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Obama, dura lex sed net. Se il potere legislativo passa per la rete.

« Pubblicheremo sul sito web, per cinque giorni, tutta la legislazione che non sia d’emergenza, e permetteremo al pubblico di esaminarla e di commentarla prima che il presidente la firmi ». E’ quanto si legge ormai da alcuni giorni, per la precisione dalle 12:01 del 20 gennaio 2009, nel messaggio di apertura del blog ufficiale della Casa Bianca. Si tratta della prima promessa elettorale confermata e trasformata in decisione esecutiva dal nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Hussein Obama, il quale ne ha voluto programmare l’annuncio un minuto dopo la sua entrata in funzione, quando ancora era in scena la mini-gaffe del giuramento di rito (nel dichiarare di voler fare il presidente, Obama ha dimenticato la parola « fedelmente » e l’ha reinserita alla fine, cio’ che gli ha imposto di ripetere il giuramento il giorno dopo). Non si potrebbe immaginare nulla di più simbolicamente dirompente che pubblicare una decisione del genere un minuto dopo l’investitura, nessun gesto poteva essere più esplicito per farne la propria bandiera politica. Eppure questa bandiera, avvistata da Le Monde solo la sera del 21 gennaio alle 20:25, agli occhi del lettore italiano non sventola ancora.
L’annuncio figura a conclusione del post inaugurale del sito www.whitehouse.gov, firmato dal « Direttore dei Nuovi Media » del governo, Macon Phillips e intitolato « Il cambiamento è arrivato alla CasaBianca.gov ». Questo post si apre ricordando che « Milioni di americani hanno sostenuto il viaggio del Presidente Obama fino alla Casa Bianca, molti usando internet per partecipare alla definizione del futuro del Paese » e che il nuovo sito web è solo « l’inizio degli sforzi della nuova amministrazione per estendere ed approfondire questa partecipazione online ». Macon passa quindi a definire le tre priorità della sua azione. « Comunicazione », cioè informazioni tempestive e approfondite per tenere ognuno aggiornato ed edotto sullo stato dell’economia e della nazione. « Trasparenza », cioè pubblicazione di tutti gli atti e le decisioni della presidenza « per fare di questa amministrazione la più aperta e trasparente della storia ». E infine « partecipazione » : poiché Obama ha cominciato la sua carriera impegnandosi nel sociale, sa bene cosa possono le persone mettendosi insieme, e vuole fare di cio’ una priorità del governo. Di qui la scelta di attuare immediatamente la promessa elettorale secondo cui la presidenza pubblicherà le nuove leggi prima di firmarle, per permettere a tutti di esaminarle e di commentarle.
E’ appena il caso di sottolineare la portata non solo simbolica, ma giuridico-politica, di questa decisione. Se infatti verrà attuata, si tratterà della prima volta che il titolare formale della sovranità di uno Stato democratico, cioè il popolo, verrà chiamato ad esprimersi in maniera sostanziale, sistematica e diretta, seppure a titolo puramente consultivo, nel merito del processo legislativo. In un Paese in cui la quota di popolazione connessa a internet (73%) supera di gran lunga quella che va a votare (61%), cio’ significa profilare apertamente un contropotere popolare a democrazia diretta, di fronte a un’amministrazione pubblica a democrazia rappresentativa che, come in tutto l’Occidente, è storicamente ostaggio delle aristocrazie socio-economiche organizzate nelle attività lobbing. Non per caso la campagna contro le lobbies è l’altro grande pilastro del rinnovamento (noi diremmo della « riforma della politica ») che Obama ha inteso portare a Washington. Questa campagna non è meramente mediatica e formale, ma si fonda su un preciso dato materiale: più della metà del finanziamento record che ha portato alla vittoria il nuovo presidente proviene infatti dalle piccole donazioni della gente comune, racimolate a milioni tramite internet. Il contropotere popolare che si esprime sul piano politico come potere consultivo sulle leggi in via di approvazione è dunque materialmente fondato su un contropotere finanziario, che ha fatto improvvisamente della popolazione media americana connessa in rete la più potente « lobby » del Paese.
