martedì 18 giugno 2013, 20:56

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (3/3)

USAFlessioni.jpgQuesta è la terza e ultima parte del reportage di Fabrizio Lorusso sulle guerre infinite e dimenticate di Haiti, un paese sconvolto da endemiche catastrofi naturali come uragani e terremoti, ma che inoltre ha provato sulla propria pelle tutti gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. … Leggi tutto

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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Diario da Haiti: gli aiuti selettivi

“Tutte le persone che ne hanno bisogno possono ricaricare il telefono gratis”, “Tutti i responsabili sindacali, le Ong e le organizzazioni umanitarie che vengono possono usare Internet gratis e possono fare anche delle riunioni”. Dopo due giorni di viaggio tra aerei ed autobus da Città del Messico a Santo Domingo e poi a Port-au-Prince, Haiti, mi accoglie così il cartello scritto in creolo affisso sulla porta d’entrata dell’Aumohd, l’associazione di avvocati dedicati alla difesa dei diritti umani che operano nei quartieri disagiati di Porto Principe e che mi ospiteranno per una ventina di giorni nella zona Delmas, una delle tante città dentro la città che compongono la disastrata capitale haitiana. Il centro operativo dell’associazione funziona perfettamente grazie ad un generatore di corrente a benzina che alimenta alcuni computer portatili, dei cellulari e un paio di stampanti, strumenti indispensabili per ricominciare le attività di supporto alla popolazione e cercare la maniera migliore di ottenere i famosi “aiuti umanitari internazionali” che si vedono più alla televisione e nelle notizie che nella difficile realtà quotidiana.

Tutta la zona è senza elettricità e non si sa quando sarà ripristinata. Si vendono per la strada candele e pile per supplire alla mancanza di luce pubblica. Il generatore dell’Aumohd è a disposizione di tutti quelli che ne hanno bisogno e presto verrà istallato un piccolo centro medico per le cure d’emergenza e l’assistenza sanitaria se si riusciranno a recuperare dei fondi. Un amico compagno di viaggio, Diego Lucifreddi, e io abbiamo fatto la nostra piccola parte portando dal Messico un centinaio di scatole e flaconcini di antibiotici, antiematici, paracetamol, aspirine, d’alcol, oltre a garze sterili, vitamine e termometri ma i bisogni eccedono la capacità di due viaggiatori e richiedono un contributo di massa.

Il conteggio ufficiale delle vittime del terremoto del 12 gennaio scorso ha ormai superato la cifra di 200mila anche se molte abitazioni, uffici, chiese, negozi e strade non sono ancora state esplorate e sgomberate, quindi restano migliaia di vittime intrappolate nelle macerie di una metropoli trasformatasi rapidamente in un accampamento gigante e brulicante.

Lo shock post terremoto è uno dei fantasmi che si aggirano per le vie, per i parchi e le piazze di Porto Principe, occupate da accampamenti, tendopoli e rifugi d’emergenza che ormai sono una dimora per migliaia di senza tetto (il numero degli sfollati sembra aver superato il milione) e per le persone che non vogliono ritornare a casa perché gli spazi chiusi e le crepe enormi sulle pareti fanno troppa paura.

Le notti infestate dalle zanzare e dal calore asfissiante passano nella speranza di poter trovare un pasto per il giorno dopo o di poter inviare qualche soldo ai membri della famiglia che se sono andati a vivere in luoghi più sicuri fuori città. Quindi il secondo fantasma che minaccia la sopravvivenza della capitale è la fame dato che la massa enorme di viveri e medicine arrivati da tutto il mondo non filtrano verso i quartieri disagiati e alle associazioni veramente bisognose. Basta camminare dieci minuti sulla lunghissima e trafficata via Delmas per rendersi conto che la distruzione provocata dalle scosse del 7° grado della scala Richter è stata massiccia e ha cancellato interi condomini e palazzi sconvolgendo la struttura e l’anima delle strade, ma non ha abbattuto la volontà di sopravvivenza della gente comune e la vitalità del popolo haitiano. Forse una casa su quattro è crollata o minaccia di farlo presto se ci saranno nuove repliche del sisma o se l’incuria e l’impotenza dello Stato continueranno. L’unico palazzo governativo rimasto in piedi è quello del ministero degli interni nel cui giardino sono attualmente accampate centinaia di persone. In certi quartieri i politici non sono ben visti dato che appaiono magicamente durante la campagna elettorale e nei momenti d’estrema emergenza (molto frequenti ad Haiti), ma poi scompaiono nella polvere di strade mai asfaltate e nel silenzio di promesse non mantenute.

