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Le Lewinsky dell’Imperialismo

Alle ultime provocazioni di Mario Vargas Llosa, la più grande delle Lewinsky che l’imperialismo tenga sotto di sé, e quando dico “sotto” chi ha orecchie per intendere intenda, ha già risposto Gennaro Carotenuto. Ma se Giornalismo Partecipativoe le penne migliori di questo paese, di fronte al gioco sporco degli infami non sanno far altro che difendersi, il marxismo, con la spavalderia che lo contraddistingue, partecipa solo a patto di poter andare all’attacco e di non scendere sullo stesso piano infantile della stampa padronale. Innanzitutto chiariamo una volta per tutte chi sia Mario Vargas Llosa: partito da una cellula comunista di Lima, passa presto dal marxismo al radicalismo della democrazia cattolica peruviana, per approdare, a rimbambimento concluso, all’estrema destra. Una parabola, visto come il cambio coincida sempre coi giri del vento, meno politica di quanto si pensi e più opportunistica, e che ricorda molto quella del morto Duce, ma chissà perché invece che un comune fascista, l’autore de I quaderni di Don Rigoberto, deve essere definito un liberale, o nelle migliori intenzioni un ultra-liberista: potenza del linguaggio anodino dei giornali borghesi. Ma per quanto biforcuto e doppio sia il linguaggio di questi serpenti, non servirà per avvelenare chi saprà, prendendoli per il bavero, fargli sputare fuori dai denti il loro vero, tossico significato. Infatti, un ultra-liberista, non è che un ultras dello sfruttamento i cui slogan e striscioni non vanno più in là dello stadio terminale in cui ha deciso di giocarsi le sue ultime cartucce. Dunque, attenzione compagni: perché senza più munizioni e col vento che vira a sinistra, rischiamo di trovarci di nuovo tra i piedi, in prima linea e con le bandiere rosse, questi vermi schifosi. Bisogna schiacciarli subito, perché non sono buoni nemmeno per andare a pesca.

A Caracas non è andato in scena un convegno su libertà e dittatura, ma su capitalismo e socialismo. Le note stonate del concertino dello scrittore peruviano, indicano soltanto come lui e gli altri orchestrali a servizio dei padroni abbiano sentore che la bacchetta con cui l’imperialismo li comanda a distanza sia lì lì per spezzarsi, e giustamente corrono ai ripari, non si sa mai, infatti, dove finisca una bacchetta imperiale che si è frantumata in mille pezzi: di norma dove non batte più il sole del dollaro sopra cui tutti i suoi servi hanno appoggiato il culo. Sotto certi aspetti è un peccato dover rinunciare alle Lewinsky dell’imperialismo, nessuno più di loro può dirci quello che ancora c’è da fare per scaraventarlo nel baratro della Storia.

Il 28 e 29 Maggio scorso c’erano tutti: fascisti come Yon Goicochea, ex capo degli studenti in orbace del Venezuela; terroristi come Montaner che andrebbe chiamato col suo vero nome, Montamer… e puntini di sospensione per non essere sommersi dalla puzza; bounty killer come il salvadoreño Francisco Flores tutto sommato ancora fresco dello scalpo del prete rosso Romero; e tanti allegroni pronti a finanziare col sangue, s’intende degli altri, il CEDICE, pro-Istituto che come scribacchia lo scrittore peruviano si propone di fare proseliti per l’analfabetismo dei padroni e il loro sfruttamento selvaggio dei lavoratori nella più totale libertà.

