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Michele Serra e “el Reino de todavía”

Ho tra le mani ancora intonso “Erase que se era”, l’ultimo disco di Silvio Rodriguez, l’esponente per eccellenza della Nuova Trova cubana. L’ho tra le mani e ripenso ad una sua canzone del pieno del periodo speciale, “Reino de todavía” nella quale il ritornello diceva: “Nadie sabe qué cosa es el comunismo”.

Mi fa ritornare in mente, sia per riflessioni fatte da più d’uno in questo sito, sia a causa di un articolo di Michele Serra di oggi, l’argomentazione -semplifico- per la quale il socialismo o è perfetto oppure il bambino vada comunque buttato con l’acqua sporca. Non è un argomento ponderato frutto del tramonto del cosiddetto socialismo reale ma è certo che, al contrario, il capitalismo, nonostante sia notoriamente imperfetto, va accettato perché è il migliore dei mondi possibili. Questa specie di sillogismo zoppo per il quale siccome il socialismo non sarà mai perfetto e il capitalismo troverà sempre estimatori, allora il socialismo non funziona, mentre invece il capitalismo va bene, mi causa repulsione.

Qualcuno ricorderà “Uomini ex”, un bel libro di Peppino Fiori di qualche anno fa. L’expartigiano mandato in Cecoslovacchia dal partito, vedeva i difetti del sistema e li giustificava dicendo a se stesso “la classe operaia è al potere da meno di 10 anni mentre loro sono stati al potere 2000 anni…” Non aveva ragione il partigiano di Fiori, eppure il fatto che il capitalismo abbia “naturalmente” causato fame, guerra e distruzione e continui a causarne ancora di più oggi in quella forma estrema che è il neoliberismo è considerato un fatto incidentale.

In questo sito, l’amico Aldo Palumbo continua a dirsi comunista, ma non si scandalizza che il comunismo cinese abbia smantellato il sistema sanitario pubblico o che i poveri statunitensi non l’abbiano di fatto mai avuto, ma si preoccupa di più che Cuba lo difenda con le unghie e con i denti. Il comunismo che immagina Palumbo assomiglia da vicino ad una democrazia liberale, ammesso e non sempre concesso che nelle democrazie liberali ci siano elezioni credibili e non ci siano prigionieri politici. Ma è Palumbo che si dichiara comunista, non io.

Tra l’altro l’amico Palumbo dovrebbe anche risolvere, da comunista, il problema se può esistere comunismo senza dittatura del proletariato. Se a lui la dittatura di Fidel Castro o del proletariato che sia, sembra in ogni caso intollerabile, forse dovrebbe prendere atto di non essere (più) comunista. Perché la dittatura del proletariato, con mille difetti e possibilmente obbrobri, non è uno sfizio o la base necessaria per il narcisismo del dittatore chiamato culto della personalità, ma un passaggio necessario nella costruzione di una società senza classi. Era questo l’obbiettivo, no? E’ fallito? Sicuramente non è stato raggiunto al 100% e il fatto che oggi un cameriere stia molto meglio di un medico è una stortura gravissima, ma in questi 47 anni in quale paese al mondo è diminuita di più l’ingiustizia sociale?

Altrimenti… se si è comunisti ma si rifiuta in todo la rivoluzione cubana “che fare”? La prima ondata di fuoriusciti (che non mi sembra male chiamare gusanos) avrebbe mai accettato un socialismo disarmato? Cerchiamo di non essere ingenui. Si può pretendere che una rivoluzione socialista si suicidi rimettendo in gioco il nemico di classe per abbattere il potere del quale è nata? Si può essere contrari al socialismo ma non negarne l’essenza. Ma Cuba non è solo un regime erede della rivoluzione d’ottobre.

Michele Serra, scrive di gran lunga l’articolo più dubitativo sulla rivoluzione cubana apparso sulla stampa italiana e sicuramente non si presta, come fa quotidianamente la testata per la quale scrive, alla più rozza propaganda anticastrista.