Inoltre l’offerta di cibo per la strada scarseggia, sono pochissimi i supermercati aperti e, solo per fare un esempio, una pizza da Domino’s costa da 10 a 20 dollari USA che è un prezzo assolutamente proibitivo. Stanno anche iniziando a proliferare i venditori di medicine e prodotti per l’igiene personale che alimentano il mercato nero della rivendita o “riciclaggio” degli aiuti umanitari selettivamente distribuiti. E’ urgente promuovere l’attivazione di canali alternativi di finanziamento e d’aiuto (vedi raccolta fondi: http://prohaiti2010.blogspot.com ) per la popolazione che si trova ai margini. Sembra che il problema dell’acqua sia stato parzialmente risolto e che il suo prezzo sia relativamente sotto controllo ma in alcuni casi  supera il dollaro e mezzo al litro e quando non si hanno più entrate di nessun tipo, direi che il problema resta aperto e drammatico.  Di Fabrizio Lorusso

Dos Favores. Due favori. Poesia in Spagnolo e in Italiano

Dos favores

Por favor, no seas para mi un grande amor
porque, dicen, los grandes amores
son los que no se tienen nunca
como ahora mismo
que lloro letras de mi lápiz
y te quiero tener, noche y cuerpo
alma tuya en el aire mío
respirándola para alegrar mi sangre
hasta borrar de la suerte
el rastro de tu despedida.
Por favor, contéstame si crees
que ésta es una carta
ignórame si ves en todo esto
simplemente un mensaje baldío
un rumbo sin carisma de imán
una promesa de flores secas.
Sabes, sólo a ti, de paso
he pedido dos favores honestos
que no son deudas con el miedo
sino retazos libres de mi porvenir
que alguien dejó, sin saber, para ti.

Due favori

Per favore, non diventare per me un grande amore
perché, dicono, i grandi amori son quelli
che non si posseggono mai
proprio come ora
che piango lettere dalla mia matita
e vorrei averti, notte e corpo
anima tua nell’aria mia
respirandola per dar gioia al mio sangue
fino a cancellare dalla sorte
le tracce del tuo addio.
Per favore, rispondimi se credi
che questa sia una lettera
ignorami se vedi in tutto questo
semplicemente un messaggio sterile
una direzione senza il carisma del magnete
una promessa di fiori secchi.
Sai, solo a te, nel cammino
ho chiesto due favori onesti
che non sono debiti con la paura
ma ritagli liberi del mio avvenire
che qualcuno ha lasciato, senza saperlo, per te.

di F. L.

“Memorias del Mañana” (leggilo qui)

Revista de poesia ISLA NEGRA di Gabriel Impaglione / Rivista di poesia ISLA NEGRA

USA – America Latina, da Cuba a Haiti. Cos’è cambiato con Obama?

Di Fabrizio Lorusso da http://lamericalatina.net

BushObama.jpg Una risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l’atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del “cortile di casa” o “patio trasero” (in spagnolo) che è l’America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell’ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dell’egemonia, anche se l’ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.

Priorità e problemi Come prevedevano i rapporti pubblicati dalla CIA (Latin America 2020) all’inizio del nuovo millennio riguardanti il futuro dell’America Latina dal peculiare punto di vista delle priorità statunitensi, non sembra che la regione a sud del Rio Bravo, salvo alcune eccezioni che riporterò in seguito, sia diventata un’area particolarmente strategica d’interesse soprattutto se la consideriamo in rapporto all’Europa, alla Cina (o alla “Cindia”), alla Russia o al Medio Oriente. La grave crisi economica di questi ultimi due anni, generata dall’economia USA e dai mutui sub-prime ma anche dal medesimo sistema di vita americano che tanto soft power pareva aver creato nel passato, è la peggiore dopo quella del ’29 mentre sul piano interno la riforma del sistema sanitario sta procedendo lentamente anche dopo l’approvazione in Senato e sta consumando una parte dell’enorme capitale politico e delle aspettative riposte dagli americani su Obama. Quindi sono numerose le questioni di cui si deve occupare il nuovo governo americano e, ancora una volta l’America Latina passa in secondo piano. Ciò non toglie che gli interessi economici e commerciali tradizionali delle multinazionali (non solo americane ma anche europee, giapponesi e cinesi) legate allo sfruttamento delle risorse naturali idriche e del sottosuolo, uniti a quelli dei settori esportatori dell’industria americana in cerca di rivincite nei “suoi mercati” sempre più occupati dalla Cina, dalla Spagna o dallo stesso Brasile, ma soprattutto la corsa per la conquista della biodiversità in Centro e Sudamerica, regioni competitive in questo senso a livello mondiale, siano elementi da tener sott’occhio nel breve e medio periodo.

