Menu 2

Cesare intendeva uccidere la Repubblica

msximilien-robespierre L’autunno scorso, quando un’onda colorata di giovinezza ha invaso le strade del Paese e ha occupato scuole e università, rivoltandosi contro Berlusconi, buona parte dei sapienti professori se n’è stata a guardare e non ha colto al volo l’occasione per sostenere la protesta con la lezione sulla disuguaglianza appresa dalla rivoluzione francese e da Robespierre, che di tiranni s’intendeva:

hanno riconosciuto la sovranità della nazione, ma l’hanno cancellata. Non erano, per loro stessa ammissione, che mandatari del popolo e si sono trasformati in sovrani, cioè in despoti. Perché il dispotismo non è altro che l’usurpazione del potere sovrano” [1].

Qualcuno, preoccupato del suo orticello, qualche altro preso all’amo del “diritto allo studio” e suggestionato da un legalitarismo miope e pragmatico che copre spesso mille ingiustizie, i più intimiditi dal potere nascosto sotto etichette strumentali, generiche e onnicomprensive che uniscono o dividono a seconda che sia scirocco o tramontana e, quando cerchi di capire di che si tratti, ti lasciano in mano solo un pugno di mosche. Non mi fido di certe formule magiche costruite ad arte per confondere le idee – genitori, utenti, consumatori – prive di luce e consistenza. Mille volte meglio, come insegna un maestro, la parola “dura, affilata, che spezzi e ferisca“, che sappia “tagliare e colpire crudelmente come fa il chirurgo perché la maggior pietà del chirurgo è di non aver pietà“[2]. E, ateo come sono, voglio dirlo, prendendo ancora una volta in prestito le parole di un cattolico: odio quella “saggezza umana” che sa “rimandare la giustizia a più tardi, con la scusa che oggi è imprudenza“, la odio, come l’attitudine gesuitica alla menzogna, perché essa è "ben più profondamente atea che lo sbuzzar preti e profanare chiese“[3].

Ci siamo divisi, mentre i nostri ragazzi, con improvvisa e sorprendente lucidità, chiamavano a raccolta; abbiamo “fatto lezione” come impone un “ordine costituito” anche quando si presenta come disordine morale e smantella la Repubblica in nome di mal dissimulati interessi di parte. Lo sciopero, che i nostri nonni scelsero come strumento nella lotta di classe per evitare di ricorrere a ben altre armi, è stato attaccato e non abbiamo incrociato le braccia a tempo indeterminato. Abbiamo consentito che si cancellasse il diritto al lavoro dei precari, che si consegnasse al boia gente che ha bussato alla nostra porta per chiedere aiuto e non abbiamo messo a soqquadro il Paese. La scuola è ferita a morte e in nome di un agghiacciante “diritto del sangue” che ci sprofonda negli anni bui del razzismo, sorgono ovunque campi di concentramento. Che aspettiamo a dire basta?

Abbiamo sbagliato. Bisognava stare con loro, con i nostri ragazzi e occupare assieme le scuole e le università. Bisognava stare con loro e aiutarli a capire che colpiscono le scuole perché vogliono distruggere l’uomo. “Distruggerlo di dentro. E per distruggerlo da dentro basta una cosa sola: tenerlo sotto il segno del terrore” [4].

Siamo di fronte a quelli che Carlo Rosselli definì “abissi insondabili” che si aprono tra governati e governanti anche quando la maggioranza dei governati sembra stare dalla parte di chi governa. Abissi “che si riveleranno […] all’improvviso per vie imprevedibili” [5]. E’ “proprio della dittatura la soppressione dell’opinione pubblica” egli proseguiva. Il corpo sociale, infatti, perde così “ogni autonomia di movimento; è come un corpo senza nervi nel quale la tirannia affonda cento volte il bisturi senza provocare reazioni” [6].

Ognuno valuti in che misura tutto questo ci possa riguardare. In quanto a me, che insegno storia, ricorderò ai miei studenti quanto ho appreso da don Milani: “se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura” [7]. Con coscienza serena, spiegherò poi che Bruto e Cassio agirono per legittima difesa: Cesare aveva in animo di uccidere la Repubblica.

Note

1) Maximilien Robespierre, Dei mali e delle risorse dello Stato, 29 luglio 1792, in Oeuvres Complétes,Tomo VIII, Discours, (troisième partie: Octobre 1791-Septembre 1792), a cura di Marc Bouloiseau, George Lefebvre, Albert Soboul, Presse Univeritaires de France, Paris, 1954, riportato in Marco Armando (a cura di), Dizionario delle idee. La politica e la morale della Rivoluzione francese, Editori Riuniti, Roma, 1999, p. 30.
2) Lorenzo Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Mondadori, Milano, 1970, riportato in Don Milani. Ideario, a cura Maria Laura Ognibene e Carlo Galeotti, Eretica Stampa Alternativa, Viterbo, 2007, p. 57.
3) Idem, I care ancora, a cura di Giorgio Pecorini, Città di Castello, Emi, 2001, riportato da Don Milani. Ideario, cit., p. 38
4) Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, ivi., p. 14.
5) Carlo Rosselli, La battaglia non si risolverà in commedia, “Giustizia e Libertà”, 13-7-1934, riportato da Carlo Rosselli, Scritti Politici a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Paolo Bagnara, Guida, Napoli, 1988, p. 287-290.
6) Ivi.
7) Lorenzo Milani, Lettere…, cit. riportato in Don Milani. Ideario, cit., p. 39.

Dal Blog di Giuseppe Aragno, pubblicato su “Fuoriregistro” il 12 maggio 2009

, , , , , , , , , ,