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	<title>Gennaro Carotenuto - Giornalismo partecipativo &#187; America latina</title>
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	<description>America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica - online dal 1995</description>
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		<title>In Brasile Dilma Rousseff punta a legalizzare l&#8217;aborto?</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 18:25:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti civili]]></category>
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		<description><![CDATA[Eleonora Menicucci de Oliveira, 67 anni, sociologa, pro-rettore dell’Università Federale di San Paolo, autrice di A Mulher, a Sexualidade E O Trabalho è la nuova ministra per le questioni di genere in Brasile. Militante comunista (nel POC, partito operaio comunista) e amica di Dilma dagli anni ‘60, i militari brasiliani nel 1971 la torturarono e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/02/12037617.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="12037617" border="0" alt="12037617" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/02/12037617_thumb.jpg" width="452" height="304" /></a></p>
<p>Eleonora Menicucci de Oliveira, 67 anni, sociologa, pro-rettore dell’Università Federale di San Paolo, autrice di <em>A Mulher, a Sexualidade E O Trabalho</em> è la nuova ministra per le questioni di genere in Brasile. Militante comunista (nel POC, partito operaio comunista) e amica di Dilma dagli anni ‘60, i militari brasiliani nel 1971 la torturarono e torturarono in sua presenza la figlia Maria di un anno e 10 mesi. Da quella esperienza sostiene di aver maturato convinzioni femministe che tuttora la rafforzano nelle sue idee. </p>
<p><span id="more-17567"></span>
<p>Nel 1973 fu poi compagna di cella dell’attuale presidente Dilma Rousseff. La nomina di Eleonora Menicucci è molto polemica perché dichiaratamente favorevole alla legalizzazione dell’aborto in Brasile: “una grande questione nazionale” ha affermato ancora ieri alla notizia della nomina. Lei stessa ammette di aver abortito due volte, si dichiara orgogliosamente bisessuale e madre di una lesbica che ha deciso di avere una figlia con inseminazione artificiale. </p>
<p>Durante la campagna elettorale 2010 in Brasile l’aborto fu uno degli argomenti caldi. Il candidato delle destre José Serra si dichiarò “pro vita” e attaccò duramente Dilma Rousseff che preferì dichiararsi “personalmente contraria all’aborto” venendo a sua volta attaccata dalla candidata ambientalista Marina Serra che la definì “antiabortista di comodo”. In America latina gli unici paesi dove l’aborto è legale sono Cuba e Porto Rico. Nella maggior parte dei paesi centro-americani le leggi sono particolarmente restrittive proibendo l’interruzione della gravidanza anche in caso di pericolo di vita della madre o di stupri di minori. In Cile la legge pinochetista –mai cambiata in 22 anni di democrazia- stabilisce esplicitamente la prevalenza dei diritti del feto su quelli della madre.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>La Gran Bretagna cerca la guerra ma si espande la solidariet&#224; con l&#8217;Argentina per le Malvinas</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:39:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Guerre infinite]]></category>
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		<description><![CDATA[Di fronte alla follia dell’aggressione britannica, che manda navi da guerra nell’Atlantico sud, soffiando sul fuoco, si diffonde dal Venezuela al Brasile la solidarietà all’Argentina che esige il ripristino della sua sovranità sulle isole Malvinas. Il blocco per tutte le navi battenti la bandiera fantoccio delle Falkland in tutti i porti latinoamericani è strettamente osservato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/02/malvinas.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="malvinas" border="0" alt="malvinas" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/02/malvinas_thumb.jpg" width="604" height="332" /></a></p>
<p>Di fronte alla follia dell’aggressione britannica, che manda navi da guerra nell’Atlantico sud, soffiando sul fuoco, si diffonde dal Venezuela al Brasile la solidarietà all’Argentina che esige il ripristino della sua sovranità sulle isole Malvinas. Il blocco per tutte le navi battenti la bandiera fantoccio delle Falkland in tutti i porti latinoamericani è strettamente osservato e si moltiplicano le manifestazioni contro Londra e in solidarietà con Buenos Aires.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Brasile: Dilma Rousseff va a Porto Alegre e se ne frega di Davos</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 16:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per il secondo anno consecutivo la presidente brasiliana Dilma Rousseff ha preferito partecipare al foro sociale mondiale di Porto Alegre e snobbare quello economico di Davos, in Svizzera, dove si riunisce il gotha del neoliberismo mondiale. Il suo predecessore Lula da Silva aveva invece sempre considerato utile andare in Svizzera. Tanto il Brasile, atteso ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Dilma-rousseff1-e1327621739160-655x396.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="Dilma-rousseff1-e1327621739160-655x396" border="0" alt="Dilma-rousseff1-e1327621739160-655x396" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Dilma-rousseff1-e1327621739160-655x396_thumb.jpg" width="659" height="400" /></a></p>
<p>Per il secondo anno consecutivo la presidente brasiliana Dilma Rousseff ha preferito partecipare al foro sociale mondiale di Porto Alegre e snobbare quello economico di Davos, in Svizzera, dove si riunisce il gotha del neoliberismo mondiale. Il suo predecessore Lula da Silva aveva invece sempre considerato utile andare in Svizzera.</p>
<p>Tanto il Brasile, atteso ad una crescita del PIL del 4.5% nel 2012, che Dilma Rousseff non hanno niente da imparare. Al contrario, qualche solone tra quelli che da anni pontificano lo sfascio neoliberale come pensiero unico globale potrebbero fare un salto a Porto Alegre. Come uditori.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Guatemala, 30 anni dopo processo per genocidio per R&#237;os Montt</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 07:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
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		<description><![CDATA[Pochi pensavano che potesse succedere, eppure anche in Guatemala la giustizia avanza per il genocidio con il quale l’esercito guatemalteco, con il supporto organico di quello statunitense, in nome dell’anticomunismo fece terra bruciata della comunità Maya, assassinando almeno 200.000 persone tra gli anni ‘60 e ‘80, il numero più alto tra tutti i sistemi repressivi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/riosmontt.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 10px 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: right; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="riosmontt" border="0" alt="riosmontt" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/riosmontt_thumb.jpg" width="308" height="175" /></a>Pochi pensavano che potesse succedere, eppure anche in Guatemala la giustizia avanza per il genocidio con il quale l’esercito guatemalteco, con il supporto organico di quello statunitense, in nome dell’anticomunismo fece terra bruciata della comunità Maya, assassinando almeno 200.000 persone tra gli anni ‘60 e ‘80, il numero più alto tra tutti i sistemi repressivi latinoamericani. </p>
