Menu 2

Donne, partiti e sistemi elettorali

http://www.italiadonna.it/public/percorsi/imgs10/1.jpgNella lunga descrizione sui motivi per cui le donne e la politica dei partiti non vanno per niente d’accordo, va aggiunto un paragrafo che riguarda le elezioni a cura dei partiti.

Innanzitutto c’e’ la legge elettorale. E’ la prima cosa che viene fatta ad ogni ricambio di legislatura. Chi vince si orienta verso modifiche e aggiustamenti che gli porteranno un vantaggio. Come giocare eternamente in una partita truccata le cui regole vengono cambiate di volta in volta a seconda di chi vuole essere il candidato favorito.

Nei bei tempi di Mussolini egli volle una legge che assicurasse una "solida" e "stabile" maggioranza parlamentare. La Legge Acerbo era a maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale. Fu grazie a quella legge che Mussolini divenne intoccabile poichè egli fu eletto dal "popolo" grazie ad una minoranza di voti che il premio di maggioranza raddoppiò.

La "stabilità" di governo di Mussolini sappiamo bene a cosa portò. La guerra, il colonialismo (Libia, Somalia, Eritrea), leggi razziali, un patto di ferro con la chiesa, persecuzione dei dissenzienti, carcerazione dell’opposizione politica, censura, fine della libertà di stampa, deportazione, rastrellamenti, confino e campi di lavoro e di sterminio per ebrei, rom, comunisti, opposizione politica cattolica, donne, gay, lesbiche.

Dopo la seconda guerra, la costituzione italiana, le nuove leggi si orientarono verso un lento cambiamento. Una cosa però fu cambiata subito: la legge elettorale. Chi la compose si orientò sul proporzionale con preferenza e suddivisioni in circoscrizioni nelle quali era possibile eleggere un candidato che fosse realmente legato al territorio, nel bene e nel male.

Un voto proporzionale è una scelta democratica fatta per garantire la partecipazione ad ogni cittadino e ad ogni cittadina. Un voto corrisponderà ad un voto. L’assemblea che veniva fuori da quelle elezioni era plurale. Il governo si componeva dopo le elezioni. Il presidente della repubblica nominava il presidente del consiglio che presentava la sua squadra e la sua coalizione di governo.

Per molti anni governò la democrazia cristiana assieme ai socialisti, i socialdemocratici, i repubblicani, i liberali. Tutti componevano una struttura conosciuta come il pentapartito.

I primi anni novanta furono caratterizzati da una profonda crisi del sistema politico, dovuta in gran parte alle inchieste di mafia e per le tangenti. I pentiti di mafia da un lato e il processo contro le tangenti dall’altro decapitarono i partiti per come li conoscevamo.

Come raccontavo nel post sulle donne e la politica dei partiti ciascuno ebbe un ruolo nel ricostruire un sistema che non aveva cambiato di una virgola le premesse ma si destreggiò in metamorfosi apparenti con cambio di nomi e simboli e candidati che erano figli, nipoti, parenti, portaborse dei politici "impresentabili" e "compromessi" fintanto che essi stessi non poterono ripresentarsi con una nuova verginità per mostrare tutta la loro forza e il potere contrattuale che avevano tenuto vivo dietro le quinte.

http://bibliostoria.files.wordpress.com/2007/10/art1a.jpg Fu in quel preciso momento che iniziò il balletto delle proposte referendarie sulla legge elettorale. Chi promuoveva questi referendum era (ed è sempre) il democristiano Mario Segni, figlio di Antonio Segni, già presidente della repubblica e coinvolto nel Piano Solo, un progetto di colpo di stato militare volto a dare all’arma dei carabinieri il potere in Italia, che fu quasi attuato nel 1964.

Nei primi anni novanta si disse che la frammentazione era troppa e che bisognava dare garanzia di stabilità di governo. Il progetto prevedeva l’elezione diretta del sindaco, poi del presidente di provincia, poi della regione, infine del presidente del consiglio. Il primo referendum riguardò la scelta del maggioritario in italia. Ricordo di aver votato NO sapendo tutto quello che sarebbe avvenuto negli anni a venire.

Ci fu una grande frattura anche nel centro sinistra. Ciò che restava dalle ceneri del congresso del pci del 1989 (il pds) era convinto così di potersi liberare di tutti coloro che non avevano voluto seguire i dirigenti piddiessini nella strada di quello che loro chiamavano "rinnovamento". La verità era che l’anima destrorsa del piddiesse non era dissimile da quella più fascista che si nascondeva dietro le fila di partiti moderati di ogni altro genere. Sicchè il pds, allora retto da Occhetto, voleva far fuori tanta gente nello stesso modo in cui consentiva alle mozioni di partito la vittoria e la sconfitta: truccando le regole e caricando nuovi partecipanti al traino.

