Thursday 09 February 2012, 03:39

Gli articoli scritti da Paolo Maccioni

Morto a 86 anni il cardinale Pio Laghi. Il nunzio che giocava a tennis col genocida Jorge Videla

pio

Il coccodrillo dell’AGI ne parla come di un uomo saggio e pio, come il suo nome promette. Arriva a scrivere: “dal ‘76 all’ ‘80 nunzio in Argentina (dove i suoi tentativi di mitigare la durezza della dittatura militare furono criticati fino all’accusa di connivenza con i sanguinari generali)” …

Chi conosce la storia dell’ultima dittatura argentina, chi ha letto i libri di chi ha conservato la memoria di quell’orrenda stagione (parecchi dei quali usciti pure in italiano) sa che il comunicato dell’AGI restituisce una storia fallace, inaccettabile. Il 27 aprile 1995 il cardinale Laghi dichiarava: “come potevo supporre che stavo trattando con dei mostri, capaci di buttare persone dagli aerei e altre atrocità simili? Mi si accusa di delitti spaventosi per omissione di aiuto e di denuncia, quando il mio unico peccato era l’ignoranza di ciò che veramente capitava …”.

Segnalo l’ottima intervista di Maurizio Torrealta al Perro Verbitsky (l’autore de Il volo) nella quale si sostiene che Laghi fosse iscritto alla P2 e che Paolo VI sia stato indotto al silenzio proprio dalla Chiesa argentina, probabilmente la più reazionaria al mondo (gc).

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The Observer: “Berlusconi è tornato, più sfacciato che mai”

Traduzione dell’articolo “Berlusconi is back and more brash than ever ” apparso domenica 29 giugno su The Observer (edizione domenicale di The Guardian). Leggi qui l’originale

Berlusconi è tornato, più sfacciato che mai

L’abbronzato leader italiano è accusato di perseguitare i nomadi e di sottrarsi alle accuse di corruzione assegnandosi l’immunità dalle inchieste. Tuttavia trova il tempo di sollecitare parti per le sue attrici favorite. Ed Vulliamy da Roma. … Leggi tutto

Horacio Verbitsky sul ruolo del Comando Sur degli Usa nella crisi Colombia-America Latina

Stralcio dell’articolo di Horacio Verbitsky su Página12 del 9 marzo 2008.

Il Comando Sur nella crisi regionale. It’s the economy. È il mercato.

Nonostante l’esplicito appoggio politico di George W. Bush, la solitudine politica del presidente colombiano Álvaro Uribe al vertice del Gruppo di Río è stata così schiacciante che dopo essersi difeso come una belva in gabbia ha dovuto concedere quasi tutto ciò a cui aveva resistito durante il teso dibattito. Uribe ha firmato un testo che ratifica l’inviolabilità della sovranità territoriale e promette di non ripetere l’attacco, qualche minuto dopo aver affermato che la sicurezza delle persone è più importante del territorio e che così ritiene il suo popolo. Perciò, al di là della celebrazione per la raggiunta riappacificazione, non ci sarà da confidare troppo nel suo pieno compimento.

Uribe ha pure avuto problemi nel suo paese a causa del legame del suo settore politico con i paramilitari ed il narcotraffico. Ottanta parlamentari sono stati processati per quella che in Colombia si chiama parapolitica. Uno degli indagati è suo cugino, l’ormai ex senatore Mario Uribe. Il presidente della Corte Suprema di Giustizia, César Julio Valencia, ha detto che Uribe ha fatto intercessioni per il suo parente in maniera rude. Il presidente ha negato, benché abbia ammesso di aver fatto reclamo per un tentativo di un suo coinvolgimento nel caso. Il 24 gennaio querelò per calunnia e ingiuria Valencia. Gli altri membri del tribunale hanno affermato che Valencia non aveva agito a titolo personale ma istituzionale, in difesa dell’autonomia dei giudici.

Specialisti argentini sospettano che l’incursione nel territorio ecuadoriano sia stata opera diretta dei militari statunitensi, che hanno usato bombe intelligenti. “La Colombia non ha questa capacità operativa”, considera il maggior esperto argentino sul conflitto regionale. Settori del governo ritengono che l’operazione sia stata fatta conoscere a Uribe quando tutto era già pronto per realizzarla. Ritengono che proprio per questo egli abbia detto di assumersi tutta la responsabilità, frase inusuale per una decisione autonoma. In ogni caso, Uribe non ha altra scappatoia politica della strada militare.

