Thursday 09 February 2012, 10:10

Gli articoli scritti da SILVIO FAVARI

Nato a Roma il 10 aprile 1973, vivo e lavoro ad Albano Laziale, a pochi km dalla capitale. Per lavoro attualmente faccio il giurista per la pubblica amministrazione, ma mi piace coltivare anche altre passioni, tant'è che dopo la laurea in legge, ora sto studiando Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, per approfondire e dotare di più solide basi il mio interesse per la storia e la politica internazionale. Da poco ho iniziato a cimentarmi con la scrittura e per questo ho aperto un mio blog (www.tramaordito.splinder.com) su cui invito tutti ad andare e, per chi ne ha voglia, a commentare e/o partecipare.

Il Decreto e La Piazza Viola – Domenica 7 marzo 2010

La piazza, o meglio la parte centrale di Piazza Navona, è ben riempita alle 15:20 quando, attraversando i vicoli del centro storico pullulanti di turisti ed autoctoni a passeggio, giungo in uno dei luoghi ultimamente più frequentati dall’Italia manifestante. Siamo a poche centinaia di metri dai palazzi del potere: da Piazza Colonna, sede di quel governo sempre più autoritario ed arbitrario, da Montecitorio e da Palazzo Madama, illustri e sbiadite insegne che oggi sembrano quantomai un relitto del passato a fronte delle scintillanti vetrine, mediatiche e non, di Palazzo Chigi.

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Negli abissi della democrazia o verso le vette di una moderna tirannia

L’Italia è un re(s)privata fondata sull’interesse personale e sull’incertezza del diritto”. Questo potrebbe essere l’incipit della nuova costituzione dell’Italietta odierna, già, nei fatti, costituzione sostanziale, avallata, oramai, persino da chi della Costituzione, si dice, sia o dovrebbe essere il supremo garante.

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Obama,un anno dopo – tra illusioni e promesse da mantenere -2

In questa sede vorrei affrontare uno dei temi più spinosi dell’agenda politica del 44esimo presidente U.S.A.: la riforma sanitaria. Un tema su cui Obama ha scommesso una quota molto alta del suo capitale politico. Un tema, peraltro, su cui fare una riforma sostanziale significherebbe realmente entrare nella storia, considerata la difficoltà a condurre in porto un simile progetto in un paese come quello a stelle e strisce.

Basti rammentare, in proposito, che l’ultima significativa riforma sanitaria risale al 1965, quando l’amministrazione guidata da Lyndon Johnson approvò il sistema Medicare, che garantisce l’assistenza sanitaria per gli ultra-sessantacinquenni.

E’ ben noto lo strapotere economico e politico della lobby delle assicurazioni private, vere padrone del business della sanità U.S.A., un sistema che vede al tempo stesso le migliori eccellenze mondiali, i migliori centri specialistici, grazie soprattutto alle eccellenti facoltà universitarie scientifiche lì presenti e che, tuttavia, lascia decine di milioni di cittadini sprovvisti di qualsiasi copertura sanitaria. Trattasi di cittadini che, semplicemente, sono privi delle risorse economiche necessarie per acquistare una polizza sanitaria e che pertanto possono solo sperare di non ammalarsi mai.

Ebbene, una delle riforme preannunciate da Obama sin dalla campagna presidenziale del 2008, una delle principali declinazioni della parola cambiamento, durante questi ultimi due anni, è stata proprio quella della riforma sanitaria, con l’obiettivo dichiarato di ridurre notevolmente, se non azzerare, la quota di cittadini sprovvisti di copertura.

Ora, in questi ultimi mesi la riforma è entrata nell’arena politica, prima alla Camera dei Rappresentanti e poi al Senato, che hanno entrambi approvato un progetto di riforma, con due testi diversi che necessitano, pertanto, di una riconciliazione.

E’ apparso subito evidente, sin dall’inizio del lungo percorso parlamentare, che la strada verso una sostanziale e sensibile riforma del sistema sanitario sarebbe stata tortuosa e che gli ostacoli non sarebbero venuti soltanto dal fronte conservatore e quindi dai repubblicani, la cui opposizione era pressoché scontata, ma anche dalla componente più moderata e centrista dei Democrats; ciò si è tradotto, inevitabilmente, in una negoziazione potenzialmente senza fine all’interno della maggioranza sui diversi aspetti della riforma o meglio, sulle diverse facce che la riforma può e potrebbe assumere.

