giovedì 02 settembre 2010, 18:27

David Grossman: Israele parli anche con Hamas

Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un’unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l’un l’altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi – il nostro doppio, la nostra tragedia – e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo all’esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest’ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina.

Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all’occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale.

Allo stesso modo il successo dell’operazione non ha risolto le cause che l’hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all’occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo. L’offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un’altra generazione di palestinesi crescerà nell’odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi. Ma quando l’operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c’è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma.

È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza.

Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività – con attentati suicidi e lanci di Qassam – Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico. 2

Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono?

Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un’esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l’opinione pubblica israeliana all’arroganza e al compiacimento nell’uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati.

Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest’ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un’alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci. Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un’opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati.

Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall’esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

David Grossman – http://www.repubblica.it/ 

Traduzione di A. Shomroni



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  1. Antonio Castellarin | 20 gennaio 2009 19:22 | Rispondi

    “…Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi…” Se una donna aggredita cerca di difendersi e l’aggressore la squarta e la riduce in poltiglia, spero che a nessuno venga in mente di dire “…il fanatismo della signora ha valutato male la possibile reazione dell’aggressore…”

    Naturale che Hamas sia “fanatico” mentre i soldati di Israele che bombardano case, scuole, ospedali non sono fanatici, ma solo esercitano i “rapporti di forza”. Spero di non dover assistere alla pantomima della “obediencia debida”, non ne ho lo stomaco, e spero che siano in molti a non averlo. Grossman ce l’ha, come pure i suoi amici della trimurti, il Yehoshua che “risponde” a Gideon Levy parlando della liberta’ di Hamas di “governare Gaza” invece di ….(vedi YEHOSHUA: UN INSULTO A SEI MILIONI DI MARTIRI http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5489&mode=&order=0&thold=0 )..” come se “governare” una prigione, con meta’ parlamentari imprigionati da Israele, piu’ di 10.000 prigionieri, continui assassinii, centinaia, migliaia, una assedio di tipo medievale, ecc., fossero normali. O il terzo che dice uccidiamo i bambini oggi per ucciderne meno domani. Non posso che proporre

    Essi si ritirano unilateralmente
    Essi cessano il fuoco unilateralmente
    Essi invadono unilateralmente
    Essi vincono unilateralmente
    Essi distruggono unilateralmente
    Essi massacrano unilateralmente
    Essi fanno unilateralmente il bagno nel sangue
    ..ecc.
    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5488

    Gilad Atzmon Titolo originale: “The Unilateral People” Fonte: http://palestinethinktank.com/

    Cosa farebbe Israele se un governo della Palestina arrestasse meta’ del suo parlamento?
    Cosa farebbe se …. provate ad esercitarvi sul reciproco delle cose che fa Israele ai palestines

  2. Francesco dal Salento | 20 gennaio 2009 21:43 | Rispondi

    Ecco….

    Quando Gennaro pubblica questo genere di articoli parte il mio dissenso…d’altra parte è stato pubblicato da Repubblica…

    Parte bene con buoni e genericissimi propositi, poi però arriva al sodo e contesta ai Palestinesi i loro metodi di lotta: come ha detto Michel Warshawsky, direttore dell’AIC, “Condannare entrambe le parti: peggio degli assassini!”

    Forse la spiegazione è una sola: se Gennaro usa certe fonti, tratta certi argomenti, compresi quelli a difesa di Di Pietro (che a prescindere dall’innocenza o dalla colpevolezza è uomo i cui proclami dovrebbero essere avversi a uno di sinistra)è che è uomo di sinistra moderata. Non è una colpa, Gennaro, basta solo intendersi.
    Anche se poi sull’America Latina sono altre le tue idee: e allora? Delle due l’una: tertium non datur.

    Senza rancore,

    Francesco

  3. Gennaro Carotenuto | 21 gennaio 2009 00:30 | Rispondi

    Giusto per fare chiarezza: sono un elettore dell’UDEUR e ho sempre avuto un debole per Sandra Lonardo Mastella. E allora? Non si può discutere? ;)

  4. Francesco dal Salento | 21 gennaio 2009 20:59 | Rispondi

    Ahahaha….Gennaro, mannaggia a te…la battuta è simpaticissima, ma il dubbio resta: perché dare credito a certe fonti e a certi personaggi? Fra

  5. emanuele | 22 gennaio 2009 10:59 | Rispondi

    Non so professore, anche io dissento…avrei voluto sentire le stesse parole prima che Israele radesse al suolo 3/4 di Gaza.