In uno degli interminabili scambi verbali dell’ultima settimana, Correa ha detto che con la morte di Raúl Reyes, Uribe aveva il trofeo di cui aveva bisogno per appianare l’ostacolo costituzionale ad un terzo mandato. In questo senso sta meglio di Chávez, battuto nel referendum costituzionale dello scorso anno. Il venezuelano però non ha giocato alla guerra. Il cambio di atteggiamento di Uribe è cominciato dopo la riunione a due con Cristina Fernández de Kirchner la mattina di giovedì. L’informazione che il governo ecuadoriano ha inoltrato a quello argentino indica che gli aerei provenienti dalla Colombia hanno effettuato una incursione profonda e a grande altezza nel territorio ecuadoriano e nel percorso di rientro hanno scaricato i loro missili. Durante la riunione del Consiglio Permanente della OEA (Organizzazione Stati Americani) perfino il rappresentante di Washington ha ammesso che le forze colombiane hanno violato il territorio ecuadoriano e ha firmato la dichiarazione che lo considera inammissibile, con qualsiasi motivo ed anche in forma occasionale.

Gli Stati Uniti possono appoggiare, dirigere o perfino realizzare un’operazione come Sucumbios e al tempo stesso firmare una dichiarazione a sostegno della sovranità e del non-intervento a causa della struttura bifronte con cui si occupano della regione. Nel suo libro “The Mission. Waging War and Keeping Peace with America’s Military” (La Missione. Scatenare la guerra e mantenere la pace con l’Esercito Americano”) la giornalista del quotidiano The Washington Post Dana Priest descrive la sostituzione della cancelleria nella formulazione ed esecuzione della politica estera statunitense. Con più di un migliaio di persone, il Comando Sur supera la quantità di specialisti in America Latina delle Segreterie di Stato, di Difesa, Agricoltura Commercio e Tesoro messe insieme. Un Segretario di Stato, che in genere dura quattro anni in carica, visita circa tre volte la regione, mentre in due anni del suo mandato un capo del Comando Sur la visita più di ottanta volte, paese per paese. Nei prossimi giorni l’attuale capo, l’ammiraglio Jim Stavridis, che studia un’ora al giorno lo spagnolo per cercare di capire qualcosa della regione che crede di governare, presenterà alla Commissione delle Forze Armate del Congresso la dichiarazione annuale richiesta per ottenere il suo budget. Queste “Statement Postures” hanno luogo tutti i mesi di marzo e costituiscono una opportunità per dare indicazioni le linee generali e i fondamenti della sua politica. Nel 1998 il generale Charles E. Wilhelm disse che “il Venezuela da solo fornisce agli Stati Uniti la stessa quantità di petrolio che gli stati del Golfo Persico messi insieme” e che le grandi riserve di petrolio in Colombia ed Ecuador mettono in luce “l’importanza strategica delle risorse energetiche di questa regione.” Nel 2004 il generale James T. Hill rivelò davanti al Congresso e in una serie di conferenze davanti ad accademici ed imprenditori (al Consiglio delle Americhe, alla Associazione Colombiano-Statunitense, al Consiglio Cubano-Statunitense) che il commercio del suo paese con l’America Latina ed i Caraibi arrivava a 360 miliardi di dollari annuali, quasi come quello con tutta l’Europa, e che per il 2010 supererà il commercio degli Usa con Giappone ed Europa sommati. Nel 2003 le imprese nordamericane hanno venduto ai paesi del Mercosur “più che alla Cina e all’India messe insieme”, più alla Repubblica Domenicana che all’India, più all’Honduras che alla Russia, più ai Caraibi che a Indonesia, Russia e Cina messe insieme. Lo scambio diretto statunitense in America Latina e Caraibi superò i 270 miliardi di dollari, un 20% del totale degli scambi nel mondo e più che in Medio Oriente, Asia e Africa sommate. La regione fornisce più del 32% delle importazioni statunitensi di petrolio, più di tutti i paesi del Medio Oriente. La Cuenca del Amazonas possiede il 20% delle fonti di acqua dolce del mondo e il 25% dell’ossigeno del pianeta e dalle sue piante uniche al mondo si ricava il 25% dei preparati farmaceutici prodotti negli Stati Uniti. Nel 2005 il generale Branz Craddok fissò come priorità la cosiddetta Guerra contro il Terrorismo per impedire che la regione potesse servire come santuario operativo contro gli Usa e i suoi interessi nella regione e dichiarò la sua preoccupazione per l’influenza venezuelana. L’anno scorso, l’ammiraglio Jim Stavridis informò che la fornitura di petrolio della regione era aumentata, raggiungendo il 34% di tutte le importazioni degli Usa. Questo combustibile passa per il canale di Panama. La priorità del Comando Sur è la Colombia, alla quale un secolo fa Washington strappò la frangia di terra che oggi è la repubblica di Panama.

Gli accordi di Santo Domingo respingono la dottrina dell’attacco preventivo e cozzano con la visione dell’America latina e dei Caraibi che il Comando Sur promuove. Il documento “Socio delle Americhe”, che il Comando Sur ha approvato nel 2007 sostiene che la sicurezza degli Stati Uniti sarà garantita mediante la “difesa anticipata” al di fuori del suo territorio ed il fomento della stabilità e la prosperità della regione, compiti che non competono alle Forze Armate né di sicurezza.

Spionaggio USA dietro il furto dei computer Petrobras?

SPIONAGGIO USA DIETRO IL FURTO DEL MATERIALE INFORMATICO DELLA PETROBRAS?

