9%</td>
<td>0,0%</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Questi sono i dati su quanto gli italiani stanno vedendo nei principali TG sulla campagna elettorale. Chi può parlare ancora di par condicio?</p>
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]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Diritti civili: celebrate le prime nozze gay in Messico</title>
		<link>http://www.gennarocarotenuto.it/12651-diritti-civili-celebrate-le-prime-nozze-gay-in-messico/</link>
		<comments>http://www.gennarocarotenuto.it/12651-diritti-civili-celebrate-le-prime-nozze-gay-in-messico/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 23:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Emma e Janice, Lol Kin e Judith, Jesusa e Liliana, Jaime e David, Daniel e Temístocles oggi sposi. Alle 12.30 in punto di giovedì queste cinque coppie sono state ufficialmente sposate a Città del Messico con tutti i doveri e i diritti che prevede il matrimonio per le coppie eterosessuali.     [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/DiritticivilicelebrateleprimenozzegayinM_907/100312010125_sp_226_ap_mex_bodas_gay2_g.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="100312010125_sp_226_ap_mex_bodas_gay2_g" border="0" alt="100312010125_sp_226_ap_mex_bodas_gay2_g" align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/DiritticivilicelebrateleprimenozzegayinM_907/100312010125_sp_226_ap_mex_bodas_gay2_g_thumb.jpg" width="230" height="174" /></a> Emma e Janice, Lol Kin e Judith, Jesusa e Liliana, Jaime e David, Daniel e Temístocles oggi sposi. Alle 12.30 in punto di giovedì queste cinque coppie sono state ufficialmente sposate a Città del Messico con tutti i doveri e i diritti che prevede il matrimonio per le coppie eterosessuali.     <br />È un momento storico per la città e per il paese e tra i testimoni d’onore all’evento, celebrato nell’antico palazzo comunale vi è stato lo stesso sindaco di Città del Messico Marcelo Ebrard, possibile alternativa ad Andrés Manuel López Obrador come candidato di Centro Sinistra alla presidenza della Repubblica.    <br />Le storie delle cinque coppie, tre di donne e due di uomini, riunite nella cerimonia, sono molto differenti. In particolare Liliana e Jesusa, una coppia storica e stabile da 30 anni insieme, affermano che per loro non fosse fondamentale sposarsi: “per noi, dopo una vita insieme, in realtà non cambia nulla nella vita pratica, ma pensiamo che sia un gesto fondamentale per le nuove generazioni”.</p>
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		<title>Bruno Carletti, aumentata la pena in appello</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 17:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Femminicidi]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[  Bruno Carletti, l&#8217;ex direttore artistico del Teatro Lauro Rossi di Macerata, che il 4 luglio 2006 aveva picchiato e tentato di strangolare l’ex moglie Francesca Baleani, per poi abbandonarla per morta in un cassonetto dei rifiuti dal quale si era solo casualmente salvata dopo settimane di coma, è stato condannato oggi in appello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/BrunoCarlettiaumentatalapenainappello_10262/ansa_8460990_51530.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 10px 10px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="ansa_8460990_51530" border="0" alt="ansa_8460990_51530" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/BrunoCarlettiaumentatalapenainappello_10262/ansa_8460990_51530_thumb.jpg" width="204" height="148" /></a> <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/BrunoCarlettiaumentatalapenainappello_10262/index.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="index" border="0" alt="index" align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/BrunoCarlettiaumentatalapenainappello_10262/index_thumb.jpg" width="124" height="94" /></a> Bruno Carletti, l&#8217;ex direttore artistico del Teatro Lauro Rossi di Macerata, che il 4 luglio 2006 aveva picchiato e tentato di strangolare l’ex moglie Francesca Baleani, per poi abbandonarla per morta in un cassonetto dei rifiuti dal quale si era solo casualmente salvata dopo settimane di coma, è stato condannato oggi in appello a nove e quattro mesi, pena aumentata rispetto alla scandalosa sentenza di primo grado. </p>
<p>Nel dibattimento è stata riconosciuta la persistente pericolosità sociale di Carletti, al quale in primo grado era stata riconosciuta la semi-infermità mentale e che di fatto ha scontato solo pochi giorni di carcere, e il fatto che da giorni il mancato omicida portasse con sé l’arma con la quale colpì Francesca la mattina del 4 luglio.</p>
<p>Per Francesca Baleani, intervistata in esclusiva da <a href="http://www.gennarocarotenuto.it" target="_blank">Giornalismo partecipativo</a> e sottoposta in questi anni a situazioni denigranti, comprese la realizzazione di trasmissioni televisive su RAI3, come <a href="http://www.youtube.com/watch?v=dDj8SuimOjw" target="_blank">Storie Maledette</a>, tese a creare un contesto <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/4143-femminicidi-meredith-kercher-e-giovanna-reggiani-se-il-colpevole-il-negro-o-lo-zingaro-pi-facile-fare-giustizia" target="_blank">assolutorio</a> per il ricco e potente Carletti: “per la prima volta in quattro anni mi sono sentita presa in considerazione dallo stato di diritto”.</p>
<p>Per quanto concerne la difesa di Carletti si va verso un ulteriore ricorso in Cassazione.</p>
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		<title>Bicentenario messicano: va in scena il passato</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 15:04:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[ Inaugurata nello Zócalo di Città del Messico dal presidente Felipe Calderón la grande mostra fotografica “México en tus sentidos” che dà il via alle grandi iniziative previste per il bicentenario del paese e realizzata da Willi Souza in una struttura metallica costruita dall’architetto Sordo Madaleno. “Poesia visuale con tecnologia” viene definita. È la prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Bicentenariomessicanovainscenailpassato_E20B/df3_361.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="MUSEO MEXICO en tus Sentidos " border="0" alt="MUSEO MEXICO en tus Sentidos " align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Bicentenariomessicanovainscenailpassato_E20B/df3_361_thumb.jpg" width="324" height="244" /></a> Inaugurata nello Zócalo di Città del Messico dal presidente Felipe Calderón la grande mostra fotografica “México en tus sentidos” che dà il via alle grandi iniziative previste per il bicentenario del paese e realizzata da Willi Souza in una struttura metallica costruita dall’architetto Sordo Madaleno. “Poesia visuale con tecnologia” viene definita. È la prima occasione per capire come il paese ufficiale (e Televisa che sponsorizza) vuole presentare sé stesso a cento milioni di messicani ed al mondo intero. È meravigliosa, ma per celebrare il bicentenario offre un Messico ad una dimensione: il passato, il folklore, la tradizione, perfino la colonia. Si cancella il XX secolo in un paese che guarda al futuro con angoscia.</p>
