Friday 25 May 2012, 03:24

Gli articoli scritti da Mario Badino

Abito ad Aosta e sono insegnante di lettere in una scuola media.

Scuola: la rivolta solidale

Pubblico l’appello di Francesco Pardi, membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato, rivolto a tutti i docenti, per una «rivolta solidale» (dal manifesto del 5 settembre).
L’appello è a difendere la scuola pubblica italiana dalla rovina e, allo stesso tempo, il lavoro di decine di migliaia di insegnanti precari. Ma l’appello è anche a «riscoprire la solidarietà» per «coloro che si trovano senza lavoro e senza stipendio, sotto ricatto e privi di sicurezza», quelli per cui «lottare è più che mai difficile». «E chi è più indicato a difenderli se non i loro colleghi più garantiti?».
Riflessione che mi tocca in prima persona, in quanto insegnante indegnamente privilegiato per il solo fatto di abitare in una regione, la Valle d’Aosta, dove è ancora possibile essere assunti in ruolo.
Cerco il modo di manifestare questa «solidarietà», magari nella mia scuola.

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Silvio denuncia

Tutti a Roma il 19 settembre a manifestare per la libertà di stampa.
E chi a Roma non potrà andare, provi a inventarsi qualche altra iniziativa in giro per l’Italia.
Dopo la richiesta di risarcimento milionario a Repubblica per aver osato porre 10 domande (+ 10) a sua maestà, ecco la citazione per danni (sono stati chiesti 2 milioni di euro per «lesa dignità») scagliata contro l’Unità, o meglio contro le sue giornaliste (tutte donne) Concita De Gregorio, Natalia Lombardo, Federica Fantozzi, Maria Novella Oppo, Silvia Ballestra.

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Meditate che questo è stato (Primo Levi)

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Oggi, 1° settembre, è stato il settantesimo anniversario dell’aggressione nazista alla Polonia, il primo vagito della seconda guerra mondiale, probabilmente l’esperienza bellica più devastante dell’intera storia del genere umano, non solo per l’altissimo numero di morti, militari e soprattutto civili, ma per la tipologia, la natura, la quantità dei massacri, degli eccidi, dei crimini contro l’umanità.

La seconda guerra mondiale ha coinciso con l’accelerazione dei progetti di sterminio del popolo ebraico da parte di Hitler. Ha visto affermarsi l’uso su larga scala dei bombardamenti a tappeto contro obiettivi civili, una pratica inaugurata nel ’36 in Spagna dai nazifascisti e replicata negli anni ’40 tanto dall’aviazione tedesca, quanto da quella alleata. Ha visto succedersi gli eccidi di civili, passati per le armi in risposta alle azioni dei partigiani. Si è conclusa, infine, con gli unici bombardamenti atomici mai condotti, nella storia, contro bersagli umani.

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Lettera aperta al sindaco sui fatti di Brescia



Ho scritto
una lettera aperta al sindaco di Brescia, in realzione alla
vicenda del signor Abdallah Lakhdara, che afferma di essere stato malmenato da 4 vigili urbani.

Alla c.a. del sindaco di Brescia, dottor Adriano Paroli

Gentile signor sindaco,

le indirizzo questa lettera aperta, che invio anche ai mezzi d’informazione locali e nazionali, ai parlamentari eletti nella provincia di Brescia, ai presidenti di provincia e regione e al comando della polizia locale, per chiedere chiarimenti, in qualità di cittadino italiano, in merito alla vicenda che ha recentemente coinvolto il signor Abdallah Lakhdara, condannato a 4 mesi di reclusione «per resistenza», dopo una colluttazione avvenuta con quattro vigili urbani in forza al comando di Brescia.

La stampa nazionale ha espresso alcune perplessità sulla dinamica dei fatti che hanno portato al processo del 25 agosto, al punto che – secondo più di un testimone – il signor Lakhdara non sarebbe l’aggressore, bensì una vittima del comportamento razzista dei quattro rappresentanti della legge. Si parla infatti di una semplice richiesta d’informazioni in merito al posto più idoneo per parcheggiare l’automobile, dell’intimazione da parte di uno degli agenti di andarsene, accompagnata da un insulto, della protesta verbale del signor Lakhdara per il trattamento subito, alla quale sarebbe stato risposto, da parte degli agenti (in particolare di uno di essi), con pugni e schiaffi.