Se lo chiede il Jornal do Brasil, vedi (in portoghese)

http://jbonline.terra.com.br/sitehtml/papel/economia/papel/2008/02/19/economia20080219009.html

Il detective Bechara Jalkh, uno fra i massimi esperti nelle investigazioni industriali del Paese, ritiene che gli americani siano coinvolti nel furto informatico con informazioni strategiche della Petrobras (la compagnia petrolifera brasiliana, ndt). Con più di 54 anni di esperienza, Bechara Jalkh nota che i ladri hanno rubato ciò che era di massimo valore, cosa che esclude qualsiasi possibilità di classificare il fatto come un crimine comune. Nelle considerazioni del detective, gli Stati Uniti capeggiano la lista dei sospettati per il fatto di avere necessità di petrolio e di disporre delle risorse e della tecnologia per investire nel settore.

Bechara ricorda che, qualche tempo fa, gli Usa già avevano esercitato pressioni per far scendere il prezzo del barile di petrolio sul mercato.

Lo spionaggio è comune nell’industria petrolifera. Secondo Bechara Jalkh, il Brasile è molto più appetitoso in questo campo rispetto a dieci anni fa. Per contro osserva che il lavoro dell’intelligence nel paese non sia più efficiente da molto tempo.

«Molti scandali di compagnie statali non giungono al pubblico – rivela il detective. – Esistono molte debolezze di cui solo chi lavora nella sicurezza è a conoscenza». Nel caso della Petrobras, lo specialista di investigazioni ricorda che molti funzionari della compagnia Halliburton – che già fu diretta dall’ex vice presidente Usa Dick Cheney – hanno accesso ad informazioni riservate dello Stato.

«Sarà molto difficile scoprire il responsabile, se realmente resta comprovato che è stato qualcuno da fuori del Paese – spiega Bechara Jalkh. – La Petrobras ha l’obbligo di disporre vedette e controlli in tutti i settori. Il governo federale investe abbastanza denaro per ottenere informazioni quotidiane attraverso la Agencia Brasiliana di Intelligence (Abin)».

«Si spende una fortuna nei Servizi e il presidente Lula non sa niente – aggiunge. – Di sicuro qualcuno sapeva dei casi passati, come lo scandalo del fratello di Lula, delle Poste e di Roberto Jefferson (deputato della coalizione di Lula, ndt)».

Il materiale trafugato (due laptop e un hardisk, ndt) stava in un container della compagnia Halliburton, che è partito dal porto di Santos il 18 gennaio.

Sul tema consulta pure il blog di Colin Brayton (in inglese)

http://cbrayton.wordpress.com/2008/02/17/brazil-halliburton-boiled-in-oil-over-shopped-laptops/

Argentina: a volte ritornano

All’indomani dell’inchiesta pubblicata dal quotidiano argentino Página/12 del grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, ecco oggi un caso analogo.
Appena ieri Verbistky svelava che il neodesignato viceministro di sicurezza di Mendoza, il commissario Carlos Rico Tejeiro, aveva fatto parte durante la dittatura di un organismo speciale creato per sequestrare persone durante il campionato mondiale di calcio del 1978. … Leggi tutto

Horacio Verbitsky: Stato e Chiesa in Argentina

Il grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, sul quotidiano Página12 del 3 febbraio 2008, riepiloga la storia dei controversi rapporti fra Stato e Chiesa in Argentina, traendo spunto da due notizie: respinta dal Vaticano la nomina di un ambasciatore divorziato; il Congresso dispone lo scioglimento del Vescovato castrense.

Qui un estratto dell’articolo dal titolo «Assalto alla modernità».

L’ambasciata argentina presso il Vaticano resterà vacante per quattro anni e in una legge il Congresso disporrà lo scioglimento del vescovato militare. Allo stesso tempo, il governo nazionale cercherà di mantenere relazioni di mutuo rispetto con l’Episcopato argentino, che non ha preso parte alla decisione vaticana di ricusare il placet all’ambasciatore Alberto Juan Bautista Iribarne, amico personale di uno dei vescovi più influenti del paese e figlio di un pio ufficiale dell’esercito. Il piccolo stato di 821 abitanti, nato a seguito dei patti lateranensi che Pio XI e Benito Mussolini firmarono nel 1929, ha fatto sapere che non lo accetterà perché prima di coniugarsi con María Belén Trigo, nove anni fa, divorziò da Inés Urdapilleta, che ha spiegato invano quanto sia un buon padre suo marito. I vescovi locali non sono intervenuti neppure nella crisi che si è sviluppata dal febbraio del 2005 quando il vescovo castrense Antonio Baseotto ha suggerito di comporre le divergenze con la politica sulla Salute del ministro Ginés González García gettandolo in mare con una pietra al collo.

