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Più americanista degli americani: un PD che, così, è senza futuro

Ormai è del tutto evidente che il contingente italiano in Afghanistan, ripetutamente sotto attacco negli ultimi giorni, stia compiendo vere e proprie operazioni di guerra contro l’esercito talebano e che questa guerra (il vocabolo "missione di pace" è ormai sparito anche dai discorsi di La Russa) non serve affatto alla sicurezza del popolo italiano, e, come ha confermato anche l’ex  Capo di Stato Maggiore del comando NATO Fabio Mini (L’Unità, 28 Luglio), "il terrorismo che si combatte in Afghanistan non è più quello né di Al Qaeda né della Jihad islamica (sempre che lo sia mai stato, fatto discutibile se si considerano gli scarsi risultati ottenuti, ad esempio, nella caccia ai "latitanti" Bin Laden e Mullah Omar, ndr). Le forze contrapposte in Afghanistan non sono in grado di portare alcuna minaccia al nostro sistema".

Siamo quindi di fronte ad un notevole salto di qualità nell’atteggiamento dei vertici delle forze armate e, al tempo stesso, delle forze politiche maggiormente guerrafondaie e imperialiste: il Governo, in testa Berlusconi, dopo aver giocato per mesi il ruolo del "super-partes" fra Washington e Mosca, si è rapidamente riportato al servizio degli Stati Uniti nel momento in cui si è tornati a parlare delle guerre ideate e portate avanti con convinzione da Bush e dai neo-cons.

Il fatto veramente sorprendente del dibattito politico che ruota intorno a queste vicende, anche più delle sparate di Bossi e della Lega che tentano, come da tradizione del carroccio, di raccattare voti a destra e a sinistra, è l’atteggiamento del Partito Democratico e di Franceschini, arrivato a criticare il Governo per non sostenere con abbastanza convinzione le operazioni di guerra dei militari italiani in Afghanistan. Più americanisti degli americani.

Sembra passato un secolo da quando gli allora DS aderivano ai cortei e alle iniziative di Genova in occasione del G8 2001 o alle imponenti manifestazioni contro la guerra in Iraq e, guarda un po’, in Afghanistan. E, infatti, quei DS (che certo non erano un partito "estremista") non esistono più, come non esiste più quell’idea di schieramento progressista di sinistra portatore dell’unica cultura politica capace di trasformare un Paese storicamente conservatore e con tendenze clerical-fasciste.

Il Partito Democratico è qualcosa di diverso, è un partito "riformista" e "moderato" (a tratti conservatore) che si muove senza nessuna ambizione di "abolire lo stato di cose presente".

Un soggetto politico che si ispira ai partiti riformisti dei grandi sistemi bipartitici, in primis al Democratic Party. Che si rifà ad una cultura politica che rifugge i cambiamenti strutturali e che trova la sua linfa vitale nel sistema economico e sociale, spesso costruito dalle destre, in cui si muove.

Le ultime uscite di Franceschini, che si muove a braccetto con La Russa e si guarda bene, nonostante provvedimenti come il pacchetto sicurezza o il decreto anticrisi, dall’ispirare qualsiasi forma di conflitto sociale, non sono altro che l’espressione più chiara e palese del regresso politico e culturale che attraversa il partito e i suoi dirigenti.

Per definire l’inadeguatezza del Partito Democratico si potrebbero usare le parole di D’Alema durante un incontro organizzato dai Verdi nel 1999: “Siamo un po’ di sinistra ma come Blair che però è abbastanza lontano, poi siamo un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda, facciamo un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno, perché “sinistra” suona male, “democratici” siamo tutti…ed è fatta. Chi può essere contro un prodotto così straordinariamente perfetto? Però io non ci credo”. (http://www.youtube.com/watch?v=CZ_88LC169o)

Stiamo parlando, d’altronde, di un Partito che dice di ispirarsi (perlomeno con la sua attuale dirigenza), in tutto e per tutto, al Partito Democratico di Barack Obama. Verrebbe da chiedersi a cosa ambiscano Franceschini e compagnia, se alla riforma della sanità conquistata in Italia dal PCI già nel secondo dopoguerra (in particolar modo nelle regioni rosse) o se alle scelte di politica estera che inducono a intensificare la guerra in Afghanistan e ad assistere passivamente alla sistematica e criminale distruzione di Gaza o al rovesciamento del presidente eletto Zelaya in Honduras.

Siamo di fronte ad un Partito che per il solo gusto di inseguire un facile fenomeno mediatico come quello di Obama ha rinunciato ad avere un proprio progetto politico inserito nella realtà del proprio Paese e del proprio popolo che dimostra di esigere, da qualsiasi soggetto politico progressista, la capacità di proporre non un programma "riformista" dettato dalle logiche dell’alternanza, ma un’idea alternativa di società che porti ad una radicale e strutturale modifica del Paese e delle sue componenti sociali.

Mi risulta personalmente difficile pensare che le cose, negli ultimi due anni, potessero andare peggio; in ogni modo, quando si parla del primo partito di opposizione (o presunto tale), non si può nascondere la testa sotto terra e sperare in tempi migliori. Bisogna prendere una posizione chiara.

Bisogna augurarsi che, indipendentemente dai nomi, dai candidati, dagli statuti ecc…, dal Congresso di Ottobre esca, come già successo a sinistra del PD in occasione della nascita della Federazione della Sinistra di Alternativa (http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=29534), una proposta politica chiara che chiuda una volta per tutte la fase dell’Obamania e dell’americanismo e che riprenda una strada, abbandonata da troppi anni, che ricostruisca un’alternativa strutturale sia al berlusconismo che alla destra clerical-fascista e confindustriale, ricostruendo le radici della propria storia, del proprio popolo, del proprio futuro.

Questa speranza è l’unico augurio possibile al PD.

Mattia Nesti.

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