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Quello che non sapevi sugli OGM

Naturale, puro, genuino, sano. Se parliamo di prodotti agricoli questi termini sono in contrapposizione con l’uso di fertilizzanti e pesticidi chimici, per molti sono in contrasto soprattutto con gli OGM. OGM è una sigla che evoca espressioni come “cibo di Frankenstein”, richiama la strage della povera farfalla monarca ad opera del mais transgenico, incute timore per le ardite chimere ottenute mischiando DNA di piante e di animali come nella famosa fragola-pesce. Questo almeno è quello che succede nell’immaginario comune. Proviamo a grattare la superficie per vedere cosa c’è sotto.

Naturale

Cosa possiamo definire come “naturale”? In realtà nulla di quello che mangiamo è “naturale”. L’uomo ha da sempre modificato l’ambiente e le piante, prima casualmente e poi con criterio. Con incroci e selezioni si è lavorato per ottenere prodotti migliori e una maggiore resa. Un campo di frumento selvatico del neolitico avrebbe avuto una resa di 500kg per ettaro, un contadino romano avrebbe raccolto dallo stesso campo 1000kg di frumento che a quel punto era già stato modificato rispetto a quello selvatico, i miglioramenti genetici recenti e le moderne tecniche agrarie hanno portato la resa a 5000kg. Una mela “naturale” sarebbe grande quanto una ciliegia e nessuno di noi l’ha mai conosciuta. Quello oggi che conosciamo è il prodotto delle modifiche che l’uomo ha apportato alle varietà vegetali originali.

Tutte le varietà di frutti e ortaggi che consumiamo non esistevano prima che noi le creassimo. Queste varietà sono state ottenute modificando, prevalentemente mediante incroci e selezioni, il patrimonio genetico delle varie varietà vegetali. Anche il concetto di “prodotto tipico” è da prendere con le molle. Se parliamo di pomodoro Pachino, ad esempio, cosa viene in mente? Molto probabilmente una località in provincia di Siracusa famosa per il suo caratteristico promodoro, un prodotto tipico siciliano. In realtà questo pomodoro è stato creato circa sessanta anni fa in Israele, esportato e coltivato in Italia. Ormai, ai nostri giorni, una varietà vegetale resta sul mercato per circa 7-10 anni per venire poi abbandonata a favore di nuove varietà che nel frattempo sono state introdotte. Un “prodotto tipico” non è altro che un prodotto che resta sul mercato più a lungo rispetto alla media.

E’ stata la “rivoluzione verde”, negli anni ‘60, ad introdurre i più grandi cambiamenti nell’agraria. L’uso della chimica (antiparassitari e fertilizzanti) e l’uso massiccio di tecniche di incrocio, reincrocio e selezione che hanno portato a nuove varietà, ha aumentato drasticamente la produttività spesso a discapito della qualità. Tornare indietro però non è facile. Se tornassimo a tecniche di coltura non intensive avremmo bisogno di coltivare una superficie di alcune volte maggiore rispetto a quella odierna, con un impatto ambientale non sostenibile. Dovremmo disboscare per ricavare terre coltivabili e i costi salirebbero. L’odierna crisi alimentare ci ricorda che non è una strada praticabile. Quello che dobbiamo cercare di fare è pensare alla qualità senza sacrificare la produttività.

BIO

C’è da dire che anche l’agricoltura BIO, il cui successo commerciale nasce dall’avversione nei confronti di un’agricoltura intensiva spesso poco attenta alla qualità e poco rispettosa dell’ambiente, non sempre mantiene le promesse. I disciplinari per i prodotti BIO prevedono l’uso di pesticidi come i prodotti rameici, metalli pesanti che si accumulano nel terreno uccidendone gli abitanti (lombrichi, funghi utili, batteri utili) e sono estremamente tossici nell’acqua. Il sistema di controlli poi è poco trasparente: quindici organismi privati controllano i produttori BIO, i quali devono associarsi a questi organismi pagando una quota. L’ente di certificazione fa quindi da controllore nei confronti di chi lo paga. Il sospetto che questo meccanismo non sia efficace è lecito e i risultati sembrano confermare che qualcosa non funziona. Un’inchiesta di Altroconsumo sui prodotti BIO si conclude affermando che “il consumatore deve sapere che una differenza di prezzo non corrisponde sempre a una maggiore qualità. Il bio resta per molti un ideale di naturalità e salubrità che non sempre trova conferma nei fatti”. Poche certezze quindi sulla effettiva qualità, l’unica certezza è il maggiore costo: circa il 30% in più.