La bocciatura vaticana di Iribarne e le sue prevedibili conseguenze faciliteranno la posizione belligerante contro il governo del presidente della Chiesa argentina Jorge Bergoglio, e renderanno più duro l’impegno dei vescovi “dialoghisti”, come gli altri membri della Commissione Esecutiva, Agustín Radrizzani e Sergio Fenoy, ed il responsabile politico del Episcopato, Alcides Casaretto, che non vedono la convenienza né l’ineluttabilità di una frattura, specialmente alla luce dei reiterati segnali di buona volontà espressi dalla presidente Cristina Fernández Kirchner.

Quando il Senato assentì per la designazione di Iribarne, il nunzio apostolico Adriano Bernardini indagò presso diversi funzionari del Cerimoniale e della Segreteria del Culto sulla vita privata dell’ambasciatore. L’occasione gli si presentò grazie alla insolita omissione dello stato civile nel curriculum vitae del funzionario. Il nunzio si interessò prima della situazione matrimoniale di Iribarne quindi delle sue convinzioni: “È sposato? È cattolico?”, domandò.

Quando si stava profilando la possibilità del rifiuto, la presidente Cristina Fernández Kirchner prese in esame due alternative: lasciare l’ambasciata nelle mani del plenipotenziario Hugo Gobbi, un diplomatico designato dall’ex presidente Raúl Alfonsín, o scegliere un nuovo candidato e sottoporlo allo scrutinio di Benedetto XVI e ai suoi dicasteri romani. La prima strada era la più semplice: l’ambasciata in Vaticano ha funzioni solo protocollari, dato che il pilastro delle relazioni bilaterali è

il nunzio apostolico nel paese. Un ostacolo alla seconda possibilità era la riduzione dell’universo delle alternative: quattro milioni di cittadini convivono come Iribarne con una persona fuori dal matrimonio. Secondo il censimento del 2001, 14,5 milioni di abitanti con più di 14 anni vivono in coppia ma solo10,6 milioni sono sposati. Significa che il 27% della popolazione adulta argentina rientra nella categoria degli indesiderabili per la sede apostolica. Questo aiuta a capire la posta in gioco in questo episodio: la bocciatura di Iribarne è un’impugnazione confessionale agli stili di vita che con libertà i cittadini argentini scelgono. Nessun governo che si rispetti può accettare un simile anatema, tanto meno uno come quello di Cristina Fernández Kirchner le cui proposte di riforma alla legge del registro delle persone fisiche intendono democratizzare la vita quotidiana indipendentemente dal sesso o dallo stato civile. Un ipodotato con microfono ha accusato il governo con uno straordinario paragone: la nomina di un divorziato a Roma equivarrebbe a quella di un nazista in Israele!

Per evitare fraintendimenti il governo ha fatto sapere che non ci sarebbe stata una seconda nomina. Lo stesso messaggio fu trasmesso a Roma e a Buenos Aires dall’ambasciatore uscente, Carlos Custer, al sostituto della Segreteria di Stato vaticana per le relazioni generali, Fernando Filoni e dal segretario del Culto, Guillermo Oliveri, al nunzio Bernardini. Entrambi i prelati stabilirono nel contorto linguaggio delle insinuazioni che il nullaosta a Iribarne non era impossibile ed esplorarono

due ipotesi: che l’ambasciatore accettasse l’esclusione di sua moglie da qualunque attività cerimoniale, secondo il modello che il Vaticano impose alla moglie dell’ex presidente messicano Vicente Fox durante una visita al Papa, e che il governo negoziasse la situazione del Vescovato militare. Entrambe le proposte furono declinate, una da Iribarne, che non era disposto ad accettare una tale iniquità, e l’altra dal governo: una situazione non poteva condizionare l’altra e la designazione di Iribarne aveva il proposito di sciogliere quel nodo perché, a differenza di Custer che è un uomo di Chiesa, l’ex ministro risponde al governo di cui faceva parte.

Da Lafitte a Baseotto

Il vicariato militare fu creato nel 1957 per decreto dei dittatori Pedro Eugenio Aramburu e Isaac Francisco Rojas, convertito nel 1992 in vescovato militare per decreto di Carlos Menem. Questi decreti ufficializzarono i rispettivi accordi negoziati con la Santa Sede, durante i pontificati di Pio XII e di Giovanni Paolo II. Il Congresso non li ratificò mai, in virtù della sua piena facoltà (art. 64 della Costituzione del 1853, art. 68 di quella del 1949 e 75 della vigente) di “approvare o respingere” i “concordati col Soglio Pontificio” o con la Santa Sede secondo la variabile terminologia.

Per imposizione di Aramburu e Rojas il primo titolare del vicariato castrense fu l’arcivescovo di Córdoba Fermín Emilio Lafitte, organizzatore dei comandos civili che realizzarono il golpe militare che nel 1955 depose il presidente Juan Perón.

