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Olocausto, Foibe a quando i massacri italiani?

I Radicali,in particolare il leader storico vorrebbe la paternita ‘ del giorno del ricordo per LE FOIBE.

Allora ho scritto al responsabile del sito internet dei Radicali, in precedenza

non mi hanno mai risposto

Leonello Carlo Boggero

Caro Diego Galli da anni ricevo le Vs e-mails con la dicitura caro Leonello ( che sa tanto di presa per il sedere ,sarebbe
meglio caro amico o caro compagno etc), il mio recapito vi e’ stato segnalato da Riccardo Campa ( presidente dei
Transumanisti Italiani, di cui ho fatto parte ), io piu’ volte vi ho mandato varie
mie mails, Voi non mi avete mai risposto.
Allora io sono un’imprenditore, un po’ idealista un po pragmatico, prima di sovvenzionare qualcuno o qualcosa voglio avere un contatto diretto,a me non piaciono i rapporti unilaterali . Conclusioni non rompetemi piu’ i Marroni, so’ che potrei cliccare sul link ma preferisco i rapporti diretti, tra l’altro ho provato anche a telefonarti, ma mai  ti ho trovato. Per il commiato a Voi dei Radicali , vi Reinvio una delle tante mie richieste fatte a Marco Panella
Dalla Polonia Leonello Carlo Boggero

Anche per le stragi degli italiani brava gente c’e’ bisogno del giorno del ricordo

DEBRE LIBANOS      Peggio delle Fosse Ardeatine

La strage cancellata
Il massacro di Debre Libanos (Etiopia). Ricerche recenti fanno triplicare il numero dei monaci vittime dell’ira del maresciallo Graziani: probabilmente 1.600. Accadde 72 anni fa ( nota mia, questo articolo  ha 12 anni) Ricorre nel prossimo febbraio l’anniversario dell’attentato che provoco l’episodio piu sanguinario di tutta la storia coloniale in Africa. Nigrizia vuol far memoria di “questi
martiri giovinetti che la cristianita non ricorda”.
Fu un eccidio, una strage premeditata e ingiustificata, il crimine
peggiore commesso dal fascismo italiano in Africa. “Nessuno ha mai osato
tanto; nessuna potenza coloniale, nella storia pur tragica del colonialismo,
si e mai macchiata di una simile colpa”: Angelo Del Boca, lo storico che,
con grande puntiglio, ha svelato e fatto conoscere a tutti le vicende del
colonialismo italiano, non nasconde certo la sua indignazione.
I suoi libri (Gli italiani in Africa Orientale, pubblicati una prima
volta da Laterza e poi ristampati negli Oscar Mondadori) avevano gia
denunciato il massacro del monastero di Debre Libanos, l’uccisione di tutti
i monaci copti del piu importante centro religioso dell’Etiopia, avvenuta
nel maggio del 1937 ad opera del generale Pietro Maletti su ordine del
viceré dell’Africa Orientale Italiana, Rodolfo Graziani; ma nemmeno Del Boca
aveva osato pensare che quel crimine fosse stato molto piu grave e spietato
di quanto risultasse dai documenti pubblici.

Del Boca aveva gia descritto l’assassinio di 449 monaci, preti e diaconi
copti, ma non aveva immaginato, negli anni della sua prima ricerca, che le
vittime potessero essere molte di piu, tre volte di piu. Forse sono stati
addirittura 1.600 i religiosi uccisi dalle mitragliatrici del generale
Maletti sulla scarpata che precipita verso il Nilo Azzurro. Oggi e la
ricerca, cocciuta e meticolosa, di due storici, l’inglese Ian L. Campbell e
l’etiopico Degife Kabré Sadik, a rivelare tutto l’orrore di quell’episodio.
Era il febbraio del 1937, l’Italia, da meno di un anno,
aveva debellato la resistenza etiopica e conquistato l’antico impero dei
negus. La guerra di aggressione dell’Italia all’unico stato indipendente
dell’Africa subsahariana era finita. Vano e inutile era stato l’appello di
Haile Selassié alla Societa delle Nazioni: Mussolini, dal balcone di piazza
Venezia, aveva annunciato, a maggio del 1936, la caduta di Addis Abeba e la
nascita dell’Africa Orientale Italiana. Ma la resistenza etiopica non era
certo stata vinta, ras fedeli al negus stavano organizzando una micidiale
guerriglia, le campagne dell’altopiano erano terre insicure per i soldati
italiani.

Il maresciallo Rodolfo Graziani aveva sostituito Pietro Badoglio sul trono
di viceré di Addis Abeba. E Graziani aveva deciso, il 19 febbraio del 1937,
di compiere un gesto rassicurante, una prova spettacolare della pax
italiana. “Si, il viceré doveva dimostrare la “generosita” degli italiani e
rompere la cappa di insicurezza che regnava sulla capitale etiopica – dice
Del Boca. Per questo decise di distribuire, nel giorno nel quale i copti
celebrano la Purificazione della Vergine, la somma di cinquemila talleri ai
poveri della citta”.

Graziani, in questo modo, voleva festeggiare anche la nascita di Umberto,
principe ereditario della dinastia Savoia. La cerimonia si svolse sui
gradini del Piccolo Ghebi, la vecchia residenza di Haile Selassié, oggi sede
dell’Universita di Addis Abeba. La resistenza etiopica decise di colpire
proprio in quell’occasione. “Due giovani eritrei, ma probabilmente erano piu
di due, confusi nella folla dei mendicanti, lanciarono diverse bombe a mano
contro Graziani. Le vittime dell’attentato furono sette, ma il viceré fu
solo ferito, colpito alla schiena da centinaia di schegge”, spiega Del Boca.