<p>CITTÀ DEL MESSICO Lo spazio espositivo è di prim’ordine. Occupa uno spazio di circa un quarto dell’enorme piazza dello Zócalo, il cuore del paese, e appare come una sorta di gigantesca piramide arancio e nera in due navate preispaniche nella forma ma modernissime nella concezione. Dopo una congrua coda, quando la mostra si chiuderà l’avranno vista in milioni, si accede nella sequenza di sale che compongono la grande esposizione.</p>
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		<title>Renato Schifani, lo statista, Ignazio La Russa, il Ras</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 19:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Senato]]></category>

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		<description><![CDATA[ Ancora in Messico osservo i fatti italiani e l’imperizia del PdL nel presentare liste e “listini”. Mi sembra che tutto sommato abbiano ragione loro. Per anni e anni abbiamo permesso loro di forzare, valicare, condonare tombalmente, cambiare, stravolgere le regole in corsa e adesso ci stupisce che non capiscano perché per qualche minuto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/RenatoSchifanilostatista_6BF9/formigoni_polverini_280xFree.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="formigoni_polverini_280xFree" border="0" alt="formigoni_polverini_280xFree" align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/RenatoSchifanilostatista_6BF9/formigoni_polverini_280xFree_thumb.jpg" width="244" height="177" /></a> Ancora in Messico osservo i fatti italiani e l’imperizia del PdL nel presentare liste e “listini”. Mi sembra che tutto sommato abbiano ragione loro. Per anni e anni abbiamo permesso loro di forzare, valicare, condonare tombalmente, cambiare, stravolgere le regole in corsa e adesso ci stupisce che non capiscano perché per qualche minuto di ritardo si faccia tutto sto casino e non si trovi un giudice compiacente disposto ad aggiustare le cose e nemmeno un’opposizione supina disposta a dire che “sì, vabbè”. </p>
<p>Pochi giorni fa intervistavo un giurista di Ciudad Juárez, oggi la città più violenta al mondo, che tra l’altro spiegava: “la grande differenza tra Colombia, Messico e Italia, forse i tre principali paesi Occidentali per criminalità organizzata, è che in Colombia e in Italia il sistema giudiziario ha retto, in Messico no”. Probabilmente il panino di Alfredo Milioni è la cruna dell’ago nella quale passano le residue possibilità di tenuta della legalità, delle regole e della stessa democrazia in Italia.</p>
<p>Non si può pertanto non cogliere con vero orrore le parole del Presidente del Senato, Renato Schifani, per il quale la forma non può essere anteposta alla sostanza, e quelle del Ministro della difesa, Ignazio La Russa, “non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto”. In quel “siamo pronti a tutto” detto dal Ministro della difesa, non da un naziskin in un pub, vi è una minaccia aperta alla legalità e alla Costituzione repubblicana e una sfida aperta al Capo delle Forze Armate che abita al Quirinale. “Quante divisioni ha Napolitano”? sembra dire il Ras La Russa. Milioni! Non il passacarte arruffone e traffichino Alfredo, ma milioni di italiani dabbene.</p>
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		<title>Londra provoca l&#8217;America latina: prospezioni petrolifere armate alle Malvinas</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 06:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Clima, energia, scienza]]></category>
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		<description><![CDATA[ Nel mare tra le isole Malvinas (Falkland secondo la dizione coloniale) e l’Argentina vi sono almeno 3 miliardi di barili di petrolio che Londra vuole a tutti i costi per sé in violazione alle risoluzioni 2065 e 3149 dell’ONU e agli stessi accordi con l’Argentina del 1989 che la Gran Bretagna firmò senza mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/LondraprovocalAmericalatinaprospezionipe_5B94/malvinas.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 10px 10px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="malvinas" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/LondraprovocalAmericalatinaprospezionipe_5B94/malvinas_thumb.jpg" border="0" alt="malvinas" width="470" height="379" align="right" /></a> Nel mare tra le isole Malvinas (Falkland secondo la dizione coloniale) e l’Argentina vi sono almeno 3 miliardi di barili di petrolio che Londra vuole a tutti i costi per sé in violazione alle risoluzioni 2065 e 3149 dell’ONU e agli stessi accordi con l’Argentina del 1989 che la Gran Bretagna firmò senza mai pensare di rispettare.</p>
<p>Se Buenos Aires esige il rispetto degli accordi e della propria sovranità e tutta l’America latina solidarizza con Cristina Fernández, l’ONU resta muta e la marina inglese provoca cercando l’incidente.</p>
<p><strong>Leggi tutto in esclusiva su <a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/534-londra-provoca-lamerica-latina-prospezioni-petrolifere-armate-alle-malvinas" target="_blank">Latinoamerica.</a></strong></p>
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		<title>Da Ciudad Ju&#225;rez a Radio3Mondo, intervista a Gennaro Carotenuto</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 15:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Guerre infinite]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo partecipativo]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti sociali]]></category>
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		<category><![CDATA[Radio3]]></category>
		<category><![CDATA[Radio3Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>

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		<description><![CDATA[ Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. 
