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AAA: Libertà d’informazione cercasi…

È passata da qualche giorno la “furia” elettorale. Risultato: tutto come prima, o perlomeno, tutto come negli ultimi dieci tristi anni. Anni di un nichilismo diffuso, che fa buttare a destra i confusi, i qualunquisti, i “non so chi votare, tanto pensano solo ad arricchirsi, a me che m’importa”…e poi in realtà a votare ci vanno eccome, e per magia scelgono ed eleggono l’uomo che in questi ultimi bui dieci anni non ha fatto altro che far assumere a questo paese sempre più i connotati di un enorme ipermercato, dove la libertà si scambia per il suo sorriso beone e beffardo, studiato a tavolino da curatori dell’immagine profumatamente pagati per convincere il popolo italico che tranquilli, andrà sempre così: i furbi avanzeranno, i dissidenti verranno boicottati e zittiti, la prostituzione tolta dalle strade per arricchire le vostre squallide giornate di vuoto offerto dalla tv (anche da quella di stato) e, meglio ancora, per sedere sulle costosissime poltrone del Parlamento. Il Parlamento. Mi chiedo se valga ancora la pena di scriverlo con la maiuscola. Il cuore mi dice di sì, la mente si avvale della facoltà di non rispondere. E non riesco proprio a darle torto.

Le elezioni sono terminate ed il responso la dice lunga su quello che la maggioranza dei cittadini europei sente come una necessità: affidarsi al potere forte, quello della destra, diffidando, come mai si era verificato negli ultimi anni, dei socialisti. Proprio nel momento di una crisi mondiale avvertita come implacabile, il socialismo non viene scelto. Qui da noi, parole su parole sul perché di questo rifiuto generalizzato sono state spese tra i divani dei cosiddetti “salotti televisivi della politica ”: è stato detto dagli sconfitti, a mo’ di giustificazione, che la sinistra non sa captare i bisogni degli elettori che quindi si rivolgono alla destra, grande madre che tutti accoglie. Come dire: se non so andare contro i padroni, tanto vale farmeli amici…

Si ragionava così nella Sicilia governata dai notabili, e il sistema, più tardi divenuto famoso come clientelismo, parve così affascinante ed utile che Giolitti pensò bene di esportare tale consuetudine a Roma, nell’insicura capitale di un’insicura nazione. Si ragionava così durante la Prima Repubblica: chi trovava un amico politico trovava un tesoro (dietro una più o meno lauta tangente o lo scambio di voti).

Non mi pare che le cose siano migliorate: si è cambiato il nome (in Seconda Repubblica), ma le metodiche sono le medesime. E gli italiani, che ormai vanno a scuola, che si laureano in un numero esorbitante, che possono scegliere quale giornale leggere e quand’è il momento di spegnere la televisione, questi italiani sembrano accettare ed anzi preferire lo status quo ad un qualsivoglia cambiamento.

Ma d’altronde, parlando delle nostre sinistre non si possono scordare alcuni errori che sono risultati letali per la sconfitta, o addirittura, la scomparsa di alcuni partiti: le lotte interne per la leadership che sembrava a tratti essere la mèta più importante da raggiungere; la connivenza su certi argomenti e il disastroso atteggiamento indeciso che ha reso impossibile agire quando si poteva e si doveva agire su aspetti (come, ad esempio, il famigerato conflitto d’interesse) che adesso stanno guidando l’Italia verso un punto di non ritorno,

E, ultimo ma non per importanza, non si può chiudere gli occhi dinanzi alla “somiglianza” di losche figure che stanno a sinistra ad altre di destra, se non altro per vicende di giustizia (e scusate se è poco), che rendono l’intero schieramento, di maggioranza e d’opposizione, un agglomerato di volti e nomi non più distinguibili per ideologia, una massa di mestieranti della politica.

Ora, sforzandosi a voler essere ottimisti a tutti i costi, questo lo si potrebbe intendere come un difficile momento per la sinistra e basta. Ma ahimé così non è: quello che è successo nei giorni immediatamente successivi alle elezioni fa aumentare, e molto, la mia preoccupazione. Non credo che il mio, il nostro, sia un paese libero e so che tanti la pensano in questo modo, e dato che probabilmente la maggioranza dei lettori di questo sito sarà concorde, non mi metterò a ripetere le questioni alla base della mia affermazione (P2, Mangano, Dell’Utri, condannati in Parlamento, scandali processuali, festini e relative foto vergognose, soubrettes “promosse” alla politica, voli privati con aerei di stato, dittatori amici…e chi più ne ha più ne metta), né i motivi del mio disagio, che peraltro derivano da tali questioni.

L’unico quesito che anzi vi porgo, cari lettori, è il seguente: in un paese in cui diventare giornalisti significa iscriversi ad un albo, anche se ti sei limitato a copiare ricette di cucina, in cui fare informazione significa compiacere il tuo direttore, anche scrivendo bufale abnormi e negando così proprio lo spirito del tuo “ mestiere” (perdonatemi: per me è passione, prima di tutto)…in una nazione dove mostrarsi attraverso un book è la chiave per spuntarla, dove l’onestà è un optional per falliti, e i lestofanti decidono il tuo futuro…in un paese del genere potrò mai scrivere per un giornale?

O dovrei cominciare a chiedere già da ora asilo politico e lavoro a El País?

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