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Da Welby a Englaro. Oscenità del potere

Passaggio all’atto. Cosa volevano i cattolicissimi carnefici dell’inquisizione? La confessione del Male. Cosa vogliono oggi i gerarchi della chiesa e i loro rappresentanti al governo dal corpo di Eluana? L’accanimento “terapeutico”. A costo di sovvertire l’ordine costituzionale. La loro idea di “libertà” collima in tutto e per tutto con una biopolitica autoritaria e sadica. Perché dietro la parola “vita”, parola-lucciola in tutte le loro dichiarazioni ufficiali, in realtà si nasconde un truce comportamento cinico che subordina il diritto costituzionale laico alla determinazione della propria volontà al moralismo opportunista delle gerarchie cattoliche. Per costoro, che si riservano il gesto sovrano di ledere le leggi e di maltrattarle, di infrangere il patto sociale costituzionale, imponendo decreti improvvisati in una notte per dimostrare il loro militantismo cattolico, per costoro il concetto di vita coincide con l’imposizione della loro arroganza. O si è dalla loro parte o loro sovvertono tutto. Contrastare anche la Cassazione che ha stabilito il diritto della famiglia Englaro a determinare il corso della vita di Eluana, equivale a dare dimostrazioni di forza. Si tratta per costoro di mostrare i muscoli a colpi di decreti. In realtà il nome di Eluana, è in questo caso il sintomo evidente di forzare il patto sociale costituzionale. Perché in fondo a costoro di Eluana in quanto tale non gliene frega alcunché. Diversamente avrebbero lavorato con tutte le parti sociali all’elaborazione di una legge al di sopra del cieco moralismo religioso. Il corpo di Eluana dà a costoro la possibilità di passare all’atto: sovvertire la costituzione. Questa specie di cannibalismo moralistico, che si serve della vita altrui – e in questo caso della vita apparente o di una morte vivente – è la prova, se ancora ne occorressero, del fatto che ci troviamo in una condizione postpolitica e postdemocratica. Tutto ciò è imposto a dispetto della sconvolgente tragedia in atto presso i familiari di Eluana.
Per costoro – come chiamarli? – non importa l’ideale di “una vita degna di essere vissuta”, ma vivere ad ogni modo. Da precari, senza alcuna possibilità di una vita proiettata nel futuro. Da sfruttati, nelle imprese delle multinazionali, senza sicurezza e con la morte addosso. Da miserabili in tutte le miniere del mondo con 1 dollaro al giorno. Senz’acqua, come accade in molti paesi africani in mano a mafie politico-finanziarie. Senza farmaci salvavita, come accade sempre in Africa, perché costano troppo e il problema per questi impresari ideologici della vita non esiste. Da naufraghi, da moribondi o da morti, come accade tutti i giorni nelle insanguinate acque della Sicilia, a cui si aggiunge pure il benvenuto di questo governo paladino della vita, che ha fatto un decreto che metteva i medici nelle condizioni di denunciare gli immigrati “clandestini” in caso di soccorso, adesso pare che hanno cambiato idea. Lo scandalo della chiesa si è limitato a una nota pontificale. Nient’altro! Questa è la vita, per costoro! L’idea di vita per questa classe di teo-politici al potere è un’altra cosa. Non si è mai vista l’alta gerarchia ecclesiastica nelle piazze per una “vita degna di essere vissuta” da tutti i disperati del mondo. Lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo per loro è naturale. In fondo questi vicari di Dio in terra sono sempre stati materialmente dalla parte dei più forti, e a colpi di omelie con i deboli. Ma dietro le parole, o di fronte alle parole, la fame morsica e rende inumani i più deboli, costretti non a vivere ma a sopravvivere. Quale vita possono mostrare questi poveri? Occorre ricordare che la Teologia della Liberazione – l’unica esperienza della chiesa dalla parte dei poveri in sudamerica – fu smantellata proprio dall’attuale papa.
Da Welby a Eglaro si profila una violenta regressione oscurantista che investe non soltanto questa o quella persona, ma l’intera società. Queste vite sono state prese in ostaggio da un terrore emanato dal potere politico. Questo essere – Eluana Englaro – che non è né morto né vivo – è sospeso a una scadenza senza tempo. Questa vita rubata da un coma irreversibile stà servendo da copertura per ben altri scopi sociali. Prendendo in ostaggio il suo corpo inerte è l’intero corpo sociale che è preso in ostaggio: il diritto di ciascuno a determinare il proprio testamento biologico. Nel 2006 prima di morire Welby ha scritto: “Questa malattia [la distrofia] non è una malattia biblica…Io ho raggiunto l’ultimo stadio: respiro con l’ausilio di un ventilatore polmonare, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare), parlo con l’ausilio di un computer e di un software”, parole che evocano scenari postumani, dove la scienza medica e la fede in Dio, divengono i veri protagonisti della vita.