Dopo i femminicidi, che continuano, Ciudad Juárez è diventata lo scenario di una sanguinosa guerra di narcos, nella quale corpi dello Stato parteggiano per l&#8217;una o per l&#8217;altra parte. 
Intanto i morti, soprattutto ragazzi poveri senza alternative né futuro nel fallimento del modello neoliberale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/DaCiudadJurezaRadio3MondointervistaaGenn_EBD3/ChiaraCalzolaio.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="" border="0" alt="" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/DaCiudadJurezaRadio3MondointervistaaGenn_EBD3/ChiaraCalzolaio_thumb.jpg" width="454" height="489" /></a> Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. </p>
<p>Dopo i femminicidi, che continuano, Ciudad Juárez è diventata lo scenario di una sanguinosa guerra di narcos, nella quale corpi dello Stato parteggiano per l&#8217;una o per l&#8217;altra parte. </p>
<p>Intanto i morti, soprattutto ragazzi poveri senza alternative né futuro nel fallimento del modello neoliberale che negli ultimi 40 anni aveva nella città la propria massima espressione con centinaia di <em>maquiladoras</em>, in appena due anni, sono già 4.600 e i rifugiati 100.000. </p>
<p>Così oggi Juárez è la città più violenta al mondo nel silenzio dei grandi media che preferiscono guardare colpevolmente altrove mentre la guerra produce anche decine di &quot;omicidi politici&quot; di sindacalisti, difensori dei diritti umani, militanti dei movimenti sociali. </p>
<p>A Radio3Mondo Anna Maria Giordano intervista Gennaro Carotenuto in diretta da Ciudad Juárez. </p>
<p><strong>Ascolta </strong><a href="http://www.radiotremondo.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-201e2b04-93bb-4e50-91b8-e2c026e6916a.html" target="_blank"><strong>da questo link di Radio Rai l’audio</strong></a><strong> </strong><strong>(dal minuto 10 circa)</strong> e commenta su <a href="http://www.radiotremondo.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-201e2b04-93bb-4e50-91b8-e2c026e6916a.html" target="_blank"><strong>Giornalismo partecipativo</strong></a><strong>.</strong></p>
<p><strong>Presto online il reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio.</strong></p>
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		<title>Ciudad Ju&#225;rez affonda e Felipe Calder&#243;n simula di voler agire</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 17:38:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ CIUDAD JUÁREZ &#8211; Per la prima volta il massacro di 15 studenti il 31 gennaio ha costretto il governo messicano a mettere (almeno formalmente) la faccia a Ciudad Juárez. Felipe Calderón è andato due volte in pochi giorni nella città, ha promesso pochi e tardivi interventi ma soprattutto più militarizzazione.
Con 4.600 morti ammazzati in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><img style="margin: 0px 0px 10px 10px; display: inline" src="http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/996b9976fc87_F5DD/rochacriminalesincastigo.jpg" alt="" align="right" /> CIUDAD JUÁREZ &#8211; Per la prima volta il massacro di 15 studenti il 31 gennaio ha costretto il governo messicano a mettere (almeno formalmente) la faccia a Ciudad Juárez. Felipe Calderón è andato due volte in pochi giorni nella città, ha promesso pochi e tardivi interventi ma soprattutto più militarizzazione.</p>
<p>Con 4.600 morti ammazzati in 25 mesi, la città alla frontiera nord tra Chihuahua e Texas è il posto più violento al mondo, più di Baghdad o Kabul. Alla guerra tra narcos si sovrappongono altre guerre nelle quali esercito e polizie che occupano militarmente la città sono parte in causa e non forza di interposizione e dove un milione e mezzo di persone sono incerte tra resistere e fuggire da un modello economico fallito e che non offre più alcuna opportunità.</p>
<p align="right"><strong>Leggi tutto  in esclusiva su <a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/532-ciudad-juarez-affonda-e-felipe-calderon-simula-di-voler-agire">Latinoamerica.</a></strong></p>
<p><strong>Nei prossimi giorni corrispondenze e reportage da Ciudad Juárez.</strong></p>
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	Parole chiave: <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/tag/baghdad/" title="Baghdad" rel="tag">Baghdad</a>, <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/tag/felipe-calderon/" title="Felipe Calderón" rel="tag">Felipe Calderón</a>, <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/tag/guerre/" title="Guerre" rel="tag">Guerre</a>, <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/tag/narcos/" title="narcos" rel="tag">narcos</a>, <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/tag/nord/" title="Nord" rel="tag">Nord</a><br />
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		<title>L&#8217;ALBA imperiale, l&#8217;araba fenice RCTV e altre amenità della libera stampa</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 06:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Disinformazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La scorsa settimana la stampa nicaraguense, ovvero &#8220;La Prensa&#8221; e &#8220;Nuevo Diario&#8221; (tanto altro non c&#8217;è), per cinque giorni consecutivi ha aperto a tutta pagina con una rabbiosa campagna di stampa contro il pericolo rappresentato dell&#8217;impero venezuelano (sic). I titoli sembravano presi da vecchi western e suonavano &#8220;ALBA imperiale&#8221; o &#8220;Chávez contro l&#8217;export nicaraguense&#8221; oppure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p>La scorsa settimana la stampa nicaraguense, ovvero &#8220;La Prensa&#8221; e &#8220;Nuevo Diario&#8221; (tanto altro non c&#8217;è), per cinque giorni consecutivi ha aperto a tutta pagina con una rabbiosa campagna di stampa contro il pericolo rappresentato dell&#8217;impero venezuelano (sic). I titoli sembravano presi da vecchi western e suonavano &#8220;ALBA imperiale&#8221; o &#8220;Chávez contro l&#8217;export nicaraguense&#8221; oppure &#8220;l&#8217;imperialismo chavista contro il Nicaragua&#8221; e così bluffando con sprezzo del ridicolo.<br />
