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Alessandro Robecchi e il potere dei media

Alessandro Robecchi e Alex Glarey all'espace populaire di Aosta«Quando è scoppiato il “caso Eluana” il 92% degli italiani era col padre, Beppino Englaro. Solo l’8%, una minoranza di fondamentalisti cattolici, era per il mantenimento in vita del corpo di Eluana. Dopo 6 mesi di bombardamento televisivo le percentuali erano cambiate: il 54% era ancora con Beppino, ma il 38% aveva cambiato posizione».

È con esempi di questo tipo che Alessandro Robecchi, giornalista e autore di programmi come Crozza Italia (La 7) e Verba Volant (Rai 3), anima, con Michele Serra, di Cuore, il mitico «settimanale di resistenza umana», cerca di far capire la potenza del mezzo televisivo in un Paese, l’Italia, nel quale i media sono al centro di ogni discorso, ma moltissimi ne ignorano i meccanismi fondamentali.

Tanto per fare un esempio, forse non tutti sanno che per ogni ora di trasmissione ci sono 12 minuti di pubblicità, pubblicità di prodotti, certo, ma soprattutto del sistema, del capitalismo, a dimostrazione che non tutte le ideologie sono morte: alcune sono in perfetta salute. Molti ritengono che la pubblicità non sia davvero in grado di condizionare il comportamento delle persone. «Allora il signor Barilla è un coglione», conclude Robecchi, perché spende ogni anno 20 milioni per una cosa che non serve a niente.
Il potere di persuasione dei media è dimostrato attraverso tre esempi: il primo riguarda il tentativo di spostare la mentalità del Paese. Se l’interesse di chi comanda è, per fare un esempio, la delegittimazione della figura del lavoratore pubblico, non è conveniente dirlo esplicitamente: meglio evitare lo scontro frontale. Ma è sufficiente che nel giugno del 2007 un uomo considerato di sinistra, il professor Ichino, racconti sul Corriere della Sera il caso di un professore statale assenteista cronico e illicenziabile e subito si monta il caso: l’episodio singolo diventa il paradigma della situazione italiana e il ministro della Funzione pubblica s’inventa la categoria dei «fannulloni». Sull’onda di ciò, si riducono i diritti di tutti: si dimezzano i giorni di permesso per i lavoratori pubblici disabili o per quei lavoratori che i disabili devono accudire.
Esempio numero 2, quello della legge 40 sulla fecondazione assistita. Si decide su pressione della lobby cattolica (trasversale agli schieramenti parlamentari) che non è il caso che gli italiani partecipino al referendum. Li si convince che la fecondazione assistita non è “affar loro”, che riguarda, al più una minoranza esigua, e che è possibile fregarsene.
Esempio numero 3: l’emergenza sicurezza, che «è la madre di tutte le truffe». Nel 1991 gli omicidi in Italia sono stati 1901, nel 2006 sono scesi a 621, dei quali quasi la metà perpetrati in zone di mafia. I furti nel ’99 erano 380 ogni 100 mila abitanti; nel 2006 erano 233. L’unico indicatore in controtendenza è quello che riguarda la violenza sulle donne, anche se bisogna notare che oggi questi crimini sono più denunciati di un tempo e che spesso i responsabili della violenza non sono sconosciuti, ma persone che la vittima conosce, considera amiche, se non sono addirittura parte della propria famiglia. Dov’è quindi quell’emergenza sicurezza che spinge il cittadino di Treviso a invocare le ronde contro gli stranieri? Forse il quadro diventa più chiaro se si pensa che, mentre negli ultimi anni il numero dei reati scendeva costantemente, aumentava invece il numero delle notizie di cronaca nera contenute nei media. Negli anni compresi tra il 2003 e il 2008, a fronte di una diminuzione dei reati, il Tg1 ha dedicato alla cronaca nera il 18,4% di tempo in più. + 22% è l’incremento delle notizie riguardanti i reati nello stesso periodo nel Tg2, 13% per il Tg 3, 24% il Tg5, 26% Studio Aperto. Durante il 2007, anno di campagna elettorale permanente, la cronaca nera ha aperto per 36 volte il Tg1, 62 volte il Tg2, 32 il Tg3, 70 il Tg4, 64 il Tg5, ben… 197(!) Studio Aperto.
Come si combatte un simile sistema di potere? Secondo Robecchi per i prossimi 20 anni saremo «conciati come oggi», perché «loro» sono stati bravi, «gli altri» no: chi oggi sa leggere la società per trasformarla, infatti, «è quel signore lì».
Ma allora – dal pubblico giunge la domanda – dovremo costruire un sistema d’istupidimento più potente di quello di Silvio? La prospettiva, si converrà, è un poco deprimente e certo sarebbe più bello illuderci di risolvere tutto soltanto con l’istruzione e la cultura. Ma «non si può non combattere la battaglia nell’informazione, nei media», dice Robecchi. Tre anni fa il posto fisso era ancora un diritto, oggi è diventato un privilegio: la battaglia è stata persa ed è stata persa sui media. Naturalmente, è possibile che il processo di concentrazione e controllo dell’informazione contenga in sé i germi della propria distruzione: oggi parliamo ancora dei vecchi media gestiti dall’alto, però esiste anche la produzione d’informazione dal basso. Con l’appropriarsi dei mezzi di produzione dell’informazione, lentamente ma inesorabilmente, possiamo dare fastidio a chi controlla i grandi mezzi di comunicazione. Ma mentre lentamente, attraverso internet, viene costruita questa democrazia, si assiste a una sempre più accentuata orizzontalizzazione del messaggio: tutti possono fare la TV, ma ben pochi possono farla per un’ora. Se vai oltre i 3 minuti, su Youtube non ti guarda nessuno.
Robecchi conclude dicendo che «loro» sono molto bravi a parlare la lingua della comunicazione. Dobbiamo imparare la loro lingua e imparare a parlarla meglio di loro. Il prezzo in gioco è altissimo: è in atto uno sdoganamento della barbarie. Lo dimostra un filmato che vediamo, tratto dal blog di Robecchi, e che riproduco qua sotto.

Leggi l’intervista «informale» di Silvia Berruto ad Alessandro Robecchi.

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