<p><span id="more-17504"></span>
<p>Ebbene l’ex presidente, il generale in pensione Efraín Ríos Montt (foto), attende da ieri agli arresti domiciliari un processo nel quale sarà giudicato come mandante di 266 stragi dove furono assassinate almeno 1.700 persone, stuprate 1.400 e che causarono almeno 29.000 profughi (in totale circa 500 villaggi maya furono rasi al suolo con circa un milione di persone che dovettero rifugiarsi all’estero o nascondersi nella “sacra selva”. </p>
<p>All’udienza storica di ieri a Città del Guatemala, nella quale è stato disposto il rinvio a giudizio e gli arresti domiciliari per l’ex onnipotente Ríos Montt, oggi 86enne, erano presenti decine di familiari delle vittime che da più di 30 anni reclamano verità e giustizia.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Il mondo che cambia: l&#8217;America latina e l&#8217;India adesso sono vicine</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 09:14:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Clima, energia, scienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Tutto cambia velocemente. Fino ad un decennio fa la globalizzazione neoliberale sembrava un’estensione del colonialismo classico con le periferie destinate a continuare ad essere satelliti dei loro rispettivi soli. Come in questo sito stiamo raccontando da anni, spesso trattati come pazzi o estremisti, non è andata così e per l’America latina le relazioni monogamiche con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/t2011041434528.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="The Prime Minister, Dr. Manmohan Singh and the President of Brazil, Ms. Dilma Rousseff in a bilateral meeting, on the sidelines of BRICS Summit, at Sanya, Hainan, China on April 14, 2011. " border="0" alt="The Prime Minister, Dr. Manmohan Singh and the President of Brazil, Ms. Dilma Rousseff in a bilateral meeting, on the sidelines of BRICS Summit, at Sanya, Hainan, China on April 14, 2011. " align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/t2011041434528_thumb.jpg" width="204" height="151" /></a>Tutto cambia velocemente. Fino ad un decennio fa la globalizzazione neoliberale sembrava un’estensione del colonialismo classico con le periferie destinate a continuare ad essere satelliti dei loro rispettivi soli. Come in questo sito stiamo raccontando da anni, spesso trattati come pazzi o estremisti, non è andata così e per l’America latina le relazioni monogamiche con gli Stati Uniti sono un ricordo del passato. Adesso tocca all’India che in poco più di un decennio calcola di moltiplicare per 25 l’intercambio.</p>
<p><span id="more-17478"></span>
<p>I cosiddetti paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) sono sempre più integrati in un commercio Sud-Sud che prescinde sempre più spesso da un mondo euroccidentale intorno al quale è ruotato tutto il loro interscambio dall’età moderna in avanti. Il dialogo e il ridisegno geopolitico delle relazioni internazionali sono fondamentali (si pensi al viaggio in pompa magna dell’allora presidente brasiliano Lula a Teheran nel 2010 o a quello di Mahmoud Ahmedinejad in Venezuela di questi giorni) ma è intorno ai BRICS che stanno crescendo integrazioni proprie di aree economiche sempre più coese. </p>
<p>L’intera America latina intorno al Brasile e al Sud America fin dalla fine degli anni ’90 ha costruito sulla relazione con la Cina l’uscita da quelle che l’ex presidente argentino Carlos Menem definiva “relazioni carnali” con gli Stati Uniti. La Cina viaggia oramai verso un interscambio passato in poco più di un decennio da 10 a quasi 200 miliardi di dollari, contribuendo non poco alla crescita sostenuta della regione in questi anni che, per la prima volta non si ammala più di polmonite per uno starnuto a Londra o New York. Basta un dato per spiegare la rivoluzione. Dal 2007 il primo partner commerciale del Cile (un’economia che è stata disegnata dal 1973 in avanti per essere complementare a quella statunitense) è la Cina. Ma è oramai anche l’India –fino a ieri un mondo lontanissimo- a essere divenuto negli ultimi anni un partner importante di un multilateralismo economico sempre più marcato che fa parlare di complementarità perfetta tra Asia e America latina. </p>
<p>Già nel 2006 il primo ministro Manmohan Singh (nella foto con Dilma Rousseff) era stato il primo grande leader non latinoamericano (dopo Giovanni Paolo II e la storica visita del cinese Hu Jintao del 2004) a viaggiare a Cuba a sanzionare che l’isolamento dell’isola era un retaggio di una guerra fredda ormai finita. Nell’ultimo decennio l’interscambio tra l’India e il Continente ha smesso di caratterizzarsi per la presenza della versione economica della Vespa, la Tata, per diversificarsi e crescere in maniera impetuosa. Ancora all’inizio dello scorso decennio l’interscambio tra il paese asiatico e l’America latina era di meno di 2 miliardi di dollari. Oggi è di 25 miliardi, dieci dall’India verso l’America e 15 in senso inverso. Nel 2012 l’interscambio India-Brasile supererà per la prima volta i dieci miliardi di dollari e vi sono 1.5 miliardi di dollari di imprese indiane investiti in Brasile e poco meno di un miliardo gli investimenti brasiliani nel paese asiatico. Secondo l’ambasciatore indiano nel Cono Sud Rengaraj Viswanathan, in un’intervista al <a href="http://timesofindia.indiatimes.com/business/india-business/Indias-trade-with-Latin-America-may-reach-50-billion/articleshow/11339538.cms" target="_blank">Times of India</a>, raddoppierà ancora arrivando a 50 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Investimenti che al momento coinvolgono almeno 35.000 latinoamericani che lavorano per imprese indiane, il 50% dei quali nel settore delle tecnologie delle informazioni (IT) anche se gli investimenti maggiori –come per la Cina- sono nei settori agricolo e minerario.</p>
<p>Per entrambi i partner, ma soprattutto per l’America latina, la necessità di affrancarsi dalle relazioni diseguali con gli Stati Uniti sono state innanzitutto una necessità politica di fronte al collasso di fine anni ’90 delle economie fondomonetariste ma via via il commercio Sud-Sud ha smesso di essere un enunciato ideologico per divenire il più rilevante strumento di difesa dalla crisi euroccidentale e di crescita autonoma. Sono aree accomunate da una sostenuta crescita economica e dalla necessità di diversificare i propri partner di fronte alla perdurante crisi eurostatunitense. Vedi anche il rapporto del <a href="http://idbdocs.iadb.org/wsdocs/getdocument.aspx?docnum=35239272" target="_blank">BID</a> e quello della <a href="http://siteresources.worldbank.org/DEC/Resources/China_India_Challenge_to_LA.pdf" target="_blank">Banca Mondiale</a>.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Cile: contrordine camerati, quella di Pinochet fu dittatura</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:43:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di fronte alle unanimi prese di posizione negative in Cile e in tutto il mondo contro la proibizione dell’uso del termine “dittatura” per il regime pinochetista (1973-1989) nei manuali scolastici, il governo di Sebastián Piñera fa macchina indietro. Secondo il ministro dell’ educazione Harald Beyer, che modifica quanto affermava fino a poche ore prima, “il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/desaparecidos.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-17351" title="desaparecidos" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/desaparecidos.jpg" alt="" width="434" height="294" /></a>Di fronte alle unanimi prese di posizione negative in Cile e in tutto il mondo contro la proibizione dell’uso del termine “dittatura” per il regime pinochetista (1973-1989) nei manuali scolastici, il governo di Sebastián Piñera fa macchina indietro. Secondo il ministro dell’ educazione Harald Beyer, che modifica quanto affermava fino a poche ore prima, “il governo non ha mai preteso di disconoscere il carattere non democratico del regime militare e le violazioni di diritti umani commesse”. È probabile che il governo vada ora verso la ricerca di una formula più soft consigliando e non obbligando ad usare i termini “regime” e non “dittatura” e “pronunciamento” invece di “golpe”.<span id="more-17349"></span></p>