Il Dio del terrore. Ma ciò che più colpisce in questa violenta intromissione nel corpo di Eluana Englaro è il ritorno del terrore della morte che nel passato dell’Occidente cristiano costituì uno degli stratagemmi di sottomissione alla volontà del potere religioso. La dottrina della salvezza è stata sempre una strategia di dominio sull’immaginario della morte. La gestione della salvezza individuale era per la Chiesa una questione decisiva per stabilire il suo dominio sulle masse popolari e a nessuno era concesso di sottrarsi a tale giurisdizione, pena la scomunica, la condanna eterna, la persecuzione, e nei casi estremi il rogo o l’autodafé. Separando la morte dai vivi, e avendo in pugno questa divisione, la chiesa l’ha usata come un’arma a doppio taglio: benedizioni, estreme unzioni o maledizioni e condanne, in tal modo il “paradiso” o la “vita eterna” sono stati presi in ostaggio, sono diventati la posta in gioco di una negoziazione che ha avuto per oggetto la sottomissione del desiderio sotto la spada di Dio. Quella della morte, in duemila anni di cristianesimo, è stata la sfida suprema che la Chiesa ha lanciato al mondo: il suo grido di guerra, il suo canto trionfale. Essa si è sentita forte, sicura della vittoria, perché ha avuto dalla sua la morte, e la morte è più forte della vita. Con il cattolicesimo, la morte è stata il teatro terrorizzante dell’immaginario collettivo, dove le anime erano proiettate in uno stato d’angoscia, perché la paura dell’inferno e il giudizio finale sono l’ultima prova che l’uomo deve fare per essere veramente purificato dell’inestinguibile colpa originaria commessa da Adamo ed Eva. Per far credere è stato necessario inventare il paradiso, ma la chiave di esso è in mano ai preti. Perché credere è già accettare di morire per mano di altri in nome di Dio. Stessa sorte per chi nel passato non credeva, perché dal processo a Socrate a quello di Galileo chi osa mettere in discussione l’autorità dei poteri soprannaturali, cade in balia di quelli terreni, e dunque paga con la morte questa eresia.
In vita, dunque, per il credente cattolico almeno prima dell’età moderna, era inutile opporsi alle punizioni corporali, alle penitenze, alle collere divine, alle castrazioni dei sensi, al mercato del paradiso (indulgenze), ai tribunali dell’inquisizione, all’autodafé, alle estorsioni dei “peccati”, ai roghi, alle torture la cui pratica nel passato andava ben al di là dell’immaginazione umana, tutta una straordinaria arte necrofila al servizio di Dio. Per arrivare a una tale potenza d’immaginazione del male e alla creazione di un sistema del terrore c’è voluta tutta una storia. E’ stato necessario che si stabilisse una conformità dell’anima alla legge della chiesa cattolica e che il corpo venisse costretto a “liberarsi” dal male, il male di desiderare e di conoscere. Questo elenco (incompleto) è già sufficiente a vedere nella religione dell’Occidente una formidabile macchina da guerra psicopatologica eletta a norma di vita.
Oggi, dopo la colonizzazione dei corpi con le tecnologie informatiche, un uomo è solo un vivente, il riassunto del suo codice genetico, manipolabile all’infinito, e la dottrina della religione cattolica si adegua a questa idealizzazione della vita miniaturizzata, facendola retrocedere già nei protozoi asessuati. Il Dio che entra nelle cellule è quello che esce dalle chiese ormai svuotate del loro contenuto sostanziale, un Dio che fino a ieri si limitava a regnare nelle cose visibili della fisica e nell’invisibile dello spirito, e che si appresta adesso a rivendicare e a prendere alla lettera il regno invisibile della microfisica. Perché la Chiesa e la scienza vivano e continuino ad avere un altare da cui guardare il mondo, è necessario rendere passivo il loro oggetto, l’uomo.

