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D’Alema, “populismo” e sinistra sudamericana

Ricevo, volentieri pubblico e consiglio questa intervista rilasciata da Tito Pulsinelli a Patria Grande. Si tratta di un lungo e senz’altro opportuno commento al viaggio di D’Alema in America Latina e all’intervista da questo rilasciata a Liberazione. Non posso non notare -ho fatto letteralmente un balzo sulla sedia- che l’ineffabile Angela Nocioni riesce a farsi bacchettare da sinistra perfino da D’Alema perché arriva a definire la redistribuzione -testuale- come elemosina (sic!).

Non è l’unica perla. Meritano essere citate almeno altre due nocionate. D’Alema definisce Alán García come una costola della sinistra, più o meno come definiva la Lega Nord quando gli faceva comodo: Angiolì, perché non gli domandi come mai ‘sta costola della sinistra sta reintroducendo la pena di morte?

Infine la Nocioni fa almeno dieci domande su Chávez, alle quali d’Alema dà altrettante risposte di chiusura più o meno marcata. La regina delle inviate di Liberazione però non riesce a fare -ma capisco che non si può pretendere troppo dalla vita- l’unica domanda giornalisticamente interessante: allora perché diavolo -unico paese dell’UE- non gli avete votato contro per il CdS?

Intervista a Tito Pulsinelli

Il ministro degli Esteri D’Alema è stato in visita ufficiale in Brasile, Cile e Perù, ricominciando a tessere la trama di una politica estera inchiodata all’unidirezionalità con Washington e Bruxelles, ridotta a pura promozione delle esportazioni. L’Italia era praticamente scomparsa dalla scena latinoamericana, a tutto vantaggio della banca spagnola che è diventata la numero uno in questa latitudine.

Sul quotidiano “Liberazione” del 3 gennaio, Angela Nocioni intervista il ministro D’Alema di ritorno dai tre Paesi sudamericani guidati da governi definiti di sinistra “light”. Lo interroga sulle ragioni dell’esclusione del Venezuela, Argentina e Bolivia, con governi che caratterizza come sinistra radicale.
Lapatriagrande.net, preoccupata per alcune valutazioni riguardanti il Venezuela –tra cui il ricorrente ricorso al clichet di « populismo »- intervista Tito Pulsinelli su certe affermazioni superficiali di D’Alema.

LPG: Il ministro D’Alema manifesta ripetutamente la sua spiccata identificazione con Lula e il Brasile, ed arriva a suggerire che esisterebbe una contraddizione sensibile con Chavez e il Venezuela.

Tito Pulsinelli (TP): Il [titolare] della Farnesina ignora che Lula è stato aspramente criticato dall’opposizione venezuelana perchè –in piena campagna elettorale- è andato a inaugurare il grandioso ponte binazionale sull’Orinoco, e questo è stato visto come un aperto e indebito sostegno alla rielezione di Chavez. Caracas e Brasilia agiscono in piena sintonia sullo scenario internazionale (vedi elezione al Consiglio di sicurezza dell’ONU), convergono sul potenziamento accelerato del blocco regionale nel Mercosur, e più in generale sull’integrazione latinoamericana.
La costruzione del gasodotto trans-amazzonico che trasferirà il gas dalle coste venezuelane alla Terra del Fuoco, sta a indicare che esiste una concordanza di tipo strategico, che va ben oltre l’effimera durata dei vari governi.

LPG: Sul nuovo corso sudamericano e sul rinnovatore vento del sud che ha ridato protagonismo alle sinistre, è evidente che D’Alema predilige il Brasile, Cile e Perù, e li contrappone ai governi di Caracas, Buenos Aires e La Paz, di cui non mette in discussione la legittimita democratica, ma il carattere “populista”. Che senso ha?

TP: E’ l’ottica un pò strabica con cui si guarda al sub-continente dalla metropoli europea. Non c’è da stupirsi. Nel passato molto remoto dell’annessione della California, Arizona, Texas ecc agli Stati Uniti, uno come Engels scrisse che “finalmente sono state strappate agli indolenti messicani, i quali non sapevano che farsene”. E’ un problema di informazione, o di consiglieri poco aggiornati.
Certo, è un pò fantasioso definire Alan Garcia come un “esponente storico della sinistra”, significa ignorare non solo la questione morale, ma anche che è stato rieletto con l’apporto determinante della destra liberista, dell’oligarchia reazionaria e dei settori urbani più razzisti.

La morte di Pinochet nel suo letto ha reso evidente che in Cile esiste tuttora una « democrazia tutelata », frutto di un patto di transizione basato sull’impunità dei gorilla golpisti. L’esercito cileno continua a poter contare sul diritto al 10% dei proventi dell’esportazione del rame, a prescindere dai bilanci per la difesa stabiliti dai governi di turno. In nessun altro Paese del continente americano esiste un simile privilegio pretoriano.
D’Alema elogia il mercato aperto cileno, la sua modernità cosmopolita, ma dimentica che il prezzo è stato pesantissimo, e che ha impoverito i settori popolari. Dimentica che il Cile è anche Mapuche.