Tutto ciò in titoloni a nove colonne. Per capire l&#8217;allarme generato dai titoli il lettore deve precipitarsi a leggere i pezzi per scoprire frammenti come: &#8220;Ecco la verità sull&#8217;ALBA [l'alleanza solidale tra i paesi integrazionisti più radicali]: Chávez ci paga cento dollari in più a tonnellata ma poi pretende di controllare la nostra carne&#8221;. Oibò; cosa pretende il perfido Chávez (ammesso e non concesso che ne sappia qualcosa) in cambio di ben 100 dollari in più? Ebbene, per &#8220;ALBA imperiale&#8221; la stampa nicaraguense intende il tracciamento della carne. L&#8217; &#8220;imperialismo chavista&#8221; non è altro che il chiedere dati come l&#8217;età o il peso dell&#8217;animale macellato o se questo ha passato le visite veterinarie basiche.</p>
<p>Intanto un&#8217;altra campagna di stampa, molto ben supportata a livello internazionale, denuncia il &#8220;monopolio sandinista sull&#8217;informazione&#8221; in Nicaragua causato dall&#8217;acquisto del Canale 8 da parte del governo. Il &#8220;monopolio sandinista sull&#8217;informazione&#8221; vuol dire che in Nicaragua il governo passa dall&#8217;avere contro dieci degli undici canali nazionali all&#8217;averne contro solamente nove.</p>
<p>Nel frattempo una quarantina di deputati del Parlamento Europeo (sul solito migliaio) condannano Chávez perché non rispetterebbe la libertà di opinione. E´ di nuovo il caso di RCTV, il canale venezuelano araba fenice, dato cento volte per chiuso dal perfido Chávez e che invece continua a trasmettere per violare le leggi dello stato e fare la vittima. Tali leggi sono cosí assurde come quelle denunciate dalla stampa nicaraguense quando denuncia l&#8217;imperialismo chavista per voler sapere l&#8217;età degli animali importati. Per esempio limitano oscenità, turpiloquio, immagini di violenza nelle fasce protette o proibiscono l&#8217;incitare ad un nuovo colpo di stato (RCTV fu tra i promotori di quello dell&#8217;11 aprile 2002). Tutto questo per una quarantina di deputati del parlamento europeo sarebbe violare la libertà di espressione e testimonierebbe una &#8220;deriva autoritaria&#8221;.</p>
<p>Peccato che quegli stessi non si accorgano della situazione colombiana. A Bogotà hanno fatto chiudere, con una decisione di un tempismo sospetto, l&#8217;unico settimanale, &#8220;Cambio&#8221;, che denunciava la corruzione del governo di Álvaro Uribe alla vigiia della campagna elettorale. &#8220;Cambio&#8221; è stato fatto chiudere dalla famiglia dell&#8217;attuale vicepresidente della Repubblica, i Santos, principali editori del paese, che lo controllava. Ma per la Colombia in pochi parlano di attentato alla libertà di espressione. È solo libero mercato.</p>
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		<title>Uruguay: “lenta pero viene” la giustizia per Juan María Bordaberry</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2010 22:37:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trentasette anni dopo il colpo di stato del 1973, il dittatore uruguayano Juan María Bordaberry è stato finalmente condannato alla massima pena detentiva possibile per il colpo di Stato stesso, per la sparizione forzata di nove persone e per l’omicidio político di altre due. È un salto di qualità per la giustizia e per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><img class="alignright" title="Bordaberry" src="http://www.giannimina-latinoamerica.it/images/stories/juan%20maria.jpg" alt="" width="113" height="86" />Trentasette anni dopo il colpo di stato del 1973, il dittatore uruguayano Juan María Bordaberry è stato finalmente condannato alla massima pena detentiva possibile per il colpo di Stato stesso, per la sparizione forzata di nove persone e per l’omicidio político di altre due. È un salto di qualità per la giustizia e per la società uruguayana dopo decenni di tergiversazioni.</p>
<p>Per la giustizia vuol dire che l’Uruguay non può farsi beffe delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, come è stato quando a lungo ha governato il Partido Colorado di Bordaberry, Julio María Sanguinetti e che ha addirittura candidato Pedro, il figlio del dittatore, alle ultime elezioni. Per la società orientale tutta la sentenza offre finalmente un giudizio storico pieno sugli anni ’70. Adesso sa, oltre ragionevole dubbio, chi fossero le vittime e chi i carnefici del colpo di stato che privò gli uruguayani della democracia per 12 anni e fu un tassello fondamentale dell’installazione del neoliberismo nel paese.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Leggi tutto in esclusiva su </strong><a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/531-uruguay-lenta-pero-viene-la-giustizia-per-juan-maria-bordaberry" target="_blank"><strong>Latinoamerica</strong></a><strong>.</strong></p>