Michele Serra scrive che gli piaceva Cuba negli anni ’60. E che oggi non gli piace più. Quest’argomento -comune a gran parte del centrosinistra- rivela le contraddizioni della sua generazione che, per parafrasare Enrico Berlinguer, ha da tempo esaurito la propria spinta propulsiva. Quanto a Fidel Castro questo, nel 1968, approvava l’invasione della Cecoslovacchia. Oggi invade il mondo di medici generosi ed idealisti che, dal Pakistan alla Bolivia, continuano a testimoniare che un mondo con meno ingiustizie è possibile. A mio modesto avviso da Praga a Barrio Adentro Fidel Castro è migliorato, non peggiorato con l’età!

Era il Fidel Castro che baciava Leonid Breznev quello che Michele Serra doveva criticare, e probabilmente non lo faceva, non quello riconosciuto come padre nobile da Evo Morales, da Lula da Silva, da Nestor Kirchner, da Hugo Chávez e da centinaia di milioni di latinoamericani sopravvissuti all’inverno neoliberale.

Cuba in tutti questi decenni ha costruito un sistema socialista. Imperfetto, ma socialista. Ovvero, ha abolito la proprietà privata e percorso una parte importante del lungo e non rettilineo cammino verso la fine della divisione in classi della società. Potremmo dire che ha compiuto finora con il proprio programma di governo. Il socialismo non si crea -e questo Serra lo sapeva anche se forse l’ha dimenticato- in una legislatura oppure disarmati, come ha insegnato Don Salvador Allende. Castro non ha fatto altra cosa che quella che si era prefissato e per la quale veniva applaudito: costruire un (perfettibile) sistema socialista. Ma se dagli anni ’60 ad oggi Michele Serra è passato dall’essere un orribile trinariciuto all’essere -legittimamente- un signore borghese genericamente progressista, un liberal alla statunitense, è Michele Serra che ha cambiato opinione mentre Cuba è la stessa che gli piaceva negli anni ’60. Anzi, è andata avanti. Liberandosi del sovietismo, la Rivoluzione cubana si profila sempre di più come innanzitutto un movimento in corso di indipendenza nazionale e continentale. Tra tutte le critiche giuste che le si possono fare non c’è nessuna più ingiusta che quella dell’immagine di imbalsamazione (la gerontocrazia che esiste solo negli incubi dei giornalisti europei) del regime. Non è mia, ma me la vendo: “Cuba non ha la colpa di aver realizzato i loro sogni di gioventù”.

Il problema delle libertà formali non può essere sottovalutato, ma è ipocrita non ricordare che il comunismo non nasce per garantire libertà formali e nemmeno per garantire a tutti il diritto a fare le vacanze all’estero, ma per sanare le ataviche ingiustizie di classe, quelle in entrata, alla nascita, la schiavitù, lo sfruttamento. Nel Sud nasce anche per rispondere al problema dell’imperialismo e del colonialismo. Molti europei della generazione di Michele Serra in gioventù sono stati sensibili a questi problemi ed applaudivano al bacio mortale di Castro con Breznev. Oggi sono in un’altra fase della vita, ma nel terzo mondo, sotto la peste neoliberale le cose sono peggiorate. Chi può dimenticare i morti per fame in quella sterminata pianura fertile che è l’Argentina? Da europei possiamo anche discutere che la socialdemocrazia si è proposta e spesso si è avvicinata ad obbiettivi non molto distanti riuscendo a non intaccare le libertà formali. Ma il confronto -una volta di più- in America Latina non è con la Svezia. E’ con il fondamentalismo neoliberale, il latifondismo persistente, il colonialismo che non passa, l’FMI che intima di chiudere scuole ed ospedali. L’esempio del Nicaragua che, dissanguato dai contras, si piegò nel 1990 per perdere rapidamente ogni conquista e diritto umano (casa, lavoro, salute, educazione) non si può dimenticare. E tra un capitalismo che causa i morti per fame e che ha prostituito un intero continente e un socialismo imperfetto, il nemico da combattere è sempre il primo. Che è quello che ha fatto Fidel Castro per tutta la vita.


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