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L’acqua (che nessuno vede) nella guerra

di Ana Echevengua*

traduzione di Antonio Lupo

ana echevengua

La nostra sopravvivenza sulla Terra è minacciata. Senza mangiare l’essere umano resiste fino a 40 giorni; senza acqua muore in 3 giorni. Siamo acqua!

Ma, mentre la popolazione mondiale si moltiplica e l’inquinamento aumenta, le fonti di acqua scompaiono. Nell’attuale guerra di Israele a Gaza -, perchè i media sensazionalisti non parlano dell’acqua, una delle cause più importanti dei conflitti in Medio Oriente?

Medio Oriente… una regione dove l’acqua vale più del petrolio… E sempre ci fanno credere che le guerre si fanno per la conquista delle riserve del petrolio. E la conquista delle riserve di acqua? Nel 1997, l’allora vice-direttore generale dell’UNESCO, Adnan Badran, nel seminario “Acque transfrontaliere: fonte di pace e guerra” (dove si dibattè sulle acque del Mar Aral, del Fiume Giordano e del Nilo…) disse che “l’acqua sostituirà il petrolio come principale fonte dei conflitti nel mondo”. Israele ha seri problemi com le risorse idriche, ma detiene il controllo dell’acqua, sia della sua che di quella della Palestina. Oltre a limitare l’uso dell’acqua, lotta per espandere il suo territorio per ottenere il controllo dell’accesso a questa risorsa naturale . E’ “padrone” delle: – acque superficiali: bacino del fiume Giordano (compreso l’alto Giordano e i suoi affluenti), il mare di Galilea, il fiume Yarmuk e il basso Giordano; – acque sotterranee: i 2 grandi sistemi di acquiferi: l’acquifero della Montagna (totalmente sotto il suolo della Cisgiordania, come una piccola porzione sotto lo Stato di Israele), l’acquífero di Basin e l’acquifero Costiero che si estende per quasi tutta la fascia litoranea israeliana fino a Gaza.

Queste acque sono ‘transfrontaliere’, sono risorse naturali condivise. Secondo una recente mappatura dell’UNESCO, il 96% delle riserve di acqua dolce mondiale sono in acquiferi sotterranei, condivisi da almeno due paesi. Ci sono regole internazionali per l’uso di queste acque, alcune delle quali obbligano Israele a fornire acqua potabile ai palestinesi. Ma Israele non condivide l’acqua; queste regole internazionali non prevedono coazione o coercizione; sono lettera morta. Il Tribunale Internazionale di Giustizia finora ha condannato solo uno di questi casi correlato ad acque internazionali. La strategia di Israele é un’altra. Nel 1990, il giornale “Jerusalem Post” pubblicò che “é difficile concepire qualsiasi soluzione politica coesistente come la sopravvivenza di Israele che non contempli un completo e continuo controllo israeliano dell’acqua e del sistema fognario, e dell’infra-struttura associata, compreso la distribuzione, la rete di strade, essenziale per la sua operatività, manutenzione e accessibilità”2.

Parole del ministro dell’agricoltura israeliano sulla necessità di Israele di controllare l’uso delle risorse idriche della Cisgiordania tramite l’occupazione di quel territorio. L’Accordo di pace di Oslo del 1993, ad esempio, prevedeva che i palestinesi avessero maggior controllo e accesso all’acqua della regione. In quell’epoca, secondo il professore della Hebrew University, Haim Gvirtzman, dei 600 milioni di metri cubi di acqua prelevati annualmente dalle fonti della Giudea e Samaria, gli israeliani ne usavano quasi 500 milioni, soddisfando circa un terzo delle proprie necessità idriche. Secondo il professore, questo ha generato un ‘diritto acquisito sull’acqua’. Interrogato sull’accesso dei palestinesi all’acqua, il professor rispose che “Israele deve preoccuparsi solamente in misura minima della vita palestinese, nulla di più, il che significa fornitura di acqua solo per le loro necessità urbane, cioè circa cinquanta/cento milioni di metri cubi all’anno. Israele é capce di sopportare questa perdita. Pertanto, non dobbiamo permettere che i palestinesi sviluppino qualsiasi attività agricola, perchè tale sviluppo porterebbe danno a Israele. Certamente, non permetteremo mai ai palestinesi di fornirsi delle necessità idriche della Fascia di Gaza tramite l’acquifero Montano.

