giovedì 02 settembre 2010, 18:22

Mariastella Gelmini, la scuola e il signorino

Parla e sparla, avvocato Gelmini, ma lo sa bene e glielo dico chiaro: non va al cuore dei problemi e meglio sarebbe misurare interventi e parole.
L’istruzione del merito, come ha voluto definire questo giugno da Erode di cui, stia certa, renderà conto alla storia, ha un merito solo e in questo lei non c’entra davvero nulla: ha mostrato a chi vuole capire quanto vale un’orchestra se il maestro è scadente. Vale poco, avvocato, e mi fa male dirlo. Se agli strumenti ci fossero stati solo professionisti preparati e seri, questo concerto lei non l’avrebbe messo in scena: non si sarebbero prestati a far da mano per lo schiaffo che lei ha inteso dare alla didattica e alla psicopedagogia.

Colpa nostra, avvocato. Colpa di quella nebulosa che continuiamo a chiamare “docente” e che, in tanta parte del suo pulviscolo, non vedeva l’ora di sentirsi le spalle coperte da un’ondata di revanscismo becero e sguaiato per “tornare all’antico“.

L’istruzione del merito, avvocato Gelmini, nasce da una scuola messa in grado di formare. E’ fatta di qualità universitaria, di un’accurata selezione del personale, di docenti aggiornati, di ragionevoli svecchiamenti e di una retribuzione adeguata alla funzione sociale. L’istruzione del merito è figlia di un intimo rapporto tra una politica che conosce e ascolta la gente e una società che si fonda su principi di eguaglianza, solidarietà e giustizia sociale.
L’istruzione del merito, meriterebbe finanziamenti che lei taglia, laboratori che lei nega, il riconoscimento sociale che Brunetta fucila in piazza con la sua tragicomica dottrina del fannullonismo e un istituto familiare che non fosse soffocato dai bisogni e dalla precarietà.

La sua scuola del merito, avvocato, avrebbe bisogno di riaprire il circuito virtuoso che legava studenti e docenti in quella scuola statale che non a caso lei tende a smantellare: la consapevolezza rivoluzionaria che da secoli “la famiglia secolarmente analfabeta di Adolfo mantiene agli studi la famiglia secolarmente universitaria del signorino“.
Le piaccia o meno, avvocato, il punto rimane questo e la sua istruzione del merito ha il solo scopo di ricondurre Adolfo al “suo posto” e imporgli di accettare la sua condizione di inferiorità. Lei, avvocato Gelmini, non s’interessa di scuola. Tutto quello che vuole è che Adolfo torni a pagare per il “signorino”.

Dal Blog di Giuseppe Aragno

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 giugno 2009



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  1. Gennaro Carotenuto | 20 giugno 2009 15:34 | Rispondi

    Grazie. Trovo magistrale quest’articolo.

  2. cometa | 20 giugno 2009 20:10 | Rispondi

    Dal mio osservatorio personale, il conservatorio di musica, non posso che confermare in pieno ciò che scrive questo articolo.
    A margine, voglio dire che una cosa che manca moltissimo qui in Italia è la visione globale dell’istruzione, che non rèleghi l’istruzione artistica, musicale o teatrale in un ghetto.
    Quell’ampiezza di visione che questo articolo possiede, e mai (MAI!) ha posseduto un ministro dell’istruzione della Repubblica Italiana.
    cometa

  3. FG | 23 giugno 2009 11:00 | Rispondi

    A proposito di meritocrazia promossa a chiacchiere e ostacolata nei fatti, oltre che i fondi alla scuola sono stati tagliati anche quelli destinati alle borse di studio per i figli delle famiglie meno abbienti, come sottolinea il Resto del Carlino:

    http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/macerata/2009/06/19/193936-nelle_marche_tagli_oltre_mila_euro.shtml

    E mi chiedo: cosa faranno ora, se non otterranno più le borse di studio, le mie ex-alunne che solo grazie a quei fondi potevano comprare i libri di testo? Penso soprattutto alle ragazze straniere che nella scuola vedevano l’unico luogo di crescita personale e di integrazione e che lottavano talvolta anche con le loro stesse famiglie – che avrebbero voluto che invece lavorassero a tempo pieno – per continuare gli studi.
    E penso a F., marocchina di vent’anni che, pur lavorando tutti i pomeriggi, la mattina, invece di riposarsi, veniva a scuola per frequentare la seconda liceo in una classe di quindicenni non di rado viziati e razzisti, o a K., pachistana in Italia da pochi anni e con ovvi gravi problemi di ortografia, che mi scongiurava di non darle il debito in italiano perché se l’avesse avuto il padre non l’avrebbe più mandata a scuola, e mi sale una rabbia enorme.

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