War games? Inoltre le due guerre asiatiche ereditate dalla precedente e inquietante amministrazione di George W. Bush hanno spinto Obama tra le braccia di una severa realpolitik: ha dovuto tradire lo spirito di quell’attacco o provocazione di tipo “preventivo” sferrato dall’Accademia Svedese e costituito dall’assegnazione del Premio Nobel per la Pace con l’aumento delle truppe in Afganistan e la stipula del trattato con la Colombia per l’uso decennale di 7 basi dislocate nel paese sudamericano da parte della US Army. Questa decisione del presidente colombiano Alvaro Uribe e del suo omologo nordamericano ha portato negli ultimi mesi a importanti frizioni diplomatiche e ritorsioni del governo venezuelano di Hugo Chavez che si sente direttamente minacciato dall’ingerenza USA e ha recentemente denunciato anche l’Olanda di partecipare ai piani di destabilizzazione di Washington nei suoi confronti attraverso le basi situate sulle isole delle Antille olandesi, Aruba e Curacao, a pochi chilometri dal Venezuela. Una mossa che era attesa dopo che il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, non aveva più rinnovato la concessione per la base USA di Manta e anche Panama s’era liberata negli ultimi dieci anni delle truppe americane sul suo territorio e nella zona del canale. L’affitto temporaneo o permanente di basi militari da parte delle forze armate statunitensi continua come strategia di controllo territoriale e di minaccia più che come uno strumento di cooperazione per la democrazia e la lotta al narcotraffico, le motivazioni ufficiali sempre propagandate al momento di giustificare questo tipo di accordi.GattoStarWars.jpgEcco così che l’enclave di Guantanamo a Cuba compie 103 anni ed è un avamposto inespugnabile e minaccioso di cui ben conosciamo le storie di abusi e violazioni post 11 settembre mentre in Honduras, a Palmerola, è operativa la base Soto Cano che è la sede della “Joint Task force Bravo”, una missione finalizzata alla “cooperazione regionale nelle iniziative di sicurezza e sviluppo democratico attraverso operazioni coordinate tra varie agenzie”. Stessa missione ha anche la base di El Salvador, presso l’aeroporto internazionale di Comalapa, ed è giudicata da alcuni esperti (per esempio Daniel Eriksson di Dialogo Interamericano) come un’inutile eredità di un passato “anti comunista” e che sarebbe ancora aperta per inerzia ma comunque operativa e funzionante per ogni evenienza. Vengono invece costantemente smentite le voci e le notizie, per esempio quelle fatte circolare dalla venezuelana Agencia Bolivariana de Noticias (ABN), sulle presunte presenze USA nelle basi di Iquitos e Nanay in Perù, di Liberia in Costa Rica e Estigarribio in Paraguay ma allo stesso tempo non si può negare che esiste una capacità militare che gli Stati Uniti possono impiegare anche in modi diversi rispetto all’obbiettivo della lotta al narcotraffico o al terrorismo.

Sicurezza nazionale Questi due “gravi problemi di sicurezza nazionale” degli USA sono diventati gli assi del discorso legittimante e interventista dopo la fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, e il declino della retorica del “pericolo comunista” nel mondo e in America Latina. Questa minaccia sistemica richiedeva l’intervento della CIA (soprattutto nei paesi grandi e lontani, a sud dei Caraibi) o pure dell’esercito (frequentemente impiegato in America Centrale e nelle isole caraibiche) ed era semplicemente rappresentata da qualunque presidente o governo democratico di carattere riformista, spesso non rivoluzionario, che entrasse in conflitto con la superpotenza o con le classi dirigenti nazionali schierate con i settori reazionari o “esterofili” come successe ad Arbenz in Guatemala nei primi anni ’50 o ad Allende in Cile quasi vent’anni dopo. Altri grandi retoriche della storia furono l’esportazione della democrazia, utilizzata anche in Iraq, e la lotta al nazi-fascismo e ai totalitarismi negli anni dell’ascesa egemonica statunitense e della Seconda Guerra Mondiale. Peccato che in seguito alcuni regimi di quel tipo siano stati tollerati e a volte direttamente fabbricati fuori dagli scenari bellici e in particolare nell’emisfero occidentale…

Cuba Tornando al presente o meglio al passato recente, le dichiarazioni di Obama al Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago nell’aprile 2009 in cui promise relazioni basate sul rispetto reciproco non sembrano venire supportate dalle azioni concrete dato che su più fronti la strategia americana non è cambiata rispetto al passato di incomprensioni e indifferenze di G. W. Bush. Nonostante alcuni timidi segnali di ripresa della distensione verso Cuba, particolarmente nel tema migratorio, il processo di avvicinamento s’è fermato e l’embargo continua a incombere sull’isola senza che vi siano ormai ragioni ideologiche fondate, sempre che ve ne siano state in precedenza, per mantenere le sanzioni e malgrado le ripetute condanne internazionali al riguardo.

Honduras, la Ande e il Brasile Il governo USA ha inoltre riconosciuto le elezioni del 29 novembre in Honduras, paese interessato da un colpo di Stato manu militari nel giugno 2009 in seguito al quale il presidente in carica Manuel Zelaya è stato deportato in Costa Rica e le violazioni ai diritti umani e alle garanzie individuali sono cresciute esponenzialmente, nonostante una buona parte della comunità internazionale e numerosi paesi latino americani, tranne la Colombia, il Costa Rica, Panama, la Repubblica Dominicana, il Perù e il Messico, abbiano dichiarato l’illegittimità della vittoria del candidato Porfirio Lobo. Scendendo più a sud verso il Brasile, malgrado le dichiarazioni di stima rivolte da Obama al presidente brasiliano Lula che sarebbe il “suo uomo” e “il politico più popolare della terra”, la relazione bilaterale tra i due giganti del nord e del sud non è delle migliori dopo le frizioni sull’Honduras (ricordiamo che Zelaya s’è rifugiato proprio nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa) e sulla questione delle basi americane in Colombia. Quest’ultimo paese è il primo destinatario degli aiuti economici e logistici statunitensi ed è il suo principale alleato nella guerra al narcotraffico nella regione andina così come lo è il Messico in centro e nord America. Anche in questo caso l’intenzione di favorire politiche di riduzione della domanda interna di stupefacenti non è stata ancora seguita da decisioni effettive in tal senso e quindi si continua con le tipiche misure di repressione e controllo dell’offerta di paesi produttori come la Bolivia, la Colombia, il Messico o il Perù le quali esportano instabilità e violenza verso sud. Un tema molto sensibile per il Messico e il Centro America, ma non solo, è quello dei migranti illegali negli USA il quale è stato trascurato e per ora non vi sono tavoli di negoziazione aperti. La politica e l’agenda USA per l’America Latina sono ancora guidate dall’inerzia di un moto perenne definito da coordinate già note e volontà residuali lontane anni luce dalla retorica delle promesse. Cosa cambierà?

