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Il gioco delle tre carte di Geithner

Le Borse gradiscono, i Nobel attaccano. Sono contrastanti nel mondo economico le reazioni al piano Geithner di intervento sui mercati finanziari presentato ieri.

Obiettivo del Segretario del Tesoro di Obama resta quello di liberare i patrimoni delle banche dai titoli tossici, nella speranza che ciò reinneschi le dinamiche della concessione del credito, al momento totalmente bloccate.

A questo scopo, Geithner si appresta a lanciare una serie di aste sui titoli a rischio, che dovrebbero essere acquistati da nuovi fondi d’investimento appositamente creati.
Tali fondi saranno nominalmente costituiti su una partnership pubblico-privata: 50% al Tesoro, 50% a privati.

Ma come convincere questi ultimi a investire su titoli ad altissimo rischio? La risposta, tanto per cambiare, è: garantendoli.
Sarà infatti la Federal Reserve a finanziare ben l’86% della metà del denaro spettante ai privati.
Il che vuol dire – come ben spiega Luigi Zingales nel suo editoriale sul Sole 24 Ore Il regalo di Obama a Wall Street – che per ogni 100 dollari di titoli tossici acquistati, i privati che parteciperanno all’operazione ne metteranno di tasca propria solo 7 (il 14% del 50%).
Mentre nell’ipotesi – remota, ma da non escludere – in cui alcuni dei titoli dovessero produrre utili, a loro spetterebbe la metà del profitto.

A condizioni tanto favorevoli, a Geithner sono già pervenute le adesioni di due grosse società d’investimenti, Pimco e BlackRock.
Questi volenterosi salvatori della Patria ricordano i capitani coraggiosi nostrani, quelli capaci di evitare il fallimento di Alitalia sborsando pochi spiccioli al riparo da ogni rischio.
Stavolta le imprese salvate a un passo dal baratro sono le banche, che non a caso ieri hanno trascinato al rialzo i listini di Wall Steet e del resto del mondo: Citigroup, Bank of America, JP Morgan e Goldman Sachs hanno tutte guadagnato tra il 15% e il 19% in un’unica seduta.

Ma il modo poco trasparente con cui Geithner sta ancora una volta scaricando le perdite sui contribuenti e le somiglianze de facto del suo piano con quello, già bocciato, del suo predecessore Paulson sono al centro delle pesanti critiche che gli rivolgono due Premi Nobel per l’Economia, peraltro schierati su fronti opposti.
L’ultraliberista Ed Prescott, in un’intervista alla Stampa, sostiene che “se i titoli tossici valgono meno di quanto suppone il piano, Geithner sta gettando nel vuoto una montagna di dollari dei contribuenti, ponendo le premesse per un indebitamento pubblico di lungo termine”.

Ancora più bruciante la bocciatura di un economista politicamente più vicino ai democratici come Paul Krugman, che in un commento per il New York Times tradotto da Repubblica non usa giri di parole: “è la terza volta che funzionari dell’Amministrazione Obama hanno proposto uno schema che in sostanza è una riedizione del piano Paulson, aggiungendo ogni volta una serie in più di specchietti per le allodole per poter affermare che stanno di fatto proponendo qualcosa di completamente diverso. Tutto ciò mi sembra sempre più una vera ossessione. Il problema reale di questo piano è che non funzionerà”.

Pubblicato anche su cogitabondo.net

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