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A cosa serve questa maledetta guerra?

Alessandro Di Lisio era un parà della Folgore, di appena 25 anni. Questa mattina è morto, ucciso da un ordigno della resistenza afghana.

La famiglia, gli amici, i commilitoni meritano tutta la solidarietà e la vicinanza umana che pur non basterà ad attenuare il dolore che una simile perdita può comportare.

Per quanto sia una speranza vana, voglio solo augurarmi che la politica e i media non si prestino al solito teatrino, ben collaudato con il terremoto dell’Aquila e con la strage di Viareggio, dell’unità nazionale, della commiserazione, degli ipocriti piagnistei per le disgrazie avvenute.

In Afghanistan c’è una guerra. La storia ci ha dimostrato che iniziarla, all’indomani dell’11 Settembre, è stato un errore, sia che si volesse credere alla favola dell’importazione della “democrazia” sia che si volesse tentare di mettere le mani sulla regione per ragioni economiche o strategiche. Si può discutere, ora come ora, della possibilità o meno di condividere la scelta di Barack Obama di intensificare le operazioni militari nella regione.

In ogni modo l’unico dato certo, certo ormai da molti anni, è che non esistono e non sono mai esistite le “missioni di pace”.

In Afghanistan c’è una guerra in corso. Magari sarebbe il caso, per rispetto della dignità umana, smettere di considerare la morte di cinquanta talebani una “brillante operazione militare” e un italiano ucciso un “martire vittime di un vile agguato”.

Non dimentichiamoci che quelli che oggi etichettano come volgari assassini, ieri erano gli eroi della resistenza contro il pericoloso mostro Sovietico.

Chi sceglie la carriera militare compie una scelta consapevole, una scelta che non ha niente a che fare con la pace, una scelta di guerra. E la guerra, da sempre, è fatta di morti, di lutti, di sangue.

Sarebbe anche l’ora, una volta per tutte, di smetterla con la retorica per cui chi osa mettere in dubbio la legittimità dell’incensazione ad ogni costo dell’operato delle forze militari, risulta essere un nemico della patria, un nemico delle forze armate e via dicendo…

Non è così. Non mi ritengo un pacifista senza se e senza ma, anche perché è con una guerra che la Repubblica Italiana è nata. Una guerra di liberazione.

E oggi, non condividendo niente dei toni utilizzati dal Presidente del Consiglio o dal Ministro della Difesa, quello che vorrei vedere è un esercito al servizio del popolo, come era l’esercito partigiano.

Un esercito che spende decine di milioni di euro per comprare cacciabombardieri che servano a bombardare il popolo afghano o che viene spedito a presidiare i campi rom con metodi propri dei ghetti del secolo scorso, non è un esercito al servizio del popolo italiano.

I militari in missione in Afghanistan combattono una guerra che non è la nostra guerra. Non vedo perché dovremmo adoperarci in particolari celebrazioni che vadano oltre la pietà umana dovuta a qualunque essere umano rimanga ucciso.

Abbiamo ascoltato per anni le favole sulla democrazia, sulla civiltà, sulle missioni di pace…
Se c’è una cosa che la storia ci ha insegnato, è che quando i popoli vengono sottomessi e sfruttati scelgono di ribellarsi, e sono pronti a qualunque cosa per conquistare la propria libertà.

Quella che stanno combattendo i nostri militari in Afghanistan è la guerra dell’imperialismo degli Usa e della loro “cultura”. La guerra per la libertà, per la democrazia, per i diritti, per l’uguaglianza può combatterla solo il popolo afghano e certamente non Barack Obama, Ignazio La Russa o Alessandro Di Lisio.

Quando sarà finito il tempo del lutto e della commiserazione, invece di buttare nel dimenticatoio, come sempre è successo negli anni scorsi, questa storia, proviamo a chiederci se forse si poteva evitare di mandare a morire un nostro ragazzo di appena 25 anni nel nome di un’ipocrita civiltà fatta di perizomi e coca cola, che niente ha a che vedere con i bisogni del popolo afghano.

Chiediamoci se non sarebbe meglio per tutti avere dei militari che difendano il popolo italiano, i valori della Costituzione e la pace al posto di essere spediti in giro per il mondo “per ammazzar la gente
più o meno come loro” e “per andare a morire per non importa chi”.

Come dicevano i greci, in tempi di pace i figli seppelliscono i padri, ma solo in guerra sono i padri a seppellire i figli.

Mattia Nesti.

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