<p>Harald Beyer è il terzo ministro dell’educazione ed è stato nominato da Sebastián Piñera appena una settimana fa. È considerato un duro e sostituisce Felipe Bulnes in carica da luglio a fine dicembre. Bulnes, di Rinnovamento Nazionale, il più moderato dei due partiti della coalizione di destra al governo in Cile, si è arreso rinunciando al ruolo di uomo del dialogo col movimento studentesco, che da aprile 2011 blocca l’attività didattica nel paese esigendo lo smantellamento del modello pinochetista di educazione. Bulnes, ora sostituito da Bayer, aveva a sua volta sostituito l’ ex-candidato presidenziale Joaquín Lavín, un altro duro costretto alle dimissioni.</p>
<p>COMMENTO Il cammino dell’inferno è lastricato di buone intenzioni. Di consiglio in consiglio sarà sempre più difficile edulcorare la storia. Come verrà consigliato di denominare, per esempio, il “bombardamento” della Moneda, o la sparizione extragiudiziale di 3.500 persone, lo stupro di migliaia di donne, il Piano condor (Piano passerotto?) o le varie forme di tortura o la Carovana della Morte, gli elicotteri che batterono palmo a palmo le miniere di rame per ammazzare i sindacalisti.</p>
<p>Consigliamo a Beyer di guardare a come furono presentate le torture in Iraq, con anglismi mai tradotti. Chi mai può associare il waterboarding, un termine che sa di spiagge californiane, all’affogamento della vittima negli escrementi, una tecnica appresa dai francesi che la praticavano in Algeria e poi insegnata ai militari cileni e latinoamericani a Fort Benning?</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Cile: contrordine camerati, quella di Pinochet fu dittatura</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:43:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di fronte alle unanimi prese di posizione negative in Cile e in tutto il mondo contro la proibizione dell’uso del termine “dittatura” per il regime pinochetista (1973-1989) nei manuali scolastici, il governo di Sebastián Piñera fa macchina indietro. Secondo il ministro dell’ educazione Harald Beyer, che modifica quanto affermava fino a poche ore prima, “il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/desaparecidos.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-17351" title="desaparecidos" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/desaparecidos.jpg" alt="" width="434" height="294" /></a>Di fronte alle unanimi prese di posizione negative in Cile e in tutto il mondo contro la proibizione dell’uso del termine “dittatura” per il regime pinochetista (1973-1989) nei manuali scolastici, il governo di Sebastián Piñera fa macchina indietro. Secondo il ministro dell’ educazione Harald Beyer, che modifica quanto affermava fino a poche ore prima, “il governo non ha mai preteso di disconoscere il carattere non democratico del regime militare e le violazioni di diritti umani commesse”. È probabile che il governo vada ora verso la ricerca di una formula più soft consigliando e non obbligando ad usare i termini “regime” e non “dittatura” e “pronunciamento” invece di “golpe”.<span id="more-17349"></span></p>
<p>Harald Beyer è il terzo ministro dell’educazione ed è stato nominato da Sebastián Piñera appena una settimana fa. È considerato un duro e sostituisce Felipe Bulnes in carica da luglio a fine dicembre. Bulnes, di Rinnovamento Nazionale, il più moderato dei due partiti della coalizione di destra al governo in Cile, si è arreso rinunciando al ruolo di uomo del dialogo col movimento studentesco, che da aprile 2011 blocca l’attività didattica nel paese esigendo lo smantellamento del modello pinochetista di educazione. Bulnes, ora sostituito da Bayer, aveva a sua volta sostituito l’ ex-candidato presidenziale Joaquín Lavín, un altro duro costretto alle dimissioni.</p>
<p>COMMENTO Il cammino dell’inferno è lastricato di buone intenzioni. Di consiglio in consiglio sarà sempre più difficile edulcorare la storia. Come verrà consigliato di denominare, per esempio, il “bombardamento” della Moneda, o la sparizione extragiudiziale di 3.500 persone, lo stupro di migliaia di donne, il Piano condor (Piano passerotto?) o le varie forme di tortura o la Carovana della Morte, gli elicotteri che batterono palmo a palmo le miniere di rame per ammazzare i sindacalisti.</p>
<p>Consigliamo a Beyer di guardare a come furono presentate le torture in Iraq, con anglismi mai tradotti. Chi mai può associare il waterboarding, un termine che sa di spiagge californiane, all’affogamento della vittima negli escrementi, una tecnica appresa dai francesi che la praticavano in Algeria e poi insegnata ai militari cileni e latinoamericani a Fort Benning?</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Cristina Fern&#225;ndez non ha il cancro</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 09:53:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il risultato della biopsia per l’intervento chirurgico del giorno 4 gennaio, con il quale sono stati asportati alcuni noduli alla tiroide della presidente argentina Cristina Fernández sono negativi. Il tumore era di natura benigna. Di conseguenza non sarà necessaria la radioterapia ipotizzata come proseguimento della cura fino a poche ore prima. COMMENTO &#8211; Al di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Cristina-Fernandez.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: right; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="Cristina-Fernandez" border="0" alt="Cristina-Fernandez" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Cristina-Fernandez_thumb.jpg" width="244" height="240" /></a>Il risultato della biopsia per l’intervento chirurgico del giorno 4 gennaio, con il quale sono stati asportati alcuni noduli alla tiroide della presidente argentina Cristina Fernández sono negativi. Il tumore era di natura benigna. Di conseguenza non sarà necessaria la radioterapia ipotizzata come proseguimento della cura fino a poche ore prima. </p>
<p>  <span id="more-17346"></span>
