LAVORATORI, GHIACCIO, SALE E COSCIENZA DI CLASSE
Solo una cronaca rapida da una provincia del piccolo paese di Al Nanone, provincia dell’impero. Colla sensazione di colpa, quasi di colpa, di non guardare a lavoratori altri, ancora più invisibili – veramente invisibili -; col timore della vuota retorica, qualunquista, appollaiata sulle spalle.
Cronaca rapida, quotidiana, di lavoratori, “deportati”, pendolari; dal paese della cuccagna, quello del Grande Nano, dell’unto dal signore, dell’utilizzatore finale, del martire del Duomo. Quello un po’ più uguale degli altri, come i maiali di Orwelliana memoria, ed a voler sentire, qualche grugnito si sente. Anzi, di grugniti se ne sentono molti. Cronaca di lavoratori che vanno, gli stessi che se crepano mentre viaggiano, tra uno slalom e l’altro, una corsa, un treno freddo e pieno come carro bestiame, “qualcuno” obietta che no, non sono morti sul lavoro. Quegli stessi lavoratori che articoletti, riportati su Repubblica On Line (porca miseria non ritrovo lo scritto…), dicono essere meno soggetti ad accidenti cardiocircolatori… sai, le corse. Gli accidenti, quelli no, ne partono; altro se ne partono (d’altra parte sono pendolari, si parte e si arriva). Cronaca di lavoratori, tra altri lavoratori; quelli deportati da lontano e scampati, invisibili, spesso, agli stessi “deportati” più “fortunati”.
Cronaca dal paese dell’opposizione (sì, a volere, con un po’ di fantasia; sinistra no, ce ne vorrebbe proprio troppa) che si appiattisce sull’idea unica, dove non c’è più un’idea. Di un’opposizione che s’indigna, poi getta la spugna con gran dignità. Di una sinistra, più o meno istituzionale (quella senza più poltrona), evaporata alla luce della sua latitanza sociale.
Da questa vuota, ossimorica, democrazia.
Cronaca di una mattina d’inverno, una delle tante, tra Genazzano e Valmontone (Roma) a cercar di prendere un treno. Con un autobus che si ferma e non può più andare avanti per la strada, provinciale, ghiacciata. Con una pattuglia dei carabinieri che passa e sussurra che, forse, il sale è finito. Sì, perché d’inverno, nel paese degli schermi al plasma e degli outlet, in collina, sotto le prime montagne appenniniche, qualche volta ghiaccia. E a ghiacciare restano un po’ di lavoratori.
E allora pensi, se manca il sale, se non si è pensato a metterne in maniera adeguata, forse quel sale è servito per condire qualche bell’insalata mista.
Perché se il sale sia finito non lo so, ma il ghiaccio c’è e l’autobus non cammina.
Tra un ponte sullo Stretto ed un’alta velocità.
Una cronaca banale, dovuta ad “un evento di forza maggiore non prevedibile”. Banali lavoratori su di una banale strada ghiacciata, quella del loro lavoro quotidiano – un giorno dopo l’altro -, perché anche lì stanno lavorando e non certo passeggiando, magari ammaestrati per un outlet. Bloccati per non meno di un paio d’ore ad osservare il sole salire con la stessa poesia di sempre e le mani ghiacciate.
Ed anche così, parlando al telefono con chi lì aspetta, non puoi non pensare agli “altri”. (Vedi, gli “altri” alla fine tornano, forse ho un po’ meno senso di colpa). Agli invisibili (qualcuno sarà anche lì) e spesso guardare alle parole dure dette anche da chi, magari ora sta bloccato nel ghiaccio; alle porte di Roma. Verso i deportati che “rubano il lavoro”.
Alle volte, pensi, è la seconda classe che vomita sulla terza, solo perché è sotto. E non alza più gli occhi, a vedere i veri maiali. Cosa abbiamo perso?
C’è il ghiaccio e non c’è il sale e si continua a crepare di lavoro, anche quando non si crepa – un giorno dopo l’altro -. A vedere orde di fame arrivare ed essere rigettate. Alle volte a non capire. E crepare dentro le nostre teste. E domani si continuerà e non ci sarà ancora sale ma non sarà ghiacciato. Ed il treno puzzerà come sempre e darà precedenza all’eurostar, veloce sogno tecnologico. Per arrivare, affannati, a timbrare un cartellino. Un giorno dopo l’altro si andrà al lavoro.
E dal telefono senti una signora che quasi litiga col conducente, lavoratore bloccato nel ghiaccio; toni accesi.
Poi, il sale è arrivato…
Nel paese dove, qualcuno ha detto, le classi non esistono più (quelle differenziali presto sì).
Come ricreare una coscienza di classe? Perché è, coscienza di classe.
Cronache minori dal paese della più violenta sconfitta culturale… senza voler scomodare citazioni pasoliniane.
Maurizio Guiducci su http://www.gennarocarotenuto.it