- Gennaro Carotenuto - http://www.gennarocarotenuto.it -

Ministro Gelmini, che fine ha fatto la “riforma”?

Rimandati al 2010. Sarebbe questa la fine ingloriosa degli “urgenti provvedimenti in materia di istruzione” che tanto hanno fatto scaldare gli animi e le piazze in questo lunghissimo autunno di mobilitazione. La riforma degli ordinamenti delle superiori sarebbe posticipata all’anno scolastico 2010/2011, mentre il tanto discusso “maestro unico” o maestro prevalente a 24 ore settimanali sarebbe una scelta lasciata alla discrezione delle famiglie. Ma allora riforma sì o riforma no? C’è o non c’è questo tanto conclamato passo indietro? Vediamo di fare chiarezza…

Cominciamo dal dl 137, quello approvato a fine ottobre, quello col voto di condotta, maestro unico e cittadinanza e costituzione, per capirci. Nato il 1 agosto 2008, nell’amniotico calderone di disegno di legge dentro al quale galleggiavano provvedimenti disparati, dai debiti formativi alla formazione degli insegnanti, dalla carta dello studente al monte di 33 ore (poi cassato) per la “nuova” materia Cittadinanza e costituzione, il dl 137, presentato il 28 agosto, ereditava le contraddizioni dovute ai tagli del decreto fiscale 112 (poi diventato legge 133) e veniva accolto dalla comunità studentesca con la massima agitazione, allibita dalla reintroduzione della valutazione del comportamento e dalla votazione numerica per elementari e medie. Il dl, però, non conteneva ancora il famigerato art. 4, quello del “maestro unico”, che è inspiegabilmente apparso nell’arco del brevissimo tragitto (meno di un paio di giorni) intercorso tra la presentazione al tavolo del Consiglio dei ministri e la firma alla scrivania del Presidente Napolitano, il 1 settembre. È stato quell’articolo a toccare le delicatissime terminazioni nervose di interessi corporativi e di sindacato che da quel momento hanno scatenato orde di insegnanti scesi in piazza a protestare fianco a fianco con gli studenti, prima col lutto al braccio, poi con le parate sotto ai balconi del ministero. Solo allora la protesta ha cominciato a far rumore.

Eppure già in giugno, da quel contestatissimo articolo 64 del decreto di programmazione fiscale triennale, si era cominciata ad intendere l’antifona che avrebbe accompagnato la marcia decisa ed inesorabile dell’intera legislatura. L’art. 64 della legge 133, ovvero la vera “riforma” della scuola. Perché sarà pur vero che non c’è nessun piano organico di ristrutturazione del sistema scolastico, che non c’è nessun “rapporto” (come invece per la Moratti fu il rapporto Bertagna) o documentazione pedagogica che sostenga quelli che restano provvedimenti singoli e slegati rispetto ad un unico articolato legislativo che continua palesemente a mancare, ma quell’unico articolo della legge 133, e soprattutto il “piano di programmazione della scuola” che esso ha implicato, la scuola la cambiano eccome. Del resto è difficile che l’istituzione scolastica resti la stessa quando si annuncia il taglio di 130.000 organici (tra docenti e ATA), il riordino (leggi “razionalizzazione”) amministrativo e strutturale della rete scolastica e la riorganizzazione (leggi “taglio dell’orario settimanale”) dei curricula e degli ordinamenti didattici. Tre ambiti di intervento che si traducono semplicemente in 1)più alunni per classe -in MEDIA 30!- 2)accorpamento delle classi di concorso e quindi delle cattedre 3)chiusura –speriamo solo amministrativa – delle scuole con meno di 500 studenti (300 per le zone di montagna)

Eppure come sempre il cambiamento lo determinano non gli articolati legislativi quanto i regolamenti di attuazione. Ed erano proprio quelli ad essere attesi in questi giorni, quando tutta la comunità scolastica si chiedeva che ne sarebbe stato in traduzione pratica di quanto previsto dalla “riforma”. Se lo sono chiesto soprattutto le regioni che hanno dato battaglia accanita al governo, dopo quel dl 154 che le costringeva ad approntare, entro il 30 novembre di ogni anno (a partire già dal 2008) il piano di riorganizzazione delle proprie strutture scolastiche, pena il commissariamento della faccenda ad uno speciale incaricato inviato dal governo centrale… a spese delle regioni, naturalmente. Gli enti locali non hanno voluto saperne e alla fine il braccio di ferro si è concluso con il rinvio della riorganizzazione della rete scolastica al 2010-2011. Sconfitta dunque per la Gelmini, ma soprattutto per il piano di risparmio di Tremonti che, a questo punto, a legge 133 approvata, naufragata l’ipotesi di risparmio attraverso la razionalizzazione strutturale della scuola, deve pur sempre trovare il modo di far quadrare i conti. E i fondi preventivati come risparmio nell’ambito dell’istruzione – risparmi che solo al 30% sarebbero stati reinvestiti nella scuola – bisogna in qualche modo farli saltar fuori.