Quali soluzioni?

Se la soluzione non può essere, per esigenze pratiche e ambientali, quella di tornare a tecniche non intensive moltiplicando le superfici coltivate, bisogna trovare altre soluzioni. Nei decenni scorsi, giovani vicini al mondo ambientalista che non vedevano di buon occhio le multinazionali della chimica, sognavano prodotti migliori nel rispetto dell’ambiente. Molti di loro hanno studiato ingegneria genetica, la loro speranza era quella di poter produrre varietà vegetali migliori (produrre nuove varietà come abbiamo visto è una cosa che facciamo da sempre) ma con una maggiore attenzione alla qualità ed evitando un uso massiccio di prodotti chimici. Sognavano di farlo con tecniche più precise e promettenti rispetto a quelle tradizionali di incroci e selezioni. Poi è successo qualcosa, il mondo ambientalista a cui facevano riferimento ha incominciato a considerarli dei nemici e oggi questi scenziati sono generalmente guardati con sospetto da buona parte dell’opinione pubblica.

Come funzionano le biotecnologie?

Fa quasi paura, ormai, questa espressione: ingegneria genetica. Vediamo come funziona oggi la creazione di nuove varietà con le tecniche tradizionali e confrontiamole con l’ingegneria genetica. Attualmente vengono utilizzate diverse tecniche di incrocio e selezione (massale, linea pura, incrocio, reincrocio), l’obiettivo è quello di spostare un gene da una pianta ad un’altra per migliorarla. Queste tecniche hanno il problema di non essere precise e di spostare ogni volta, oltre al gene desiderato, grandi quantità di materiale genetico. A volte la pianta finale arriva ad avere un corredo genomico raddoppiato rispetto alla pianta di partenza. Questa grande quantità di geni in più può avere effetti indesiderati come ad esempio la produzione di sostanze tossiche. Non è inusuale che questo succeda, in passato sono stati ritirati dal mercato anche prodotti dell’agricoltura biologica perché tossici per l’uomo. Per affinare il lavoro allora si procede al reincrocio con le varietà di partenza e, incrocio dopo incrocio, si cerca di ottenere il genoma originale più il gene voluto. E’ un lavoro molto lungo che produce risultati poco precisi.

L’ingegneria genetica prende un’altra strada e, invece di basarsi sul meccanismo di incrocio e selezione, si ispira all’altro meccanismo che la natura ha messo a disposizione dell’evoluzione: le mutazioni genetiche. Questo è un meccanismo naturale che porta a mutazioni casuali del patrimonio genetico. L’uomo già ha provato in passato a sfruttare questo meccanismo in alternativa a quello classico. Il grano creso (che oggi rappresenta circa l’80% della produzione) è stato ottenuto bombardando le spighe con raggi gamma per introdurre mutazioni casuali, selezionando successivamente le mutazioni “utili” si è ottenuta una varietà di grano con spiga più corta e quindi più resistente alle intemperie. L’ingegneria genetica però non si affida al caso: se serve un gene in più lo si aggiunge direttamente, e solo quello. Il risultato finale, come per il metodo tradizionale, è una pianta migliore (per produttività, qualità, resistenza o altro) ma il processo è molto diretto e preciso, non si introduce materiale genetico in eccesso rispetto a quanto voluto.