«Si sono comportati come dei razzisti, glielo leggevo negli occhi mentre mi picchiavano», ha dichiarato ai giornali il signor Lakhdara, il quale sostiene di essere stato prima malmenato, poi ammanettato, portato al comando e infine rinchiuso per ore in una stanza molto angusta, senza poter andare in bagno, mentre i colleghi dei quattro vigili si avvicinavano per insultarlo. Solo verso le 18.00 sarebbe stata chiamata un’ambulanza per il ricovero al pronto soccorso.

Tale dinamica dei fatti sarebbe confermata non solo da alcune testimonianze dirette, fra le quali quella di Véronique Laester, socia di Lakhdara in una ditta di ristrutturazioni edilizie, ma dalle stesse conseguenze dei colpi ricevuti: 10 giorni di prognosi per policontusioni da percosse e un trauma cranico, oltre al collare da portare per due settimane. Neppure la condanna a 4 mesi di reclusione costituirebbe una prova definitiva della veridicità del verbale redatto dagli agenti della polizia locale, dal momento che il signor Lakhdara è stato consigliato di scegliere il patteggiamento dal proprio avvocato solo dal momento che su di lui pesava una precedente condanna per aver venduto merce contraffatta.

A rendere più inquietante la vicenda sono le voci secondo cui tali episodi non costituirebbero un caso isolato: vi sarebbe chi dice che comportamenti simili si sono già verificati più volte e si spinge a parlare di vigili che sanno «ciò che accade a Brescia», ma che «hanno paura ad esporsi».

Naturalmente comprendo benissimo che di norma non sia corretto dar troppo peso a semplici voci ma, considerata la gravità di quanto suggerito nel caso specifico (e le ricordo ancora una volta l’esistenza di testimonianze e la diagnosi del pronto soccorso), ritengo sia preciso dovere delle istituzioni, da lei rappresentate, chiarire una situazione potenzialmente eversiva della legalità democratica.

È ciò che le domando di fare, come cittadino italiano.

La ringrazio per la sua attenzione.

Cordiali saluti,

Mario Badino

Clamorosa intervista a Vanni Curcio

Vanni in vacanza

L’intervista che segue riguarda, per scelta deliberata del blog, un uomo perfettamente sconosciuto al grande pubblico.

Siamo così abituati alle isole dei famosi e ai grandi fratelli televisivi da dare un’enorme importanza al parere di belle e begli imbusti, palestrati, veline, presidenti del consiglio, frequentatori di salotti televisivi, tronisti/e e corteggiatori, corteggiatrici, escort, amiche&amicidimariadefilippi, gente senz’altro titolo che i suddetti per vivere e sproloquiare nei format televisivi e sulle colonne dei giornali.

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Padre Albino Bizzotto in sciopero della fame contro la base di Vicenza

Dal 2 al 13 settembre a Vicenza si svolgerà il Festival No Dal Molin (dai un’occhiata al programma e vedi se riesci a fare un salto), l’ennesima occasione d’impegno, di riflessione e di lotta per una comunità – quella vicentina contro la base di guerra americana – che sta dimostrando di sapere tener testa a decisioni prese sopra la testa dei cittadini, a Palazzo Chigi o alla Casa Bianca, tanto dai governi di destra quanto da quelli di (sedicente) sinistra.

Il Festival sarà un’occasione di solidarietà per una città ferita (i lavori di costruzione della base sono, tristemente, iniziati), ma anche di riflessione e allegria, tra concerti, conferenze, dibattiti e quant’altro. Obiettivo, gridare forte che i giochi non sono ancora fatti e che il compito è lo stesso di sempre: «resistere un minuto di più». Un compito che sarebbe più facile se le frastagliatissime sinistre e, più in generale, il movimento contro la guerra non avessero deciso di tacere. L’invito è quindi a tornare a far sentire la propria voce (di pace), a ri-esporre le bandiere arcobaleno, a pretendere che i media tornino a parlare di Vicenza e di quella base che un’ideologia di guerra sta costruendo al Dal Molin, un invito del quale questo blog vuole nel suo piccolo farsi megafono.

A partire da ieri, mercoledì 19 agosto, padre Albino Bizzotto, fondatore dei Beati Costruttori di Pace ha iniziato uno sciopero della fame perché, spiega in un intervista al manifesto, «mi sono reso conto che di Vicenza e della base americana al Dal Molin in questo periodo di ferie non parla più nessuno, a parte i vicentini». Ma «questa della base americana non è una questione che riguarda solo Vicenza, riguarda tutta l’Italia», se non si vuole continuare «ad avere un rapporto tra popoli [...] tradotto in rapporti di guerra». E ancora: «sta passando una assuefazione al degrado, al peggio che fa paura» (e pensare che qualche spiritoso ha proposto Berlusconi per il nobel per la pace).