Haiti, dalla guerra al terrorismo al terremoto Per concludere solo un commento riguardo alla tragedia che in questi giorni sta vivendo Haiti, paese caraibico di 9 milioni di abitanti confinante con la Repubblica Dominicana, in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio scorso che ha provocato decine di migliaia di vittime (forse 200mila) e il collasso fisico e operativo delle sue istituzioni e dei suoi apparati statali. Già da alcuni anni si parlava di Haiti come di un cosiddetto Stato fallito e la presenza stabile dell’ONU e dei caschi blu, la cui missione era comandata dal Brasile fino a pochi giorni fa, era ormai un fatto assodato dopo il tremendo uragano Jeanne e le rivolte popolari del 2004, la cacciata militare dell’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, l’arrivo dei marines e l’elezione nel 2006 dell’attuale mandatario in carica Renè Preval. Come segnala il blog di Selvas.org “il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per “aiuti” ad Haiti, però non lo ha fatto circondato dai suoi collaboratori in questa materia: aveva al suo lato i più alti dirigenti della difesa La prima cosa da capire è che questi 100 milioni non serviranno per gli “aiuti umanitari” ma per far fronte alle spese di mobilizzazione militare annunciata (10.000 soldati)”. Haitipresidencial.jpgIntanto l’Italia ha annunciato la cancellazione del debito haitiano e la Francia, ex potenza coloniale e madre patria di Haiti, s’appresta a prendere la stessa decisione e a richiederla ai paesi del Club di Parigi per un ammontare di loro pertinenza di quasi 215 milioni di dollari sui totali 1,88 miliardi di debito estero haitiano. Gli aiuti stanno tardando ad arrivare a chi ne ha veramente bisogno e l’opera di coordinamento da realizzare è enorme viste le deficienze o le assenze totali delle istituzioni nazionali per cui sembra che gli USA si stiano incaricando di gestire la situazione e il segretario di Stato Hillary Clinton ha già visitato Porto Principe sabato scorso, il 16 gennaio, ribadendo la sua intenzione di integrare e non soppiantare il governo locale nell’esercizio delle sue funzioni. Di fatto però la polizia e lo Stato quasi non esistono più ad Haiti e sono gli eserciti stranieri, quello americano in primis, a mantenere un ordine minimo e instabile mentre i gruppi di solidarietà formati da civili sono impossibilitati agire. Mentre Stati Uniti (obiettivo 10mila) e ONU (+3.500 unità) decidono di inviare più truppe, centinaia di sciacalli e bande di rapinatori stanno prendendo d’assalto negozi e accampamenti in cerca di cibo. In questo contesto la Francia e il Brasile, i paesi forse più interessati strategicamente e storicamente a mantenere un controllo e un avamposto sull’isola, hanno già protestato per l’ingerenza statunitense che con la scusa ufficiale degli aiuti umanitari sembra essersi spinto oltre le attese controllando l’aeroporto di Porto Principe (si sono anche verificate alcune frizioni con altri paesi per l’atterraggio di aerei carichi di aiuti) e inviando per ora 2200 marines e 5000 soldati secondo quanto annunciato dal Comando Sud americano con sede a Miami in Florida. Manca ancora un’autorità riconosciuta che gestisca le operazioni di salvataggio, la sicurezza e la distribuziuone razionale degli aiuti umanitari che rischiano di restare bloccati fisicamente o di venire ingurgitati nella spirale burocratica e nelle tasche delle cosiddette “multinazionali della solidarietà”. Il presidente venezuelano Hugo Chavez, facendo eco al ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, ha ribadito che bisogna aiutare Haiti e non occuparla militarmente.

Scenari e sipari calati Gli scenari che si aprono per Haiti nei prossimi mesi rimandano alla vecchia teoria “dell’imperialismo su invito” che prevede la delega progressiva di funzioni governative e di difesa nazionale, per volontà e necessità, in favore di una potenza straniera occupante o anche di organizzazioni e agenzie ad essa legate. Questa piano piano incomincia a stabilire un protettorato light e a convincere la popolazione locale che non è in grado di autogovernarsi e ha bisogno di un ordine esterno superiore che è il minore dei mali. A quel punto la sovranità è seriamente compromessa e, nonostante eventuali miglioramenti materiali, viene stabilita un’autorità esterna paternalista che controlla il paese per portarlo a nuove elezioni, a una nuova costituzione e, magari, a un referendum sull’annessione o l’associazione, stile Porto Rico, con lo Stato protettore. Resta da valutare la relazione costo – beneficio dell’operazione, i vantaggi strategici e geopolitici per gli USA e i costi nel lungo termine d’una specie di “amministrazione controllata” di un intero paese che, come dimostrano i casi dell’Iraq e dell’Afganistan, non è sempre un’alternativa percorribile e prevedibile oltre al fatto che in questa zona del mondo si potrebbero creare tensioni indebite e sproporzionate con la vecchia potenza francese e l’emergente Brasile. Una parte della popolazione attiva del paese e molti bambini rimasti orfani cercano scampo nell’emigrazione (o nelle adozioni internazionali) tanto nella vicina Repubblica Dominicana come negli USA che hanno fermato il processo di espulsione a carico di 30mila haitiani irregolari. Anche il Senegal ha messo a disposizione terre gratis per questi “figli dell’Africa”. Ad ogni modo i Caraibi e la stessa Haiti non sono nuovi a questo tipo di presenza straniera e gli scenari ipotizzati relativi al futuro di Haiti sembrano plausibili in questo momento e potranno definirsi più chiaramente quando l’emergenza sarà rientrata.
www.carmillaonline.com