Il Venezuela non è ancora Cuba, ci sono ancora troppi giornali dipendenti dai padroni. Senza l’esproprio degli ultimi giornali indipendenti dal proletariato, che poi in realtà sono ancora quasi tutti, non ci sarà tanto spazio liberato e bonificato dalla propaganda padronale. Non si preoccupino i lavoratori dell’ingerenza dello Stato nella stampa. Se lo Stato borghese non si preoccupa dell’invadenza dei padroni nei giornali, i lavoratori non temano l’invadenza dello stato proletario nei loro. Gli attuali padroni vogliono che i lavoratori si fascino la testa prima del tempo, per poter continuare in eterno a sfasciargliela con la loro bella propaganda. Meglio stare sotto un unico padrone collettivo che sotto uno privato per pochi eletti. Il primo garantirà almeno che nessuno schiavo della libera informazione possa schiacciare gratuitamente i tasti dalla mattina alla sera, per dare al padrone il diritto di approfittare due volte, al mattino guadagnando sui loro articoli fatti di servilismo coatto all’inchiostro, e alla sera risparmiando su quelli di qualcun altro fatti di mattone e altre cose necessarie e primarie per la loro sopravvivenza. Come inizio, quand’anche coincidesse con la fine, mi pare già un grandissimo progresso. Ma ho speranza che il controllo dei lavoratori sui mezzi di informazione, unito alla fiducia nel loro operato che i servi dei padroni non potranno mai avere, garantiranno anche che non si passi da un regime di stampa vigilata ad un altro. Solo la rivoluzione bolivariana potrà liberarci dagli intellettualini dell’Ottocento che ancora piagnucolano come prefiche per la libertà di stampa. La prima rivoluzione del nuovo millennio non sarà così retrograda solo perché Vargas Llosa è rimasto indietro di cottura. In Venezuela si avrà la libertà di stampa solo se la rivoluzione porterà la libertà dalla stampa di tutti i regimi. Se Vargas Llosa proprio non riuscirà fare a meno della sua fantascientifica libertà di stampa, potrà sempre continuar a restare incarcerato tra le colonne a sbarre di El Pais: lo pagano, mi pare, per questo. Io comunque gli auguro di trovare sulla strada i lavoratori spagnoli – e ho massima fiducia che non mi deluderanno – che gli spezzino le catene costringendolo a incarcerarsi nell’unico posto che il terzo millennio lascerà a disposizione per la sua ignobile libertà di stampa: l’angolo dei necrologi.

Analogo discorso a quello sulla libertà di stampa, va fatto per i canali televisivi. Aver spedito RCTV sul satellite non basta, fino a che i suoi veri satelliti sono ancora qui, sulla terra, a orbitare tra i coglioni dei lavoratori. Con quei terroristi, il governo è stato fin troppo generoso, ha commesso cioè dei gravissimi errori. Contro chi ha finanziato, appoggiato e ripreso un golpe di stato che nei vicini Stati Uniti sarebbe stato punito con la sedia elettrica, un popolo rivoluzionario deve essere risoluto nella maniera più energica. Io non l’avrei spedito su Marte ma direttamente al creatore, squartando sulla pubblica piazza, come Gano di Maganza, tutti i responsabili di quell’attentato.

Chávez – ci spiega la nostra più grande Lewinsky dell’Imperialismo – ha ottenuto il consenso ridando a molti lavoratori la sicurezza primaria, quella del salario. Ma questo non è sufficiente fino a che due terzi del paese sono ancora in mano ai bastardi che lo strangolano. La voce del padrone è terrorizzata al pensiero che un terzo dell’economia sia passata in mano ai lavoratori. Solo il passaggio degli altri due, a cominciare da tutte le banche, garantirà la sicurezza primaria anche ai tanti lavoratori che ancora non ne hanno beneficiato, strozzando in gola gli ultimi rantoli al capitale e ai suoi luridi servi. L’esproprio proletario deve procedere a ritmi sostenuti e con un occhio attento alla situazione internazionale. Il che non vuol dire come pensano riformisti e cacasotto che il popolo venezuelano debba stare attento a non disturbare troppo il can che dorme nei vicini Stati Uniti e in tutte le altre bestie imperiali che gli fanno da guardia. È l’esatto contrario. Meno energica la rivoluzione sarà verso gli USA, più risoluta sarà la controffensiva dell’imperialismo yankee. Ma l’occhio internazionale non deve guardare solo ai padroni degli Stati Uniti, ma anche ai lavoratori di tutto il mondo, in primis a quelli anche loro sul piede di guerra. L’esproprio immediato di tutte le aziende di proprietà dei privati della Bolivia, tagliando gli artigli dell’imperialismo che ogni borghesia nazionale conficca in un’altra, è il modo migliore che i lavoratori del Venezuela hanno per interpretare correttamente l’internazionalismo proletario e dare una mano ai loro fratelli più vicini perché portino a termine a loro volta la rivoluzione. Col più schietto spirito internazionale, alla rivoluzione in Venezuela, seguirà la rivoluzione in Bolivia, preludio alla federazione del Sud America socialista. Gli stati borghesi cadranno a uno a uno come birilli davanti a due rivoluzioni ben fatte. Non è nemmeno detto che la rivoluzione non si propaghi fino agli Stati Uniti e poi all’Europa, mettendo davvero fine al capitalismo. Ma siccome è sempre pieno di realisti pronti ad accusare i marxisti d’essere fuori dal mondo, non precipitiamo troppo gli eventi e ritorniamo coi piedi per terra dove eravamo.