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		<title>Haiti, le &#8220;buone intenzioni&#8221; dei ladri di bambini protestanti</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 18:42:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lascia una volta di più gelati la frivolezza criminale con la quale molte chiese protestanti credono o fingono di credere di aiutare il sud del mondo e l&#8217;America latina in particolare pretendendo di poter cancellare l&#8217;identità e il libero arbitrio delle persone e dei popoli. Convinti come sono del &#8220;destino manifesto&#8221; della superiorità degli Stati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><span style="background: white none repeat scroll 0% 0%; font-size: 10pt; font-family: Verdana; color: black;">Lascia una volta di più gelati la frivolezza criminale con la quale molte chiese protestanti credono o fingono di credere di aiutare il sud del mondo e l&#8217;America latina in particolare pretendendo di poter cancellare l&#8217;identità e il libero arbitrio delle persone e dei popoli. Convinti come sono del &#8220;destino manifesto&#8221; della superiorità degli Stati Uniti, quando non cercano di esportare a suon di bombe la democrazia, si sentono in diritto di sequestrare il diritto e la vita di singole persone e di interi popoli.</span><img src="http://www.giannimina-latinoamerica.it/images/stories/bambini_haina.jpg" border="0" alt="" align="right" /><br />
<span style="background: white none repeat scroll 0% 0%; font-size: 10pt; font-family: Verdana; color: black;"> Così non sorprende che i dieci pseudo-missionari battisti arrestati ad Haiti per associazione a delinquere finalizzata al sequestro di 33 minori haitiani si difendano fingendosi ingenui: &#8220;abbiamo agito a fin di bene&#8221;, &#8220;negli Stati Uniti quei bambini avrebbero avuto un avvenire migliore&#8221;. Addirittura Laura Silsby, riconosciuta come capo dell&#8217;organizzazione, arriva ad affermare: &#8220;non credevo che fosse necessario verificare che i bambini avessero documenti&#8221;.</span></p>
<p><a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/529-haiti-le-qbuone-intenzioniq-dei-ladri-di-bambini-protestanti" target="_blank"><strong>Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.</strong></a></p>
<p><span style="background: white none repeat scroll 0% 0%; font-size: 10pt; font-family: Verdana; color: black;"><br />
</span></p>
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		<title>L’Honduras volta pagina? Bilancio (finale?) del primo colpo di stato riuscito del XXI secolo</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 01:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
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		<description><![CDATA[Varie chiavi di lettura descrivono il momento politico vissuto mercoledì 27 a Tegucigalpa dove nell’eclissi del dittatore Roberto Micheletti si è insediato il nuovo presidente Porfirio Lobo e dove il presidente legittimo, ma esautorato dal golpe, è partito per l’esilio acclamato dai suoi.
Gennaro Carotenuto da Tegucigalpa
La prima chiave, con un golpe di stato conservatore completamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p>Varie chiavi di lettura descrivono il momento politico vissuto mercoledì 27 a Tegucigalpa dove nell’eclissi del dittatore Roberto Micheletti si è insediato il nuovo presidente Porfirio Lobo e dove il presidente legittimo, ma esautorato dal golpe, è partito per l’esilio acclamato dai suoi.</p>
<p>Gennaro Carotenuto da Tegucigalpa</p>
<p>La prima chiave, con un golpe di stato conservatore completamente riuscito ed uscito di scena solo dopo aver portato a termine il proprio compito, è quella della sconfitta politica per la sinistra, che era al governo e lo ha perso, sia pur con la forza, e per la democrazia centroamericana tutta. Il successo del golpe è infatti un monito e un&#8217;ipoteca per l&#8217;America centrale (vi sono governi di centro-sinistra molto light sia in Salvador che in Guatemala) e per tutta l&#8217;America latina integrazionista.</p>
<p><strong><a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/525-lhonduras-volta-pagina-bilancio-finale-del-primo-colpo-di-stato-riuscito-del-xxi-secolo">Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica</a>.</strong></p>
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		<title>Honduras: un paese normalizzato o un paese che non dimentica il golpe?</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Honduras]]></category>
		<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>

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		<description><![CDATA[TEGUCIGALPA, 26 gennaio. – Sembra tutto pronto a Tegucigalpa per voltare pagina. Domani con una grande festa nello stadio nazionale, ci sarà il passaggio di poteri dal dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti a Porfirio “Pepe” Lobo. Sarà una grande occasione per rappresentare la nuova “pax americana” in Centro-America e per alcuni paria, come il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p>TEGUCIGALPA, 26 gennaio. – Sembra tutto pronto a Tegucigalpa per voltare pagina. Domani con una grande festa nello stadio nazionale, ci sarà il passaggio di poteri dal dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti a Porfirio “Pepe” Lobo. Sarà una grande occasione per rappresentare la nuova “pax americana” in Centro-America e per alcuni paria, come il presidente taiwanese, che ben raramente viene invitato ad eventi internazionali. Ma molte cose non quadrano e per le strade di Tegucigalpa si vedono i segnali che da tutto il paese l’opposizione democratica saprà dimostrare ancora una volta la sua forza.</p>
<p><strong>Leggi tutto in esclusiva su <a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/524-honduras-un-paese-normalizzato-o-un-paese-che-non-dimentica-il-golpe" target="_blank">Latinoamerica</a>.</strong></p>