Pio XII trasmise a Lafitte una orazione perché fosse recitata dai militari argentini, i quali venivano definiti come soldati cristiani. “Sotto le bandiere di una nazione dalla fulgida storia e dalla integra tradizione cattolica vegliamo affinché non sia alterato l’imperio della legge e della giustizia e assicuriamo l’ordine e la pace che sono indispensabili perché la Patria viva tranquilla”, diceva. Il pontefice convalidava così il ruolo poliziesco che raggiunse la sua forma estrema con le fucilazioni del giugno del 19561. Nei due decenni seguenti questa deriva della loro missione devasterà le Forze Armate e, attraverso esse, la Nazione argentina. I successori di Lafitte fra il 1959 e il 1981, Antonio Caggiano e Adolfo Tortolo, furono presidenti della Conferenza Episcopale ed ebbero allo stesso tempo una importanza fondamentale nell’inculcare agli ufficiali delle Forze Armate la dottrina della sicurezza nazionale, nella sua versione francese della guerra controrivoluzionaria, che fu applicata con tragici risultati a partire dal 19762. Nel 2002, su richiesta del senatore Duhalde, il Vaticano designò come vescovo castrense Antonio Baseotto, che in visita presso la Corte Suprema di Giustizia chiese ai componenti di fermare i processi per le violazioni dei diritti umani. Nel febbraio del 2005, in seguito alla lettera di Baseotto a Ginés González García3, il Potere Esecutivo sollecitò il Vaticano perché designasse un altro vescovo castrense. Di fronte alla risposta negativa, Kirchner firmò il decreto di cessazione come Segretario di Stato, nel quale sostenne che quella metafora evocava i voli della morte. Baseotto rispose provocatoriamente che non gli constava che fossero esistiti i voli della morte durante “la famosa dittatura”, benché il suo segretario nel vescovato era il capitano di fregata Alberto Angel Zanchetta, che come cappellano della ESMA4, placava con le parabole bibliche sulla separazione fra il grano e la gramigna i rimorsi dei militari che rientravano dalle macabre operazioni5.

Il trattato in vigore stabilisce che l’incarico è definito dal Papa, con l’accordo del Presidente, ma non dice nulla sui meccanismi di rimozione. Mentre il governo nazionale intendeva che chi dà l’assenso può pure ritirarlo, il Vaticano sostenne che la rimozione di un vescovo non compete al potere temporale.

L’ostinazione del vaticano a mantenere Baseotto per due lunghi anni, finché non sopraggiungesse l’età fissata per la giubilazione ecclesiastica, riaprì il mal richiuso capitolo della condotta della gerarchia cattolica durante gli anni del terrorismo di Stato, con grande fastidio dell’Episcopato che avrebbe preferito venisse dimenticato. Il 18 novembre scorso L’Osservatore Romano pubblicò un reportage sul cardinale Bertone, che al rientro dall’Argentina disse che i media avrebbero dovuto occuparsi meno del ruolo della Chiesa nei governi militari e più dell’epopea missionaria. Per il segretario di Stato la denuncia delle violazioni dei diritti umani e delle regole democratiche è legittima, però è più importante e istruttivo dare spazio a un bosco che cresce che a un albero che cade benché faccia più rumore. Concluse che non solo “i cosiddetti governi militari” mancano di democrazia, perché anche altri eletti dal voto popolare “si trasformano in vere dittature”, “lesive dei diritti degli organismi intermedi, che sono l’humus della democrazia”.

Nel marzo dello scorso anno la senatrice frentevictoriana6 Adriana Bortolozzi, moglie dell’ex governatore di Formosa Floro Bogado, presentò un progetto di legge che impugna il trattato del 1957 e i suoi emendamenti del 1992 e dispone la cessazione nelle loro facoltà del vescovo castrense, i suoi cappellani, i sacerdoti militari delle tre Forze Armate e delle forze di sicurezza. I membri delle Forze Armate e di sicurezza godranno della libertà di professare la loro religione e non potranno essere obbligati a partecipare a cerimonie liturgiche in atti ufficiali, così come accade nel vicino Uruguay da un secolo. Nell’agosto del 2007, Bernardini chiese per iscritto al governo che il disegno di legge “non procedesse” e sostenne che l’annullamento unilaterale di un accordo bilaterale redatto dalle norme internazionali “non sarebbe nell’interesse di nessuna delle parti”. Al suo posto propose di trovare una soluzione amichevole, compatibile col diritto alla libertà di religione e nel “pieno rispetto della laicità dello Stato e della libertà di culto di quanti nelle Forze Armate non appartengono alla Chiesa cattolica”. Citò nella nota un discorso sulla stabilità dell’ordine giuridico pronunciato da Cristina Fernández Kirchner durante la campagna elettorale. Il governo tenne in conto questa offerta, però quando comunicò che era disposto a formare una commissione che studiasse i passi da seguire per la conclusione dell’accordo, il Vaticano fece sapere che era disposto ad ammettere una struttura minima e persino la designazione dei cappellani di altre confessioni, ma non la dissoluzione del vescovato militare. Questa somma di rifiuti chiude il cammino per la soluzione consensuale. Che i membri delle Forze Armate e di sicurezza pratichino il culto di loro preferenza nei templi vicini al loro domicilio, come gli impiegati, le parrucchiere e i cartoneros, è coerente con le proposte del governo di integrazione militare, demolendo ciò che rimane dei muri che isolano questo microcosmo dal resto della società

1Sulle esecuzioni sommarie del giungo 1956 vedi: Rodolfo Walsh “Operazione massacro” Sellerio editore.