La rappresaglia
La vendetta italiana fu immediata: Mussolini, da Roma, ordino un “radicale
ripulisti”. Il federale di Addis Abeba, Guido Cortese, scateno una terribile
“caccia ai neri”, una rappresaglia feroce e senza pieta. Dice Del Boca: “Per
tre giorni soldati italiani, bande armate di fascisti, ascari eritrei ebbero
mano libera. Rastrellarono i quartieri piu poveri di Addis Abeba: bruciarono
i tucul con la benzina, usarono le bombe a mano contro chi cercava di
sfuggire ai roghi”. Venne data alle fiamme, davanti agli occhi di Cortese,
anche la chiesa di San Giorgio.

Terribile il bilancio della vendetta italiana: seimila morti, secondo Del
Boca; 30 mila, a leggere le fonti etiopiche. Ma il massacro fu senza fine:
Graziani decise di eliminare tutta l’intellighenzia etiopica. I tribunali
militari diventarono macchine di morte: tra febbraio e giugno, furono
fucilati alti funzionari governativi, notabili del negus, intellettuali,
giovani etiopici che avevano studiato all’estero.

A marzo, Graziani ordino lo sterminio degli indovini e dei cantastorie che
stavano annunciando, nelle loro profezie, la fine dell’occupazione italiana.
Il comandante dei carabinieri in Etiopia, Azolino Hazon, tenne una tragica
contabilita: il 2 giugno del 1937 annoto nelle sue statistiche che, solo i
carabinieri, avevano passato per le armi “2.509 indigeni”.

“Non e finita. Graziani vuole catturare i due attentatori – rivela Del
Boca. Le indagini militari italiane avvertono il viceré che i due eritrei si
sarebbero addestrati al lancio delle bombe nella citta sacra di Debre
Libanos. Graziani non ha una sola esitazione: ordina al generale Maletti di
occupare il monastero piu importante dell’Etiopia”.

Debre Libanos, citta conventuale, tremila tucul e due grandi chiese in
muratura, a un passo dai canyon del Nilo Azzurro, nel cuore della regione
dello Shoa, e il centro del potere della religione copta: il convento fu
fondato, nel XIII secolo, da Tekle Haymanot, l’evangelizzatore cristiano
degli altopiani. Per secoli il potente superiore dei monaci di Etiopia e
sempre stato scelto fra i religiosi di Debre Libanos. “Graziani ordina a
freddo un’autentica, spietata razzia – osserva Del Boca. Vuole far sparire
la citta sacra dei copti, vuole distruggere il Vaticano degli etiopici. Il
generale Maletti e un esecutore zelante: nella sua marcia verso Debre
Libanos brucia 115.422 tucul, 3 chiese, 1 convento, e uccide 2.523
etiopici”. Una contabilita da macabro ragioniere.

Maletti occupo Debre Libanos il 19 maggio del ’37 e, subito dopo,
ricevette un messaggio da Graziani: “Abbiamo le prove della colpevolezza dei
monaci”. Il viceré ordino: “Passi per le armi tutti i monaci
indistintamente, compreso il vicepriore”.

Lezione “opportuna e salutare”
Sono gli storici Campbell e Sadik, a questo punto, a scoprire i
particolari di questa tremenda esecuzione: hanno raccolto testimonianze,
ascoltato i racconti dei superstiti, hanno soggiornato a lungo nel convento.
I monaci, i sacerdoti, i giovani diaconi di Debre Libanos furono condotti
dagli uomini di Maletti in uno stretto vallone a venti chilometri dalla
citta. É la gola di Zega Weden, erosa dal torrente di Finka Wenz.

I monaci, secondo la ricostruzione dei due storici, vennero spinti
sull’orlo del crepaccio, schierati su una fila con alle spalle i precipizi.
Vennero uccisi a colpi di mitragliatrice: erano troppi per i fucili delle
truppe italiane. Via via che cadevano, gli ascari dell’esercito italiano
gettavano i corpi nel crepaccio. Campbell e Sadik sono riusciti a ritrovare
un ragazzo che scampo all’eccidio: aveva 14 anni e si finse morto. Il
vecchio di oggi non puo dimenticare quanto accadde in quel tragico giorno di
sessant’anni fa (articolo del febbraio 1997).

I due storici sono scesi fra le rocce del crepaccio di Zega Weden: hanno
trovato ancora le ossa di quei monaci sventurati, hanno raccolto le prove di
quel lontano massacro che l’Italia ha dimenticato. Graziani, dopo il
massacro, non ha un solo ripensamento, nemmeno un dubbio: l’eccidio dei
preti e dei diaconi di Debre Libanos e, per il viceré italiano, un “romano
esempio di pronto, inflessibile rigore. É stato sicuramente opportuno e
salutare”. E ancora: “Non e millanteria la mia quella di rivendicare la
completa responsabilita della tremenda lezione data al clero intero
dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debre Libanos”.

Angelo Del Boca, per anni, ha ritenuto che le vittime del massacro fossero
“solo” 449, ma le nuove testimonianze rivelano che, sulle gole del Nilo,
furono uccisi fra 1.200 e 1.600 monaci. Moltissimi erano giovani e ragazzi,
catechisti e diaconi. Scrive amaro Del Boca: “Sono stati martiri giovinetti
che la cristianita non ricorda e non piange perché africani e diversi”.
Dalla Polonia

Leonello Carlo Boggero

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