Del resto, è sufficiente osservare gli effetti di questa politica di guerra, cui l’occidente non sembra disposto in nessun modo a rinunciare, per capire quale sia la posta in palio a Vicenza. Da un lato c’è il diritto di una comunità a decidere del proprio futuro e modellare a piacimento la propria città; dall’altro, la considerazione che da Vicenza partiranno quegli aerei che colpiranno i prossimi obiettivi americani, tanto in Medio Oriente quanto in Africa; e quale sia la vera natura dei target “militari” lo dicono i dati bruti: circa duemila vittime civili soltanto nel corso del 2008, una cifra enorme, che non può essere liquidata tirando in ballo i soliti «effetti collaterali».

Il fallimento del collaudato modello di politica estera basato sull’uso della forza è sotto gli occhi di tutti. Anche i recenti attentati in Afghanistan e in Iraq, col loro spaventoso carico di morte, lungi dall’essere una dimostrazione del fatto che non si può “mollare” abbandonando in tal modo i civili a se stessi, costituiscono l’ennesima prova che l’intervento militare non è in grado di portare stabilità e pace; né del resto è credibile la natura pacifica di missioni che permettono l’occupazione di un Paese e lo sfruttamento delle sue risorse. Intendiamoci: né il regime di Saddam Hussein, né quello dei talebani meritavano di sopravvivere; ma i vari fondamentalismi hanno buon gioco, oggi, a rivendicare per i propri appartenenti lo status di guerriglieri, o magari di resistenti, anche quando colpiscono nel mucchio, facendo strage di civili. Non fanno forse la stessa cosa, in Iraq e in Afghanistan, le «democrazie» occidentali? Qualcuno ha detto che la democrazia non si esporta con le armi; si potrebbe aggiungere che bisogna stare particolarmente attenti all’esempio che si dà, e che ogni strage di civili per mano della coalizione occidentale è un ennesimo invito all’avversario a continuare per la propria strada.

Già si è detto del parere del generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’aeronautica militare, circa l’impossibilità di evitare vittime civili se i nostri Tornado utilizzaranno le armi di bordo, in un primo momento escluse dalla missione in Afghanistan, ma recentemente autorizzate. A stretto giro di posta, lo stato maggiore della difesa fa sapere che i «cannoncini in dotazione sui caccia Tornado» aiutano a proteggere le forze della coalizione in Afghanistan e sono sicuri per quanto riguarda «eventuali danni collaterali». Staremo, naturalmente, a vedere, ma quanto fatto finora per proteggere i civili durante il bombardamento degli obiettivi sensibili non dispone certo all’ottimismo.

Dalla base di Vicenza eravamo partiti e alle basi Usa torniamo, rilevando l’inclinazione della nuova amministrazione per la politica militare di George W. Bush. In base alla “attualizzazione” di un accordo militare con la Colombia, infatti, gli Stati uniti d’America sarebbero in procinto di installare altre 7 basi (il Congresso ha già approvato un finanziamento di 46 milioni di dollari), anche per compensare la perdita della grande base di Manta, in Ecuador, il cui accordo di utilizzo scade a novembre e non è stato rinnovato dal presidente Correa; l’installazione delle nuove strutture militari avrebbe come effetto quello di circondare il Venezuela di Chávez e di riaffermare la presenza statunitense in America latina, fino a qualche anno fa considerata da Washington il proprio «cortile di casa».

È questo il tipo di politica contro cui si pone chi lotta per un modello non-violento delle relazioni umane, chi si propone d’impedire la realizzazione di un’opera di guerra come quella che si profila a Vicenza. Concludo linkando un testo scritto dal movimento No Dal Molin per contestare l’esautorazione della città, della sua popolazione e delle sue istituzioni, in obbedienza alla logica militare della distruzione di massa.

Il regime dei colonnelli
Da www.nodalmolin.it

A Vicenza non governano i cittadini; e si sapeva da un pezzo. Non governa nemmeno il sindaco; e l’avevamo notato da qualche mese. A comandare sono i colonnelli, statunitensi e italiani, sostenuti dal buon commissario Costa che la Lega Nord chiede di confermare nel ruolo di commissario straordinario, giusto per continuare a pagargli la parcella di “estirpatore del dissenso locale”.