2Anno del golpe militare capeggiato dal generale Videla che instaurò la dittatura durata fino al 1983.

3Il ministro della salute che il vescovo castrense auspicò venisse gettato in mare con una pietra al collo (vedi sopra)

4La famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria.

5I voli della morte: l’orrenda pratica con cui gli oppositori della dittatura venivano gettati vivi dagli aerei dell’aviazione militare nell’oceano o nel fiume Riachuelo, illustrati dallo stesso Verbitsky nel volume “Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos” Feltrinelli. Sul ruolo della Chiesa nel golpe militare in Argentina vedi: Horacio Verbitsky: “L’isola del silenzio” Fandango Libri, 2006.

6Frente para la Victoria: partito politico fondato da Néstor Kirchner nel 2003.

Il Capodanno televisivo

La notte di San Silvestro, se si resta in casa in città, la tv resta spesso accesa, vuoi per sentire il discorso del presidente, mentre si apparecchia, si affettano salumi e si stappano le prime bottiglie, vuoi per sincronizzare la mezzanotte col resto del Paese. Ci salvano i lunghi intervalli, quello fra le 21 e mezzanotte meno cinque, e quello successivo, passata la mezzanotte, quando spegniamo quell’affare e torniamo ad essere noi i protagonisti.

Su Canale 5 c’è “Uno contro cento”, il gioco condotto da Amadeus. La concorrente di stasera, dopo aver superato le prime brillanti prove, può … Leggi tutto

Argentina: intervista a Gabriel Martín

L’Argentina e il bisogno di stabilità che fa dimenticare le ingiustiziein un paese svenduto ai capitali stranieri

di Paolo Maccioni

Kirchnerismo è il movimento eterogeneo e senza un apparato politico propriamente detto che prende il nome da Néstor Kirchner, presidente uscente, artefice della ripresa argentina (2003-2007). Una linea politica premiata dalla vittoria, alle elezioni dello scorso 28 ottobre, della moglie Cristina, che il 10 dicembre prenderà ufficialmente lo scettro della presidenza argentina [1]. «Né Hillary né Evita. Solo Cristina» ha detto la presidenta, come ama farsi chiamare, all’indomani della vittoria elettorale.

Della coppia presidenziale e dell’Argentina d’oggi parliamo con il giornalista argentino Gabriel Martin, dell’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh.

Com’è cambiata l’Argentina negli ultimi anni?

«Negli ultimi quattro anni in Argentina c’è stata una grande crescita economica, una crescita del pil di poco inferiore al 9%, un indice simile a quello della Cina, ma sono cresciute anche le diseguaglianze. Il 30% della popolazione più ricco si appropria del 62,5% di questa ricchezza generata dalla crescita economica, mentre il 70% della popolazione si deve spartire il restante 37,5%. Rispetto agli anni ’90 l’Argentina è migliorata moltissimo, tuttavia non mancano i problemi. La corruzione, pur se diminuita, c’è ancora. Diminuiscono ma non si azzerano i tassi di povertà e di indigenza. Cresce il divario fra i più ricchi e i più poveri».

È dunque legata alla crescita economica la fortuna elettorale del kirchnerismo, confermato dalla elezione della senatrice Cristina Fernández, moglie del presidente uscente?

«Il sistema vigente in Argentina è una democrazia di tipo presidenziale. Pertanto il progetto, o l’immaginario popolare del progetto politico di un paese, per gli elettori dipende esclusivamente dal presidente. Le elezioni, o le rielezioni, avvengono con meccanismi affini a quelli del sistema statunitense, benché si debbano fare parecchie distinzioni. La principale è che negli Stati Uniti è un po’ più chiaro che il progetto di governo è vincolato agli effettivi gruppi di potere. Nella coscienza collettiva argentina invece non è radicata con chiarezza la nozione che i progetti sono gestiti e manipolati dalle corporazioni, specialmente straniere, perché l’idea di indipendenza politica è molto legata alla forza del presidente. Ecco che quando il progetto nazionale, come ad esempio nel 1946, è incarnato da un presidente come fu Perón, il risultato è un governo autonomo e di ampia sovranità. E le oligarchie, insieme ai capitali transnazionali, hanno sempre cercato di ridimensionare questa capacità di azione con presidenti deboli».

«Perciò si comprende il trionfo di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali. Il paese è cresciuto in questi anni a un ritmo inaudito nella storia argentina. E la vittoria di Cristina Kirchner va intesa come una rielezione del modello di Néstor Kirchner. Il fattore fondamentale è che gli argentini che hanno votato per Cristina Kirchner, ma anche coloro che hanno votato contro, sanno che si può sperare nei prossimi 4 anni. Questo comporta una certa stabilità.