A difendere i padroni è rimasta solo la Ctv, la Cisl venezuelana, il sindacato degli industriali già protagonista del sabotaggio fallito della centrale petrolifera quando i lavoratori hanno deciso, con l’esproprio di una buona fetta, che l’era del capitale era finita. La Ctv, per chi se lo fosse dimenticato, è quel sindacato che invita i colleghi stranieri, come ad esempio il più ignorante di tutti i sindacalisti burocrati d’Italia, Raffaele Bonanni, a passare nel quartiere più ricco di Caracas i giorni di villeggiatura in Venezuela che i lavoratori italiani gli offrono per approfondire la conoscenza della rivoluzione bolivariana. Come tutti i venduti, invece di ringraziarli, il segretario della Cgil nostrana, ha sprecato quei giorni per studiare il modo di aiutare la controrivoluzione. Col sabotaggio dell’industria petrolifera, la Ctv e i suoi padroni hanno perso quel poco di controllo che ancora avevano sui lavoratori, entrati in massa nel nuovo sindacato bolivariano, ormai primo sindacato del paese. Il finanziamento padronale alla Ctv è l’ultima ancora di salvezza rimasta a disposizione degli industriali per recuperare il terreno perduto. Per impedirglielo bisogna anzitutto arrestare tutti i corrotti della Ctv, ovverosia in pratica quasi tutti i principali dirigenti, ma qualora non basti, chiudere senza tanti complimenti il sindacato padronale. Non sono in gioco la libertà sindacale e altre scemenze, tanto più ridicole quando escono dalla voce del padrone, ma la pretesa degli industriali di aver il diritto di corrompere i lavoratori e la loro irresistibile marcia verso l’emancipazione. Già non bisognerebbe permetterglielo in tempi normali, ma in tempi di rivoluzione è addirittura un potenziale delitto, perché nessun lavoratore si scordi che se solo ai padroni della Ctv capiterà di riprendere in mano il controllo della situazione, non si lasceranno sfuggire l’occasione per reprimere tutte le organizzazioni dei lavoratori e tutte le libertà sindacali di cui oggi – ipocriti sfrontati – si fanno paladini. O la rivoluzione chiuderà la bocca alla Ctv, o i suoi padroni, alla prima occasione, tapperanno per sempre la voce dei lavoratori che non le si vorranno sottomettere. Inoltre, chiudere la Ctv aiuterà anche i lavoratori arretrati e onesti ma che ancora la seguono a mettersi sulla strada giusta della rivoluzione, tagliando gli ultimi ponti con la controrivoluzione. In due parole, chiudere la Ctv aumenta la coscienza dei lavoratori, tenerla aperta è un atto d’incoscienza.

