Chi ha bisogno della Regione Salento?
Mario Badino su http://www.gennarocarotenuto.it
Abito ad Aosta e sono insegnante di lettere in una scuola media.
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Quella che segue è una lettera aperta indirizzata al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e all’assessore pugliese alla Sanità, professor Tommaso Fiore. La pubblico con l’autorizzazione dell’autrice, Alessandra Solimeo, che conosco personalmente. La lettera tratta di un caso di malasanità conclusosi con la morte del padre della scrivente, Carmelo Solimeo, affetto da epatite C, a seguito del trapianto di fegato presso il reparto Chirurgia e trapianti del Policlinico di Bari, centro comunemente ritenuto «d’eccellenza».
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Questo che segue è un appello (mio) per una scuola che abbia come scopo formare alunni preparati, ma soprattutto esseri umani e cittadini colti, responsabili, liberi e felici, anziché soddisfare supinamente le «richieste del mondo del lavoro».
Appello contro una scuola al servizio del mondo del lavoro e dell’impresa
«Dal prossimo anno scolastico avremo delle scuole che possono essere comparate a quelle degli altri paesi europei – ha detto il tizio che ci governa – perché, secondo quanto ci dichiarano tutte le imprese e le associazioni, la scuola attuale non sforna ragazzi con cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro».
Perché secondo lui è questo che deve fare la scuola: fornire «cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro». Che non significa neppure preparare al mondo del lavoro, ma semplicemente accettarne le richieste e comportarsi di conseguenza.
Nella mia pratica scolastica quotidiana, come insegnante di lettere in una scuola media, preferisco concentrarmi su altre cose. Comunicare il piacere della lettura e, più in generale, di una buona storia, che accompagnerà i miei alunni durante tutta la vita. Portarli a ragionare sulle cose, preferibilmente con la loro testa. Acquisire almeno un’idea dei principali avvenimenti storici che ci hanno portato fin qui. Insistere sui diritti, i doveri, il concetto di regola, di legge. Mostrare per quanto possibile la varietà del mondo e la bellezza delle specificità delle varie culture.
Mi rendo conto che queste attività sono poco rispondenti al concetto di scuola come erogatrice di «cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro» e quando la mia istituzione scolastica sarà gestita da un consiglio di amministrazione in piena regola, forse finalmente sarò licenziato.
Capisco anche benissimo che queste attività non sono d’aiuto (neppure in prospettiva) ad accrescere il prodotto interno lordo del Paese e forse sono persino antitetiche rispetto ai “valori” del sistema politico-mediatico dominante. Peccato che costituiscano l’unico tipo di scuola che sono disposto a immaginare.
Mario Badino
insegnante
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Quando le vittime passano per oppressori, magari perché nei disordini è bruciata la macchina di quello che non c’entrava nulla; più probabilmente perché è stata incendiata anche quella di chi con il clima d’odio anti-straniero c’entra eccome (mi riferisco al normale cittadino); quando chi vive e lavora schiavo raccogliendo arance o altra frutta per 20 euro al giorno, pagato o non pagato a seconda dell’umore del suo aguzzino; quando chi non ha cittadinanza né diritti è costretto a dormire in casermoni in disarmo, senz’acqua, senza luce né gas; quando finalmente l’oppresso alza la testa e si ribella, si manifesta, cerca di spezzare gli equilibri criminali nei quali è stato costretto; quando tutto questo accade, si trova sempre qualcuno disposto a ribaltare la realtà, a chiedere la pelle dello schiavo per compiacere il padrone impermalosito.
Oggi in Italia esiste un sistema razzista e schiavista, prepotentemente alimentato dal governo del Paese e dai media, fortemente voluto dai nostri valorosi imprenditori bisognosi di carne da fatica.
Quando per reazione a disordini inevitabili a causa della mancanza di qualsiasi politica d’integrazione i cittadini girano armati di spranghe e fucili per farsi giustizia da soli e il ministro dell’interno soffia sul fuoco del linciaggio invece di spegnere l’incendio; quando si parla a sproposito di tolleranza nei confronti della clandestinità (Maroni dovrebbe parlare di FABBRICA della clandestinità, con riferimento alla legge Bossi-Fini, che rende impossibile la regolarizzazione degli immigrati e li costringe ai margini della società); quando tutto questo accade, ogni civiltà, ogni diritto è morto. I cittadini italiani in cerca di linciaggio, non gli immigrati, hanno trasformato le strade di Rosarno nella main street di una città del West.