La farfalla monarca

Se si tratta di fare quello che già facciamo (cioè produrre nuove varietà vegetali) ma in modo molto più preciso, da dove deriva l’avversione verso questa tecnica? Tutto è iniziato con il caso della farfalla monarca, una storia che vale la pena di essere raccontata seppur in modo coinciso. Uno dei problemi del mais è un parassita, la piralide, contro la quale si utilizzano antiparassitari che hanno parecchie controindicazioni, tra cui la nocività per chi lo applica. Si sperimenta quindi un mais che incorpora un segmento di DNA del batterio Bt, un batterio che produce spore tossiche per la piralide e che già viene usato nella lotta biologica alla piralide. La lotta biologica con il batterio Bt ha a sua volta alcune controindicazioni ambientali visto che risulta tossico anche per altri insetti. Incorporare nel mais stesso la capacità di produrre spore tossiche per la piralide sembrava la soluzione ideale: solo il parassita del mais sarebbe stato colpito e non sarebbero stati necessari antiparassitari, le tossine prodotte non davano alcun problema all’uomo. Il mais Bt viene commercializzato dalla svizzera Novartis e conquista una buona fetta del mercato americano. Nel 1999 la rivista Nature pubblica una breve corrispondenza di John Losey (un giovane entomologo) in cui si afferma che un esperimento avrebbe dimostrato che il polline del mais Bt si deposita nelle vicinanze dei campi di mais e uccide le farfalle monarca. Basta questo per far scatenare le battaglie ecologiste: le farfalle monarca all’improvviso sembra che siano diventate a rischio estinzione, la stampa si scatena. La Commissione Europea blocca la registrazione del mais Bt e, sull’onda emotiva, partono restrizioni per tutto quello che ha a che fare con la biotecnologia. Dopo qualche settimana l’esperimento di Losey viene analizzato con attenzione dalla comunità scientifica ed emerge che ha commesso numerosi errori, non ha seguito criteri scientifici ed è giunto a conclusioni errate. Ci si accorge tra l’altro che proprio nel momento della massima diffusione del mais Bt negli Stati Uniti, la popolazione delle farfalle monarca è cresciuta da 300 a 500 milioni di esemplari. Lo studio di Losey viene bocciato dalla comunità scientifica e lui fa marcia indietro ammettendo gli errori e la non validità dei risultati ma la frittata è fatta, come sempre succede le smentite non hanno, nei media, lo stesso risalto delle notizie più clamorose e l’opinione pubblica resta convinta della pericolosità degli OGM.

La fragola-pesce

La storia della fragola-pesce, che anche è diffusa nell’immaginario collettivo, è addirittura ridicola. Non è mai esistita nè è mai stata sperimentata, si tratta di una vera e propria leggenda urbana. Come quasi tutte le leggende ha un fondo di verità. Si è provato ad inserire un gene di un pesce resistente al freddo in un pomodoro per verificare la possibilità di dare agli ortaggi caratteristiche adatte alla conservazione. L’esperimento è stato un fallimento, il pomodoro ottenuto non resisteva al freddo. Successivamente si è provato, sempre senza successo, ad inserire geni “antigelo” di altra origine; qualche risultato sembra si sia ottenuto con una proteina antigelo contenuta nelle carote. Le leggende urbane però circolano e si modificano, c’è addirittura chi afferma che decine di persone allergiche al pesce sarebbero morte mangiando questo pomodoro-pesce che non è mai stato prodotto. Per approfondire (e fare qualche risata, visto che uno dei più grandi “spacciatori” di questa bufala è un comico) c’è questo interessante articolo.

DNA animale e vegetale

Le reazioni emotive a questi esperimenti sono dettate (credo) dalla mancata informazione. Il DNA è universale, non esiste un DNA animale e un DNA vegetale, tutti gli organismi viventi hanno geni in comune, il DNA di tutte le specie viventi è composto dalle stesse molecole. L’uomo contiene il 75% dei geni del verme nematode che è piuttosto distante (almeno morfologicamente) da noi. Condividiamo un buon 30% dei geni con il lievito, che è ancora più distante. Spostare un singolo gene non significa generare un organismo ibrido animale-vegetale.

I contadini schiavi delle multinazionali

Altro argomento molto usato è quello secondo cui con gli OGM i contadini sarebbero costretti ad acquistare i semi delle piante dalle multinazionali. Anche questa affermazione è sbagliata, innanzitutto perché non è vero che i semi di piante OGM sono sterili e poi perché è da circa cinquanta anni che i contadini acquistano i semi e non utilizzano quelli del raccolto precedente. Per spiegare perché questo succede è necessario scomodare Mendel e fare un semplice esempio. Dagli anni ‘60 ad oggi tutti i contadini usano piante ottenute da incroci di prima generazione. Funziona così: con una serie di autofecondazioni forzate si ottengono due genitori puri (piante con caratteri stabili) ma concaratteristiche diverse (ad esempio una resistente ma non produttiva, una produttiva ma non resistente) e si incrociano. La pianta risultante sarà un ibrido di prima generazione con le migliori caratteristiche di entrambi i genitori, questa è la pianta che i contadini seminano. A partire dalla generazione successiva iniziano a presentarsi caratteri recessivi che fanno emergere difetti e malformazioni tanto da rendere le piante inutilizzabili. Questo è il motivo per cui oggi i contadini non riutilizzano i semi ma li comprano. Lo fanno per convenienze perché la resa di queste piante ripaga il costo della semenza.