Oscenità. Si tratta di chiedersi: ha un senso il peggio? Sia la politica che la Chiesa, oggi, mostrano in questi casi, ciascuno a modo loro, che anche il peggio debba avere un senso. Se Welby voleva morire è perché voleva essere risparmiato da un’agonia straziante e come Giobbe avrebbe avuto di che dire a Dio per averlo reso inferme e agonizzante per anni. Come nelle esecuzioni pubbliche del passato hanno messo in scena la vendetta non la pietà. Questo estremismo delle gerarchie cattoliche è stato un passaggio all’atto del cinismo nel rifiuto di ospitare nella chiesa del suo quartiere di residenza la salma di Welby.
Questo rifiuto aveva qualcosa del rituale, ma di un rituale osceno. Nell’oscenità accadono cose terribili. Il mondo dell’arte e della pubblicità ne sono al corrente e ne sono implicate. Può essere osceno presentare un corpo brutalmente tagliuzzato, o fare pubblicità di un prodotto in un paese dove si muore di fame. L’oscenità è l’allucinazione dei dettagli, spurgati di ogni nostalgia a forza di immagini che non rinviano più a nulla se non a se stesse, allo stesso modo l’ostentazione del rifiuto alla cerimonia funebre in chiesa, scaturisce da un’impersonale procedura burocratica, che rinvia solo a se stessa, alla sua fredda applicazione; è utile ricordare la breve nota che la burocrazia cattolica fece circolare in proposito: «In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325)».
Il fanatismo della regola, l’accanimento nel farla rispettare, si impadronisce della pietà – baluardo morale del cattolicesimo -, sostituendovi l’immoralità della perversione: l’applicazione della regola al di sopra di tutto e di tutti. La regola in questo caso sostituisce un rito violento, perché pone fine al sistema del reale, questa è la vera crudeltà, che non ha niente a che fare col sangue. Perverso e osceno non è ciò chi trasgredisce la legge, ma ciò che le sfugge. Perché la regola vive in funzione di se stessa e fornisce un alibi perfetto contro qualsiasi imputazione di incoerenza. La regola è sempre coerente, ma con se stessa, non ha altri, è celibe. Non deve meravigliare in tale prospettiva l’affinità fra società segrete, massonerie, sette e logica perversa dell’applicazione della regola nel cattolicesimo, solo che questa è astutamente applicata al corpus dei laici, non al corpus del clero. I casi di abuso sessuale dei preti lo dimostrano ampiamente.
La procedura della regola, fonda la propria legittimità sul principio dell’astrazione, del suo interminabile protocollo burocratico, al di sopra di tutto e di tutti. Ma la regola non è la legge, la quale è suscettibile di essere modificata e adattata alle necessità che sorgono nella società, la regola invece è arbitraria come quella del gioco a cui poco importa il suo contenuto, in tal senso essa è un feticcio supremo che sostituisce il rito cruento. Non si tratta di amare gli altri come se stessi, secondo le famose parole evangeliche, ma di sacrificarlo come altro, come essere separato dalla comunità dei mortali soggetti alla regola dell’arbitrio. Il feticismo della regola è più forte di qualsiasi altra disposizione morale, perché è un principio analogo al gioco, dove ciò che conta è sempre la regola. Questa è l’utopia del male che affascina i gerarchi della Chiesa, che applicano la regola senza sporcarsi le mani, perché questo è il gioco della credenza, cui anche lo stesso Dio è sottoposto.
Se tutto va detto, come ormai la pedagogia dei reality show insegna, allora che tutto sia detto crudemente. L’oscenità è una delle forme tramite la quale “la società [è] sotto assedio” (Zigmunt Bauman). Una forma di coercizione dello sguardo alla banalità, una metaviolenza, che esprime bene le idee di chi domina. Non dimentichiamoci la mortadella in bocca dell’onorevolissimo forzista Strano in occasione della caduta del governo Prodi. L’oscenità è la visibilità totale delle cose che in questo caso significa rendere la “dottrina” che fa capo al Nuovo Testamento, un’arma mediatica, spettacolare, si tratta di mostrare i muscoli, esporli pubblicamente come accade con i sentimenti nel Grande Fratello – modello distillato della nostra realtà – e far vedere che con essa non si discute! Sbattere in faccia un decreto che contrasta con la Costituzione è un modo per sostituirsi a Dio, e alla fin fine per decretare uno “stato d’eccezione”, uno stato i cui capi possono stare al di fuori della legge ordinaria.

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