Questi elementi permettono forse di decifrare meglio la strategia politica del giovane presidente nero. Se è vero, infatti, che Obama ha blindato la credibilità politica della sua amministrazione conferendole un profilo decisamente moderato per tutto quanto riguarda i gangli tradizionali dell’esercizio del potere (dall’economia alla politica estera), è vero anche che ha riservato uno spazio non meno decisivo alle ambizioni di riformismo radicale che erano più genuinamente sue all’inizio della campagna. Questo spazio è appunto quello tecnico-giuridico e procedurale (non a caso la sua specialità accademica). Sfruttando proprio il terreno di frontiera e ancora ex-lege delle nuove tecnologie, dove le concrezioni del potere costituito non sono ancora consolidate, Obama sta insomma promuovendo una rinnovata centralità della sovranità popolare in qualità di potere costituente. Una centralità potenzialmente dirompente, che per sua natura invera, certo, ma al tempo stesso supera, il dettato costituzionale delle democrazie rappresentative (chissà che proprio da cio’ non dipenda il lapsus, simultaneo all’apertura del blog, che l’ha obbligato poi a ripetere il giuramento).
E’ difficile dall’Europa, e più ancora dall’Italia, dove internet è dipinta ed adoperata dai grandi media come una sorta di televisione accessoriata, come la nuova frontiera dell’intrattenimento, rendersi conto esattamente di quello che è successo in America. Un aiuto ci viene dal video prodotto dalla fondazione progressista francese Terra Nova « Ils on fait Obama – Hanno fatto Obama » (disponibile su www.dailymotion.com). Secondo Terra Nova, l’innovazione decisiva della campagna non è consistita nell’uso della comunicazione via internet, bensi’ nella trasformazione di internet, da strumento di comunicazione, a strumento di organizzazione delle persone, chiamate ad operarare direttamente sul terreno. Un centinaio di addetti stipendiati ha reclutato, motivato e coordinato alcune decine di migliaia di militanti volontari, che nel giro di un anno hanno coinvolto dai 3 ai 6 milioni di elettori, spingendone una metà a sostenere anche finanziariamente il candidato outsider.
Tale dinamica appariva del resto ben chiara già prima del 4 novembre a chiunque si fosse recato sui siti di McCain e di Obama per confrontarli. Il sito di McCain era appunto una sorta di televisione interattiva, centrata sui video propagandistici del candidato che valorizza la sua persona e la sua storia rivolgendo il proprio messaggio agli spettatori-elettori. Il sito di Obama, al contrario, era una macchina per valorizzare gli spettatori-elettori, trasformandoli in attivisti-militanti: appena entravi, ti si chiedeva subito di immettere il tuo codice postale, la tua singolare collocazione geografica, cosa che permetteva al sistema di proporti una lista di contatti e di cose da fare nel tuo quartiere, come ad esempio distribuire volantini, parlare coi vicini, organizzare riunioni, telefonare a un elenco di elettori indecisi. E’ attraverso questo sistema capillare di partecipazione dal basso che Obama ha vinto le elezioni, non attraverso un illusionismo mediatico (o forse attraverso un illusionismo mediatico molto più raffinato ed ambizioso, e tutto sommato entusiasmante, di quello in vigore da noi). I due milioni di persone che il 20 gennaio affollavano le strade di Washington non erano quindi dei semplici spettatori-elettori: erano invece in massima parte attivisti-militanti, cioè, per dirla con Grillo, i consapevoli « datori di lavoro » di Obama, quelli che ne hanno promosso e finanziato in prima persona la campagna elettorale. E’ per questo che Obama dovrà tenerli presente in modo del tutto diverso di quanto non si farebbe con dei semplici spettatori-elettori. E la promessa di sottoporre al loro commento le leggi, prima di promulgarle, è appunto un sintomo eloquente di questo cambiamento.

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