Infine, credo che il ministro si attiene alla tradizione burocratizzata: è sinistra quella contenuta nell’album di famiglia dell’Internazionale socialista. Lì c’era anche Azione Democratica (AD) e Carlos Andres Perez, quando nel 1989 impose a ferro e fuoco un “pacchetto del FMI”, con il costo di migliaia di morti ammazzati. E’ lì che affondano le radici del nuovo corso venezuelano.

LPG: D’Alema dà alcune piste per interpretare quel che lui ritiene “populismo”. Su insistenza della giornalista Nocioni dice: “è che Lula ridistribuisce una ricchezza prodotta dal Brasile perché è consapevole che per redistribuire ricchezza bisogna crearla attraverso lo sviluppo economico. Ridistribuire la rendita petrolifera è invece meno lungimirante”.

TP: Già siamo ai luoghi comuni folcloristici… Chavez sarebbe come un distributore automatico di banconote a chiunque ne faccia richiesta. Veramente, è stato il candidato presidenziale dell’opposizione a distribuire una carta di credito –denominata ”Mi negra”- con cui la gente poteva passare a incassare il 10% della rendita petrolifera all’indomani della sua elezione. Gli elettori hanno rifiutato questo demagogico “cash”, preferendo la ridistribuzione sociale sotto la forma di sistema sanitario nazionale, istruzione, sistema pensionistico e investimenti per lo sviluppo. Era il 35% del bilancio del 2006, supererà il 40% quest’anno.Ma che dovrebbe fare Chavez ? Distribuirlo alle banche o alle multinazionali?

In Venezuela si sta producendo tecnologia per l’agricoltura, automobili, un polo petrochimico, computer, macchinari per la perforazione petrolifera ecc. Per la prima volta, non si importerà la tuberia per gli oleodotti. Questi progetti si fanno con partner che accettano la compartecipazione del 51% del Venezuela, il trasferimento tecnologico, brevetti e patenti al Paese. La porta non è stata chiusa a nessuno, ma se la Cina, l’Iran, la Russia e il Brasile accettano ed altri no, questo si deve ad altre ragioni, non certo alla chiusura del mercato. Quello venezuelano non è una porta-girevole come nel Grand Hotel della Borsa, ha le sue regole, come in Malesia.

LPG: Ma che cosa si può rispondere ad una affermazione come “Lula redistribuisce ciò che si produce in Brasile”?

TP: Anche il petrolio, il gas ed altre vitali materie prime si producono in Venezuela, non nella stratosfera. E per portarle fino al distributore di benzina non basta fare un buco per terra con un palo, come ai tempi dell’indio Mara nel lago di Maracaibo. Qui si estrae e si raffina, e PDVSA è una multinazionale energetica tra le prime dieci del mondo, la prima tra quelle statali.
D’Alema non parla da ministro degli esteri ma come uomo politico metropolitano, però come tale ignora che in Venezuela non è mai esistita una borghesia nazionale capace di creare un maturo sviluppo industriale. In Brasile esiste, e si vede.

LPG: Perchè?

TP: Nel 1914, quando comincia il boom petrolifero, il Venezuela era un Paese quasi disabitato, agricolo, sottomesso al dittatore J.V. Gómez, collocato al potere dalle compagnie petrolifere, di cui fu un acerrimo difensore durante 28 anni.
E’ bene ricordare che questa dittatura fu favorita dal blocco navale delle coste e dei porti, ad opera dell’Inghilterra e della Germania, cui più tardi si aggiunsero l’Italia, la Francia, Olanda, Belgio e Spagna, che esigevano il pagamento di un debito usuraio.
I proprietari terrieri di quest’epoca non seppero gettare le basi di una rivoluzione industriale, e più tardi vissero il miraggio del colonialismo petrolifero, preferendo la subordinazione alle multinazionali e vivere all’ombra dello Stato. Ricevevano crediti senza dare in cambio nessun tipo di sviluppo reale.

LPG: Stai parlando di un periodo lontano…Juan Vicente Gómez cadde nel 1935. Dopo la situazione non è cambiata?

TP: Dal 1958 il petrolio ha generato un esiguo gettito fiscale al Paese, i benefici rimanevano alle multinazionali del nord, mentre lo Stato ha continuato a funzionare al servizio del 10% della popolazione. L’elite riceveva sovvenzione per sostituire le importazioni, ma li usava prevalentemente per i commerci e continuare ad importare.
Tant’è vero che fino agli anni ‘60, l’emigrazione italiana era fiorente, e sviluppò la costruzione, la piccola e media industria dei manufatti metallurgici, i calzaturifici… I grande latifondi erano improduttivi, e si importava il 70% del fabbisogno alimentare.