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		<title>Guatemala, testimonianza dall’impunità</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 06:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>

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		<description><![CDATA[GUATEMALA (Alta Verapaz) – “Sono stato un sottufficiale dell’esercito del Guatemala per 11 anni e ho raggiunto mete che in pochi riescono a raggiungere. Ho dovuto fare cose molto dure, ma era quello che andava fatto”. In un paese dove migliaia di bambini sono stati torturati, bruciati, assassinati, sono parole che aprono le porte sull’orrore. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p><img class="alignright" style="margin: 10px;" src="http://www.peacemuseum.or.kr/article/data/article_1_1183968062.jpg" alt="" width="434" height="320" />GUATEMALA (Alta Verapaz) – “Sono stato un sottufficiale dell’esercito del Guatemala per 11 anni e ho raggiunto mete che in pochi riescono a raggiungere. Ho dovuto fare cose molto dure, ma era quello che andava fatto”. In un paese dove migliaia di bambini sono stati torturati, bruciati, assassinati, sono parole che aprono le porte sull’orrore. Le ‘Verapaces’ (Alta e Bassa) sono una regione abitata da popoli indigeni fatta di montagne, boschi, agricultura povera così lontana dalle ricche piantagioni di caffè della costa pacifica. Terrazzette di poche piante di mais si inerpicano tra paesaggi mozzafiato facendo da cerniera tra il Chiapas e il Centroamerica. Le ‘Verapaces’, con il Quiché, furono uno degli epicentri dell’etnocidio maya degli anni ’80 quando la dittatura militare usò senza limiti le strategie di guerra a bassa intensità contro una popolazione civile quasi totalmente inerme. Alla fine si contarono in 250.000 tra assassinati e desaparecidos, nella stragrande maggioranza maya. Di questi un buon quinto viveva nei due dipartimenti contigui di Alta e Bassa Verapaz. Il ricercatore, che pure ha risalito queste montagne sulle tracce dell’etnocidio, non avrebbe mai immaginato che la prima testimonianza dell’orrore non sarebbe venuta dalle vittime o da chi le vittime ha aiutato o studiato, storici, antropologi, sociologi, giuristi (l’agenda è carica di contatti) ma dalla voce tranquilla di uno che fu aguzzino e che ora, conscio di esser tra le fila dei vincitori, si racconta con l’asetticitá di chi si sa intoccabile. Con 6.400 omicidi nel 2008, frutto di fenomeni complessi e contigui quali l’infinita violenza e corruzione delle classi dirigenti, un modello economico fallito, il narco, le maras, il Guatemala non èsolo uno dei paesi piú violenti al mondo ma anche un paese nel quale l’impunità è entrata nel DNA. Il Guatemala compete per morti violente con paesi in guerra come l’Iraq o l’Afghanistan, oltre che con i confinanti Messico e Salvador, nel silenzio complice del complesso mediatico. “Forse &#8211; come ci stupisce una monaca asturiana che durante l’etnocidio ha rischiato costantemente la vita – oggi è perfino peggio che durante la guerra, quando il nemico, l’esercito, i paramilitari, erano riconoscibili. Adesso il nemico è ovunque”. Suor Juana neanche una settimana fa ha pianto la morte di un ragazzino di 18 anni, Alberto. Per mesi, visitandolo anche in carcere, l’aveva accompagnato nel tentativo di uscire dalla mara della quale era un piccolo boss. Lo hanno trovato seviziato e abbandonato in un burrone. Un numero in più senza che i suoi assassini rischino nulla. L’impunità sembra tenere tutto in questo paese, dal genocidio alla corruzione al narco alla microcriminalità delle maras che rende disponibili sicari per pochi euro. Per la storica Clara Arenas, che ci riceve ad Avancso, un glorioso quanto povero centro di ricerca multidisciplinare nella capitale, fondato con Myrna Mack, l’antropologa assassinata nel 1990 da un commando dell’esercito, questo paese non è mai uscito dalla fase che definisce “post-genocidio”. È lo studio del genocidio (e dell’impunità) quello che ci spiega il paese oggi, il corpo torturato di Alberto, l’avvocato Rosemberg che paga dei sicari per farsi ammazzare dando la colpa al presidente Colom, lo stillicidio delle quasi duecento morti di poveri autisti d’autobus giustiziati uno ad uno con un colpo alla nuca sul posto di lavoro (per esigere il pizzo o per destabilizzare il paese, poco cambia).</p>
<p>Francisco, l’ex militare, è il nostro chaffeur. Non arriva al metro e sessanta come la maggior parte degli abitanti del Guatemala e i suoi tratti somatici e la carnagione rivelano appena un lieve meticciato in geni pienamente figli di queste terre. È anche lui un “hombre de maiz” come quelli cantati dal Nobel guatemalteco Miguel Ángel Asturias. Prima che cominci a parlare spontaneamente gli abbiamo già incautamente dato una serie di informazioni su di noi: deve accompagnarci infatti in un centro culturale dominicano, non facilissimo da raggiungere, che ha lavorato per anni in difesa delle vittime dell’etnocidio e che conserva uno degli archivi e biblioteche più importanti sul tema, in un paese dove essere catechista cattolico era sinonimo di comunista e guerrigliero ed in centinaia di casi è costato la vita. Ci pentiamo presto di aver dato dettagli sui perché del nostro viaggio e i nostri interlocutori ci consiglieranno di cambiare modi e tempi del rientro.</p>