Foto: http://www.flickr.com/photos/fabiovido/

L’invenzione dell’America Latina (e del latino-americanismo)

di Fabrizio Lorusso
da www.carmillaonline.com
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L’America Latina rappresenta un’area geografica e culturale storicamente determinata ma dai contorni sfumati e cambianti. Quando ci riferiamo a questa zona del mondo come a un concetto che conforma identità comuni e si contrappone all’altra America, quella anglosassone fondata sull’ideologia della missione, della frontiera e dei WASP (White Anglo-Saxons Protestant), stiamo parlando di una tipica identità sopra-nazionale che, come tutte le nazioni, è un’invenzione ossia, parafrasando Benedict Anderson, una “comunità politica immaginata” grazie alla quale ogni membro di una comunità geografica e culturale crede di appartenere a un gruppo sociale, storico e spesso anche etnico ben definito e “nazionale” (1). La sua identità reale qui non importa. E’ fondamentale il processo di creazione di quelle idiosincrasie, tradizioni ed eredità che lo legano al gruppo di riferimento e che lo sottomettono all’ideologia dell’appartenenza. Basti pensare all’Unione Europea e al lavoro di convincimento e propaganda teso a suscitare e risvegliare un’identità comune alle nuove generazioni di tutto il continente. Tornando alla nostra America, alcune definizioni hanno cercato d’inglobare il concetto che oggi abbiamo di questa regione del mondo ma erano semanticamente più limitate e ideologicamente orientate. Mi spiego.

Parlare di “Ispanoamerica” significava di fatto escludere il Brasile, la Guyana Francese, il Suriname (ex territorio olandese), la Guyana (ex colonia inglese) e molte isole dei Caraibi in cui non si parlava e non si parla spagnolo né v’era stata la presenza di quella potenza coloniale europea. In spagnolo esiste addirittura la parola “Lusoamerica” che descrive le ex colonie portoghesi in America, cioè il Brasile, paese che è 90 volte più esteso della sua ex madre patria e in cui tale definizione non ha avuto grande successo.
Il termine “Iberoamerica” era più ampio dato che il riferimento era agli ex possedimenti dei regni della penisola iberica e quindi includeva anche il Brasile, parte dell’impero portoghese fino al 1822, ma restava comunque una connotazione coloniale poco apprezzata da questo lato dell’Atlantico.
Quindi “America Latina” sembra essere il nome più adatto e con un compromesso semantico si ricomprendono nel pentolone le ex colonie spagnole, francesi (come Haiti), portoghesi e gli attuali territori francesi d’oltremare come le isole caraibiche di Guadalupe e Martinica e la Guyana francese. A questo punto resterebbero fuori “solamente” le isole non latine dei Caraibi come per esempio la Giamaica e le Virgin Islands, il Suriname, la Guyana, le Islas Malvinas o Falkland (isole del Regno Unito rivendicate dall’Argentina). Nessuno è perfetto.
Siccome il dottorato che sto (forse?) concludendo a Città del Messico si chiama “Studi Latino Americani” e dire semplicemente “Americanistica” appare riduttivo, mi sono dovuto interrogare sull’origine di suddetta terminologia ripetutamente. L’espressione “latino americanismo” fu utilizzata per la prima volta alla metà del secolo XIX, precisamente nel 1836, dall’intellettuale e viaggiatore francese Michel Chevalier che raccolse in un libro le sue cronache giornalistiche e tracciò la separazione tra un’America “protestante e anglosassone” ed una “cattolica e latina” (2). Secondo il nostro, quest’ultima si sarebbe potuta tranquillamente accomodare nella sfera d’influenza della Francia, unica potenza internazionale anche lei cattolica e latina di quell’epoca (3).