Quel referendum, che credo si svolse nel 1993, superò il quorum e da allora in poi tutti poterono dire che la volontà degli "italiani", questa entità espressa come categoria assoluta, andava in direzione del maggioritario. La stagione delle riforme dunque ebbe inizio fino ad arrivare ai meccanismi perversi che oggi conoscete.

Allo stato attuale abbiamo l’elezione diretta del sindaco, del presidente di provincia e della regione con premio di maggioranza e sbarramento al 5% (in sicilia nelle ultime elezioni sono rimasti fuori tutti i piccoli partiti di destra e sinistra). Il sistema nazionale è passato dal collegio uninominale, a maggioritario e premio di coalizione a liste circoscrizionali bloccate, senza preferenza, con maggioritario, premio di maggioranza e sbarramento al 5%. Il sistema per le europee prevede la preferenza, è ancora vagamente proporzionale ma con lo sbarramento del 4% che ha portato alle ultime elezioni ai risultati che conoscete.

Il prossimo referendum del 21 giugno chiede agli elettori se vogliono rafforzare il sistema bipartitico, bipolare, per lasciare morire tutti i soggetti che non si sentono rappresentati da quelli che prendono un maggior numero di voti e lasciare dominare la scena al pdl e al pd come unici  rappresentati della politica di una intera nazione. Non votare a questo referendum, rifiutare le schede, sarebbe una scelta furba, perchè anche votando no c’e’ il rischio che il si prevalga e che i no aiutino al raggiungimento del quorum.

Quello che andrebbe fatto invece è tornare un po’ indietro per andare avanti. Attualmente l’italia esprime un 30% di astensionismo. Con un 70% di votanti all’incirca, le maggioranze sono sempre risicate. Basta però anche un solo voto in più degli avversari che si aggiudicano un gran premio di maggioranza che li mette al sicuro da ogni possibile scossone.

Considerando tutti i potenziali elettori abbiamo a che fare con forze politiche che impongono il proprio governo con una quota misera di consensi che può essere ipotizzabile in un 30% in totale. Ecco perchè il sistema maggioritario è totalmente antidemocratico. Giocare alla democrazia con un gioco truccato e regole preimpostate per fare vincere un preciso soggetto non è democrazia. E’ solo una pantomima che è già totalitarismo.

Con quel 30% di elettori chiunque governa è un vincitore che ha barato. Chiunque governa avendo escluso altre forze sotto il 5%, per quell’inciucio emozionale fatto di voto utile, delegittimazione politica e mortificazione di tante voci che non hanno alcuna rappresentanza, non è legittimato a decidere alcunchè tranne che per le questioni ordinarie.

Solo in un caso il governo italiano espresse "riforme", ovvero cambiamenti strutturali in settori nevralgici per la vita delle persone, e fu nel tempo che governò Mussolini. E’ quello che sta accadendo in questo tempo con la complicità della sinistra riformista e con la incapacità di una sinistra che più in generale non sa inventare nulla di diverso da quello che ha sempre fatto, ivi compresa la politica populista a leadership maschile.

E’ una politica monca sul nascere, fatta di miserie e di interessi personali, che riguarda – e lo dico senza qualunquismo – la gran parte dei soggetti di partito. Sono miserie che si esprimono sul piano locale o nazionale. Potete vederle nelle elezioni comunali dove un po’ ci si conosce tutti e – per esempio – capita spesso che i nemici più agguerriti di proposte differenti, di soggetti autonomi, in gamba, indipendenti, siano proprio quelli che continuano a sventolare le bandiere dei vecchi simboli.

Mi ricordo ancora la guerra per motivi di protagonismo da parte di pezzi che compongono l’attuale Pd contro soggetti che facevano antimafia senza farsi mettere sulla fronte il bollino di appartenenza del loro partito. Come dire: se non ti fai sponsorizzare puoi anche morire.

Mi ricordo ancora le miserie localistiche di un pezzo di rifondazione siciliana che stabiliva il livello di partecipazione alla politica in termini di quote e di veti. Un veto per proposte di candidatura che non partivano dal loro cappello magico e una proposta in quota che potevano spendere per avere un misero assessorato.