Se purificare l’acqua del mare è una soluzione realistica, allora lasciamo che lo facciano per le necessità dei residenti della Fascia di Gaza”3. E nella Guerra per l’Acqua tutto vale: gli israeliani bombardano cisterne di acqua, grandi o piccole (molte volte poste sui tetti delle case) , confiscano le pompe d’acqua, distruggono pozzi, proibiscono di cercare nuovi pozzi e nuove fonti di acqua (la Cisgiordania, nel 2003, contava su circa 250 fonti illegali e la Fascia di Gaza, su più di 2 mila). Israele irriga il 50% delle terre coltivate, ma l’agricoltura in Palestina esige una previa autorizzazione.

Perciò il furto di acqua dalle condutture di Israele é comune in quella regione.

La regola del gioco è questa: mentre il palestinese non há accesso all’acqua per bere, l’israeliano si è abituato a un uso senza restrizioni.

In questa situazione, si può immaginare un’altra forma di uso condiviso delle risorse idriche nei prossimi anni? Si può immaginare la sopravvivenza di uno stato e, in questo caso, della Palestina, senza il controllo effettivo dell’accesso e della distribuzione dell’acqua di cui ha necessità? Dal 1948, Israel da la priorità a progetti, anche bellici, per garantirsi il controllo dell’acqua nella regione. Tra questi:

– la costruzione dell’Acquedotto Nazionale (National Water Carrier);

– nel 1967, si è annessa i territori palestinesi di Gaza e Cisgiordania e há levato alla Síria le Colline del Golan, ricche in fonti di acqua, per controllare gli affluenti del Giordano. Riguardo a questa guerra, Ariel Sharon disse che l’idea era nata nel 1964, quando Israele decise di controllare la fornitura di acqua;

– nel 2002, la costruzione del ‘muro di sicurezza’ permise il controllo israeliano di quasi la totalità dell’acquifero del Basin, uno dei tre maggiori della Cisgiordânia, che fornisce 362 milioni di metri cubi di acqua all’anno. Secondo Noam Chomsky, “il Muro há già recinto alcune delle terre più fertili del lato orientale. E, fatto cruciale, estende il controllo di Israele sulle risorse idriche critiche, di cui Israele e i suoi insediamenti possono appropriarsi cone vogliono…”4. Già prima del muro, metà dell’acqua forniva gli insediamenti israeliani. Con la distruzione di 996 chilometri di condutture d’acqua, alla popolazione palestinese che vive vicino al muro manca l’acqua da bere;

a.. prima di restituire (simbolicamente) la fascia di Gaza, Israele há distrutto le risorse idriche della regione. E, ad oggi, non c’è infrastruttura idrica nelle regioni palestinesi.

b..Quanti parlano di queste cose??? Nel 2003, alla 3ª Conferenza Mondiale dell’Acqua, a Kyoto, Mikhail Gorbachev sollevò il problema dei conflitti mondiali per l’acqua: contabilizzò, allora, 21 conflitti armati con l’obbiettivo di appropriarsi di più fonti di acqua; di questi, 18 avvenivano in Israele.

Gestione congiunta, consumo egualitario di acqua, etica e consenso nell’acqua – parole belle sulla carta, sui tavoli dei negoziati, sui mídia… Nella pratica, un’utopia. Cosa stanno aspettando l’ONU e i padroni del pianeta per esigere che Israele osservi le regole internazionali sull’acqua, contenute nelle convenzioni, accordi, dichiarazioni (e altre schiocchezzuole)… ?

Chi avrà il coraggio di creare regole chiare e oggettive per punire la violazione dei diritti dei popoli e delle nazioni alla loro sovranità sulle proprie risorse e ricchezze naturali?

*Avvocata ambientalista, coordinatrice del programa Eco&Azione, presidente della ong Ambientale Acqua Bios e dell’ Accademia Libera delle Acque, e-mail: ,

www.ecoeacao.com.br

www.leluminarie.it

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