Controlli severi

Probabilmente sono molti altri gli elementi che hanno contribuito a generare diffidenza nell’opinione pubblica nei confronti degli OGM. Tra questi c’è il fatto che una delle aziende più attive nella fase iniziale è stata la Monsanto, la multinazionale colosso della chimica da molti ricordata soprattutto per l’incidente di Bophal. Una delle strategie della Monstanto, che poi si è rivelata un boomerang, è stata quella di alimentare la diffidenza nei confronti degli OGM per introdurre nelle legislazioni costosi controlli su questi prodotti. L’obiettivo era quello di mantenere il controllo del settore impedendo a soggetti più piccoli, economicamente meno forti, di entrare in questo mercato.

Il risultato è che oggi per mettere in commercio un prodotto OGM bisogna sottostare a controlli estremamente rigidi a cui i prodotti ottenuti con i metodi tradizionali non sono soggetti. Paradossalmente la qualità degli OGM è più garantita rispetto ai prodotti tradizionali. Ad esempio sono molti i prodotti tradizionali che non potrebbero essere commercializzati se dovessero essere sottoposti agli stessi controlli di allergenicità a cui sono sottoposti gli OGM: kiwi, fave, noci, fragole, arance, soia, uova … Questi sono prodotti la cui allergenicità è accertata mentre un OGM non può essere messo in commercio se una proteina espressa dal gene inserito è anche solo “potenzialmete” allergenica.

Questi controlli così rigidi da sembrare spesso immotivati bloccano la ricerca. E’ impossibile oggi per i ricercatori di una delle nostre università immaginare di poter portare sul mercato una nuova varietà di pubblica utilità. I costi sono proibitivi.

Golden rice, il riso dorato

Un esempio di applicazione utile delle biotecnologie è il golden rice. E’ una varietà transgenica di riso arricchito con betacarotene e serve per rimediare alla carenza di vitamina A che affligge 124 milioni di bambini nel mondo. La carenza di vitamina A porta a cecità e morte. La storia racconta che i ricercatori del politecnico di Zurigo riescono, finanziati dalla fondazione Rockefeller, ad ottenere un riso arricchito con betacarotene e ottengono di poterlo distribuire gratuitamente ai contadini perché lo possano incrociare con le varietà locali. Scoppiano le accuse: il riso porterebbe ad un eccesso di vitamina A nell’alimentazinone. I dati smentiscono l’accusa: il riso apporta una quantità di vitamina A così piccola che da sola non è sufficiente, i ricercatori avrebbero voluto riuscire ad aggiungerne di più ma allo stato attuale basta solo per ridurre i casi più gravi, non per eliminarli tutti (si stima comunque che possa salvare da morte 1-2 milioni di bambini e salvarne da cecità mezzo milione l’anno). L’accusa a questo punto si ribalta: chi prima denunciava la quantità eccessiva ora afferma che la quantità è così minima che non serve a nulla: una donna adulta dovrebbe mangiarne nove chili al giorno. Segnali di una opposizione di principio, ideologica.

Conclusioni?

Quali possono essere le conclusioni? Le biotecnologie rappresentano semplicemente uno strumento: uno strumento estremamente valido per ottenere i risultati che cerchiamo di ottenere oggi con altri strumenti. Ha senso discriminare lo strumento o dovremmo concentrarci sul prodotto finale? Non avrebbe più senso stabilire dei criteri comuni per mettere sul mercato tutti i prodotti, indipendentemente da quale tecnica è stata utilizzata per realizzarli?

Fonti

Ho tratto le informazioni per questo articolo principalmente da due libri, consiglio fortemente la lettura di questo testi a chi fosse interessato ad approfondire l’argomento:

Organismi geneticamente modificati, storia di un dibattito truccato, di Anna Meldolesi

Scienza e sentimento, di Antonio Pascale

Articolo originale:  http://www.saccani.net/blog/2009/07/quello-che-non-sapevi-sugli-ogm

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