Dobbiamo aggiustare l’immagine distorta che abbiamo di Hamas
31 12 2008 DI WILLIAM SIEGHART
Times on line
Gaza è una società laica dove la gente ascolta musica pop, guarda la tv, e molte donne camminano per strada senza il velo.La settimana scorsa ero a Gaza. Mentre ero lì ho incontrato una ventina di poliziotti che partecipavano a un corso in gestione dei conflitti. Erano ansiosi di sapere se gli stranieri si sentivano al sicuro da quando Hamas era al governo. “Sì, certamente!” ho risposto. Senza dubbio gli ultimi 18 mesi hanno visto una relativa calma per le strade di Gaza; nessun uomo armato per le strade, niente più rapimenti. Hanno sorriso pieni di orgoglio e ci hanno salutato con un arrivederci.
Meno di una settimana dopo tutti questi uomini erano morti, uccisi da un razzo israeliano durante una cerimonia di passaggio di grado. Erano “uomini armati e pericolosi di Hamas” ? No, erano poliziotti disarmati, impiegati pubblici uccisi non durante un “campo di addestramento militante” ma nella stessa stazione di polizia al centro di Gaza City usata dagli Inglesi, dagli Israeliani e da Fatah durante il periodo in cui questi guidavano il paese.
Questa distinzione è cruciale perché mentre le terrificanti scene di Gaza e Israele vengono trasmesse nei nostri schermi televisivi, si sta combattendo anche una guerra fatta di parole che sta oscurando la nostra comprensione della realtà dei fatti.
Chi o cosa è Hamas, il movimento che il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak vorrebbe annientare come se fosse un virus? Perchè ha vinto le elezioni palestinesi e perché permette che vengano sparati razzi su Israele?
La storia degli ultimi tre anni di Hamas rivela come l’incomprensione riguardo a questo movimento da parte dei governi di Israele, degli Stati Uniti e Regno Unito ci abbia condotto alla situazione brutale e disperata in cui siamo.
La storia comincia circa tre anni fa quando “Cambiamento e Riforma”, il partito politico di Hamas, ha inaspettatamente vinto le prime elezioni libere e regolari del mondo arabo, in una piattaforma politica che vedeva la fine della corruzione endemica e il miglioramento dei quasi inesistenti servizi pubblici nella Striscia di Gaza. Contro un’opposizione divisa questo partito apparentemente religioso si è impresso nella comunità a prevalenza laica tanto da guadagnare il 42 per cento dei voti.
v I palestinesi hanno votato per Hamas perchè hanno pensato che Fatah, il partito del governo che hanno bocciato, li ha delusi. Nonostante la rinuncia alla violenza e il riconoscimento dello Stato d’Israele, Fatah non ha realizzato uno Stato palestinese.
v E’ essenziale sapere questo per capire la cosiddetta posizione di rifiuto di Hamas. Che non riconoscerà Israele o rinuncerà al diritto di resistere finchè non sarà sicuro dell’impegno mondiale a raggiungere una soluzione per la questione palestinese.
Nei cinque anni in cui ho visitato Gaza e la Cisgiordania ho incontrato centinaia di politici e di sostenitori di Hamas. Nessuno di loro ha professato lo scopo di islamizzare la società palestinese, in stile talebano. Hamas conta troppo sui votanti laici per fare questo. La gente ascolta ancora la musica pop, guarda la televisione e le donne ancora scelgono se indossare il velo o no.
La leadership politica di Hamas è probabilmente la più qualificata nel mondo. Può vantare nelle sue file più di 500 laureati col titolo di dottorato, la maggioranza fatta di professionisti della classe media (dottori, dentisti, scienziati, e ingegneri).
La maggior parte della leadership di Hamas si è formata nelle nostre università è non ha maturato nessun odio ideologico contro l’Occidente. E’ un movimento basato sul malcontento, dedicato ad affrontare l’ingiustizia compiuta sul suo popolo. Ha coerentemente offerto una tregua di dieci anni per fornire uno spazio di respiro per poter risolvere un conflitto che continua ormai da pià di 60 anni.
La reazione di Bush e Blair alla vittoria di Hamas nel 2006 è la chiave dell’orrore di oggi. Invece di accettare il governo democraticamente eletto, hanno finanziato un tentativo di rimuoverlo con la forza; addestrando e armando i gruppi di combattenti di Fatah per rovesciare militarmente Hamas e imporre ai Palestinesi un governo nuovo e non eletto da loro. Come se non bastasse, 45 membri del Parlamento di Hamas sono ancora detenuti nelle prigioni israeliane.
v Sei mesi fa il governo israeliano ha accettato una tregua, mediata dall’Egitto, con Hamas. In cambio del cessate il fuoco Israele ha acconsentito all’apertura dei valichi e permesso il libero flusso dei beni essenziali dentro e fuori da Gaza. I lanci di razzi sono terminati ma i valichi non sono stati mai totalmente aperti, e la popolazione di Gaza ha iniziato a morire di fame. Questo devastante embargo non è una vittoria della pace.