<p>COMMENTO &#8211; Al di là di alcune sguaiate reazioni dell’opposizione argentina (delusi?) noto che ancora una volta le fantasie complottiste che spesso occupano troppo tempo in una parte della sinistra e per le quali esisterebbe una sorta di virus del cancro con il quale il governo statunitense colpirebbe i presidenti integrazionisti latinoamericani si rivelano per quello che sono: nulla. Accompagniamo i dirigenti politici latinoamericani, da Fernando Lugo a Hugo Chávez, da Lula a Dilma alla stessa Cristina e auguriamo loro di recuperare la miglior salute, ma dedichiamoci a complotti più importanti, quelli della finanza, delle multinazionali, dei grandi inquinatori e corruttori.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Dagli Stati Uniti al Messico: tornano i migranti</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 14:59:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel solo 2011 circa 400.000 dei circa 14 milioni di immigrati messicani negli Stati Uniti hanno deciso di tornare a casa per le scarse o nessune opportunità di lavoro, per la durezza delle leggi sull’immigrazione o perché espulsi. Se dalla firma del NAFTA nel 1994 al 2008 una dozzina di milioni di messicani avevano cercato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel solo 2011 circa 400.000 dei circa 14 milioni di immigrati messicani negli Stati Uniti hanno deciso di tornare a casa per le scarse o nessune opportunità di lavoro, per la durezza delle leggi sull’immigrazione o perché espulsi. </p>
<p>  <span id="more-17319"></span>
<p>Se dalla firma del NAFTA nel 1994 al 2008 una dozzina di milioni di messicani avevano cercato lavoro negli Stati Uniti fuggendo soprattutto da campagne rese desolate dalla liberalizzazione già dal 2010 il flusso migratorio era rallentato notevolmente. Tra i motivi il fatto che fosse diventato troppo pericoloso attraversare e il fatto che la crisi economica statunitense aveva dal 2008 in avanti diminuito la differenza di salario per molti lavori umili tipici dell’emigrazione da 8 a 1 (lo stipendio statunitense era dell’800% quello messicano a parità di lavoro) a 4 a 1, rendendo molto meno conveniente il salto. Oggi il flusso si inverte, e non perché in Messico la situazione sia migliorata.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Uso pubblico della Storia: per Pi&#241;era in Cile non vi fu dittatura</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 06:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Consiglio Nazionale dell’Educazione ha approvato ieri a Valparaiso la proposta del governo di destra presieduto da Sebastián Piñera per la quale nei libri delle scuole elementari in Cile non potrà più apparire il termine “dittatura militare” rispetto al regime di Augusto Pinochet che rovesciò l’11 settembre 1973 il governo di Salvador Allende causando 3.500 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/1291804399123pinochetdn.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: right; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="1291804399123pinochetdn" border="0" alt="1291804399123pinochetdn" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/1291804399123pinochetdn_thumb.jpg" width="324" height="403" /></a>Il Consiglio Nazionale dell’Educazione ha approvato ieri a Valparaiso la proposta del governo di destra presieduto da Sebastián Piñera per la quale nei libri delle scuole elementari in Cile non potrà più apparire il termine “dittatura militare” rispetto al regime di Augusto Pinochet che rovesciò l’11 settembre 1973 il governo di Salvador Allende causando 3.500 desaparecidos, 30.000 incarcerati e 400.000 esiliati. </p>
<p>Aspre le critiche dell’opposizione per la quale “il governo non può cancellare la realtà di assassinii, sparizioni di persone, violazioni di diritti umani, libertà conculcate, censura e corruzione” mentre dalla maggioranza l’ex ministro pinochetista Alberto Cardemil è d’accordo con l’imposizione del governo con un surreale argomento: “È una maniera di rompere il pensiero unico”. Anche dal partito post-pinochetista UDI, una delle due forze che compongono la maggioranza, si festeggia: “Finalmente si rompe lo stigma nei confronti di Pinochet”. Per decreto, nei manuali delle scuole elementari.</p>
<p>Il governo ultraliberale di Sebastián Piñera è ai minimi storici di popolarità dal ripristino della democrazia nel 1990 e ha appena <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/17286-il-movimento-studentesco-cileno-costringe-alle-dimissioni-un-altro-ministro-delleducazione/" target="_blank">cambiato il terzo ministro dell’Educazione</a>, incapace di sconfiggere un enorme movimento studentesco che da otto mesi chiede di smantellare il sistema educativo pinochetista in favore di un’educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti i cileni.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Uso pubblico della Storia: per Pi&#241;era in Cile non vi fu dittatura</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 06:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Consiglio Nazionale dell’Educazione ha approvato ieri a Valparaiso la proposta del governo di destra presieduto da Sebastián Piñera per la quale nei libri delle scuole elementari in Cile non potrà più apparire il termine “dittatura militare” rispetto al regime di Augusto Pinochet che rovesciò l’11 settembre 1973 il governo di Salvador Allende causando 3.500 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/1291804399123pinochetdn.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: right; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="1291804399123pinochetdn" border="0" alt="1291804399123pinochetdn" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/1291804399123pinochetdn_thumb.jpg" width="324" height="403" /></a>Il Consiglio Nazionale dell’Educazione ha approvato ieri a Valparaiso la proposta del governo di destra presieduto da Sebastián Piñera per la quale nei libri delle scuole elementari in Cile non potrà più apparire il termine “dittatura militare” rispetto al regime di Augusto Pinochet che rovesciò l’11 settembre 1973 il governo di Salvador Allende causando 3.500 desaparecidos, 30.000 incarcerati e 400.000 esiliati. </p>
<p>Aspre le critiche dell’opposizione per la quale “il governo non può cancellare la realtà di assassinii, sparizioni di persone, violazioni di diritti umani, libertà conculcate, censura e corruzione” mentre dalla maggioranza l’ex ministro pinochetista Alberto Cardemil è d’accordo con l’imposizione del governo con un surreale argomento: “È una maniera di rompere il pensiero unico”. Anche dal partito post-pinochetista UDI, una delle due forze che compongono la maggioranza, si festeggia: “Finalmente si rompe lo stigma nei confronti di Pinochet”. Per decreto, nei manuali delle scuole elementari.</p>
<p>Il governo ultraliberale di Sebastián Piñera è ai minimi storici di popolarità dal ripristino della democrazia nel 1990 e ha appena <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/17286-il-movimento-studentesco-cileno-costringe-alle-dimissioni-un-altro-ministro-delleducazione/" target="_blank">cambiato il terzo ministro dell’Educazione</a>, incapace di sconfiggere un enorme movimento studentesco che da otto mesi chiede di smantellare il sistema educativo pinochetista in favore di un’educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti i cileni.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Chevron condannata: pagher&#224; 18 miliardi di dollari per l&#8217;inquinamento dell&#8217;Amazzonia ecuadoriana</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 11:39:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Clima, energia, scienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Confermata in secondo grado in Ecuador la sentenza che condanna la multinazionale petrolifera Chevron (fusa con Texaco nel 2001) a pagare un’indennizzazione di 18 miliardi di dollari per aver deliberatamente sversato nei fiumi dell’Amazzonia ecuadoriana 68 miliardi di litri di materiali tossici tra il 1972 e il 1992, uno dei più grandi disastri ambientali della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/darylhannah-ecuador-oil-pollution1.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="darylhannah-ecuador-oil-pollution1" border="0" alt="darylhannah-ecuador-oil-pollution1" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/darylhannah-ecuador-oil-pollution1_thumb.jpg" width="406" height="319" /></a></p>
