Extreme Silvio
Extreme Silvio
di Franco Bergoglio
In quante occasioni si è pensato che Berlusconi avesse varcato quel confine: decenza, lecito, democratico, mediatico… Dall’urbis et orbis televisivo del 1994 L’Italia è il paese che amo, celebre per lo slogan un nuovo miracolo italiano tormentone di una fortunata campagna elettorale, si sono succeduti moniti, denuncie, manifestazioni di massa, irresistibili ascese e cadute. Ma Lui ha perseverato, fiancheggiando la strada con slogan di presa: le toghe rosse, un complotto della sinistra, la casa della libertà, meno tasse per tutti, la discesa in campo, il teatrino della politica. Quest’ultimo dopo 15 anni di ininterrotta militanza del Cavaliere è stato cassato per pudore, anche se talvolta torna ancora comodo tacciare gli avversari come mestieranti della politica. Ecco materializzato il linguaggio su cui è stato edificato il nuovo sogno italiano, proposto dall’uomo che Margherita Hack ebbe a definire una Vanna Marchi al quadrato, Bocca un piccolo cesare e che secondo lo storico Paul Ginsborg funge da amministratore unico della democrazia mediatica. Impossibile compilare un bignami del nostro, troppe le dichiarazioni celebri smentite e i gesti fraintesi. Ogni volta è parso che il limite si spostasse ancora oltre lungo un ripido crinale in grado di frantumare l’idea di società a favore di una visione ultraindividualista del mondo con al centro gli interessi, i gusti, le manie, le ambizioni del capo che -mediate dalle sue televisioni- sono penetrate nella carne viva del Paese. Solo nella sfera della morale le parole d’ordine restavano conformi ai voleri della chiesa, più per sedare l’opinione dominante che per intimo convincimento e precipitate nel recente disfacimento dell’etica familistica, una svista nel copione del kolossal. Per l’acuminata penna di Ambrose Bierce cristiana era la persona che segue gli insegnamenti di Cristo fino a quando non siano in contraddizione con una vita di peccato. Bierce non poteva prevederlo, ma in quel frangente ci si aggrappa alla tesi del complotto, sempre valida arma dei potenti. Sconfitta la realtà, sostituita da un vuoto pneumatico di populismo tardo napoleonico, l’ultima frontiera rimane quella del tempo, odiato giudice senza possibilità di lodo; ancora ingannato da un corpo in avanzato stato di imbalsamazione, mentre sotto riflettori perenni si volge in commedia il Nabokoviano danzare di ingenue e scaltrissime lolite che circondano di colori l’autunno di sua emittenza.
franco bergoglio su http://www.gennarocarotenuto.it