A comunicare al sindaco che la nuova installazione militare statunitense al Dal Molin sarebbe “opera di difesa nazionale” – e, di conseguenza, territorio sottratto, manu militari, alla giurisdizione dell’amministrazione comunale – non è stato il parlamento che, del resto, sulla vicenda Dal Molin non si è mai espresso; nemmeno il governo il quale, fino a prova contraria, dovrebbe discutere e deliberare su un tema così delicato – la cessione di una fetta di territorio nazionale a un esercito straniero – e comunicare ai cittadini la propria decisione.

A mettere nero su bianco l’ordine – fuori il naso dal Dal Molin, ovvero nessuna ispezione sarà concessa – è stato il colonnello Maggian, comandante italiano della Ederle; lo stesso, per intenderci, che di fronte agli ingressi illegali dei militari statunitensi in un parco cittadino – dove scavalcavano la rete in orario di chiusura facendo scattare l’allarme – non ha trovato di meglio che denunciare l’assenza di cartelli di divieto in lingua inglese. Sarà proprio perché non parlano inglese che tanti civili afgani sono stati ammazzati in questi mesi? Del resto i soldati non potevano capire che dicevano “non sparate…”.

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Leggi anche il testo nel quale padre Albino Bizzotto spiega le ragioni del proprio digiuno.
Sulle basi americane, leggi anche l’articolo La sconvolgente storia di Diego Garcia.

Esame di romanesco per parlamentari

Roma, Montecitorio Pronta la legge sul dialetto a scuola, assicura Calderoli, andando incontro a una sensibilità diffusa (almeno dalle parti delle feste della Lega, tra mangiate di polenta, fiumi di birra e coretti razzisti sui napoletani condotti dal “maestro” Matteo Salvini).

Studio dei dialetti obbligatorio alle elementari, alle medie e alle superiori, una proposta del tutto inutile, ora che Renzo Bossi è stato finalmente promosso: bisognava pensarci prima.

Il problema, naturalmente, non è lo studio del dialetto, che è – di per sé – cosa degnissima, ma qualcos’altro:

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Innse: una vittoria che mina un sistema

Una fabbricaIl 70% degli italiani non avrebbe problemi ad accettare un invito a villa Certosa, rivela un sondaggio di Novella 2000. Può darsi che si tratti di un segnale positivo (il 30% del Paese è ancora sano, prova a consolarsi sulla Stampa Massimo Gramellini), ma a me sembra piuttosto l’indice di una questione irrisolta, tanto semplice e vecchia da apparire noiosa.

Cioè che in base al solito conflitto di interessi, il papi-padrone del governo è anche il papi-padrone del servizio televisivo italiano (Murdoch e pochissimo altro a parte); un’arma di distrazione di massa che – appunto – distrae le masse, fino a rendere credibile il messaggio che in queste ultime settimane siamo stati spettatori di una semplice vicenda di corna (iterate, certo, magari spiacevoli, ma corna, da commedia all’italiana), cui mette fine lo stesso presidente del consiglio, riconoscendosi colpevole («Non sono un santo») per ribadire, allo stesso tempo, di non avere nulla di cui rimproverarsi.

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Venezia: una pessima pubblicità

Venezia Come si fa a stargli dietro? Ne fanno una e ne hanno già pronte altre cento.
La ricordate ancora l’«emergenza nazionale» della scorsa estate? Allora sembrava che prendere le impronte ai rom avrebbe risolto tutti i problemi d’Italia. Quest’anno, invece, l’«emergenza» pare riguardi i venditori ambulanti, cui lo Stato italiano e la provincia di Venezia hanno dichiarato guerra, dapprima nel centro del capoluogo veneto, con 138 uomini, tra militari e agenti della polizia provinciale (normalmente utilizzati per il controllo della caccia e della pesca) sguinzagliati tra i campielli e le calli in difesa dell’originalità delle griffe dalla neo-presidente della provincia, la leghista Francesca Zaccariotto, e dall’ineffabile ministro della guerra, Ignazio La Russa; in seguito, i pistoleros della Zaccariotto si sono presentati armati sulle spiagge veneziane, scatenando il fuggi fuggi tra gli ambulanti, inseguiti da forze di polizia del tutto spropositate, mentre scappavano trascinandosi dietro le loro cose avvolte in un telo. … Leggi tutto