<p>Confermata in secondo grado in Ecuador la sentenza che condanna la multinazionale petrolifera Chevron (fusa con Texaco nel 2001) a pagare un’indennizzazione di 18 miliardi di dollari per aver deliberatamente sversato nei fiumi dell’Amazzonia ecuadoriana 68 miliardi di litri di materiali tossici tra il 1972 e il 1992, uno dei più grandi disastri ambientali della storia (nella foto l’attrice Daryl Hannah). </p>
<p>  <span id="more-17316"></span>
<p>Per il presidente ecuadoriano Rafael Correa “è la vittoria di Davide contro Golia”, per la Chevron, con insolita violenza, “è una sentenza dettata dai giudici politicizzati e corrotti ecuadoriani”. In realtà, la sentenza ecuadoriana è la conferma di un nuovo inizio della giustizia latinoamericana non più del tutto succube dei poteri forti anche se, secondo varie organizzazioni ambientaliste, pur pagando 18 miliardi di dollari la multinazionale uscirebbe benissimo dalla vicenda già che i danni reali supererebbero i 100 miliardi di dollari.</p>
<p>La vertenza dura da quasi 20 anni e nel 1998 il presidente neoliberale Jamil Mahuad, oggi latitante in Ecuador e rifugiato negli Stati Uniti, accettò un indennizzo dalla Chevron di appena 40 milioni di dollari. Questo, probabilmente frutto di corruzione, e poi dichiarato illegittimo, è uno dei principali argomenti usati dalla Chevron a sua difesa. Oggi deve pagare 450 volte di più. </p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Malvinas/Falklands, breve scheda per un conflitto coloniale dimenticato</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 10:14:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
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		<category><![CDATA[Malvinas]]></category>

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		<description><![CDATA[179 anni fa, il 3 gennaio del 1833, l&#8217;impero britannico invadeva le isole Malvinas (Falklands secondo la dizione coloniale), fino a quel momento parte della Repubblica Argentina e che gli stessi britannici riconoscevano come tale. In quel momento tra Argentina e Gran Bretagna vigeva pace e non vi fu nessun preavviso o dichiarazione di guerra. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/malvins.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="malvins" border="0" alt="malvins" align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/malvins_thumb.jpg" width="236" height="188" /></a>179 anni fa, il 3 gennaio del 1833, l&#8217;impero britannico invadeva le isole Malvinas (Falklands secondo la dizione coloniale), fino a quel momento parte della Repubblica Argentina e che gli stessi britannici riconoscevano come tale. In quel momento tra Argentina e Gran Bretagna vigeva pace e non vi fu nessun preavviso o dichiarazione di guerra.</p>
<p>  <span id="more-17308"></span>
<p>I soldati imperiali assassinarono parte della popolazione, deportarono il resto, sostituendola con popolazione di origine britannica. A causa di quella deportazione oggi la parte anglofila sostiene che le isole siano popolate prevalentemente da popolazione anglofona e pertanto sarebbero legittimamente parte dell’ex-impero britannico. Dal 1833 in avanti l&#8217;Argentina non ha mai smesso di reclamare il proprio diritto sulle isole dalle quali è possibile controllare la strategica regione dell&#8217;Atlantico Sud, sotto la quale giacciono ingenti riserve energetiche e che in mano avversa rappresentano un pericolo per l&#8217;intera sicurezza latinoamericana.</p>
<p>Solo dalla creazione delle Nazioni Unite ben undici risoluzioni obbligavano la Gran Bretagna a trattare con l&#8217;Argentina, cosa che Londra ha sempre rifiutato di fare. Oltre alle Nazioni Unite praticamente tutte le organizzazioni di stati al mondo che non includono la Gran Bretagna hanno considerato legittime le rivendicazioni di sovranità argentina sulle isole. L’Unione Europea, in cambio le considera parte dell’Unione. Nel 2011 il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha chiesto ufficialmente al governo britannico di iniziare trattative con l&#8217;Argentina sotto l&#8217;auspicio delle Nazioni Unite ma il governo britannico non ha mai risposto alla richiesta ONU.</p>
<p>Nella guerra del 1983, tentata dalla decadente dittatura argentina, il primo ministro inglese Margareth Thatcher, non si fece scrupolo di portare sullo scenario di guerra l&#8217;arma atomica che avrebbe usato su Buenos Aires, una città di 12 milioni di abitanti, se la guerra non si fosse rivelata un disastro per la dittatura argentina.</p>
<p>Dalle isole la Gran Bretagna continua a sfruttare risorse naturali rinnovabili e non rinnovabili e ad effettuare esercitazioni militari incomprensibili in un&#8217;area del pianeta totalmente pacifica. </p>
<p>Dallo scorso 20 dicembre 2011 il Mercosur ha deciso ed è già in atto un blocco navale in tutti i porti atlantici dell&#8217;America latina che impedisce alle navi provenienti dalle isole di attraccare nel Continente.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>McDonald&#8217;s chiude tutti i suoi esercizi in Bolivia, nessuno vuole cibo spazzatura</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 11:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia non è recentissima ma vale la pena tornarci al momento dell’uscita del documentario “Por qué quebró McDonald´s en Bolivia” (Perché McDonald’s è fallito in Bolivia) che ne spiega i motivi e del quale è possibile vedere un trailer qui. McDonald’s ha abbandonato gli ultimi otto “ristoranti” a La Paz, Cochabamba e Santa Cruz [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/mcdonalds-300x192.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="mcdonalds-300x192" border="0" alt="mcdonalds-300x192" align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/mcdonalds-300x192_thumb.jpg" width="244" height="138" /></a>La notizia non è recentissima ma vale la pena tornarci al momento dell’uscita del documentario “Por qué quebró McDonald´s en Bolivia” (Perché McDonald’s è fallito in Bolivia) che ne spiega i motivi e del quale è possibile vedere un trailer <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/17289-mcdonalds-bolivia/" target="_blank">qui</a>. <strong>McDonald’s ha abbandonato gli ultimi otto “ristoranti” a La Paz, Cochabamba e Santa Cruz e lasciato la Bolivia.</strong> Di fronte al completo fallimento dell’ultima multimilionaria campagna pubblicitaria che tentava di rilanciare l’immagine della nota catena di cibo spazzatura, e ai molteplici tentativi di bolivianizzare sapori e ambienti, la soluzione intrapresa della multinazionale è stata la rinuncia completa a quel mercato.&#160; </p>
<p>  <span id="more-17300"></span>
