Iran e Usa. Where is democracy?
"Where is my vote?". In questi giorni centinaia di migliaia di cittadini iraniani sono scesi in piazza, in Iran come nel resto del mondo, per chiedere "dove sono finiti" i loro voti che, secondo il Governo di Teheran, non sono riusciti ad impedire una vittoria a valanga del Presidente in carica Ahmadinejad alle presidenziali di venerdì scorso.
A voler essere cinici, senza lasciarsi influenzare dall’onda emotiva che sta scuotendo il paese mediorientale, si potrebbe ricercare la risposta in un’intervista rilasciata pochissimi giorni fa da Ken Ballen e Patrick Doherty, sondaggisti di un’organizzazione americana finanziata dal Rockfeller Brothers Found che aveva previsto una larga vittoria di Ahmadinejad, dato, sempre secondo questo sondaggio, molto avanti in tutte le provincie del Paese.
D’altronde non sarebbe certo la prima volta che gli Stati Uniti, e la comunità internazionale occidentale di conseguenza, scelgono di non riconoscere più o meno velatamente l’esito di consultazioni elettorali democratiche.
Basta tornare a Giugno di due anni fa, quando tutto l’Occidente, stabilendo un embargo criminale, si schierò al fianco di Al Fatah che tentò, di fatto, di ribaltare con un golpe il risultato delle urne che aveva consegnato il Governo della Striscia di Gaza ad Hamas.
Lo stesso obiettivo, peraltro fallito, che si era posto il Governo israeliano con l’attacco militare dello scorso Capodanno.
Sempre per mantenere il cinismo di cui sopra, sarebbe lecito chiedersi se le accuse di brogli di Mousavi e dei riformisti sono credibili.
Innanzitutto è improbabile che il riconteggio delle schede possa ribaltare un risultato che vede Ahmadinejad avanti con uno scarto di oltre nove milioni di voti. Inoltre, assorbiti i postumi della sbornia pre-elettorale, tutti i media occidentali stanno cominciando a riportare le considerazioni di pensatori iraniani, conservatori e riformisti, che, pur riconoscendo l’importanza del "movimento verde" di questi giorni, riconoscono che Ahmadinejad ha sempre potuto contare sull’appoggio delle grandi massi popolari, che vedono con il fumo negli occhi qualunque candidato riconducibile agli Stati Uniti.
D’altronde, anche se il fatto è stato completamente ignorato dai media nostrani, nei giorni scorsi le strade di Teheran si sono riempite anche di migliaia e migliaia di sostenitori del Presidente eletto.
Ed è è evidente che l’Occidente non è interessato alle ripercussioni che queste elezioni possano avere sulla vita del popolo iraniano, quanto agli effetti sugli equilibri geopolitica globali.
Basti pensare che le prime congratulazioni per la rielezione di Ahmadinejad sono arrivate da Caracas, da Pechino, che ha appena stretto un patto d’acciaio con il Brasile di Lula, e da Mosca, dove il Presidente iraniano ha avuto un incontro con Medvedev, occasione in cui ha lanciato il suo primo discorso internazionale da neo-presidente.
Non stupisce, quindi, che Obama, pur rimanendo su posizioni almeno in apparenza distaccate, sia così preoccupato dalla rielezione di Ahmadinejad, che si presenta come un forte ostacolo alla politica del dialogo con cui il neo-presidente americano sperava di poter conquistare il controllo politico del Medioriente, obiettivo fallito dalla politica guerrafondaia di Bush.
Ma quando ci si erge a portatori, seppur pacifici, di democrazia, non ci si può permettere di accettare tale sistema di governo solo quando è comodo farlo.
Non si può pensare che un uomo eletto dal 30% della popolazione americana sia il rappresentante della democrazia perfetta e che un Presidente eletto da oltre il 50% dei cittadini sia un tiranno e un dittatore.
Questo certamente non preclude la legittima possibilità di criticare le scelte politiche di Ahmadinejad. E, in primo luogo, l’atteggiamento, questo sì dittatoriale, con cui sta reprimendo le manifestazioni di dissenso dell’opposizione.
Tuttavia, politicamente parlando, quali sarebbero stati gli effetti benevoli di una ipotetica elezione di Mousavi?
Al di là della tanto sbandierata "occidentalizzazione" che avrebbe dovuto portare libertà, Coca Cola e mercato, cosa avrebbe guadagnato il "popolo" iraniano?
La storia recente è fin troppo ricca di vicende politiche che hanno visto le promesse di libertà (o, meglio, della libertà occidentale e americana in particolar modo) trasformarsi in condizioni di vita drammaticamente peggiori.
E’ curioso che tutti i media occidentali, impegnati a idolatrare il movimento delle elites culturali di Teheran e le entusiaste aperture di Obama, si siano "dimenticati" di spiegare quali fossero i progetti politici dei due candidati.
E ancora più curioso è che sia stato eletto paladino del riformismo Mir Hosein Mousavi, già Primo Ministro della Repubblica Islamica alla fine degli anni ottanta e uomo di fiducia di Khamenei, protagonista della Rivoluzione Islamica del 1979.
Purtroppo appare sempre più probabile che a pagare le conseguenze di questa drammatica contesa fra integralismo religioso islamico e imperialismo socioeconomico americano, sarà solamente il popolo iraniano.
Mattia Nesti.
Mattia Nesti su http://www.gennarocarotenuto.it
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