Obama, conscio che si tratta di una battaglia che non può perdere, pena la perdita di una buona dose di credibilità, oltre che del treno per la storia, o almeno di questo treno per la storia, si è dapprima speso molto su questo tema, forse come mai nessun altro nelle scorse legislature. Basti pensare all’intervento in prima persona, in occasione della discussione alla Camera dei Rappresentanti sul progetto di legge di riforma, evento questo rarissimo nella storia degli Stati Uniti d’America.

Ma più il percorso parlamentare del progetto prosegue, più la battaglia tra gli schieramenti e dentro gli schieramenti si inasprisce, più l’obiettivo presidenziale sembra ridursi all’approvazione di una riforma purchessia, pena la più grossa sconfitta dell’amministrazione democratica dall’inizio della legislatura. A ciò si accompagna un atteggiamento sempre più di basso profilo del presidente, confermato nel discorso di ieri sullo stato dell’Unione, dove Obama si è limitato a ribadire la necessità di approvare la riforma, senza minimamente precisare cosa e come dovrà o potrà essere approvato.

Infatti, dapprima il compromesso con i repubblicani e le conseguenti concessioni sull’aborto al Congresso, poi lo stralcio dell’opzione pubblica in Senato, dopo l’estenuante tira e molla tra le diverse anime del partito democratico e con il senatore “indipendente” Joe Lieberman, vera bestia nera dei progressisti statunitensi, hanno messo in chiara evidenza le crescenti difficoltà che il progetto di riforma si trovava ad affrontare.

E adesso? Dopo la recentissima sconfitta democratica nelle elezioni suppletive senatoriali in Massachussets e la conseguente perdita della maggioranza assoluta in Senato (a 60 a 59 seggi) e tenendo conto che appare difficile presagire un’approvazione da parte del Congresso dello stesso testo approvato dal Senato poche settimane or sono, non è difficile intravedere nuove estenuanti negoziazioni, compromessi, trattative stavolta anche con l’opposizione, forte proprio della vittoria in quello che fu il feudo dei Kennedy.

Si, perché sembra proprio che la maggioranza democratica alla Camera la quale, non dimentichiamolo, aveva approvato un testo significativamente differente da quello uscito dal Senato, e che, tra l’altro, prevedeva l’opzione pubblica, non sembra disposta ad approvare il testo approvato dai Senatori, unica via per evitare di ricadere nelle sabbie mobili della “camera alta”.

Ed è qui che emerge, a mio avviso, la profonda debolezza attuale dei Dems, tra i quali sembrano, al momento, prevalere i particolarismi piuttosto che il necessario senso unitario, senza il quale probabilmente bisognerà attendere ancora qualche decennio per vedere una riforma essenziale quale quella sanitaria.

Tale vicenda, peraltro, ci ricorda anche la peculiare struttura dei partiti U.S.A., l’assenza di una guida nazionale del partito e l’importanza centrale dei gruppi parlamentari, espressione, talvolta, come nel caso di specie, di linee politiche non convergenti.

Ciò detto, il rischio che si profila è che prevalga la linea del “tanto peggio tanto meglio”, che finirebbe per tradursi in una mancata riforma e, quindi, in una clamorosa e dolorosa sconfitta per Obama, proprio su una delle questioni chiave di politica interna.

Infatti, nonostante proprio ieri il Presidente, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione abbia ribadito di voler portare a casa la riforma, l’attuale situazione di stallo non sembra far presagire la rapida approvazione di una riforma significativa che corrisponda, almeno parzialmente, alle aspettative suscitate dallo stesso Obama in questi ultimi anni.

Il percorso parlamentare della riforma ha senz’altro evidenziato la volontà (necessità?) da parte di Obama e della maggioranza democratica di cercare il grado più elevato possibile di consenso da parte della compagnie di assicurazione, vere padrone della sanità U.S.A.

In questo senso il combinato disposto della scomparsa della public option, nel testo approvato in Senato, e dell’obbligo imposto ai cittadini di dotarsi di un’assicurazione (seppur con gli aiuti e i sussidi statali o federali), si tradurrà, è stato correttamente osservato, in un gigantesco regalo per le suddette grandi compagnie, le quali vedranno crescere in maniera significativa i propri spazi sul mercato e quindi i profitti.

Ciò detto, però, non vanno sottovalutati i passi avanti, comunque molto significativi, che anche il tanto contestato testo del Senato consentirebbe rispetto all’attuale sistema sanitario U.S.A., iniquo costoso e discriminatorio.

Ribasso dei premi di assicurazione, ampliamento della platea di cittadini che possono accedere al programma Medicaid, aiuti statali o federali per permettere premi accessibili alle fasce di reddito medio-basse, obbligo per le Compagnie di garantire una polizza anche a chi ha già è affetto da patologie croniche, obbligatorietà di un minimo livello di copertura e qualche, pur timido, passo in avanti per porre un argine alla crescita esponenziale dei costi del sistema sanitario.