In Brasile i latifondisti producono per il mercato interno, preferibilmente per l’esportazione, ma producono. Qui no, sono distese recintate, con la speranza che nel sottosuolo si scopra qualche giacimento… Qui si è arrivato a chiudere gli Istituti Tecnici Industriali, perché bisognava importare, non riparare o fare manutenzione…
D’Alema non ha idea di che che sia una colonizzazione petrolifera in pieno secolo XX, forse non è brutale come quella della monocoltura delle banane o del caffè. E’ un processo di espropriazione delle risorse, dell’identità culturale e nazionale, di tremenda efficacia. Riesce a pianificare l’economia in modo che i dollari del petrolio ritornino automaticamente all’origine… si importa quasi tutto, persino gli alimenti. Ci sono pochi imprenditori e troppi commercianti. Così era l’Iran fino alla caduta dello Shaa, così è la Nigeria oggi.

Credo che nessun governo può ribaltare una situazione simile in pochi anni, anche con i consigli interessati di “lungimiranti” uomini politici della metropoli industrializzata. Ieri indicavano come modello l’Argentina dollarizzata di Menem, oggi il neoliberismo militarizzato cileno.

LPG: L’intervistatrice fa notare a D’Alema che sia Chávez che Lula hanno praticato la redistribuzione sociale, però in un caso è positiva nell’altro è criticabile. Il ministro arriva a stabilire un’altra differenza: “Lula si sforza di unire il Paese, Chávez governa anche attraverso la mobilitazione permanente dei suoi seguaci nei confronti dell’altra parte del Paese”.

TP: D’Alema parla come uomo di parte sommariamente informato, ma sicuramente non come ministro. Non so come reagirebbe se un ministro venezuelano dicesse una cosa simile al Presidente italiano.
Ad ogni modo, egli guarda ad un’altra realtà con la stessa lente di ingrandimento valida a casa sua. Egli suppone che qui ci sia un’opposizione leale, che accetta le regole del gioco e l’alternanza. No, non è così, non è vero che tutto il mondo è paese.
In Italia ci sono televisioni da cui si fa apologia del colpo di Stato? Da cui si lanciano appelli all’insurrezione contro i poteri costituiti? Chávez fu fatto prigioniero, ma non poterono eliminarlo fisicamente né politicamente, perché la mobilitazione sociale lo impedì.
I voti hanno espresso questo indirizzo politico, però quelli che D’Alema definisce i “poteri forti”, usano tutti i mezzi, leciti e no, per ribaltare la situazione. Senza la mobilitazione permanente,
i voti –in questa parte del mondo- servono a poco.

Per D’Alema è normale che una parte del Paese, per cambiare governo, ricorra all’importazione di centinaia di paramilitari colombiani? O a una serrata padronale mascherata da sciopero, in cui bloccano per due mesi gli ospedali, compreso il pronto soccorso? E’ normale interrompere i rifornimenti alimentari per due mesi alle città? Obbligare i cittadini a cucinare con la legna perché rifiutano di vendere le bombole di gas? Se i voti non si difendono con la mobilitazione, si ritornerebbe alla diserzione elettorale massiva.

LPG: A parte queste ragioni, D’Alema non ha visitato Caracas per il problema con la parastatale italiana degli idrocarburi. Infatti dice: “L’ENI in Venezuela ha un contenzioso serio, importanti concessioni sono state di fatto espropriate dal governo”. Che ne pensi?

TP: Il governo ha sovranamente aumentato le imposte fiscali sugli idrocarburi ed ha stabilito nuove norme. Queste sono state accettate dalla Repsol, da Petrobras, dalla compagnia in cui la famiglia Bush vanta un pacchetto azionario, dai cinesi, dagli argentini e dai norvegesi. L’ENI è una solitaria eccezione ed ha fatto le valige, altre compagnie hanno preso il suo posto. E’ una questione di costi, ma è del tutto improprio parlare di “”concessioni espropriate di fatto”. E’ poco diplomatico tacere sui grandi contratti delle aziende italiane nel settore ferroviario, e mettere in risalto –invece- i punti di frizione.

LPG: Per concludere, D’Alema ha criticato Chávez per il suo discorso all’ONU, asserendo che “definire diavolo qualcuno, come ha fatto Chavez con Bush, sia una sciocchezza”, che metterebbe in cattiva luce il Venezuela.

TP: E’ un’opinione personale del cittadino D’Alema che –invece- trova perfettamente normale quando Bush afferma che durante le colazioni –quando non si servono alcolici- Dio gli ha dato via libera per l’invasione dell’Iraq e dell’Afganistan. Sono affermazioni nocive per la credibilità di qualsiasi Paese.
Non ricordo nessun commento nemmeno quando Clinton, nel discorso inaugurale della sua prima presidenza, disse con serietà: “Oggi celebriamo il mistero del rinnovamento americano, la nostra missione è senza tempo”. La loquacità diplomatica, o l’impertinenza del neoliberismo di sinistra–si sa- è asimmetrica, variabile secondo la gerarchia delle nazioni.


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