In realtà alcune ricerche recenti circa l’origine del nome e del concetto di America Latina dimostrano che la sua “invenzione” viene dagli stessi latino americani e si può attribuire al frate dominicano Francisco Muñoz del Monte, ai cileni Santiago Arcos e Francisco Bilbao e al colombiano María Torres Caicedo, i quali usarono il termine a partire dal 1850 con un contenuto ideologico differente: l’America Latina non era più vista come un nome imposto da interessi esterni delle potenze coloniali bensì come un nome coniato dagli stessi abitanti della regione che sottintendeva un processo d’emancipazione ideologica e politica (4).
Malgrado le sue origini antiche, fu solo dalla prima metà del secolo XX che l’ideale latino americanista cominciò ad avere un’importanza come flusso reale e ideologico di risposta rispetto al panamericanismo, utopia d’unificazione continentale dall’Alaska alla Pampa promossa spesso a colpi di cannone dagli Stati Uniti, la potenza egemone dell’emisfero occidentale e di lì a poco del mondo intero.
L’affermazione della latinità e della differenza rispetto all’altra America anglosassone, insieme all’idea di una cultura comune condivisa dai popoli situati a sud del Rio Bravo, dal Messico all’Argentina includendo anche il Brasile e le isole dei Caraibi, sono stati gli assi del dibattito storiografico e filosofico sull’identità latino americana il cui mito fondante fu il sogno coltivato da Simon Bolivar di creare un’unica nazione dagli Stati sorti dopo le guerre d’indipendenza contro la Spagna all’inizio dell’ottocento (Nota. In molti paesi delll’America Latina quest’anno, il 2010, è dedicato alle celebrazioni del bicentenario delle lott per l’indipendenza i cui inizi, salvo il caso precoce di Haiti, risalgono proprio al 1810).
Spesso i nazionalismi dei moderni paesi della regione e i progetti di unione a livello politico e commerciale prendono spunto da questo sogno, basti pensare al nome ufficiale adottato nel 1999 dal Venezuela che con l’approvazione di una nuova costituzione politica è diventata la Repubblica Bolivariana de Venezuela per volontà dei costituenti e del presidente Hugo Chavez il quale difende un’ideologia integrazionista incarnata dall’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe) contrapposta alla proposta egemonica statunitense di tipo “panamericano” rappresentata negli ultimi anni dall’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe, progetto d’integrazione commerciale ormai fallito e portato avanti da accordi bilaterali tra gli USA e ciascun paese dell’America Latina volta per volta) (5).latinoamerica.gif Allo stesso modo l’atteggiamento anti-statunitense manifesto in certe componenti del latino americanismo emerge dal pensiero del patriota cubano José Martí (1853-1895. Giornalista e combattente, deceduto nel tentativo di liberare Cuba dagli spagnoli e dall’ingerenza americana che si sarebbe fatta sentire nel 1898 con la Guerra Ispano-Americana) che è diventato uno dei precursori e paladini più conosciuti dell’idea di un’America Latina diametralmente opposta a quella del nord in cui lo stesso Martì aveva vissuto. Anche il colombiano José Maria Torres Caicedo (1830-1889) viene ricordato come uno dei padri dell’americanismo latino militante in quanto aveva proposto una “Liga Latino-Americana” già nel 1861: nella sua visione “non vi fu mai in America dall’indipendenza in poi, una questione che richiedesse più coscienza, più controllo, più analisi chiara e minuziosa del fatto che siano stati proprio gli Stati Uniti potenti, stipati di prodotti invendibili e determinati ad ampliare i loro domini in America, a rivolgere un invito alle nazioni americane meno potenti, legate ai popoli europei da un commercio libero e proficuo, affinché queste si associno con loro in una lega contro l’Europa e chiudano le porte ai trattati con il resto del mondo. Dalla tirannia della Spagna seppe salvarsi l’America ispanica e ora, dopo aver visto con occhi giudiziosi i precedenti, le cause e i fattori dell’invito, è d’uopo dire, perché è la verità, che è arrivata per l’America ispanica l’ora di dichiarare la sua seconda indipendenza” (6).

C’è anche chi ha cercato di stabilire un parallelo improbabile tra Martí e Theodore Roosevelt (presidente USA dal 1901 al 1909, promotore della politica aggressiva e interventista del Big Stick o Grosso Bastone in America Latina, però, come Barack Obama, vincitore di un Nobel per la pace, non preventivo, nel 1906 per la soluzione del conflitto russo-giapponese) i quali “condividevano una fede nella centralità delle considerazioni politiche ed economiche nel governo e nelle relazioni tra i governi, nella necessità storica della liberazione delle nazioni del Nuovo Mondo, nell’attaccamento alla tradizione, nella visione globale delle loro rispettive nazioni e dei loro doveri specifici verso le Americhe” e ancora “credevano al ruolo attivo del governo nella società e nell’economia per proteggersi dagli interessi egoistici di pochi”. Ciononostante, commentando le proposte di unione monetaria avanzate durante il Primo Vertice Panamericano del 1889, Martì riaffermò la solidarietà sub-regionale contro il panamericanismo, l’ideologia unificatrice degli USA basata sul commercio e la moneta, visto che “chi dice unione economica, dice unione politica. Il popolo che vende, comanda. Il popolo che compra, ubbidisce. Bisogna equilibrare il commercio per assicurare la libertà” (7) (8). Frasi vecchie ma sempreverdi.

E’ solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che l’America Latina viene riconosciuta dal “grande pubblico” e dalle istituzioni a livello internazionale come un attore politico rilevante e si dota di organi regionali importanti d’ispirazione latino americanista e in parte alternativi al sistema panamericano creato con la OSA (Organizzazione degli Stati Americani sotto l’egida statunitense) come la CEPAL (Comision Economica para America Latina y el Caribe della ONU, del 1948), la Unión de Universidades de América Latina (UDUAL) nel 1949, la Asociación Latinoamericana de Libre Comercio nel 1961, il Parlamento Latinoamericano nel 1964, La Comisión Económica de Coordinación Latinoamericana nel 1964 e il Sistema Económico Latinoamericano (SELA) nel 1975 (9) (10), oltre agli accordi d’integrazione commerciale, militare ed energetica recenti come l’ALBA, il Mercosur, il Banco del Sur e l’UNASUR. La produzione accademica e statistica ufficiale della CEPAL, insieme al lavoro dei suoi economisti e sociologi come Anibal Pinto, Raul Prebisch, F. H. Cardoso e tanti altri, ha dato negli ultimi 60 anni una grande spinta alla “causa” latino americanista e a una teoria sociale latino americana riconosciuta dai centri dei paesi industrializzati (11) (12).