<p>“Ho servito nell’esercito del Guatemala perché ci credevo e perché era la cosa giusta da fare. Sono stato sotto le armi dall’82 al ’93, dai 18 ai 29 anni. Sono andato volontario, non come altri che sono stati costretti con la forza a combattere”. Il suo linguaggio è guerresco in tutto, durante il lungo colloquio parla continuamente della normalità dell’uccidere e dell’essere uccisi. Lo fa con modi pacifici, da tranquillo padre di famiglia e lavoratore. L’affabilità nell’usare un linguaggio violentissimo diviene surreale quando lungo la strada si ferma ai margini di una modesta casetta da dove lo salutano la moglie, nei panni tradizionali della cultura locale, e i tre bambini. Il maschietto, un paio d’anni, proseguirà il viaggio sulle nostre ginocchia.</p>
<p>“Saprei io come liberarci della criminalità di adesso. L’unica soluzione sarebbe fare come in tempo di guerra: ucciderli tutti. Purtroppo se il governo lo facesse arriverebbero immediatamente le Nazioni Unite e le ONG dei diritti umani a fare casino e impedirlo”. “Mano dura” è lo slogan del “Partito patriota”, la destra erede della dittatura che, in alleanza con i fondamentalisti evangelici, dovrebbe nel 2012 tornare al governo. “Mano dura”, ce lo ripetono quasi ad ogni angolo in Guatemala e rispetto al clima d’insicurezza, reale ma anche fomentato dai media, per tanti sembra essere l’unica soluzione.</p>
<p>Ma lei è di qua, invece è vero che i guerriglieri venivano da fuori? Da Cuba? “Questa era la propaganda, ma la verità è che era tutta gente indigena, tutta gente del posto, esattamente come noi che stavamo dall’altra parte. È per quello che quando abbiamo deciso di levare l’acqua al pesce siamo riusciti a farlo”. Svanisce in poche parole la retorica ufficiale da guerra fredda, quando nella più crudele epoca reaganiana l’Occidente chiudeva gli occhi su massacri senza limiti, bambini costretti a mangiare parti dei genitori prima di essere uccisi, feti estratti dai ventri delle madri, stupri metodici e decine di Marzabotto documentate nei quattro volumi del “Guatemala nunca mas” che è costato la vita a Monsignor Juan Gerardi.</p>
<p>“Non c’era altra soluzione. L’unica maniera per estirpare la guerriglia era eliminare il male alla radice. Noi avevamo ‘orecchie’ (spie) nei villaggi, e quando sapevamo che qualcuno poteva essere coinvolto nella guerriglia eliminavamo tutta la famiglia. Era l’unico modo per isolarli”. Nel solo paese di Rabinal (Baja Verapaz) sono state ammazzate cosí piú di 5.000 persone su meno di 30.000 abitanti. Tutto avveniva nel silenzio della comunità internazionale. Un silenzio così fitto che (a giorni saranno 30 anni) quando dal vicino Quiché un gruppo di indigeni diretti da Vicente Menchú, padre di Rigoberta, entrarono a Città del Guatemala nell’Ambasciata spagnola per chiedere disperatamente aiuto, l’esercito guatemalteco, ben consigliato, rassicurato e protetto da Ronald Reagan, violò l’Ambasciata di una democrazia Occidentalebombardando al fosforo e non facendo distinzioni nell’assassinare indigeni e diplomatici. Non serve interloquire su questi temi col nostro chaffeur. Inutile rammentare che la guerriglia in Guatemala non fu mai forte come la salvadoreña o la nicaraguense e che quella politica di terra bruciata serviva più che altro a fare spazio a multinazionali minerarie, del legno e dell’agroindustria, come avviene ancora oggi nella Colombia di Álvaro Uribe.</p>
<p>“Del resto dovevamo eseguire gli ordini. Era la guerra”. Come nell’ Argentina di Videla o come per Eric Priebke alle Ardeatine torna l’eterna foglia di fico dell’obbedienza dovuta. Ma non c’era chi si rifiutava? “A volte, ma venivano eliminati”. Qui il nostro interlocutore si lancia in una dotta disquisizione sulla differenza tra un capo militare e un leader. “Spesso gli ufficiali, quelli delle accademie militari, non sapevano essere leader, non sapevano stare alla testa della truppa e allora i leader sorgevano tra i soldati e [manco a dirlo] in questi casi gli ufficiali venivano eliminati”. Sono, come è stato studiato in molti altri casi e contesti, quelle solidarietà forgiate dalla guerra che permettono dopo la smobilitazione di ricostruirsi una vita in alcuni dei pochi settori funzionanti dell’economia: le onnipresenti polizie private, a volte il crimine organizzato, i trasporti: “il mio datore di lavoro è il mio capo di allora. Ancora adesso io ho fiducia totale in lui e lui ha fiducia totale in me. È così che dopo la guerra mi sono rifatto una vita e una famiglia. Altri sono impazziti”.</p>
<p>Lei ha vissuto [e commesso] cose molto dure, ma non le è mai sfiorato in mente che il prezzo pagato fu troppo alto e che forse se avesse vinto la guerriglia non sarebbe successo niente di così grave? Ci pensa a lungo e poi: “no, se avessero vinto loro in questo paese non ci sarebbe mai stata pace&#8230; sarebbe come l’Iraq. Ci sarebbe stata una guerra continua fino ad ora”. Però i suoi superiori le hanno chiesto di fare cose molto dure. “È vero, e forse adesso so che non è stato giusto che i figli pagassero le colpe dei padri”. Sono i massacri dei bambini indigeni, decine di migliaia. Bambini piccoli e scuri come il suo che gioca ignaro sulle nostre ginocchia. E forse pensa che anche su di suo figlio non vorrebbe che un giorno ricadessero le colpe del padre.</p>