Quali erano le proposte dei candidati opposti a Cristina Kirchner?

«Ricordiamo che l’Argentina attraversa un rischio d’inflazione: mentre il governo manipola gli indici dei prezzi al consumo, affermando che l’inflazione annuale non supera il 10%, inchieste dello stesso apparato dello Stato hanno dimostrato che tra luglio e novembre i prezzi sono aumentati di quasi un 30%. La soluzione proposta dall’opposizione in larga parte era quella di raffreddare l’economia e ridurre la crescita a un 5% annuale invece del tasso dell’8 o 9%. Consideri che l’Argentina per più di sette anni ebbe crescita nulla, durante il governo di Carlos Menem nello scorso decennio».

«L’inflazione è un problema molto grave, ma il tasso di disoccupazione è diminuito sensibilmente grazie alla crescita degli ultimi quattro anni. Per gli elettori, l’inflazione, i casi di corruzione che hanno coinvolto funzionari del governo vicini alla coppia presidenziale, l’assenza di strategie nazionali a lungo raggio e molti altri problemi, come ad esempio le condizioni del lavoro precario che è stato quello che più ha influito nella diminuzione della disoccupazione, restano quindi in secondo piano rispetto alla crescita dell’economia e alla crescita dell’occupazione».

«Votare per un altro candidato avrebbe significato il rischio di perdere tutto ciò. L’Argentina viene da un’incertezza molto grande seguita alla crisi del 2001. Un’incertezza che non si ebbe neppure con nessuna dittatura militare, perché almeno uno sa che cosa succederà in un modello dittatoriale, specialmente in campo economico (liberalismo, indiscriminata apertura del mercato, in un contesto di repressione politica). Il 2001 è stato un incendio assoluto, è stato la caduta del sistema monetario di parità col dollaro, e nessuno aveva idea di cosa sarebbe venuto dopo, né di come si sarebbe risolto».

Insomma, dopo lo shock del 2001 gli argentini hanno terrore di affrontare l’instabilità.

«Oggi lo shock è alle spalle ma continua a pesare molto nella coscienza dell’elettore. Pesa più l’eterna opzione che offrono i governanti: “o io o il caos”, tratto messianico classico della dirigenza argentina, piuttosto che la crescente concentrazione della ricchezza, l’aumento della forbice fra i più ricchi e i più poveri, l’accentuarsi della gestione straniera dell’economia, la corruzione e gli indici d’inflazione, per gravi che siano».

L’Argentina ha riavviato il processo di industrializzazione che un tempo la caratterizzava?

«Non c’è alcuna produzione nazionale oggi, eccetto l’agroalimentare, conseguenza della spoliazione concepita da Martínez de Hoz (José Alfredo Martínez de Hoz, detto Joe, ministro dell’economia durante la dittatura, ndr) e continuata in seguito. L’Argentina è tornata al modello di esportazione agraria anteriore al 1945, mentre il mondo va verso la rivoluzione biotecnologica. Non c’è una “retroalimentazione” del pil, ad esempio nel 1999 si vendette la compagnia statale partecipata YPF (Yacimentos Petrolíficos Fiscales) alla Repsol, compagnia petrolifera spagnola, raro caso in cui una compagnia più piccola ne acquista una più grande. La compagnia Barrick Gold (multinazionale di cui George Bush padre fu chief lobbyst, importante azionista e consulente onorario [2]) sfrutta i filoni di Veladero e Pascua Lama nella provincia di San Juan. Altre miniere importanti vengono sfruttate da imprese straniere. Il vero motore economico dell’America latina è il Brasile: non c’è confronto con l’Argentina, dove a crescere sono le imprese straniere e non quelle locali. E manca pure un dibattito popolare su ciò. L’Argentina cresce, sì, ma su che fronte cresce?».

Quali sono i tratti distintivi del kirchnerismo in politica estera?

«Un’analisi a freddo può mostrare che sebbene questo governo mantenga forti vincoli con le corporazioni europee e statunitensi, allo stesso tempo dimostra politiche di avvicinamento indipendente con Venezuela e Brasile, mentre l’opposizione voleva fondamentalmente allontanarsi da Hugo Chávez e avvicinarsi di più agli Usa, anche se non lo dicevano espressamente. Durante il decennio di Carlos Menem, e in seguito con Fernando De la Rúa, l’Argentina tenne una assurda politica di allineamento automatico con Washington, secondo il migliore stile del vostro Silvio Berlusconi. L’Argentina ha una forte dipendenza energetica che il Venezuela, con le sue riserve petrolifere, aiuta a risolvere. Quindi inimicarsi il governo di Chávez comporterebbe una crisi energetica: questo timore di Néstor Kirchner sembra rivelare la complicità del suo governo nel depauperamento petrolifero argentino».

Cristina Kirchner è stata una delle principali sostenitrici del progetto di Menem di privatizzare il petrolio e il gas. Quest’anno il governo di Kirchner ha esteso per altri due decenni la concessione del Golfo de San Jorge alla Pan American Energy. Il contratto fu firmato quando il prezzo del barile era a 20 dollari, e poco importa che ora sia a quasi 100 dollari».