Non si facciano troppi scrupoli i lavoratori con la retorica del “No alla violenza”, del rispetto, del “pluraglismo” e di tutto l’armamentario che fa il corredo consueto del ciarpame padronale quando si trova alle strette. L’unica differenza tra un padrone e un maiale è che coi maiali puoi farci dei salami, coi padroni, seppur siano i migliori suini presenti sulla piazza, purtroppo no, il WWF, unico vero e proprio rappresentante dei diritti umani borghesi, lo impedisce. Del maiale non si butta via niente, basta invece che un solo padrone venga risparmiato perché un popolo sull’orlo della rivoluzione venga ricacciato indietro e costretto a razzolare come e più di prima nel suo solito porcile. La rivoluzione è già andata troppo avanti perché possa tornare indietro come fin qui è arrivata. O andrà fino in fondo o non andrà da nessuna parte. Se sarà necessario, ed è molto improbabile che si possa fare diversamente, i lavoratori non dovranno farsi problemi a sgozzare il 2% dei porci oligarchi che li dissanguano da quando hanno messo piede in quella terra. O li sgozzeranno loro, o il sangue dei lavoratori scorrerà in Venezuela fino a quando i padroni saranno più che sicuri che il fiume della rivoluzione sarà tanto prosciugato e arso che, per i prossimi secoli, non darà più problemi di piene, di straripamenti e tanto meno di un semplice scorrere. Non bisogna permettere che l’esperienza molto simile del Cile di Allende, si ripeta come se niente fosse successo. Non capire quella lezione, vuol dire essersi ammaestrati di nuovo attraverso la giustizia sanguinaria dei padroni.

Marx ha osservato da qualche parte che la rivoluzione per andare avanti abbisogna più che mai del colpo di frusta della controrivoluzione. La crisi capitalistica capita a fagiolo per dare l’ultimo spunto di adrenalina necessario ai lavoratori per portarla a termine. L’aiuto dell’intellighenzia latinoamericana pressoché al completo da solo non basta. A Caracas, infatti, mentre Vargas Llosa spiegava che la rivoluzione bolivariana è la prima a nascere senza artisti al suo fianco, di poeti, escluso il principale cantore del meretricio, non se n’è visto manco uno. Strano che tutta questa opposizione non si sia radunata in quel bel cesso approntato dal CEDICE per condividere con gli altri stronzi l’onore che ha riservato loro. Il motivo, forse, va ricercato nello spirito visionario di Vargas Llosa che è andato talmente fuori di testa da non sapere più neanche cos’è un intellettuale. Un vero intellettuale è anzitutto una rarità. Si contano su più mani solo quelli a cui bisognerebbe tagliargliele perché non sanno scrivere. Vargas Llosa è l’eccezione che conferma la regola dei molti artisti come lui che hanno imparato sì a scrivere, ma mai a pensare. Una penna senza testa, però, purtroppo, è solo uno scrivente minore che verrà spiumato, da morto, dal primo grande scrittore che gli passerà sopra l’oblio della sua eternità. La rivoluzione bolivariana non è importante che abbia al suo fianco, come in effetti ha, la maggior parte degli artisti latinoamericani, Gabriel García Márquez in testa, è fondamentale che abbia i migliori, cioè i marxisti come Alan Woods, non solo latinoamericani ma addirittura internazionali come tutti i seguaci del Marx-Engels pensiero. Però un intellettuale, se davvero è grande e non un poveretto dilaniato dai sensi di colpa come Vargas Llosa, non appoggia né la rivoluzione né la controrivoluzione, ma appoggia semplicemente sé stesso. Solo appoggiando sé stesso, infatti, è davvero in grado di promuovere ciò che di veramente progressivo ha il processo rivoluzionario in Venezuela, facendo contemporaneamente da scudo a tutte le incrostazioni reazionarie che ancora lo frenano. Ed è per questo che i marxisti sono i migliori intellettuali a fianco della rivoluzione, perché ne rappresentano l’aiuto più lucido e critico. Vargas Llosa dimenticatosi ormai per sempre dell’abc dell’intellettuale, non può sapere nemmeno le restanti lettere dell’alfabeto artistico con cui la Storia porterà a termine l’opera grandiosa della rivoluzione.

