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Paola Caridi: Nonna Maria, il velo, Venaria

È stato come un flash. Ho letto la sterile, inutile, gretta polemica sul velo a Venaria, e mi è tornata alla mente nonna Maria. Nonna Maria, quella di Roma, classe 1895, nata nel Fermano e trapiantata a Roma a cavallo tra Otto e Novecento. Nonna Maria era di quelle donne dure, acciaio dietro un sorriso mite. I suoi figli (mia madre compresa) mi raccontavano che non ne perdonava una. Analfabeta, conosceva solo i numeri e sapeva far bene (anzi, benissimo) di conto. Le lettere al futuro marito, mandato al fronte durante la prima guerra mondiale, gliele scriveva Ersilia, la futura cognata. Ed Ersilia le leggeva le risposte. Aveva tirato avanti la famiglia con fatica: contadina, un pezzo di terreno alla Balduina, vicino all’antenna della radio, un banco di frutta al mercato Trionfale, tre figli che aveva fatto studiare il necessario, perché poi bisognava lavorare. Una donna dura, rispetto a mio nonno che, mi raccontano, era un pezzo di pane.

Mia nonna, nonna Maria, non è mai uscita senza foulard da casa. Sino alla sua morte, nel 1988. Non stava bene andare a capo scoperto. E i suoi capelli bianchi raccolti in una treccia ho avuto l’onore di pettinarli solo una volta. Non era questione di latitudine: nonna Maria, quella di Reggio Calabria, l’ho sempre vista – al contrario – a capo scoperto. E a quella differenza, a quel pezzo di stoffa, non ho mai pensato, quando ho dovuto catalogarne la forza. Tutt’e due lo erano, forti. Ma se devo pensare a chi si è fatta rispettare di più, come donna, non ho dubbi: è stata la nonna col fazzoletto. Semplicemente perché non era il fazzoletto "a fare il monaco".
(nella foto, una contadina dell’area di Hebron, in Palestina, nello scatto di Andrea Merli. Nonna Maria era una donna minuta, i suoi foulard erano colorati, ma le rughe e il sorriso sono molto simili)
È per nonna Maria (quella di Roma) che penso che il nostro mondo, ora, si sia messo veramente a testa in sotto. Alla rovescia, insomma. Sono settimane che la nostra attenzione è tutta concentrata sulle veline, sul vecchio stinto immaginario femminile del maschio italiano, e il nuovo, misero immaginario femminile del potere. Sono settimane, mesi, in cui discettiamo su quanto i pochi centimetri di tessuto sulla pelle riescano, in questi brutti tempi, a far raggiungere gradini del potere che lauree e phd non possono. E osiamo pontificare non sulle veline, che sarebbe sacrosanto, bensì – ancora – sul velo in testa di una onesta impiegata di un museo.
"Il velo è simbolo di sottomissione" al marito, non un simbolo religioso, scrive Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera. In poche se lo mettono perché ci credono, in maggioranza perché viene loro imposto. Ora, a parte la discussione trita, ritrita e veramente stantia sul velo, mi pongo due domande: quante, e soprattutto quali donne col velo conosca Maria Laura Rodotà. Poche, ritengo, perché non le è mai capitato di conoscere tutte quelle con le palle e con il velo che mi è capitato di incontrare in Medio Oriente, in Europa e anche in Italia. Posso farne un lungo elenco: Heba, Samira, Nadia, Nagwal, Amanie, Marwa, Dalya, l’altra Marwa, Khadija, Sumaya, e poi tutte quelle di cui non ricordo il nome, egiziane, palestinesi, turche, libanesi, siriane, marocchine, italiane, francesi, inglesi.
Nomino solo quelle con le palle, di certo più forti di chi cerca di farsi strada trasformandosi in un oggetto para-sessuale. Donne con alta istruzione, politologhe, deputate, giornaliste, politiche, scrittrici, linguiste. Donne senza istruzione, di quelle che hanno messo in piedi famiglie solide ed educato un numero infinito di figli. Donne contadine e avvocatesse, povere e molto benestanti, donne di strada e vip. Quelle che ho elencato non le ho mai considerate sottomesse al marito. Anzi, ci sono alcuni casi in cui non è proprio il marito a portare i pantaloni in casa, nonostante ci sia quel benedetto velo sulla testa delle loro mogli.
Ma chi ha detto che il velo sia il problema principale di un miliardo e duecento milioni di musulmani? Ma chi ha detto che non sia altro, che non siano conflitti, crisi, guerre, invasioni, recessione economica, fratture sociali? Ma chi ha detto che questa lettura (occidentale) del velo non nasconda la voglia di evitare tutto il resto, i problemi veri e quotidiani di centinaia di milioni di donne (e di uomini)? Ma chi ha detto che il velo non sia il simbolo della quasi totale ignoranza (occidentale) su quello che succede nell’universo femminile musulmano e, in questo caso, arabo? Chi si occupa delle questioni ereditarie, dei divorzi, dei matrimoni combinati, dei delitti d’onore, delle differenze di trattamento salariale? Chi si occupa di tutta quella parte di donne, senza ma più spesso col velo, che tenta di imporre una lettura diversa dei testi sacri dell’islam, riportando l’interpretazione all’egualitarismo originario?
In tempi oscuri, in tempi di inabilità culturale, di recessione delle idee, ci mettiamo di nuovo il velo davanti agli occhi, come i tori che vedono rosso. Dimentichiamo le labbrone siliconate, i poderosi seni finti, le cicatrici della bellezza che riempiono stuoli di donne liberate e occidentali,
che non sono capaci di invecchiare. E ci permettiamo di fare la lezioncina da maestrina al prossimo. Anzi, alla prossima. Mi chiedo, spesso, che ci sono andata a fare al Governo Vecchio, nella sede storica del femminismo romano, quando ero adolescente? Per dover parlare (ancora) di velo? Nonna Maria, salvaci tu, insegnaci cosa vuol dire essere forte.

http://invisiblearabs.blogspot.com/2009/06/nonna-maria-il-velo-venaria.html

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