«Al vertice latinoamericano di Santiago dello scorso novembre è emersa chiaramente l’ambiguità di Néstor e Cristina Kirchner in politica estera, giacché nonostante questa presunta alleanza indissolvibile con il Venezuela, quando il re Juan Carlos di Spagna ha ingiunto a Chávez di stare zitto, il governo argentino non ha fatto nessuna obiezione al monarca spagnolo che ha ripreso un presidente eletto. Se lo avesse fatto Zapatero, sarebbe rimasto nell’ambito di una discussione fra mandatari, invece a farlo è stato un monarca di una casa reale europea dalla quale tutta l’America Latina si è resa indipendente nel secolo XIX. Anziché esprimere biasimo, la coppia Kirchner ha invitato il re di Spagna alla residenza presidenziale. Il re Juan Carlos è proprietario di parte della Repsol e possiede pure azioni in tutte le principali compagnie spagnole che operano in Argentina. Ma queste ambiguità e contraddizioni vengono sempre lasciate da parte quando si può evitare l’incertezza, soprattutto quando in ambito macroeconomico gli indici sono positivi».

Quali sono le altre eredità significative del kirchnerismo?

«Néstor Kirchner ha migliorato molto la situazione del paese dopo la crisi del 2001, ma soprattutto durante la sua presidenza sono state cancellate le leggi infami che mettevano al di sopra della giustizia i membri della giunta militare colpevoli di genocidio [3].


Chi è

Gabriel Martin, storico, giornalista e fotografo, è nato a Buenos Aires nell’aprile del 1974. Figlio di una famiglia di militanti montoneros, nel 1977 sopravvisse al commando di patotas [4] che irruppe in casa sua e dopo averlo colpito in faccia con il calcio della mitragliatrice lo abbandonò, credendolo morto, prima di sequestrare i suoi genitori. Coi genitori il piccolo Gabriel si ricongiunse dopo una rocambolesca serie di passaggi fra vicine di casa e militanti montoneros che lo presero in cura.

Nel 1999 fondò la Agencia de Noticias Cadena Latinoamericana (ANCLA), attiva fino al 2005, che mise insieme giornalisti indipendenti di 13 paesi nelle Americhe, in Francia, Italia, Spagna, Germania, Olanda e Gran Bretagna. Dal 2002 è corrispondente da Buenos Aires per diversi organi di informazione in Svezia e nello stesso anno lancia l’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh (intitolata al grande scrittore militante vittima della dittatura militare) che un anno più tardi darà luogo al portale www.rodolfowalsh.org, e che pubblica materiale su diversi media argentini e su quotidiani e riviste in Messico, Venezuela, Colombia, Perù, Cile, Bolivia e Uruguay, oltre ad articoli tradotti in inglese in Canada e Stati Uniti, e riprodotti in Francia, Svezia e Germania.

È tra i fondatori di “Prólogo”, rivista di recupero della memoria politica e culturale del pensiero rivoluzionario delle figure della militanza argentina ed è autore dei primi due numeri su John William Cooke e Rodolfo Walsh.


Note

  1. Vedi: Diego Schurman, “Gúia práctica para entender la nebulosa del kirchnerismo” sul quotidiano Página/12 del 12 febbraio 2006.
  2. cfr: Anton Chaitkin “Inside story: the Bush gang and Barrick Gold Corporation”; Gail G. Billington: “Bush’s letter abets Barrick’s golddigging”; Mark Sonnenblick: “George Bush’s $10 billion giveaway to Barrick Gold”, originariamente pubblicati su Executive Intelligence Review nel gennaio 1997.
  3. Le leggi del “Punto Final” e della “Obediencia debida” furono promulgate dal presidente Raúl Alfonsín nel 1986 e nel 1987. La prima, promulgata il 23 dicembre 1986, fissava un termine di 30 giorni per depositare le accuse contro i militari per violazioni dei diritti umani. Prima che scadessero i termini fissati dalla legge del Punto Final, la Giustizia federale aveva rinviato a giudizio circa 500 militari. Crebbe così il malcontento fra i militari che sfociò nella rivolta “carapintada” durante la Settimana Santa del 1987. A seguito delle pressioni esercitate dai militari e della minaccia di un nuovo golpe, il governo di Raúl Alfonsín il 4 giugno 1987 promulgò la legge della “Obediencia debida” che sollevava i ranghi militari intermedi e inferiori, scagionando così la maggioranza di ufficiali e sottufficiali coinvolti nella repressione in quanto subordinati all’autorità superiore. Le due leggi furono finalmente dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema nel giugno del 2005.
  4. Le “patotas” erano i gruppi operativi, costituiti da membri dei vari corpi dell’esercito, che durante la dittatura militare erano addetti al sequestro. Mascherati ed armati, irrompevano nelle case urlando, sparando e malmenando i familiari.

(pubblicato su www.altravoce.net)