<p>Finisce così dopo 14 anni la sempre traballante storia di Mc Donald’s negli altipiani andini. È il primo paese d’America che viene abbandonato dalla catena dopo dieci anni consecutivi di perdite. L’apertura nella seconda metà degli anni ‘90, piena notte neoliberale, vide appena sei mesi di bonanza, con code alle entrate e locali sempre pieni. Smaltita la novità i boliviani –anche per l’inadeguatezza dei prezzi in un paese dove il cibo resta molto economico- cominciarono a disinteressarsi totalmente al prodotto e indifferenti alle imponenti campagne di marketing.</p>
<p>Oggi in un documentario, “Por qué quebró McDonald´s en Bolivia” (Perché McDonald’s è fallito in Bolivia) molteplici interviste spiegano il perché McDonald’s ai boliviani non è mai piaciuto. Non spiega tutto la grande coscienza dell’impatto ambientale, sindacale, umano, verso il tema, in un paese dove i movimenti sociali esprimono la maggioranza di governo. McDonald’s, per capirci, non è rifiutato per motivi politici ma per più sedimentati motivi culturali. In sintesi l’ideologia del fast-food sarebbe l’antitesi della naturale cultura dello slow food boliviana, dove il tempo di preparazione, e la condivisione di questo, è tanto importante come l’atto del mangiare in sé. I boliviani, neanche i giovani, nei locali della catena non si sentirebbero a loro agio.</p>
<p>Evidentemente il caso boliviano non fa di per sé scuola. In altri paesi, come il Messico (il secondo per obesità al mondo dopo gli Stati Uniti) o il Venezuela, il cibo spazzatura, McDonald’s e non, continua a dominare. Sarebbero più di 1000 i McDonald’s in Messico, 480 in Brasile, quasi 200 in Argentina, 180 in Venezuela, un centinaio in Colombia, 55 in Cile, 20 in Perù (un numero più basso rispetto alla media di popolazione da far pensare ad una situazione preboliviana), 19 in Ecuador, altrettanti in Uruguay, 7 in Paraguay.</p>
<p>Nel mondo i “ristoranti” McDonald’s sono più di 25.000 dei quali oltre la metà negli Stati Uniti. In Italia sono circa 400 e almeno altri due paesi, l’Iran e l’Islanda, oltre alla Bolivia, sono stati abbandonati dalla catena in tempi e per motivi diversi. Il caso boliviano di scarsa appetibilità di un prodotto costruito per essere appetibile ben al di là di qualità e altre considerazioni sociali, è però unico. Il fatto che nel mondo della globalizzazione neoliberale, del pensiero unico e del consumo unico, uno dei simboli del totalitarismo mercatista chiuda per il semplice disinteresse di un popolo ad acquistare quel prodotto, è una buona notizia.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Il movimento studentesco cileno costringe alle dimissioni un altro Ministro dell&#8217;Educazione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 23:27:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Harald Beyer (foto) è il terzo ministro dell’educazione da quando il movimento studentesco cileno ha cominciato a scendere in piazza nello scorso aprile esigendo educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti a Santiago del Cile. La sua nomina, che segue di poche ore le dimissioni del suo predecessore Felipe Bulnes, fatte passare come dovute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Camila.jpg"><img style="background-image: none; margin: 0px auto 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; padding-top: 0px; border: 0px;" title="Camila" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Camila_thumb.jpg" border="0" alt="Camila" width="554" height="186" /></a>Harald Beyer (foto) è il terzo ministro dell’educazione da quando il movimento studentesco cileno ha cominciato a scendere in piazza nello scorso aprile esigendo educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti a Santiago del Cile. La sua nomina, che segue di poche ore le dimissioni del suo predecessore Felipe Bulnes, fatte passare come dovute a questioni personali, testimonia tanto l’indurimento del conflitto che da quasi un anno tiene in scacco la società cilena, quanto l’incapacità del governo di far fronte alla forza e alla coscienza dell’enorme movimento che chiede la fine del modello pinochetista e del lucro nel sistema educativo del paese australe.</p>
<p><span id="more-17286"></span></p>
<p>Beyer, economista,  accademico, considerato un tecnocrate e fervente credente nel darwinismo sociale che è alla base dell’ideologia neoliberale, è un duro che si è sempre mostrato contrario ad un sistema educativo per tutti. Il gioco per il neoministro allora è quello di convincere i cileni che a fianco di un sistema d’élite destinato alle classi dirigenti, possa stare in piedi anche un sistema pubblico di qualità che comunque resterebbe sottofinanziato e non in condizione di competere col privato. Tutti i primi commenti alla nomina di Beyer da parte del movimento studentesco sono duramente negativi ed hanno già manifestato di non avere alcuna intenzione di incontrare il ministro.</p>
<p>Eppure Felipe Bulnes, predecessore di Beyer, in carica da luglio, e dimessosi il 30 dicembre, aveva tutto per riuscire. Avvocato, giovane, brillante esponente della vera aristocrazia cilena ma con un profilo più moderato rispetto al presidente Sebastían Piñera, sembrava la faccia presentabile del regime neoliberale cileno. Bulnes aveva l’esperienza adatta per sfiancare il movimento studentesco cileno atteso al riflusso dopo mesi di mobilitazioni. Questo aveva costretto alle dimissioni il predecessore di Bulnes, quel Joaquín Lavín, ex-enfant prodige del neoliberalismo cileno, sconfitto nelle presidenziali 1999 da Ricardo Lagos e che si era fatto scoppiare tra le mani l’enorme mobilitazione studentesca che da nove mesi tiene in scacco uno degli ultimi governi di destra della regione. Il dialogante Bulnes doveva riuscire a sgonfiare il movimento che nella comunista Camila Vallejo (foto) aveva trovato una dirigente di caratura mondiale. Invece è stato anch’egli costretto alla resa a testimonianza che il modello educativo privatizzato e classista, instaurato dai Chicago Boys col sangue dei desaparecidos della dittatura di Augusto Pinochet, non sta più in piedi.</p>
<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/ip-e1319646679684.jpg"><img style="background-image: none; margin: 0px 10px 10px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; padding-top: 0px; border: 0px;" title="ip-e1319646679684" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/ip-e1319646679684_thumb.jpg" border="0" alt="ip-e1319646679684" width="244" height="237" align="left" /></a>Sebastián Piñera, ancora presentato sul mainstream mediatico come un politico di successo, è oramai alla disperazione. Dopo i fasti televisivi della liberazione dei 33 minatori, quando aveva saputo capitalizzare lo stare per settimane col favore di telecamera a fianco al pozzo dove i poveri lavoratori erano rinchiusi a causa della deregulation del settore minerario dettata dal modello neoliberale, Piñera si va rivelando per quel berluschino che è e i cileni stanno dimostrando di non voler più merce avariata. Appena il 23% lo appoggia ancora e ben il 62% lo disapprova. Sono dati catastrofici, i peggiori per qualunque presidente dal ritorno alla democrazia nel 1990. In cambio (fonte CEP) ben il 70% dei cileni appoggia il movimento studentesco, un dato insolito a livello mondiale per movimenti di questo tipo, soprattutto dopo così tanti mesi di un conflitto che ha paralizzato l’anno accademico e scolastico nel paese ma ha visto sempre i genitori e gran parte della società a fianco degli studenti.</p>