Questi sono i principali aspetti positivi presenti, comunque, nel testo approvato qualche settimana fa dal Senato.

Affossare la riforma, secondo la predetta logica del tanto peggio, tanto meglio, significherebbe servire su di un piatto d’argento una vittoria politica importante per i Repubblicani, fermi oppositori, tranne qualche isolata eccezione, di ogni tipo di riforma sanitaria.

D’altronde, come ha brillantemente ed efficacemente osservato Kevin Drum, in un suo recente pezzo su Mother Jones: “There’s an alternate universe out there in which you could get all this stuff without compromise based on the sheer force of progressive arguments.  Sadly, it’s not this universe.  I sure hope we don’t have to learn this the hard way yet again”.   C’è il rischio, in altre parole, che per rincorrere l’utopia ci si risvegli bruscamente nel modo peggiore, facendo esattamente il gioco di chi, invece, nell’attuale sistema ci sta perfettamente e non aspetta altro che incassare, per grazia ricevuta, una significativa ed inaspettata vittoria politica.

In conclusione, per dirla con Andrew Sullivanif the health bill dies from neglect and irresolution, Obama is no leader. He is a follower. It’s time to lead”.

DAL BLOG: La trama, l’ordito e gli intesrstizi

In memoria di HOWARD ZINN

dal blog:  La trama, l’ordito e gli interstizi

Howard Zinn se n’è andato pochi giorni fa. Forse in Italia il suo nome ai più non dirà molto. Ma per chi ha avuto la fortuna di poter leggere almeno uno dei suoi lavori, Zinn è colui che ha aperto la possibilità di guardare dentro la storia e la società degli Stati Uniti d’America dalla prospettiva degli ultimi, degli esclusi dalla storia ufficiale, di quella storia divulgata non solo nei manuali, ma anche, direi soprattutto, nella cultura di massa, quella che ha plasmato l’immaginario collettivo, dove i neri, schiavi o emarginati che fossero, i nativi americani, le donne, i lavoratori, gli immigrati che plasmarono la grande nazione americana, erano e sono delle semplici comparse, quando non le vittime predestinate delle “magnifiche sorti e progressive” della modernità occidentale.

Zinn chiariva subito da che parte stava. Indimenticabile e degno di un’ampia citazione è, in questo senso, il primo capitolo del suo A People’s History of the United States (trad. it. Storia del Popolo Americano, ultima edizione Il saggiatore, 2007): “Non dobbiamo accettare come nostra la memoria degli stati”, scrive Zinn perché: “La storia di qualunque paese, presentata come fosse la storia di una famiglia, nasconde la realtà di feroci conflitti di interesse tra vincitori e vinti, padroni e schiavi, capitalisti e lavoratori, tra gli oppressori razziali e sessuali e gli oppressi. E in questo mondo conflittuale, un mondo di vittime e carnefici, le teste pensanti – come sosteneva Camus – hanno il dovere di non stare dalla parte dei carnefici. Perciò, data la necessità, implicita nel lavoro storiografico, di prendere posizione attraverso la selezione e il risalto concesso ai fatti, preferisco raccontare la scoperta dell’America dal punto di vista degli arawak, la Costituzione da quello degli schiavi, Andrew Jackson con lo sguardo dei cherokee, la Guerra civile come potevano vederla gli irlandesi di New York, la guerra con il Messico secondo i disertori dell’esercito di Scott, l’avvento dell’industrialismo dalla prospettiva delle giovani operaie tessili di Lowell, la guerra ispano-americana vista da Cuba, la conquista delle Filippine con lo sguardo dei soldati neri a Luzon, l’età dorata della Ricostruzione vista dagli agricoltori del Sud. Preferisco parlare della prima guerra mondiale come la videro i socialisti, della seconda con gli occhi dei pacifisti, del New Deal con quello dei neri di Harlem, dell’impero americano del dopoguerra dal punto di vista dei peones dell’America Latina, sempre nella misura limitata in cui un individuo, per quanto si sforzi, può “vedere” la storia dal punto di vista di altri”.

Così, dopo aver escluso una prospettiva meramente apologetica nel suo sguardo verso gli “ultimi” ed aver rimarcato il suo scetticismo “nei confronti dei governi e dei loro tentativi di invischiare, attraverso la politica e la cultura, la gente comune nella ragnatela gigantesca dell’appartenenza nazionale, con il pretesto dell’esistenza di un interesse comune”, il grande storico statunitense citava, a sua volta, una frase che gli stava molto a cuore: “Il grido dei poveri non è sempre giusto, ma se non lo ascolti non saprai mai che cosa è la giustizia”.

