Fuorilegge in Musica: Opa Cupa?
(L’immagine è tratta da FeliciNaufragi )
Opa è fatta di tre lettere, una parola che molti conoscono come Offerta Pubblica di Acquisto. Ne intendo un’altra di Opa quella che comunemente in greco significa “Su!” da usare quando non solo i piedi sono a terra. Un’ Opa sola e non Opa Opa come quella cantata nelle hits internazionali, usata come Jingle da Olimpiadi, colonna sonora della pubblicità. L’Opa che intendo io diventa perfino Cupa nell’Allegria dei naufragi e canta incita come in questo video qui.
Da noi si suona solo una musica, poco importa se davanti ad uno schermo, su una seggiola o in discoteca: passo dopo passo vanno avanti gli altri, quelli che aprono ben altri cancelli, a furia di manganelli e decreti, ronde e violenze, comunicati e convegni mondiali.
Il viaggio di chi si ribella può cominciare anche con un Un Dos Tres Nada Mas in musica la storia di una ragazza e il suo compagno che percorrono una strada all’indietro, per tornare in Algeria da dove erano partiti i loro genitori, un film che parla di esili, Exils di Tony Gatlif: “vivevamo sulla strada, liberi, detestando la scuola, ogni forma di istituzione. Di contro, noi non stavamo mai fermi”.

O come in Latcho Drom (Buon Cammino) del 1993: “Io rivendico la mia condizione gitana. Io sono Gitano, malgrado tutto, le persecuzioni, il disprezzo… Io esisto, noi esistiamo” artisti di India, Egitto, Turchia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Francia e Spagna raccontano i rom, quelli che viaggiano

e guai a chi si ferma: in Italia.
Se ne è vista una tra le tante immagini documentate (contestate dal Gruppo Everyone) domenica 22 febbraio su Rai3 per la rubrica “Presadiretta” nello speciale “Caccia agli zingari” di Riccardo Iacona: il viso parzialmente nascosto e la voce modificata di una giovanissima nomade, avvezza alla violenze fuori e in famiglia a cui l’intervistatrice chiedeva quale fosse un suo desiderio e la risposta “se tutto cambiasse”.
Una “puntata” di Caccia agli zingari che ha liberato parecchie coscienze, già sensibili al tema del sapere insieme: non si sa da che parte cominciare e dove si è finiti tanto disumano è ciò che avviene in quel mondo ancora sotterraneo. Potrebbe esplodere e suonare la musica: Oprè Roma! Canta La Caita
E allora indietro velocemente al Rebetiko, in Grecia considerato “come il tango per gli argentini, il blues per gli americani e come il fado per i portoghesi. È nato nei bassifondi della società greca, da persone emarginate che volevano raccontare i loro disagi o le loro peripezie tramite la musica. La tematica delle canzoni riguardava storie di povertà, prigione, droghe, storie d’amore, problemi sociali, prostituzione… in modo passionale, a volte triste e a volte ironico o scherzoso”. La Rebetika, è descritta molto ampiamente in un documentario della BBC a cui Anthony Quinn ha dato voce alle immagini e al suono.
“Rebetiko era il prodotto del mondo sotterraneo. Le terribili condizioni di vita in città durante lo sviluppo industriale, la povertà e l’uso autarchico del potere da parte dei governi sono tutte terre fertili per l’emersione dei gruppi non privilegiati; fu questo che assicurò il materiale affinchè il Rebetiko esistesse. Non fu mai un istigazione politica. Fu semplicemente una canzone di protesta: un’ espressione di afflizione e di disperazione, il rifiuto degli sbagliati indumenti sociali e il rifiuto dei “down-and-outs” di essere assoggettati a un qualsiasi sistema di coesistenza sociale”. E ancora da Fernando Buscemi: “Il termine rebetika (o rembetika) e di origine incerta, e deriva forse dal turco rembet che significa “fuorilegge”. Esso indica un genere musicale che si diffuse in Grecia dopo il 1922 (anno della sconfitta dell’esercito greco che aveva invaso la Turchia) e dopo il Trattato di Losanna del 1923. Questi eventi costrinsero quasi due milioni di Greci che vivevano in Asia Minore a fuggire precipitosamente nella Grecia Continentale e a vivere nelle baraccopoli sorte intorno alle principali città greche, mescolando la loro cultura a quella dei fuorilegge. La rebetika si sviluppò pertanto nei tekedes, ritrovi musicali dei bassifondi delle città greche, dove si fumava hashish e si bevevano alcolici, e nei Cafè –Aman, raffinati caffè musicali di origine mediorientale. Se quindi le canzoni dei fuorilegge parlavano di droga, di sesso e di ogni genere di crimine, quelle dei rifugiati parlavano invece di amore sensuale…In seguito alla censura del generale Metaxas (1871-1941), dittatore e capo del governo, che ritenne vergognosa la rebetika, questa fu proibita in ogni sua forma, così per molti anni queste canzoni, nonche gli stessi strumenti musicali dei rebeti, vennero bandite dal regime e fu impossibile registrare qualsiasi canzone avesse attinenza con temi di prigione o di droga. La rebetika continuò perciò a vivere segretamente, senza poter mantenere però la sua naturalezza, fino a quando dopo la Seconda Guerra Mondiale non si trasformò lentamente e progressivamente in quella che viene detta la Canzone Popolare”.
Noi guardiamo, noi compriamo … e “La musica iniziò – ogni rebeta lo sa – con un grido che lamenta una perdita. Il grido divenne preghiera e dalla speranza nella preghiera cominciò la musica, che non puo’ dimenticare le sue origini. In essa, speranza e perdita si intrecciano”. Così scrisse e dipinse la società, John Berger in To the Wedding.Verso le nozze…
Aspettando lo sposalizio della Catastrofe con la Crisi annunciata dai Media globali, febbricitanti per la quantità delle notizie che devono passare e far pagare ai loro consumatori, rimane uno specchio che riflette atroce le deformazioni, la diversità. E’ brutta la verità, la crescita a dismisura della guerra, della povertà culturale che continua a sventolare solo la Messa in Sicurezza del potere economico sulle menti e sui corpi. Eppure un solo sentire comune: la libertà ribelle dei popoli, fosse pure in Musica.
Doriana Goracci

(L’immagine è tratta da Livecity.it )
Doriana Goracci su http://www.gennarocarotenuto.it
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