Quando gli occidentali chiedono che cosa abbiano in mente i leader di Hamas quando ordinano o permettono il lancio di razzi su Israele, non stanno comprendendo la posizione dei palestinesi. Due mesi fa le Forze di Difesa israeliane hanno rotto la tregua entrando a Gaza e cominciando di nuovo il ciclo di uccisioni.
Dal punto di vista palestinese ogni giro di razzi lanciati è una risposta agli attacchi israeliani. Dal punto di vista israeliano è il contrario. Ma cosa significa quando Barack parla di distruzione di Hamas? Significa uccidere il 42 per cento dei palestinesi che hanno votato per esso? Significa rioccupare la Striscia di Gaza da cui Israele si è ritirato così dolorosamente tre anni fa? O significa separare in modo permanente i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania, politicamente e geograficamente?
E per coloro il cui mantra è la sicurezza di Israele, quale sorta di minaccia costituiscono i tre quarti di un milione di giovani che stanno crescendo a Gaza con un odio implacabile contro chi li riduce alla fame e li bombarda?
E’ stato detto che questo conflitto è impossibile da risolvere. In realtà, è davvero semplice. Il vertice delle mille persone che governano Israele (politici, generali e lo staff della sicurezza) e il vertice dei palestinesi islamisti non si sono mai incontrati. Una pace che sia tale richiede che questi due gruppi si siedano insieme senza pregiudizi. Ma gli eventi di questi giorni sembra abbiano reso ciò più improbabile che mai. Questa è la sfida per la nuova amministrazione di Washington e per i suoi alleati europei.
Paolo Roversi su http://www.gennarocarotenuto.it
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Raffaele Della Rosa | 8 gennaio 2009 00:20 | Rispondi
Caro Paolo,
nonostante gli anni ho ancora il ricordo di quando anche i khomeinisti, ancora non al potere, si alleavano con il Tudeh, comunisti…poi quando sono riusciti a impadronirsi del potere hanno assunto atteggiamenti che solo peppe ratzi troverebbe laici.
Non per questo credo sia decente rimpiangere lo sha…
Non ci deve essere bisogno per riconoscere la legittimità di Hamas a rappresentare il popolo palestinese di verniciarli a tinte brillanti.
La vittoria elettorale basta ed avanza.
Hamas è una filiazione diretta, e data la vicinanza geografica, direi direttissima, dei Fratelli Musulmani egiziani.
Cercare tra questa gente il volto laico dell’islam è come andare a parlar bene di Garibaldi a un convegno dei seguaci di mons. Lefebvre…
Ma chi se la prende con Hamas deve sapere e ricordare che in Israele, più di una volta sia i laburisti che gli ultradestri “laici” hanno dovuto sottostare alle pretese fondamentaliste delle fazioncelle religiose superfondamentaliste…caro Gennaro anche noi ci dobbiamo sforzare di frenare il voltastomaco a pensare a Shas, ad Ysrael Beitenu ed alle altre fazioni politiche dell’ultradestra religiosa fondamentalista israeliana…non credo più femministi di Hamas…fazioni che pur non formando da sole un governo, hanno di volta in volta condizionato la laicità delle coalizioni di cui han fatto parte, o dei governi che appoggiavano dall’esterno.
atlantropa | 10 gennaio 2009 03:08 | Rispondi
L’articolo evidenzia molto correttamente come l’occidente in generale abbia il brutto vizio di decidere se un’elezione è stata democratica o meno in base al risultato.
Nel caso di Israele ed Hamas, tuttavia, le trattative non possono esserci e per un fatto molto semplice: la risoluzione 242 (su cui in un modo o nell’altro si fonda tutto il processo di pace) vincolava il ritiro dai territori occupati nel conflitto di giugno al reciproco riconoscimento; ora da questo punto di vist, e limitatamente al quadrante di Gaza, si osserva che mentre Israele ha effettuato un ritiro pressocchè totale, da parte di Hamas non solo non arriva alcun riconoscimento formale per il suo diritto ad esistere, ma anzi piovono minacce (puramente retoriche) di annientamento. In questo modo Israele avrà sempre buon giuoco a non negoziare con Hamas – e questo, peraltro, a prescindere dalla natura, terroristica o meno, dell’organizzazione.
Ma soffermiamoci ancora sul testo della risoluzione: la 242 riconosce esplicitamente il diritto a vivere in pace entro confini sicuri. E qui va osservato che se è vero che da parte di Hamas il lancio dei razzi è una flagrante violazione di quel principio, dall’altro lato Israele ha imposto delle limitazioni così pesanti e vessatorie alle libertà, allo sviluppo ed al benessere dei residenti della striscia, da poter concludere che anche Israele non stia rispettando appieno lo spirito della 242, e questo sin da prima dell’invasione di terra.
Si potrebbero fare migliaia di altre considerazioni, partendo da altre prospettive; io qui mi limito ad osservare che siamo ancora fermi al 1967. La pace è molto lontana.