Per Zinn, insomma, il lavoro di storico implicava, innanzitutto, chiarezza metodologica ed onestà intellettuale. Non si poteva e non si può prescindere dalla considerazione che per chi lavora sui fatti, sulla storia vissuta e plasmata dagli esseri umani, non può esistere un’unica verità e, conseguentemente, dalla onesta presa d’atto che è illusorio cercare un’unica verità negli eventi storici. Si tratta, in altri termini, di ribadire la chiave ideologica, sempre indefettibilmente sottesa alla prospettiva, allo sguardo di chi tenta di sbrogliare quotidianamente l’inestricabile matassa delle vicende umane.

Ho scoperto Zinn casualmente, sbirciando tra gli scaffali di una libreria romana pochi anni or sono e sono rimasto colpito subito dal titolo dell’opera sopra citata. Da qui a divorare il libro in poco tempo il passo è stato brevissimo, considerata anche la scorrevolezza, pur nella densità della narrazione, della prosa del testo.

Ho così avuto modo di scoprire molti personaggi – quali Joe Hill, Albert Parsons, Emma Goldman, Henry Gorge, Eugene Debs, Mother Jones, Joseph Ettor, solo per citarne alcuni – in Italia pressoché sconosciuti ed anche negli U.S.A. relegati, in gran parte, in qualche polveroso cassetto delle memoria collettiva, che hanno scritto pagine dolorose ma feconde di speranza in nome di “quel” popolo americano.

Si può sostenere che Zinn fosse nient’altro che un sognatore, credente fino all’ultimo nell’agognata utopia di un “socialismo dal volto umano”.

Diceva, infatti, a proposito del socialismo: “Socialism basically said, hey, let’s have a kinder, gentler society. Let’s share things. Let’s have an economic system that produces things not because they’re profitable for some corporation, but produces things that people need. People should not be retreating from the word socialism because you have to go beyond capitalism.”

Ad ogni modo, non so dargli torto quando sosteneva: “Parto dal presupposto, o forse soltanto dalla speranza, che il nostro futuro si possa trovare negli effimeri momenti di compassione del passato, piuttosto che nei secoli di guerra”.

Buon riposo Howard, e lunga vita alla speranza!

Il fallimento di Copenaghen: riflessioni e prospettive

L’esito del tutto fallimentare del summit C0P15, da pochi giorni conclusosi nella capitale danese stimola diverse riflessioni sia sullo stato dei rapporti di forza internazionali, sia sull’oggetto dei colloqui multilaterali, la lotta contro i cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale. In primo luogo, il vertice ha sancito in maniera chiara, laddove ve ne fosse ancora bisogno, l’affermazione del G2 Cina- U.S.A. ed il sostanziale declassamento ad attore politico di secondo rango dell’Europa o, se si preferisce, delle principali potenze europee. Ciò è emerso in maniera evidente sin dalle settimane precedenti il vertice ed ha trovato, poi, puntuale conferma durante il summit. … Leggi tutto

Obama, un anno dopo: tra illusioni e promesse da mantenere – 1

Il recente annuncio di Barack Obama in merito all’invio di decine di migliaia di soldati in Afghanistan ha riposto l’accento su un dibattito in realtà mai sopito e costantemente attivo in tutto il mondo ed anche nel nostro paese. Sarà Obama in grado di mantenere le sue promesse? Riuscirà a tracciare un segno di reale discontinuità rispetto all’era di George W. Bush e dei Teocon?

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Nucleare: minaccia iraniana o pericolo pakistano?

Nel momento in cui l’Iran è nell’occhio del ciclone per la sua presunta, ma piuttosto probabile, volontà di diventare l’ennesima potenza nucleare del pianeta, un’altra minaccia ben più concreta si profila all’orizzonte geo-strategico contemporaneo.

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Quando l’ambientalista si finge milionario: verso nuove forme di disobbedienza civile?

Tim De Cristopher è un ragazzo di Pittsburgh di 27 anni, laureando in Economia all’Università dello Utah e convinto ambientalista.

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Vogliono privatizzare tutto: appunti per un’idea diversa di società

La recentissima notizia relativa all’approvazione da parte del Senato della Repubblica della norma che dà, nella sostanza, il via libera alla totale privatizzazione del servizio idrico nel nostro paese (art. 15 decreto legge n. 135, ora in attesa dell’approvazione da parte della Camera dei deputati), mi spinge a tornare su alcune riflessioni sullo stato oramai comatoso della politica italiana e soprattutto sul degrado etico-politico di quella che dovrebbe essere la sinistra italiana.

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