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		<title>Il prevedibile tramonto della Concertazione in Cile</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 21:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Cile va alla destra dura e pura, sia pur mascherata con la paccottiglia mediatica, l’aberrazione dell’invocazione continua di dio (e il terzo comandamento?) e i cotillon dell’american dream, di Sebastián Piñera. Il Berlusconi cileno, per semplificare attenendosi al libretto, rappresenta quella concentrazione di potere economico, mediatico, perversione e capacità di corruttela e menzogna per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p>Il Cile va alla destra dura e pura, sia pur mascherata con la paccottiglia mediatica, l’aberrazione dell’invocazione continua di dio (e il terzo comandamento?) e i cotillon dell’american dream, di Sebastián Piñera. Il Berlusconi cileno, per semplificare attenendosi al libretto, rappresenta quella concentrazione di potere economico, mediatico, perversione e capacità di corruttela e menzogna per la quale il modello neoliberale, l’informalizzazione di ogni rapporto di lavoro, l’azzeramento dello Stato come strumento di difesa dei deboli e il favorire senza limiti la concentrazione della ricchezza, sarebbe tuttora il destino naturale dell’uomo. Ciò nella presunzione che tale destino naturale rappresenti il “cambio” necessario per il paese a vent’anni dalla fine della dittatura e nonostante vent’anni di centro-sinistra non si siano mai discostati dal modello neanche quando sono stati a guida socialista, con Ricardo Lagos e Michelle Bachelet. </p>
<p>La storia della Concertazione è finita così in un caldissimo pomeriggio di gennaio in un hotel a cinque stelle di Santiago, un buon posto per una coalizione che ha da tempo smarrito la sua storia. Poche facce ricordano quelle dell’88, quando donne e uomini feriti, mutilati e umiliati dalla dittatura ma non sconfitti, pensavano che ci fosse finalmente l’opportunità di costruire, sia pure con l’ipoteca della Costituzione pinochetista, un paese e una democrazia nuova. In pochi oggi ascoltano le parole di circostanza del candidato sconfitto, il bolso democristiano Eduardo Frei, una minestra riscaldata (era stato già grigio presidente negli anni ’90), che ha rappresentato il tentativo suicida di far passare equilibri di partito come necessità del paese. Una militante, mostrando rara capacità di sintesi, gli grida inascoltata: “abbiamo perso per la nostra superbia e la nostra incapacità”.<br />
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		<title>Haiti</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 23:18:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Clima, energia, scienza]]></category>
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		<category><![CDATA[Problemi globali]]></category>
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		<description><![CDATA[Haiti
La tragedia di Haiti è l’ennesima che coinvolge una terra geologicamente giovane e piena di vulcani e di faglie. Quello di Haiti potrebbe essere il più catastrofico terremoto per numero di vittime ma non certo per potenza. Ripercorriamo solo alcune delle più grandi catastrofi della regione nell’ultimo mezzo secolo.
Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.
Gennaro Carotenuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><div class="wp-caption aligncenter" style="width: 536px"><img title="Haiti" src="http://www.bbc.co.uk/worldservice/assets/images/2010/01/15/100115145224_sp_haiti01_getty_526.jpg" alt="Haiti" width="526" height="395" /><p class="wp-caption-text">Haiti</p></div>
<p>La tragedia di Haiti è l’ennesima che coinvolge una terra geologicamente giovane e piena di vulcani e di faglie. Quello di Haiti potrebbe essere il più catastrofico terremoto per numero di vittime ma non certo per potenza. Ripercorriamo solo alcune delle più grandi catastrofi della regione nell’ultimo mezzo secolo.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Leggi tutto in esclusiva su <a href="http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/520-haiti-america-latina-terra-di-vulcani-e-terremoti" target="_blank">Latinoamerica</a>.</strong></p>
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		<title>Tornare a Oaxaca tre anni dopo</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 01:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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		<description><![CDATA[OAXACA &#8211; Tre anni dopo le grandi proteste dell’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (APPO), repressa violentemente dai sicari del governatore del PRI Ulises Ruiz, che causarono più di 20 morti, e con l’intera capitale occupata come in un assedio medievale dall’esercito federale, questo stato meridionale del Messico si approssima alle elezioni del nuovo governatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- google_ad_section_start --><p>OAXACA &#8211; Tre anni dopo le grandi proteste dell’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (APPO), repressa violentemente dai sicari del governatore del PRI Ulises Ruiz, che causarono più di 20 morti, e con l’intera capitale occupata come in un assedio medievale dall’esercito federale, questo stato meridionale del Messico si approssima alle elezioni del nuovo governatore il prossimo 5 luglio. Ruiz, dopo anni di appropriazioni indebite dalle casse dello Stato, appare ancora più forte tanto a livello locale come nazionale, dove è uno dei simboli del revanscismo priista che punta a tornare a governare il Messico (dopo averlo fatto per 70 anni fino al 2000) approfittando della crisi del PAN di Felipe Calderón. Invece i movimenti social e tutta la sinistra, che continuano a subire una brutale e silenziosa repressione, hanno perso forza e sono divisi tra un’ala dura e un’altra dialogante accusata dalla prima di essersi fatta cooptare e a volte comprare dallo stesso governo. Quello che si vede visitando Oaxaca oggi è una sorta di “meno male che Ulises c’è”.</p>
<p><strong><br />
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