    Le parole di Grossman mi suonano simili a tante altre pronunciate a fatto compiuto.
    Lui parla di dialogo “a conclusione” di questo round di violenza…e se invece si provasse a parlare coi palestinesi PRIMA di massacrarli?

    Anche l’affermazione che entrambi possono procurarsi danni indicibili è palesemente falsa. L’unica cosa che Hamas puà avere in comune con Israele è una generica intenzione di eliminare l’altro, solo che Israele può farlo materialmente e lo fa.

    Inutile fingere di essere su una posizione paritaria. Se ad Israele stesse davvero a cuore il dialogo dovrebbe cercarlo sempre e comunque, cosa che davvero svuoterebbe di ogni potere Hamas perchè il popolo palestinese sa benissimo che Israele è in grado di radere al suolo Gaza come e quando vuole. Scegliere consapevolmente di non usare la forza e richiamare Hamas alle sue responsabilità e ad una svolta in senso politico e non militare, contestualmente all negoziazione VERA di un territorio libero per i palestinesi, questo sarebbe cercare la pace.

    Ma parliamo di aria fritta: ad Israele non interessa forzare Hamas ad una svolta politica, Hamas è il pretesto perfetto, la minaccia continua, il nemico giusto nel posto giusto, buono per tutte le stagioni…e le incursioni.

  6. Gennaro Carotenuto | 22 gennaio 2009 12:22 | Rispondi

    Mi domando se tu conosca la storia di Grossman. Sono 30 anni che parla.

  7. emanuele | 22 gennaio 2009 13:06 | Rispondi

    No confesso di non conoscere la storia di Grossman, se mi fornisce qualche dritta colmo volentieri questa lacuna.

    Però prof. abbia pazienza io ovviamente parlo del contenuto di un articolo di Grossman che in questo caso non condivido pienamente, nel senso che la forma di certe sue affermazioni mi lascia perlplesso. Mica metto in dubbio che la sua sia una storia costellata di critiche ad Israele.
    Anche certi suoi articoli professore non li condivido affatto, ma non sono fra quelli che la ritiene un agente del Moassad/Hamas/Rettiliani…

  8. Francesco dal Salento | 22 gennaio 2009 19:34 | Rispondi

    Grossman, Oz, Yeshoua…lupi travestiti da agnelli… non lo sai Gennaro?

  9. Gennaro Carotenuto | 22 gennaio 2009 21:03 | Rispondi

    Capisco che tu stia scherzando, ma voglio risponderti seriamente.

    Abraham Yehoshua nei giorni scorsi ha fatto delle dichiarazioni che considero disgustose, ma questo non coinvolge né David Grossman né Amos Oz che hanno una vita alle spalle in difesa della pace e della convivenza tra palestinesi e israeliani.

    Inoltre non credo che il mio amico Meir, che dedica molto tempo della sua vita ad andare in Cisgiordania e a Gaza a ricostruire come muratore volontario (il suo mestiere è quello di storico) le case dei palestinesi che Tsahal distrugge, sia un lupo vestito da agnello e come lui non lo è una buona parte della popolazione israeliana.

    Se poi il fatto che David, Amos o Meir non si esprimono con le parole che tu vuoi mettere in bocca loro e solo per questo meritano il tuo pregiudizio, allora non abbiamo nulla da dirci.

  10. Francesco dal Salento | 23 gennaio 2009 16:31 | Rispondi

    Caro Gennaro,
    questo spazio nn era sufficente per una replica. Così ho scritto un articolo nello spazio del sito “Scrivi un articolo”, dal titolo: GENNARO, OZ GROSSMAN: EFFETTI DI SANDRA LEONARDO?

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  1. Da Lettera (e risposta) a Giulietto Chiesa : Giornalismo partecipativo | gen 29, 2009

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