Concludo. Scrivendo questo breve saggio mi sono imbattuto così quasi per caso in un’intervista di Ana Delicado allo scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano, da 40 anni autore del celebre e sanguigno romanzo Le vene aperte dell’America Latina, intitolata “La paura di vivere è peggiore di quella di morire” e vorrei riportarne un estratto dato che tratta proprio il tema della mia onorata dissertazione.

Ana: Come definisci l’America Latina?
E.G: E’ una terra d’incontro di molte diversità: culturali, religiose, di tradizioni e anche di paure e impotenza. Siamo diversi nella speranza e nella disperazione.
Ana: Che incidenza ha questa varietà oggigiorno?
E.G: In questi ultimi anni c’è un processo di rinascimento latino americano in cui queste terre del mondo cominciano a scoprire sé stesse in tutta la loro diversità. La cosiddetta scoperta dell’America è stata in realtà una copertura d’una realtà varia. Questo è l’arcobaleno terrestre che è stato mutilato da alcuni secoli di razzismo, maschilismo e militarismo. Ci hanno lasciati accecati da noi stessi. E’ necessario recuperare la diversità per celebrare il fatto che siamo qualcosa in più di quello che ci hanno detto che siamo.
Ana: Questa diversità può essere un ostacolo per l’integrazione?
E.G: Credo di no. Un’unità basata sull’unanimità è una falsa unità che non ha destino. L’unica unità degna di fede è quella che esiste nella diversità e la contraddizione delle sue parti. C’è una triste eredità dello stalinismo e di quello che chiamarono socialismo reale nel ventesimo secolo che ha tradito la speranza di milioni di persone giustamente perché ha imposto quel criterio, cioè che l’unità è l’unanimità. Si confuse la politica con la religione. Si applicarono criteri che erano d’uso ai tempi della Santa Inquisizione quando tutte le discrepanze erano eresie degne di punizione. Questo è una negazione della vita. E’ una specie di cecità che ti impediste di muoverti perché il motore Della storia umana è la contraddizione (13).
http://lamericalatina.net

Note:
(1) Anderson, Benedict. Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Verso Ed., Londra (1991).
(2) Fiorivano gli argomenti a favore di un impero “latino” nelle Americhe per aumentare la presenza della Francia nel mondo e contenere “l’impero anglosassone protestante”. Chevalier, Michael. México antiguo y moderno, (1863), pp. 387, 391.
(3) Ardao, Arturo. “Panamericanismo y latinoamericanismo”, in Zea, Leopoldo. América Latina en sus ideas, Siglo XXI, Messico, (1986), p. 160.
(4) Quijada, Monica. “Sobre el origen y difusión del nombre ?América Latina?”, Revista de las Indias, No 214, (1998), pp. 595 – 616.
(5) Black Knippers, Jan. “Introduction: Understanding the Persistence of Inequity”, en Black Knippers, Jan (ed.). Latin America: Its Problems and Its Promise. A Multidisciplinary Introduction (fourth ed.), Westview Press, Cambridge MA, (2005), pp. 3 – 4.
(6) Martí, José. Política de nuestra América, Siglo XXI, Messico, (1977).
(7) Langley, Lester D. The Americas in the Modern Age, The Yale University Press, New Haven, CT and London, (2003), p. 10.
(8) Martí, José. “XXI. La conferencia monetaria de las repúblicas de América””, en Martí, José. Textos, SEP/UNAM, Messico, (1982), p. 235.
(9) Ardao, A. (1986), pp. 169 – 170.
(10) Ardao, A. (1986), p. 169.
(11) Lemoine, Maurice. Guida storico – politica dell’America Latina, Edizioni Associate, Roma, (1989), p. 283.
(12) Roett, Riordan. “The Debt Crisis and Economic Development”, in Hartlyn, J., Schoultz, L. e Varas, A. (ed.). The United States and Latin America in the 1990s: Beyond the Cold War, The University of North Carolina Press, Chapel Hill/Londra, (1992), p. 137.
(13) http://anadelicadopalacios.blogspot.com/2010/01/eduardo-galeano-el-miedo-de-vivir-es.html

Memorias del Mañana, libro on-line e recensione+diari di viaggio

di Fabrizio Lorusso.

DUE COSE.

PRIMA. HO APERTO DUE NUOVE PAGINE sul mio BLOG IN CUI POTETE TROVARE IL LIBRO MEMORIAS DEL MAÑANA COMPLETO (POESIE, PROLOGO E DATI COPYRIGHT) E UNA “I DIARI” IN CUI HO RIPRODOTTO TUTTI I MIEI DIARI DI VIAGGIO (2002-2003 & 2005-2006) DEL MESSICO, GUATEMALA, HONDURAS, EL SALVADOR, COSTA RICA, PANAMA, COLOMBIA, PERU’, BOLIVIA, ARGENTINA.

SECONDA COSA. RIPRODUCO LA BELLA E QUASI COMMOUVENTE RECENSIONE DEL LIBRO MEMORIAS DEL MAÑANA, PER L’APPUNTO, FATTA DA ALEX GIACO SUL SUO BLOG.