A questo scopo viene in aiuto l’eredità lasciata da Padoa-Schioppa, ovvero la cosiddetta “clausola di sicurezza”, in virtù della quale quanto non risparmiato col taglio degli organici previsto nella finanziaria viene recuperato riducendo i trasferimenti diretti dal Ministero alle istituzioni scolastiche, ovvero i fondi per l’autonomia, i fondi della legge 440.

Per intenderci, sono i soldi che regolano il normale funzionamento delle scuola, dall’acquisto degli arredi (scrivanie, registri, lavagne) al piano dell’offerta formativa, dalle supplenze alle attività promosse da studenti e insegnanti. Significa che se in una casa ci sono troppi domestici, siccome ci vuole tempo a riformulare i contratti, intanto si comincia a tagliare i viveri. Per Padoa-Schioppa era un virtuoso principio per cui dallo stimolo si arrivava ad accelerare il risparmio. Applicato alla legge 133 è un dichiarato assassinio.

E mentre si delinea questo scenario finanziario per le scuole affidate alle cure e alle coliti dei dirigenti scolastici, ci si chiede in che modo possa essere applicato il dl 137, la cui approvazione presso Camera e Senato è stata ottenuta, è proprio il caso di dirlo, sub conditionem. Le “condizioni” imposte dalle commissioni Cultura del Parlamento hanno imposto, ad esempio, che il tempo pieno nella scuola primaria sia in ogni caso assicurato, che per le elementari le famiglie abbiano la possibilità di scelta tra modelli a 24 ore, a 27 o 30, (quindi il maestro “unico” diventa scelta facoltativa), che gli insegnanti di sostegno siano in numero di 1 ogni 2 disabili, eccetera. Anche in questo caso si pone il problema di quanto queste ragionevoli garanzie siano conciliabili con i tagli previsti dalla finanziaria e che il “piano programmatico” avrebbe dovuto attuare. Se non si taglia sugli insegnanti e sulle ore d’insegnamento, dove si praticherebbe il risparmio? la risposta è sempre nella legge 440.

Intanto oggi [18 dicembre] il ministro ha trionfalmente annunciato la “prima riforma organica di tutti i cicli (elementari, medie, superiori) dai tempi della riforma Gentile del 1923”. Riforma appunto che partirà dal 2010 e che vedrà la riorganizzazione (o piuttosto “riductio ad unum”) degli indirizzi di studio, dei curricula, dei piani orari, il passaggio dalle ore di 50 minuti a quelle di 60’, più inglese e matematica ai licei, riduzione a 32 ore da 40 dell’offerta dei professionali, molti dei quali smembrati negli indirizzi affini degli istituti tecnici, veri e propri “premi di produttività” (quali i meccanismi di valutazione?) per incentivare il merito degli insegnanti…

Sono provvedimenti che costituiscono l’applicazione di quanto stabilito nel “piano programmatico” per la scuola, ma l’impressione è che il “piano” resti una riforma a metà. Non soltanto sul piano pedagogico (manca totalmente una organica riflessione sui “saperi”), ma anche nelle intenzioni dello stesso governo e del ministro. La questione delle cattedre è infatti essenziale per la definizione dei nuovi quadri orari e finché tale questione non sarà chiarita, l’intera applicazione (appunto posticipata di due anni) della sbandierata “riforma” dell’istruzione pare ancora molto nebulosa.

In mezzo a questa linea d’ombra si delineano allora solo le vittime al momento certe della mannaia del risparmio, i soggetti che, nel gran polverone dell’Onda, sono rimasti difesi da nessuno: il personale ATA, il cui taglio del 35% è una delle poche certezze della legge 133, e l’autonomia della scuola. Gira e rigira, in questo senso la riforma è già adesso.

(pubblicato per “Argomenti 2000 [1]“)

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