Diciamocelo: a destra fa schifo, lo sappiamo, è una merda dal punto di vista ideale e pratico. Ma a sinistra i mezzi di confronto non sono certamente più schietti, liberi da certe storture, con minori distorsioni e la preoccupazione principale non è "il bene della nazione" ma "il bene del partito" ovvero degli uomini del partito. Lo dico fuori dai denti perchè lo so e so anche che questa cosa fa rabbia a tanti e tante compagne che insistono nel tentativo di rinnovare dall’interno per poi ritrovarsi a fare la fila in strutture gerarchiche dove hai diritto di parola solo se hai passato il livello di associata che frigge le patate nelle feste di liberazione, poi quella di componente della segreteria della sezione periferica del cucco e tutte le altre che arrivano e che man mano che passano, si portano via sempre più un pezzo di te e ti trasformano in men che non si dica in [email protected] burocrate della politica che parla come Di Liberto, si veste come bertinotti e cammina come ferrero.

Per le donne, come dicevo, non c’e’ posto in un sistema fatto così. E il punto non è che sia un sistema respingente per le donne ma che è un sistema che va totalmente rinnovato. Non va bene. Non ci piace. Non è lì che vogliamo stare. I partiti non vanno bene, a partire dai loro vecchi, sempre uguali, attaccatissimi alle poltrone, narcisisti, leader. Abbiamo avuto il diritto al voto nel 1946. E’ un diritto che ci consente soltanto di eleggere uomini senza che mai in nessun caso siamo riuscite a incidere, condizionare, contribuire, interferire. Sarà forse il momento di porci il problema.

E ora qualche dato sulla legge Acerbo che come vi dicevo fu quella che permise l’elezione di Mussolini come le nostre leggi permettono l’elezione di berlusconi.

La Legge Acerbo

La legge elettorale italiana del 1923 fu la legge elettorale adottata dal Regno d’Italia nelle elezioni del 1924. Essa è usualmente indicata come legge Acerbo dal nome del deputato Giacomo Acerbo che ne redasse il testo.

La legge (approvata il 18 novembre 1923 con il n. 2444) fu voluta da Benito Mussolini allo scopo di assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare.

Iter parlamentare

Il 4 giugno 1923 il disegno di legge redatto da Acerbo fu approvato dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini e il successivo 9 giugno venne presentato alla Camera e sottoposto all’esame di una commissione – detta dei “diciotto” – nominata dal presidente Enrico De Nicola secondo il criterio della rappresentanza dei gruppi.

La commissione fu composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente) e Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della "Democrazia", Antonio Salandra per i liberali di destra, Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la “Democrazia italiana” (nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano (in realtà anche lui fascista) per il gruppo misto.

Tale legge prevedeva l’adozione del sistema maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale. Ogni lista poteva presentare un numero di candidati pari ai due terzi dei seggi in palio (tale meccanismo fu spacciato per democratico in quanto garantiva di converso alle minoranze un terzo dei seggi dell’assise parlamentare, anche nel caso fossero scese al di sotto del 33% dei suffragi), cioè 356 su 535, e la lista che avesse ottenuto la maggioranza con una percentuale superiore al 25% dei voti avrebbe eletto in blocco tutti i suoi candidati. I restanti 179 scranni sarebbero stati ripartiti proporzionalmente alle liste di minoranza, sulla base della legge elettorale del 1919.

Ulteriori modifiche alla legge elettorale precedente erano la riduzione dell’età minima per l’eleggibilità da 30 a 25 anni, l’abolizione della incompatibilità per le cariche amministrative per i sindaci, i deputati provinciali ed i funzionari pubblici, ad eccezione dei prefetti, vice prefetti ed agenti di pubblica sicurezza. Altra importante innovazione fu l’adozione della scheda elettorale al posto della busta.

La legge Acerbo venne approvata alla Camera dei Deputati il 21 luglio del 1923 con 223 sì e 123 no: a favore si schierarono il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare Italiano (tra cui De Gasperi), il Partito Liberale Italiano e altri esponenti della destra, quali Antonio Salandra; negarono il loro appoggio il Partito Comunista d’Italia ed il Partito Socialista Italiano. La riforma entrò in vigore con l’approvazione del Senato del Regno del 18 novembre[4] con 165 sì e 41 no. Nella discussione del disegno di legge presso il Senato ebbe un ruolo di primo piano il senatore Gaetano Mosca.

Effetti

Alle elezioni del 6 aprile 1924 il Listone Mussolini prese il 61,3% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il PNF): i fascisti trovarono il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, alla cui spartizione riuscirono a partecipare mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni e che strappò ulteriori 19 scranni, mentre le opposizioni di centrosinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro i 1.194.829 del Listone. Complessivamente, le opposizioni raccolsero 2 511 974 voti, pari al 35,1%.

Alessandro Visani scrisse sull’importanza politica della legge:
« L’approvazione di quella legge fu – questa la tesi sostenuta da Giovanni Sabbatucci, pienamente condivisibile – un classico caso di "suicidio di un’assemblea rappresentativa", accanto a quelli "del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940". La riforma forni all’esecutivo "lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta". »

da femminismo a sud

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,