Trovo sia sempre più urgente mostrare che cosa sia realmente l’immigrazione in Italia (una realtà produttiva e assistenziale, una necessità del Paese), ad esempio con lo sciopero degli stranieri indetto per il primo marzo. Ognun* di noi deve fare tutto quanto è possibile per smascherare il falso assunto immigrazione-delinquenza. Anche perché a Rosarno sono i padani che stanno con la mafia.
Ha scritto molto bene Alessandro Dal Lago sul manifesto del 9 gennaio che addebitare alla «tolleranza» ciò che sta succedendo a Rosarno è «una spudorata violazione del buon senso». «Da un anno e mezzo, il governo [...] smantella i campi nomadi, scheda Rom e Sinti, blocca i migranti in alto mare e li rimanda in Libia, affidati alle cure di quel simpatico difensore dei diritti umani di Gheddafi, il grande amico di Berlusconi. E che dire del pacchetto sicurezza e di quei sindaci della Lega che invitano i cittadini a denunciare i clandestini? E degli innumerevoli gesti di disprezzo e razzismo, della propaganda xenofoba ufficiale e ufficiosa, della persecuzione a ogni livello di chi non ha i documenti in regola e anche di chi ce l’ha? Le condizioni di vita degli stranieri impiegati nell’agricoltura stagionale sono schiavistiche per i vescovi e persino per “Farefuturo”. Che si tratti di sovversivi?».
E ancora: «Se tutti i quattrini spesi nella gigantesca bufala della sicurezza fossero stati usati per accogliere e aiutare i lavoratori stranieri (di cui si occupa solo il volontariato), a Rosarno non sarebbe successo nulla». Ma ce n’è anche per l’opposizione, del tutto inadeguata a contrastare l’imbarbarimento in corso nel Paese. «Perché quello che non si è voluto capire, nel centrosinistra degli ultimi vent’anni, è che sui diritti umani fondamentali – che si sia al governo o all’opposizione – si transige solo al prezzo di un’irrimediabile degradazione della vita sociale».
Parole sulle quali meditare con urgenza.
Da http://mariobadino.noblogs.org/
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Scrivo in queste ultime ore della giornata, non ho potuto farlo prima, per ricordare la grande vergogna del 18 novembre 2007, quando il primo referendum propositivo della storia d’Italia fu boicottato – e fatto fallire – dalla campagna pressante dell’Union Valdôtaine, il partito di governo, che invitava pubblicamente i cittadini a restare a casa, a non andare a votare (un invito sconcertante da parte di un partito che dopo 30 anni ininterrotti alla guida della regione un po’ di senso delle istituzioni dovrebbe aver acquisito).
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Niente crocifisso in classe.
A seguito di un ricorso presentato dalla signora Soile Lautsi, di Abano Teme (Padova), la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l’esposizione del crocifisso in classe «è contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione». Parole interamente condivisibili, a patto di aver interiorizzato il principio democratico che sostiene l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Non stupisce, perciò, che il governo italiano abbia immediatamente presentato ricorso contro la sentenza, né che il nuovo leader del principale partito d’opposizione (ah ah), quello che non aveva avuto paura di pronunciare la parola «sinistra» in campagna elettorale, si sia affrettato a dichiarare che il crocifisso «non offende nessuno». Come se fosse questa la questione.
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Domenica (4 ottobre), prenderà il via la terza marcia «Sulle orme di San Grato» (ritrovo alle ore 9 nel piazzale della chiesa di Issime, nella valle di Gressoney, Aosta). Si tratta di una passeggiata facile (2 ore a salire, frequenti le tappe; un’ora e mezza a scendere), per protestare contro il progetto di «urbanizzazione» dell’omonimo vallone, una zona importantissima per le ricchezze naturali, ma anche per il suo valore storico e culturale: quassù vivevano, un tempo, quelle popolazioni Walser, di origine germanica, che in epoche antiche si sono stabilite in Valle d’Aosta, portando la propria cultura e la propria lingua, il töitschu, ancora oggi vivo in varie località.
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Quando muore un italiano a Kabul bisogna piangere e osservare il consueto minuto di silenzio. Io rispetto la vita dei “nostri” soldati in Afghanistan, come anche il dolore delle famiglie, e ho davanti agli occhi quel bambino con il basco rosso in testa che aspetta il padre all’aeroporto. Ma queste tragedie “casalinghe” non possono cancellare dagli schermi e dai cuori le altre vittime, quelle che mietono, tutti i giorni, le bombe della coalizione di cui l’Italia fa parte. Bombe che cadono dal cielo attraverso azioni ufficialmente mirate, chirurgiche, che si rivelano, nei fatti, inevitabilmente mortali per le tante «vittime collaterali».
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