<p>Il movimento è in queste settimane semisilente -in Cile è piena estate- ma pronto a riprendere con più forza il prossimo marzo. Affronterà Beyer, nuovamente un uomo del conflitto come Lavín. Gli studenti continueranno a chiedere più educazione pubblica e la fine del lucro e il ministro risponderà con più individualismo e più profitto, mascherati come libertà di scelta. Tra tutti i movimenti che nel 2011 sono comparsi a livello mondiale, i vari indignados, occupy e primavere arabe, quello cileno è quello che ha mantenuto più a lungo il campo sulla base di una chiarezza ideologica e senza alcun dubbio nello schierarsi politicamente a sinistra. Adesso si prepara il momento dello scontro finale. O con Camila Vallejo o con Harald Beyer. O con il movimento studentesco o con i “momios” neoliberali.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Il movimento studentesco cileno costringe alle dimissioni un altro Ministro dell&#8217;Educazione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 23:27:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Harald Beyer (foto) è il terzo ministro dell’educazione da quando il movimento studentesco cileno ha cominciato a scendere in piazza nello scorso aprile esigendo educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti a Santiago del Cile. La sua nomina, che segue di poche ore le dimissioni del suo predecessore Felipe Bulnes, fatte passare come dovute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Camila.jpg"><img style="background-image: none; margin: 0px auto 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; padding-top: 0px; border: 0px;" title="Camila" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Camila_thumb.jpg" border="0" alt="Camila" width="554" height="186" /></a>Harald Beyer (foto) è il terzo ministro dell’educazione da quando il movimento studentesco cileno ha cominciato a scendere in piazza nello scorso aprile esigendo educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti a Santiago del Cile. La sua nomina, che segue di poche ore le dimissioni del suo predecessore Felipe Bulnes, fatte passare come dovute a questioni personali, testimonia tanto l’indurimento del conflitto che da quasi un anno tiene in scacco la società cilena, quanto l’incapacità del governo di far fronte alla forza e alla coscienza dell’enorme movimento che chiede la fine del modello pinochetista e del lucro nel sistema educativo del paese australe.</p>
<p><span id="more-17286"></span></p>
<p>Beyer, economista,  accademico, considerato un tecnocrate e fervente credente nel darwinismo sociale che è alla base dell’ideologia neoliberale, è un duro che si è sempre mostrato contrario ad un sistema educativo per tutti. Il gioco per il neoministro allora è quello di convincere i cileni che a fianco di un sistema d’élite destinato alle classi dirigenti, possa stare in piedi anche un sistema pubblico di qualità che comunque resterebbe sottofinanziato e non in condizione di competere col privato. Tutti i primi commenti alla nomina di Beyer da parte del movimento studentesco sono duramente negativi ed hanno già manifestato di non avere alcuna intenzione di incontrare il ministro.</p>
<p>Eppure Felipe Bulnes, predecessore di Beyer, in carica da luglio, e dimessosi il 30 dicembre, aveva tutto per riuscire. Avvocato, giovane, brillante esponente della vera aristocrazia cilena ma con un profilo più moderato rispetto al presidente Sebastían Piñera, sembrava la faccia presentabile del regime neoliberale cileno. Bulnes aveva l’esperienza adatta per sfiancare il movimento studentesco cileno atteso al riflusso dopo mesi di mobilitazioni. Questo aveva costretto alle dimissioni il predecessore di Bulnes, quel Joaquín Lavín, ex-enfant prodige del neoliberalismo cileno, sconfitto nelle presidenziali 1999 da Ricardo Lagos e che si era fatto scoppiare tra le mani l’enorme mobilitazione studentesca che da nove mesi tiene in scacco uno degli ultimi governi di destra della regione. Il dialogante Bulnes doveva riuscire a sgonfiare il movimento che nella comunista Camila Vallejo (foto) aveva trovato una dirigente di caratura mondiale. Invece è stato anch’egli costretto alla resa a testimonianza che il modello educativo privatizzato e classista, instaurato dai Chicago Boys col sangue dei desaparecidos della dittatura di Augusto Pinochet, non sta più in piedi.</p>
<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/ip-e1319646679684.jpg"><img style="background-image: none; margin: 0px 10px 10px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; padding-top: 0px; border: 0px;" title="ip-e1319646679684" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/ip-e1319646679684_thumb.jpg" border="0" alt="ip-e1319646679684" width="244" height="237" align="left" /></a>Sebastián Piñera, ancora presentato sul mainstream mediatico come un politico di successo, è oramai alla disperazione. Dopo i fasti televisivi della liberazione dei 33 minatori, quando aveva saputo capitalizzare lo stare per settimane col favore di telecamera a fianco al pozzo dove i poveri lavoratori erano rinchiusi a causa della deregulation del settore minerario dettata dal modello neoliberale, Piñera si va rivelando per quel berluschino che è e i cileni stanno dimostrando di non voler più merce avariata. Appena il 23% lo appoggia ancora e ben il 62% lo disapprova. Sono dati catastrofici, i peggiori per qualunque presidente dal ritorno alla democrazia nel 1990. In cambio (fonte CEP) ben il 70% dei cileni appoggia il movimento studentesco, un dato insolito a livello mondiale per movimenti di questo tipo, soprattutto dopo così tanti mesi di un conflitto che ha paralizzato l’anno accademico e scolastico nel paese ma ha visto sempre i genitori e gran parte della società a fianco degli studenti.</p>
<p>Il movimento è in queste settimane semisilente -in Cile è piena estate- ma pronto a riprendere con più forza il prossimo marzo. Affronterà Beyer, nuovamente un uomo del conflitto come Lavín. Gli studenti continueranno a chiedere più educazione pubblica e la fine del lucro e il ministro risponderà con più individualismo e più profitto, mascherati come libertà di scelta. Tra tutti i movimenti che nel 2011 sono comparsi a livello mondiale, i vari indignados, occupy e primavere arabe, quello cileno è quello che ha mantenuto più a lungo il campo sulla base di una chiarezza ideologica e senza alcun dubbio nello schierarsi politicamente a sinistra. Adesso si prepara il momento dello scontro finale. O con Camila Vallejo o con Harald Beyer. O con il movimento studentesco o con i “momios” neoliberali.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Nazionalizzazione Exxon, stravince Hugo Ch&#225;vez</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 14:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Camera di Commercio Internazionale (ICC) ha stabilito che il governo venezuelano dovrà versare alla compagnia petrolifera Exxon 908 milioni di dollari a titolo di indennizzazione per la nazionalizzazione della stessa in Venezuela. La cifra rappresenta una sconfitta totale per la multinazionale che pretendeva 10 miliardi di dollari ed è inferiore al miliardo offerto dallo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Exxon.