Nel 2005 il movimento dei precari contro la Moratti, nel 2008 l’Onda degli studenti, quest’anno (finalmente!) il movimento dei ricercatori ‘strutturati’. Sono questi i movimenti che negli ultimi anni hanno illuminato la realtà, spesso inquietante, del lavoro nell’Università italiana. Che in Italia la ricerca e i ricercatori siano drammaticamente sotto-finanziati rispetto ai paesi OCSE è una cosa grave che però, tante le volte che è stato detto e ridetto, non fa più notizia.
Ciò che la protesta dei ricercatori ha messo in luce, e che da ora in avanti non potrà più essere taciuto, è che l’offerta formativa delle università italiana si è retta in questi anni in grandissima parte (oltre un terzo) sul lavoro di una massa di ricercatori, strutturati (24.000) e non strutturati (si parla di almeno 40.000 persone tra i 30 e i 40 anni). Lavoro spesso gratuito o pagato simbolicamente; spesso reso ‘obbligatorio’ da regolamenti locali in palese contrasto con la normativa nazionale (W l’autonomia!). In pratica, con la scusa dell’autonomia, si è nei fatti creato un sistema di arbitrio feudale nella gestione del lavoro accademico.
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di Anna Carola Freschi, venerdì 6 novembre 2009, 16:05
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Italia, Scuola, università, ricerca
In questo Primo piano proseguiamo la discussione sull’università, concentrando l’attenzione su alcuni (e prevalenti) presupposti delle proposte di policy correnti e sull’opportunità di riaprire su questo tema spazi per un contributo differente della sociologia.
In questa direzione può essere utile introdurre alcune considerazioni generali su quelle che potrebbero essere definite “mistificazioni ricorrenti” nel dibattito sullo stato di salute e sul destino dell’università italiana e quindi sulla necessità di recuperare strumenti di analisi propriamente sociologici.
Per esempio partendo da una concezione più sofisticata e realistica del mercato, in netto contrasto con la sua supposta neutralità da cui oggi viene fatto discendere anche un suo improbabile ruolo egualitarista e di giudice ‘neutrale’ della qualità.
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Tra le tante stravaganze nell’intervento di Francesco Giavazzi intitolato "La fabbrica dei docenti" sul Corriere della Sera del 28 ottobre, la più insostenibile è che la L.133 non abbia rappresentato un blocco di fatto dei concorsi per ricercatore.
Giavazzi sostiene che i concorsi per ricercatore – a suo avviso sovrabbondanti – “assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca” (corsivo nostro).
Se Giavazzi si prendesse la briga di scorrere i curriculum dei candidati ai concorsi per ricercatore in Italia scoprirebbe che nella quasi totalità dei casi non si tratta di dottorandi, ma di ricercatori maturi, scientificamente e spesso anche anagraficamente, con pubblicazioni ed esperienza didattica e di ricerca ampiamente consolidate.
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di Anna Carola Freschi, giovedì 30 ottobre 2008, 22:43
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Scuola, università, ricerca
Le mobilitazioni studentesche di queste settimane sono state decisive per creare in questo paese un nuovo spazio pubblico per le questioni della scuola, dell’università, e forse in senso più ampio dello Stato sociale e perfino dello stato di salute della nostra democrazia. Questo fatto è talmente vero e inedito che il nuovo movimento civile viene pesantemente minacciato dal Governo e i media richiamati all’ordine.
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