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Repressione e incapacità: ecco cosa resta del G8

Chiunque abbia vissuto con passione, nel bene e nel male, le giornate del G8 di Genova di otto anni fa, non potrà fare a meno di guardare con un velo di malinconia agli eventi di questo nuovo summit targato Berlusconi.

L’inutilità di questo vertice è ancora più lampante di quanto già lo fosse otto anni fa, quando i movimenti no-global denunciavano le pericolose contraddizioni del capitalismo, esplose con la crisi economica che tutti ben conosciamo. I “grandi” rispondono con dichiarazioni poco convincenti, dimostrandosi, nonostante i clamorosi fallimenti registrati in questi anni, ancora totalmente incapaci di guardare ad “un altro mondo possibile”, come dimostrano le debolissime prese di posizioni sull’economia mondiale, sull’ambiente, sulle problematiche legate alla povertà, all’acqua, alla guerra.

Otto anni fa le strade di Genova videro centinaia di migliaia di studenti, di giovani precari, di lavoratori, di attivisti manifestare il proprio dissenso nei confronti della politica ottusa dei “grandi”, intenzionati a continuare a subordinare il bene dei popoli agli interessi del capitalismo e dell’imperialismo. Le strade di Genova di quei giorni furono anche teatro di una repressione tanto violenta quanto confusa e disorganizzata; mesi di terrorismo psicologico criminale messo in atto da alti dirigenti contro ragazzi di vent’anni mandati in piazza a massacrare loro coetanei, diedero i loro frutti in quelle giornate, con interi battaglioni mandati allo sbaraglio in una città a loro sconosciuta e finiti a caricare alla cieca cortei autorizzati e fino a quel momento pacifici.

Negli otto anni trascorsi e in particolare negli ultimi mesi, i “grandi” hanno subito sconfitte macroscopiche sul piano politico, sociale ed economico. Ma questo non li ha impedito di presentarsi all’appuntamento di questi giorni con risoluzioni ridicole, senza prendere posizioni chiare sull’ambiente (auspicando solo una fantomatica riduzione delle emissioni entro il 2050) e sull’economia, con il dollaro che verrà presto spodestato dal suo ruolo di moneta di riserva e senza che nessuno si sia preoccupato di parlare, oltre che di vuote regole finanziarie, di come contrastare l’emergenza sociale. Per non parlare dell’atteggiamento che li ha portati a denunciare la repressione iraniana senza preoccuparsi di prendere una posizione netta contro il vergognoso golpe “cileno” in atto in Honduras.

Oggi come ieri i “grandi” non hanno nessuna intenzione di pensare ad un mondo diverso e migliore. Possibile e necessario.

A mancare l’appuntamento, quest’anno, è stato magari il movimento contro il G8 che proprio adesso, che la storia di inizio millennio, gli ha dato ragione, non è riuscito a costruire una piattaforma convincente contro questo G8, chiedendo, una volta per tutte, non tanto l’eliminazione di questo vertice, destinato di per sé ad estinguersi nel giro di pochi anni, quanto la costruzione di un modello socio-economico e culturale alternativo al capitalismo, fondato su diritti, libertà, uguaglianza, partecipazione.

E’ anche per questo che le manifestazioni e le azioni di questi giorni, fatta eccezione solo per la vigorosa reazione dell’Onda agli inqualificabili attacchi polizieschi, spesso non sono riuscite o, comunque, hanno avuto un profilo nettamente minoritario.

Al contrario bisogna, purtroppo, registrare un pericolosissimo salto di qualità delle forze dell’ordine. Il caos che regnava otto anni fa, che fu anche ben cavalcato da chi voleva trasformare il summit in una “macelleria messicana”, ha lasciato spazio ad un’azione capillare su tutto il territorio, volta a eliminare con la forza qualsiasi forma di opposizione democratica.

Lo dimostra l’enorme numero di fermi, arresti, perquisizioni che hanno fatto registrare un livello di repressione mai così alto a fronte di numeri, per quanto concerne le manifestazioni, mai così bassi.

Il tutto assume un profilo ancora più inquietante se riletto, come qualcuno tra i vari collettivi e movimenti suggerisce, attraverso le parole del progetto NATO “Urban Operations in the Year 2020” redatto nel 2003, che contiene una previsione, antecedente, quindi, alla grave crisi economica che stiamo attraversando, secondo cui nel 2020 è prevista l’esplosione di un enorme conflitto sociale su scala planetaria che richiederebbe, come unica soluzione, l’intervento capillare dell’esercito all’interno delle città.

Un documento che oltre a rendere più inquietanti le pattuglie di La Russa, le ronde e i fatti di questi giorni, dovrebbe far riflettere su come queste organizzazioni internazionali sotto l’egida degli Usa (G8, NATO, WTO…) non contemplano in nessun caso la possibilità di costruire un mondo “diverso”, di sostituire gli interessi del capitale con i bisogni dei popoli.

Alla fine questo G8 se ne va dall’Italia lasciando una situazione identica a quella che ha trovato una settimana fa. Questo summit, come era ampiamente prevedibile, non ha detto nulla per quanto riguarda l’ambiente, l’economia, gli equilibri geopolitici internazionali. Dall’altra parte, fatta eccezione per gli arresti di lunedì, questo summit è passato senza lasciare alcun segno importante nella vita dei movimenti italiani.

Quello che esce, invece, da questa settimana è la chiara impressione che l’unico modo per uscire da questa situazione che ci vede rotolare, con la tacita approvazione dei “grandi”, verso un abisso economico e sociale, sia ricostruire conflitto a partire dal territorio e dalla realtà locali, come accaduto, per esempio, a Vicenza contro il Dal Molin.

E allora sarà fondamentale costruire un autunno di lotte su tutto il territorio per rilanciare le vertenze degli studenti, dei lavoratori, dei cittadini che difendono il territorio, dell’ambiente, dei migranti, degli sfruttati.

Mattia Nesti

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