CHI VOLESSE IL LIBRO IN VERSIONE CARTACEA LO PUO’ TROVARE CONTATTANDOMI O MEGLIO ALLA LIBRERIA MORGANA, COLONIA ROMA NORTE, CALLE COLIMA 143, Tel./Fax:   +52-55-52075843  O ALL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI CITTA’ DEL MESSICO, CALLE F. SOSA 77, COYOACAN. INVITO A LEGGERE E RIPRODURRE IL TUTTO (SE PER CASO VE N’E’ UN QUALCHE INTERESSE SENZA PERO’ DIMENTICARE DI CITARE LA PATERNITA’ DEL SOTTOSCRITTO CHE SOLO HA GENERATO QUESTI SCEMPI E CI TIENE…)

 Avere memoria del domani significa immaginare e sognare partendo dal proprio passato: Fabrizio Lorusso presenta “Memorias del mañana”

Alla Universidad Nacional Autónoma de México ha fatto un master. Ora è alla fine dell’omonimo dottorato in Studi Latino Americani presso la Facoltà di Filosofia e di Scienze Politiche. Si dedica a traduzioni e all’insegnamento dell’italiano all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico E’ Fabrizio Lorusso, milanese di nascita, del quartiere Bovisa-Varesina, da 8 anni messicano per scelta. Dopo la laurea in economia alla Bocconi, si trasferisce nel Distrito Federal. Gestisce tre blogs: America Latina, altri occhi, altre parole Latinoamerica Express e l’Osservatorio America Latina sulla rivista Carmilla.
…la niebla inflamada de ira oscurecía al arco iris
y la amenaza del alba la ataviaba de púrpura
mientras velábamos el nacimiento de dos
cielos
recortados por el vuelo de un avión.

Ha recentemente pubblicato un libro di poesie. Introdotte dal prologo di Valerio Evangelisti intitolato “Los latidos del mar y del corazón…”, e seguite da una conclusione dello stesso Fabrizio, sono esperienze e idee accumulate in molti anni, tutte espresse in spagnolo, con forte influenza della varietà messicana. L’ho invitato, mediante posta elettronica, a illustrarmi questo libro, e lo ringrazio pubblicamente per avermene inviata una copia.

Memorias del mañana“, mi spiega lo stesso Fabrizio in una e-mail, si ispira a una lettera che scrisse al liceo e alla risposta che lui stesso si diede. La prima si chiamava “Lettera al futuro” e la seconda “Risposta al passato”. Nei due scritti, immaginava un dialogo tra i tempi presenti nella vita di un individuo, e tra due sè stessi in epoche diverse. Il risultato del dialogo è molto simile alle poesie del libro, che definisce ricordi sospesi tra il passato e il futuro, quasi dei deja vu: fenomeno di cui confessa di essere stato spesso “vittima”, subendone il fascino.
Hálitos de repentina adolescencia
abren las puertas al flashback urbano
el muro del llanto en el metro
vaciar de rabia otra botella de tinto
en vilo sobre el borde de la banqueta
el lamento de los esclavos que jamás se liberan
el olor a opio que calienta el paso subterráneo
y en otoño desfila un cortejo de hojas muertas.

Possiamo già ricordarci il futuro e il domani, si chiede poi Fabrizio, aggiungendo che avere una memoria del domani significa immaginare, sognare, creare a partire dal proprio passato e dal presente che mai esiste e sempre fugge via. E le poesie viaggiano sospese tra due mondi geograficamente lontani, tra diversi periodi della vita, tra molte esperienze vissute, e tra persone incontrate e lasciate.

Alcuni poemi sono nati in italiano, tradotti poi in spagnolo, altri sono stati scritti solo in spagnolo e si riferiscono alla realtà messicana degli ultimi tre o quattro anni. Riguardano il vissuto di quella parte del mondo. Altri ancora sono più vecchi e riprendono scritti in italiano dell’adolescenza o della prima epoca messicana.
De repente, selectas palabras clandestinas
se destiñen en un zumbido vacío
se manchan con el cloro de la indolencia
si hay multitud insípida a su alrededor.

Memorias del Mañana“, Ediciones Quinto Sol, ha settantasei pagine e quattro anime, continua Fabrizio: una politica, riferita soprattutto alla regione di Oaxaca, alla TV e i media; la seconda amorosa; una malinconica e romantica, legata al passato “postmoderno” delle periferie milanesi e messicane; una quarta sarcastica, o meglio delusa.La presentazione ufficiale di “Memorias del Mañana” è programmata per mercoledì 9 dicembre alle 19, presso l’Auditorium dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, in Calle Francisco Sosa, 77.

Per ora, in Italia non sarà presentato, ma l’autore sta pensando a una versione italiana (ri)tradotta. Sarebbe interessante, conclude, come esperimento di ritorno alle origini.

L’opinione di Lula sul caso di Cesare Battisti

di Fabrizio Lorusso da http://www.carmillaonline.com

lulaspeech.jpgIl 22 dicembre scorso il presidente brasiliano Luiz Inacio “Lula” da Silva ha rilasciato una dichiarazione sull’estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando “decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal”. Con queste parole Lula ha rotto il lungo silenzio che lo circondava sul tema di Battisti e le relazioni diplomatiche con l’Italia. … Leggi tutto