La critica marxista è talmente lucida che per una volta non può non segnalare l’opportunismo di chi scrive, il quale pur azzerando il Vargas Llewinsky dell’imperialismo, s’inchinerà sempre davanti alla grandezza del Vargas Llosa scrittore. Deve anche confessare di aver avuto spesso e tuttora il dubbio che sia il più grande scrittore latinoamericano, più grande addirittura di Márquez al quale Vargas Llosa invidierà forse per sempre il Nobel per la letteratura. Raramente, infatti, l’accademia di Svezia s’è sbilanciata tanto a destra quanto a sinistra prima di attribuire il premio a qualcuno. È un’accademia fedele in tutto e per tutto al suo ruolo accademico! Per sua fortuna, il gruzzolo che Vargas Llosa non riuscirà a ritirare dall’accademia di Svezia, potrà farselo rimborsare dagli imperialisti di tutto il mondo, svedesi compresi. Mentre il CEDICE prepara il prossimo appuntamento direttamente nei grandi saloni dell’Ikea®, la grande letteratura continuerà ad osservare divertita e in silenzio Vargas Llosa sputtanarsi all’estrema destra, tanto Conversación en La Catedral, come tutta la sua opera che conti, resterà sempre dalla parte giusta e a non avrà bisogno per stare in piedi di seguire il tragitto miserevole delle sue stupide chiacchiere. La grande letteratura non ha prezzo, e quello pagato da Vargas Llosa per rinnegare il marxismo, è alto come quello sborsato dal suo Don Rigoberto, che ha finito per sposare una matrigna come unica e magra consolazione all’andropausa mentale e precoce, e alla vigliaccheria di aver dovuto rinchiudere gli angeli e i demoni della sua vita nella polvere di quattro quaderni, solo per non aver avuto il coraggio di abbracciare la causa della rivoluzione sociale, cioè dell’unico mezzo che la Storia abbia messo a disposizione per liberarli, liberando, con loro, anche la sua amata, ma di fatto odiata, libertà. E ben gli sta!

A me, dopo la sbandata di opportunismo, non resta che rimettermi in carreggiata, ricordando che dei tanti intellettuali che hanno appoggiato le rivoluzioni per poi pentirsene e passare al liberalismo o alla dissidenza – due facce delle stessa petulanza – Vargas Llosa ha scordato il più grande di tutti, quello che non solo non si è pentito, ma cacciato dall’URSS e braccato in ogni angolo del mondo ha continuato imperterrito e senza una lacrima a difendere la causa dei lavoratori e degli oppressi fino al giorno in cui una picozza stalinista gli ha fracassato la testa. Ma questa non è bastata per cancellare l’ennesima prova, se mai un’altra fosse stata necessaria, della superiorità storica del marxismo sui piagnistei degli alfieri del liberalismo.

Viva Trotsky, in fondo l’unico grande storico del secolo breve! Viva l’ardore di chi ha il coraggio di difendere fino in fondo la causa degli oppressi, e non si rende ridicolo come tanti imbecilli che si credono eroi perché non sanno che basta la vigliaccheria per difendere i potenti.

Infine chiedo scusa all’unica persona che con questi vigliacchi, nonostante li caratterizzi alla perfezione, non c’entra niente: la Signora Lewinsky che ha avuto solo il torto di essere un’altra vittima sacrificata sull’altare della loro libertà di stampa. A lei, e alla sua ironia, l’autore dedica queste righe. Lorenzo Mortara, Giugno 2009 (rispondo anche su facebook)

Nota: dalle mie ricerche non son risucito a capire più di tanto la composizione sindacale del Venezuela. Non sto a spiegare adesso come sia arrivato alla conclusione che il sindacato bolivariano sia il primo del paese. Chiunque abbia dati più precisi mi contatti per aggiornare il pezzo.

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