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: right; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="Exxon" border="0" alt="Exxon" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2012/01/Exxon_thumb.jpg" width="148" height="85" /></a>La Camera di Commercio Internazionale (<a href="http://www.iccwbo.org/" target="_blank">ICC</a>) ha stabilito che il governo venezuelano dovrà versare alla compagnia petrolifera Exxon 908 milioni di dollari a titolo di indennizzazione per la nazionalizzazione della stessa in Venezuela. La cifra rappresenta una sconfitta totale per la multinazionale che pretendeva 10 miliardi di dollari ed è inferiore al miliardo offerto dallo stesso governo di Hugo Chávez. Resta da definire il conflitto con la ConocoPhillips che pretende dal governo bolivariano 31 miliardi di dollari per operare come socio di minoranza nella zona dell’Orinoco, la più grande riserva al mondo di greggio.</p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>Il cancro colpisce anche Cristina Fern&#225;ndez de Kirchner</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 06:49:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cristina Fernández]]></category>
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		<description><![CDATA[Forse qualcuno nelle strade di Buenos Aires, nei bagni dell’FMI o nelle redazioni dei grandi giornali argentini e internazionali tornerà a scrivere “Viva il cancro” come fecero nei primi anni ‘50 per quello che portò alla morte Eva Perón il 26 luglio 1952. Di certo quello che ha colpito la dirigente peronista e presidente argentina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2011/12/cristina-fernandez.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 10px 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: left; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="cristina-fernandez" border="0" alt="cristina-fernandez" align="left" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2011/12/cristina-fernandez_thumb.jpg" width="204" height="173" /></a>Forse qualcuno nelle strade di Buenos Aires, nei bagni dell’FMI o nelle redazioni dei grandi giornali argentini e internazionali tornerà a scrivere “Viva il cancro” come fecero nei primi anni ‘50 per quello che portò alla morte Eva Perón il 26 luglio 1952. </p>
<p>Di certo quello che ha colpito la dirigente peronista e presidente argentina Cristina Fernández, a due mesi dalla straordinaria rielezione e a 13 dalla morte del marito ed ex-presidente Néstor Kirchner, è l’ennesima prova per la rinascita dell’Argentina. Il tumore alla tiroide, che sarebbe pienamente sotto controllo, è stato riscontrato alla presidente lo scorso 22 dicembre e reso noto ieri con un comunicato della Casa Rosada. </p>
<p>Sarà operato il 4 gennaio 2012 e la presidente riprenderà le sue funzioni il giorno 24 gennaio (il primo mese dell’anno in Argentina corrisponde all’agosto boreale e quindi tutta l’attività politica è ridotta) dopo 20 giorni di convalescenza.</p>
<p>  <span id="more-17125"></span>
<p>Oltre alla morte di Néstor Kirchner, per problemi cardiaci ad appena 60 anni nel novembre 2010, il tumore di Cristina Fernández è l’ennesimo che colpisce le donne e gli uomini politici che stanno segnando la rinascita dell’America latina e l’integrazione del Continente dopo le dittature fondomonetariste e la lunga notte neoliberale. Sia il presidente uruguayano Pepe Mujíca che quella brasiliana Dilma Rousseff sono stati in cura per tumori negli anni immediatamente anteriori alle loro elezioni. Già in carica sia il presidente del Paraguay Fernando Lugo nel luglio 2010 che quello del Venezuela Hugo Chávez nel giugno passato, sono stati vittime di diverse forme di tumori. Inoltre dall’ottobre 2011 l’ex presidente brasiliano Lula è in trattamento per un cancro alla laringe.</p>
<p>In Twitter è possibile seguire l’account <a href="https://twitter.com/#!/CFKArgentina" target="_blank">@CFKArgentina</a> che ha pubblicato il <a href="http://www.casarosada.gov.ar/component/content/article/141-ultimas-noticias/25638-comunicado-de-la-unidad-medica-presidencial-de-la-nacion" target="_blank">comunicato medico</a> con l’annuncio della malattia e l’hashtag <a href="https://twitter.com/#!/search/%23fuerzacristina" target="_blank">#fuerzacristina</a> dove stanno arrivando migliaia di messaggi di solidarietà alla presidente del paese australe. </p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fondo Monetario Internazionale e vivere felici</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 23:16:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gennaro Carotenuto</dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2011/12/cacerolazo2.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 0px 10px 10px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: inline; float: right; border-top: 0px; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="cacerolazo2" border="0" alt="cacerolazo2" align="right" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2011/12/cacerolazo2_thumb.jpg" width="404" height="275" /></a>Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.</p>
<p>  <span id="more-17091"></span>
<p>Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’FMI era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo. Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano.</p>
<p>In quei giorni, in quello che per decenni il FMI aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: “que se vayan todos”, che vadano via tutti. Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti.</p>
<p>I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava -anche in Italia- sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro. Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ’70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno. </p>
<p>La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date chiave di tale processo sono due: Nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’ALCA di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. Nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col FMI: “non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati” dissero mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata. Per anni i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’FMI. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi media internazionali –quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo- avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.</p>
<p>Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società. </p>
<p>A dieci anni dal crollo l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e dall’acqua alle poste alle aerolinee molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del PIL e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: “meglio, molto meglio, là”.</p>
<p><a href="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2011/12/mafaldacristina1.jpg"><img style="background-image: none; border-bottom: 0px; border-left: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px; padding-top: 0px" title="mafaldacristina" border="0" alt="mafaldacristina" src="http://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2011/12/mafaldacristina_thumb1.jpg" width="554" height="465" /></a></p>
<p class="postAuthorLink">Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it </p>]]></content:encoded>
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